LUCIO FULCI, MAESTRO DEL GORE E NON SOLO

LUCIO FULCI, MAESTRO DEL GORE E NON SOLO

Lucio Fulci è stato spesso bistrattato dalla critica italiana e poi riscoperto, in primis dai francesi, grazie soprattutto ai suoi horror. Oggi conta su un gran numero di estimatori (anche tra i registi delle ultime generazioni), tanto da poter rivaleggiare, nella considerazione degli addetti ai lavori, con Dario Argento e Mario Bava. In alcuni casi la rivalutazione pare eccessiva e sconfina nel fanatismo.

Lucio Fulci (1927-1996)

Tuttavia, è innegabile che in quasi tutti i titoli della sua articolata carriera, Fulci dimostri una competenza tecnica e una cifra espressiva riconoscibile anche in generi molto (o apparentemente) diversi tra loro. Così come si possono distinguere temi, ossessioni e scelte narrative del tutto personali non solo negli ormai più che celebrati film dell’orrore; ma anche, tanto per dire, nei comico/avventurosi con Franchi e Ingrassia (e persino, se vogliamo, in certi soggetti, come Totò nella Luna e Letto a tre piazze, entrambi diretti dal maestro Steno).
Una evidente crudeltà beffarda (lo scheletro della cagnolina Laika e la mano tritata in 002 – Operazione Luna) che si evolverà nella poetica allucinata e gore degli anni ottanta.

Nato a Roma nel 1927 e scomparso nel 1996, Fulci si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Comincia a lavorare sia in qualità di aiuto regista sia come sceneggiatore, ad esempio per alcuni celebri film diretti dal già citato Steno (tra i quali Un americano a Roma e Un giorno in pretura). Esordisce dietro la macchina da presa nel 1959 dirigendo nientemeno che Totò, seppur in un piccolo ruolo, nella commedia I ladri. Il principe della risata veste i panni di un commissario della questura di Napoli che segue le tracce di un mafioso italoamericano estradato dagli Stati Uniti i cui soldi sono finiti tra le mani di uno scaricatore e di sua moglie. Che ovviamente cercano di approfittarne, cacciandosi nei guai. Gli altri interpreti sono Giovanna Ralli, Giacomo Furia, Enzo Turco, Pepe Calvo e, in una breve apparizione, Fred Buscaglione.

Gli imbroglioni (1963). Uno dei due film a episodi girati dal regista tra il 1963 e il 1964 (l’altro è I maniaci). A fare da filo conduttore è l’aula di una pretura, nella quale compaiono vari imputati che raccontano le loro disavventure. Si va da una coppia di truffatori siciliani a un medico accusato di maltrattare la fidanzata. Il cast annovera alcuni tra i nomi di maggior richiamo del comico/farsesco anni sessanta: Franchi e Ingrassia, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Aroldo Tieri, più Antonella Lualdi e Dominique Boschero.

La produzione fulciana con la coppia Franco Franchi e Ciccio Ingrassia consta di ben tredici film (compresi due a episodi e uno, Le massaggiatrici, in cui non sono protagonisti). Andrebbe probabilmente studiata con più attenzione, al pari di quella horror. Anche perché le pellicole interessanti non mancano. Come I due parà, del 1965, scritto da Vittorio Metz e Amedeo Sollazzo. I due comici sono artisti ambulanti squattrinati che decidono di cercare fortuna negli Stati Uniti e finiscono, invece, in un turbolento stato sudamericano. Fulci, sotto la scorza del film comico, non risparmia qualche frecciata politica agli Stati Uniti.

Nel 1966, tra una farsa e l’altra, realizza Le Colt cantarono la morte… e fu tempo di massacro, uno dei western più crudeli del nostro cinema. Secondo il regista, fu lo scrittore Alberto Moravia a definire il film “artaudiano”.

Il primo giallo di Fulci, Una sull’altra (1969), ha qualche punto di contatto con La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Protagonista è un medico che, dopo aver riscosso i soldi dell’assicurazione stipulata dalla ricchissima moglie morta per una malattia, incontra una spogliarellista che somiglia in maniera impressionante alla defunta. Gli interpreti sono Marisa Mell, Jean Sorel, Elsa Martinelli e John Ireland.

Il film che Fulci ha sempre dichiarato di preferire, Beatrice Cenci (1969), ebbe grossi problemi con la censura ed è ancora oggi uno dei meno citati e probabilmente dei meno visti. È la terza rilettura italiana (dopo quelle di Freda e Brignone) del dramma della sedicenne Beatrice Cenci, vissuta alla fine del Cinquecento e condannata a morte con l’accusa di aver ucciso il padre. Secondo Tommaso La Selva (L’opera al nero – Nocturno Dossier) il film “non è una parabola sul male o sull’ambiguità, ma un vero e proprio horror gore in costume”. Beatrice è Adrienne La Russa, il suo servo amante e complice Tomas Milian.

Un detective indaga sull’omicidio di una giovane donna che la protagonista, Carol, ha sognato di uccidere a coltellate. Succede nel thriller del 1971 Una lucertola con la pelle di donna, non del tutto riuscito perché poco equilibrato nelle sue varie anime (psicologica, gialla, onirica). Notevoli comunque alcune sequenze, come quella iniziale e la fuga di Carol (Florinda Bolkan), inseguita da un killer.

Con Non si sevizia un paperino (1972) Fulci realizza il suo film più duro e provocatorio, e anche quello che forse più di ogni altro dimostra quanto il regista usasse il genere per raccontare vicende particolarmente forti. Fu lo stesso Fulci a definirlo un “giallo atipico”, poiché ambientato in un paesino del Sud dove il progresso si scontra con l’ignoranza e la superstizione. Il terrore è, in questo caso, tutto nella descrizione di personaggi trasfigurati dalla vena polemica del regista. Di suspense ce n’è poca, in compenso l’efferatezza del massacro della donna considerata una strega (Florinda Bolkan) è ancora oggi insostenibile, e la figura del prete (Marc Porel) che uccide i bambini per preservarne la purezza realmente inquietante. Diversamente da Argento, Fulci pone quasi in secondo piano la figura del giornalista che indaga (Tomas Milian), per seguire le varie figure del paese, finendo per girare un film corale. Il regista è anche autore del copione insieme ai suoi sceneggiatori di fiducia Roberto Gianviti e Gianfranco Clerici, mentre tra gli altri interpreti troviamo Barbara Bouchet, che interpreta la figlia di un paesano arricchito.

Lando Buzzanca interpreta un deputato democristiano ossessionato dai sederi femminili in All’onorevole piacciono le donne (intitolato anche Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia… all’onorevole piacciono le donne), diretto sempre nel 1972. Un film molto particolare, visionario e grottesco, che ebbe grossi problemi con la censura per le allusioni politiche. Nel cast troviamo Laura Antonelli, Lionel Stander, Agostina Belli, Anita Strindberg e Eva Czemerys.

Un imprenditore siciliano residente in Brianza (ancora Buzzanca) durante un viaggio in Romania viene vampirizzato dal conte Draculescu. In Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza (1975) Fulci, come sempre, punta l’indice anche sulla metafora politica che sottende la vicenda. Con Sylva Koscina, Rossano Brazzi, Moira Orfei, Ciccio Ingrassia.

Fulci si dimostra un regista intelligente e preparato anche per la commedia sexy. La pretora, del 1976, (scritto dal duo Franco Marotta e Laura Toscano), ha il suo punto di forza, ancora una volta, in Edwige Fenech, qui impegnata addirittura in un doppio ruolo: è una pretora (Viola) dedita totalmente a far rispettare la legge e la sua sorella gemella (Rosa), moralmente non certo irreprensibile. La Fenech, presente praticamente per tutta la durata del film, se la cava benissimo, tanto che lo stesso regista ne elogiò la professionalità. Per i cultori della sua bellezza va aggiunto un particolare affatto secondario, e cioè che La pretora è la pellicola nella quale la Fenech si spoglia di più. Inoltre si distingue per “un numero di scene ad alta tensione erotica non comune nel filone, compreso un accenno di scena lesbo” (Michele Giordano, La commedia erotica italiana). Il cast maschile comprende grossi calibri come Oreste Lionello, Mario Maranzana, Gianni Agus, Carletto Sposito e Raf Luca, comico che prometteva più di quanto ha mantenuto. Da segnalare, in un ruolo di pochi minuti, la presenza di Marina Frajese, che non passa inosservata.

Un uomo da ridere, miniserie televisiva in sei puntate con Franco Franchi trasmessa da Rai Due nel 1980, la soubrette Cecilia Buonocore l’ha raccontata così: “Era la storia di un comico, Bianco Bianchi, che aveva avuto un’avventura di una notte con una soubrette dalla quale ero nata io. Lui si innamora poi scopre che è sua figlia (…) Fulci era fantastico, le parolacce e le bestemmie che venivano fuori da lui io non le ho mai sentite nella mia vita. Con me era gentile, carino”. Il cast comprendeva anche Gloria Paul, Marina Marfoglia e Silvio Spaccesi. Fulci sostenne di avere diretto la miniserie per ragioni “alimentari”, però merita una visione.

In Paura nella città dei morti viventi (1980), il regista non ammorbidisce mai l’atmosfera cupa con l’ironia, accentuando anzi il lato morboso/macabro della vicenda (scritta insieme a un Sacchetti particolarmente ispirato). Il sovrannaturale e il gore vengono miscelati con terribile maestria. La costruzione del plot, in cui le singole scene si susseguono senza una necessità forte, impediscono allo spettatore di godere dello spettacolo dell’orrido, che dunque finisce qui per non assolvere alla sua funzione catartica: l’occhio di chi vede sanguina come quello dei personaggi, perché non c’è alcun riparo consolatorio. Non c’è lieto fine, né vi sono eroi o interpretazioni di particolare bravura che possano in qualche modo mitigare l’effetto delle scene più scioccanti. Anzi, Fulci brutalizza proprio i due attori di maggior richiamo (in cui in teoria lo spettatore avrebbe potuto identificarsi), vale a dire l’americano Christopher George, il duro di tanti western, e la svedese Janet Agren, sex-symbol degli anni settanta. Varie volte i personaggi pronunciano la parola paura nel corso del film, e la paura (della morte) è davvero il tema dominante dell’intera produzione orrorifica di Fulci. Agghiacciante, sadico (si veda la scena estremamente dettagliata del vagabondo ucciso con il trapano), di una lentezza insostenibile perché squarciata da particolari atroci e nauseabondi (la ragazza che vomita le propria interiora). Come scrisse Stefano Della Casa (Incubi americani 1968-1986), Zombi 2, Paura nella città dei morti viventi e L’aldilà, ispirati anche ai successi di Romero, hanno una propria poetica della decomposizione molto più barocca e morbosa della limpida metafora romeriana”.

Altrettanto riuscito è Black Cat (Il gatto nero) del 1981, scritto da Biagio Proietti ispirandosi molto liberamente al celebre racconto di Poe. Chissà perché tra gli horror del “periodo d’oro” fulciano è il meno considerato dagli studiosi, ma anche dallo stesso Fulci. Racconta di un parapsicologo che studia le voci dei morti, il quale, per vendicarsi degli abitanti del paese che lo considerano un profanatore di tombe e lo emarginano, ipnotizza un gatto nero spingendolo a uccidere, tra gli altri, la figlia della donna che lo ha lasciato, la donna stessa e un ubriacone che sparla di lui. Il gatto sembra posseduto da un’entità diabolica (o dalle anime dei morti?), tanto che Miles non riesce più a controllarlo e temendo che voglia ucciderlo lo sopprime impiccandolo. Ma il gatto resuscita quando Miles cerca di liberarsi della fotografa che ha scoperto le sue responsabilità murandola viva. Fulci inserisce nella vicenda spunti che rimandano ai suoi film sui morti viventi. Questa creatività registica, l’atmosfera misteriosa e alcune sequenze notevoli rendono Black Cat un film del terrore interessante, tra l’altro meno cruento e sanguinoso dei coevi fulciani, più thriller sovrannaturale che gore puro.

Nel 1981 esce anche il notevole Quella villa accanto al cimitero. Il professor Boyle si trasferisce in una villa del New England per indagare sull’allucinante vicenda lì accaduta di un uomo che, impazzito, ha ucciso la fidanzata. Dopo vari e cruenti omicidi scopre che l’antico proprietario della villa, il dottor Freudstein, ritenuto morto, vive invece nella cantina, uccidendo chiunque capiti da quelle parti e trapiantandone su di sé gli organi. Il gusto per il dettaglio crudele, macabro e che provoca un disgusto viscerale, pur presente, trova in Quella villa accanto al cimitero un contrappunto geniale nell’atmosfera ambiguamente soprannaturale, da fiaba per bambini. Il mostro acquattato in cantina, un incrocio tra l’orco e la creatura di Frankenstein, diventa nelle mani abili di Fulci una delle figure più spaventose del nostro cinema. Utilizzando organi di altri esseri umani è, in un certo senso, anche un mutante, e la mutazione è uno dei temi preferiti dai registi italiani del terrore negli anni ottanta, anche perché permette soluzioni svariate, effetti speciali deliranti e truculenze assortite. Proprio riguardo a queste ultime, Fulci cercò di motivarne gli eccessi: “Lo spettatore ha sempre coscienza dell’orrore di queste immagini, questo per rispondere alla gente che parla di gratuità riguardo ai miei film: c’è sempre, nei miei film, un giudizio di merito su questo orrore, poiché lo spettatore è sempre spaventato, quindi sempre emotivamente contrario all’esistenza stessa di questi crimini”.

Scritto da Fulci insieme ai suoi sceneggiatori di fiducia (Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino e Dardano Sacchetti), Lo squartatore di New York, del 1982, è uno dei film più crudeli del regista e di sicuro non uno dei migliori, anche se le sequenze memorabili non mancano (una per tutte: l’incubo della protagonista, che parte dalla metropolitana e finisce in un cinema). Nel seguire gli omicidi orribili perpetrati da un maniaco e la relativa indagine, Fulci mette in scena il suo consueto universo fatto di personaggi amorali, disperati, cinici, perversi e chi più ne ha più ne metta. Mentre nei film precedenti c’erano gli zombi che, pur inquietanti e disgustosi, erano comunque legati alla sfera del fantastico, qui a uccidere, in una società terribilmente degradata, è un essere umano. L’assassino è un uomo reso folle dalla malattia incurabile della figlioletta, per questo comincia a uccidere tutte le donne giovani e belle che incontra per punirle. A fermarlo sarà la sua stessa fidanzata con l’aiuto di un commissario. Alcune scene le può sopportare solo chi ha lo stomaco forte.

Dopo una lunga malattia, Fulci nel 1986 torna sul set per dirigere un film erotico (in quegli anni ancora funzionavano), Il miele del diavolo. Memore d’aver scritto qualche anno prima la sceneggiatura di La gabbia (che avrebbe dovuto girare e poi passato a Giuseppe Patroni Griffi), Fulci racconta una torbida vicenda d’amore dai risvolti sadomaso. Cecilia, dopo la morte sotto i ferri del fidanzato, rapisce il chirurgo e lo sottopone a ogni genere di sevizia.

Aenigma, del 1987, è l’ultimo horror girato da Fulci con un budget decente e distribuito regolarmente nelle sale. Siamo lontani dai suoi titoli migliori, però il film è tutt’altro che da buttare. In un college, una studentessa presa in giro dai compagni per il suo aspetto muore a causa di uno scherzo. Lo spirito della defunta si impossessa di Eve, una nuova matricola, spingendola a uccidere i responsabili. La suspense è quella che è, anche perché il meccanismo è prevedibile, ma Fulci riesce a creare un’atmosfera soprannaturale accettabile e alcuni omicidi creativi sono messi in scena con cura. Eve ha le splendide fattezze di Lara Naszinski, nipote di Klaus Kinski e cugina di Nastassja, mentre Fulci stesso interpreta l’ispettore di polizia.

Il fantasma di Sodoma – Sodoma’s ghost può contare quantomeno sul mestiere del regista, anche se nel 1988 Fulci non era più quello dei primi anni del decennio, non avendo per di più il supporto di una produzione e di sceneggiatori all’altezza. La storia è incentrata su un gruppo di giovani che si ritrova a pernottare in una villa infestata dai fantasmi di alcuni soldati nazisti. Non mancano naturalmente gli effetti gore.

Alla fine degli anni ottanta Reteitalia produce una serie televisiva intitolata “Le case maledette”, composta da quattro film di un’ora e mezza. A dirigerli sono Umberto Lenzi e Fulci, che gira La dolce casa degli orrori e La casa nel tempo. Tre teppisti s’introducono in una villa per svaligiarla, ma non sanno che ad abitarla è una coppia di anziani assassini. Nonostante la buona qualità, la serie non viene trasmessa a causa dei contenuti troppo violenti. Per Fulci è un brutto colpo. La casa nel tempo è significativo perché rappresenta uno degli ultimi esempi di prodotto televisivo realizzato al di fuori delle logiche che in seguito limiteranno non poco la libertà creativa di autori e registi.

Nel 1992 il periodo della decadenza creativa del regista più sanguigno (in tutti i sensi) del cinema italiano pareva giunta a un punto di non ritorno. Tra Un gatto nel cervello e Voci dal profondo, Quando Alice ruppe lo specchio e Zombi 3 (che non sarebbe stato neanche male, ma che il regista molla a metà riprese, poi portate a termine dal più accomodante Bruno Mattei), Fulci non azzecca più un film, anche per colpa dei budget ristrettissimi con i quali si trova a dover lavorare. Difficile salvare qualcosa in questi titoli, se non il solito divertimento provocato dai consueti eccessi gore. Eppure con Demonia Fulci sembra ritrovare almeno in parte la vena dei suoi capolavori. Una giovane archeologa si trasferisce nella Valle dei Templi, in Sicilia, per studiare le influenze della cultura greca. Giunta nel luogo di scavo, scopre che gli abitanti hanno qualcosa da nascondere e che in un monastero vicino, nel medioevo, quattro suore e la madre superiora erano state crocifisse. I momenti migliori di Demonia sono le deambulazioni diurne e notturne della protagonista e ovviamente i momenti splatter, non particolarmente esagerati ma riusciti.

Ci sembra giusto citare in conclusione alcuni progetti che Fulci non riuscì, per un motivo o per l’altro, a portare a termine (un elenco con ogni probabilità completo lo si può trovare sul sito luciofulci.fr). Per quel che ne sappiamo, uno di quelli a cui il regista teneva maggiormente si sarebbe dovuto intitolare Nero romano, un thriller ambientato durante la caduta dell’Impero romano. Proprio negli ultimi anni di vita ci fu inoltre un avvicinamento con Dario Argento, con il quale aveva avuto qualche screzio ai tempi di Zombi 2. Argento decide di produrre il ritorno dietro la macchina da presa di Fulci, che fa in tempo a scrivere la sceneggiatura ma muore prima di poter cominciare le riprese. Il discreto M.D.C. – Maschera di cera (1996), nuova versione di un racconto di Gaston Leroux, ha segnato quindi l’esordio registico del maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti.

 

Filmografia completa di Lucio Fulci

I ladri (1959)
I ragazzi del Juke-Box (1959)
Urlatori alla sbarra (1960)
Colpo gobbo all’italiana (1962)
I due della legione (1962)
Le massaggiatrici (1962)
Uno strano tipo (1963)
Gli imbroglioni (1963)
I maniaci (1964)
I due evasi di Sing Sing (1964)
00-2 agenti segretissimi (1964)
I due pericoli pubblici (1964)
Come inguaiammo l’esercito (1965)
00-2 Operazione Luna (1965)
I due parà (1965)
Come svaligiammo la Banca d’Italia (1966)
Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro (1966)
Come rubammo la bomba atomica (1967)
Il lungo, il corto, il gatto (1967)
Operazione San Pietro (1967)
Una sull’altra (1969)
Beatrice Cenci (1969)
Una lucertola con la pelle di donna (1971)
All’onorevole piacciono le donne (1972)
Non si sevizia un paperino (1972)
Zanna Bianca (1973)
Il ritorno di Zanna Bianca (1974)
I quattro dell’apocalisse (1975)
Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza (1975)
La pretora (1976)
Sette note in nero (1977)
Sella d’argento (1978)
Zombi 2 (1979)
Luca il contrabbandiere (1980)
Paura nella città dei morti viventi (1980)
Black Cat (Gatto nero) (1981)
… E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981)
Quella villa accanto al cimitero (1981)
Lo squartatore di New York (1982)
Manhattan Baby (1982)
Conquest (1983)
I guerrieri dell’anno 2072 (1984)
Murderock – Uccide a passo di danza (1984)
Il miele del diavolo (1986)
Aenigma (1987)
Quando Alice ruppe lo specchio (1988)
Il fantasma di Sodoma (1988)
Zombi 3 (1988) (terminato da Bruno Mattei e Claudio Fragasso)
La dolce casa degli orrori (film TV) (1989)
La casa nel tempo (film TV) (1989)
Un gatto nel cervello (1990)
Demonia (1990)
Voci dal profondo (1991)
Le porte del silenzio (1991)

1 commento

  1. Un dato curioso è che, secondo molte fonti, LA PRETORA è il primo film italiano con una giudice donna come protagonista. Certo si può ironizzare sul fatto che si tratta di una commedia di tono boccaccesco; ma, a fronte dell’ingresso delle donne in magistratura avvenuto nel 1963, si dovette pur sempre attendere il 1976 perché il cinema nostrano si accorgesse di questa realtà.
    Sarebbe interessante vedere quante nuove realtà poterono trovare spazio, nel cinema e nel fumetto, solo grazie a (sotto?)prodotti di genere sexy, che certamente avevano solo lo scopo di allettare il pubblico di bocca buona, ma nel contempo mostravano una realtà sociale più aperta.

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