LA NIPOTE E L’INFERMIERA DI NELLO ROSSATI

Nello Rossati

Nello Rossati (Adria, Rovigo 1942 – Roma, 2009) è un regista che merita di essere rivalutato per alcune pellicole interessanti nell’ambito della commedia sexy e dell’erotismo puro. Frequenta l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica e comincia a lavorare in teatro prima come aiuto regista di Albertazzi, Zeffirelli, Squarzina e Patroni Griffi, successivamente come attore e regista di opere interpretate da Salvo Randone e Nando Gazzolo.

 

Nello Rossati nel cinema di genere degli anni settanta

Scopre il cinema nel 1971, prima come sceneggiatore (Il giorno del giudizio e Acquasanta Joe) e infine come regista per girare l’erotico a basso costo Bella di giorno, moglie di notte che riscuote grande successo. Si tratta di un dramma di costume con qualche nota satirica che racconta il singolare rapporto tra un marito pubblicitario (Nino Castelnuovo) in crisi economica e una moglie (Eva Czemerys) che arrotonda le entrate facendo la squillo.

Il successo del film lo convince a ritentare nel 1972 con una sorta di remake intitolato La gatta in calore, che vede protagonista sempre la Czemerys nei panni di una moglie insoddisfatta, affiancata da Silvano Tranquilli come marito noioso e prevedibile. La trama è piuttosto confusa, costruita su flash-back, e corre sul filo di un giallo che non è mai tale. Il finale è sconcertante, ma restano memorabili alcune scene di torbido erotismo tra la moglie e un pittore hippie (Tony Rossati), prima che venga ritrovato cadavere nel giardino della villa. Il film è ancora una volta scritto dal regista, si avvale della fotografia di Aristide Massaccesi, sfida la censura del tempo (che non permette molto) ma non decolla mai e resta un tentativo non riuscito di fare un thriller erotico.

Nel 1973 Rossati gira Buona parte di Paolina, con Antonia Santilli nel film della sua vita nei panni di una ragazza che arriva a Roma per fare carriera. La Santilli nello stesso anno interpreta un ruolo rilevante ne Il boss di Fernando di Leo, come inespressiva amante di Silva e figlia degenere di un capo mafia. Non è attrice dotata di talento e se ne Il boss risulta presenza fastidiosa ma marginale, qui naufraga miseramente in un ruolo da protagonista assoluta. Credo che sia uno degli ultimi film interpretati da Antonia Santilli, ma non è certo da ricordare, se non per molte situazioni piccanti che compongono il nerbo della storia. Nello Rossati collabora con Tiziano Longo, altro regista esperto di erotismo torbido.

I due film per i quali merita riscoprire Nello Rossati sono La nipote (1974) e L’infermiera (1975), due commedie sexy, veri film simbolo di un’epoca.

 

La nipote (1974)

 

La nipote (1974) è un erotico-campagnolo condito con tanta ironia dagli attori, girato con perizia da Nello Rossati e interpretato da un’ottima attrice come Orchidea De Santis, che per anni è stata un sogno erotico per milioni di italiani. La De Santis la vedevi spuntare fuori dalle copertine di Blitz e di Epoca, ma pure di Abc, di Gente, riviste di ogni tipo. Lei incarnava il mito della donna bellissima ma raggiungibile, della donna che potevi incontrare per strada o avere per collega d’ufficio. Orchidea De Santis era un sogno erotico rassicurante, in sintonia con i personaggi che portava sul grande schermo.

La nipote
vede la De Santis nei panni di Doris, serva disinibita di una ricca famiglia padovana. Daniele Vargas è il padrone che non perde occasione per metterle le mani addosso, mentre sua moglie ha una relazione con un amico. Commedia degli intrighi che si spenge di colpo quando la De Santis esce di scena e lascia la ribalta a un’imbranatissima Francesca Muzio (che ricordiamo nel pessimo Maternale, 1977). La Muzio è una nipote disinibita che eccita il cugino, si porta a letto lo zio e alla fine diventa padrona di tutto facendo fruttare al meglio le doti fisiche. Ma per quanto la Muzio è sciapita e insulsa (e la protagonista sarebbe lei) la De Santis è sensuale e ironica, intriga gli spettatori ed eccita solo con il sorriso malizioso. Inutile dire che film come La nipote sono una diretta filiazione di Malizia di Salvatore Samperi e che la trama ricalca molte situazioni stereotipate. Se questa pellicola ancora oggi si guarda con piacere è solo per la presenza di Orchidea De Santis e di un ottimo Daniele Vargas che interpreta un credibile zio sporcaccione.

 

Orchidea De Santis

 

Tra le scene simbolo citiamo il sensuale rallenty sui titoli di testa con la De Santis che porta il caffè a Vargas e si lascia accarezzare cosce, glutei e seno con profonde e sensuali carezze. La De Santis si sbottona la camicetta e offre i seni al padrone che si avventa su quelle rotondità carnose e le morde al massimo dell’eccitazione. Subito dopo c’è un inseguimento di Vargas alla De Santis per le stanze della villa al grido di: “Se ti chiappo, culona!”, promessa che poi non mantiene perché il padrone è impotente, ama solo guardare e toccare.

Una scena che resta emblematica nell’immaginario erotico è in sala da pranzo, quando la De Santis serve il caffè a Vargas e si sente afferrare il sedere con un pizzicotto. Subito dopo le mani del padrone le alzano la gonna, calano le mutandine sino ai piedi e cominciano a carezzare un sedere stupendo che la macchina da presa inquadra con un primissimo piano. La scena raggiunge punte di erotismo che non ha uguali in pellicole simili, il merito è della De Santis che la rende credibile con sguardi imbarazzati e sorrisi maliziosi. Citiamo anche la parte in cui il padrone con un binocolo spia la De Santis che si spoglia in camera e subito dopo va da lei e le fa indossare sul corpo nudo una gonnellina ridottissima. Vargas si eccita a vedere la serva che spolvera, si china per terra a pulire e agita seni nudi e glutei stupendi.
In queste sequenze la De Santis è molto nuda, forse sono le scene più piccanti di tutta la sua carriera di attrice, mette in mostra un seno procace e un sedere mozzafiato. Interessante è anche l’incontro con il figlio del padrone che lei riceve alla stazione e dal quale poi si fa portare a casa seduta sulla canna della bicicletta. Le cosce della bella attrice sono in mostra, si intravede pure il seno, il ragazzo si eccita e i due finiscono per cadere a terra in mezzo al campo. Il figlio è distratto dal sedere della De Santis anche a casa mentre finge di studiare, lei lo provoca maliziosa sporgendosi sul lavatoio e alla fine si fa aiutare a scacciare un animale che le è entrato nel vestito. Non è vero niente, ma le mani del ragazzo finiscono per strizzare il seno abbondante della bella serva. A questo punto del film entra in scena Federica Muzio nei panni della nipote e la pellicola non ne guadagna per niente.

 

 

Restano da citare solo un paio di sequenze con il cugino che la spia e lo zio che equivoca tra lei e Doris e tenta di farsela. Una festa in villa per fare scoprire il sesso al figlio imbranato provoca la cacciata di Doris che se la fa con un ragazzo alle spalle del padrone. Vargas imbestialito spara al malcapitato e licenzia la De Santis che se ne va e ci lascia nelle incapaci mani della inespressiva Muzio. Non è la stessa cosa. Si vede subito quando la Muzio prende il posto della De Santis come serva e lo zio le tasta il sedere durante la cena. La scena non ha niente a che vedere con la sensualità della precedente che vede protagonista la bionda attrice. La Muzio tocca un minimo di sensualità solo in uno strip malizioso e in una scena della scala presa pari pari da Malizia con lo zio che si arrapa alla vista delle sue gambe nude. La nipote provoca la morte dello zio che tenta di possederla ma non regge l’emozione. La serva sposa il cugino imbranato e si ingegna subito per riempirlo di corna. Adesso è lei la padrona di casa e può fare ciò che vuole, pure andare a letto con tutti e vendi- carsi della malvagia zia.

Ho visto La nipote su Happy Channel nel 2004 e con grande stupore ho assistito alla proiezione di un film zeppo di inserti porno. Di sicuro era una copia per l’estero, di quelle che al tempo i produttori erano soliti rimaneggiare per rivendere bene su certi mercati, ma è poco rispettoso della dignità degli attori passare copie simili in televisione. Ci sono parti aggiunte di cattivo gusto che fanno credere che la De Santis e la Muzio facciano sul set cose da attrici hard. Nutro forti dubbi sulla legittimità degli inserti hard in una pellicola comico-erotica perché certe sequenze forzate stravolgono il senso della storia.

 

L’infermiera (1975)

L’infermiera (1975) è il capostipite di tutti i film erotico-infermieristici, interpretato da Ursula Andress, Duilio Del Prete, Mario Pisu, Daniele Vargas, Carla Romanelli, Attilio Duse, Stefano Sabelli, Marina Confalone, Lino Toffolo, Luciana Paluzzi e Jack Palance. Nello Rossati scrive il soggetto e lo sceneggia con la collaborazione di Paolo Vitali, Claudia Florio e Roberto Gianviti. Ennio Guarnieri realizza una suggestiva fotografia della campagna veneta, completata dalle ottime scenografie di Tony Rossati. Gianfranco Plenizio è l’autore di un’efficace colonna sonora, mentre il montaggio (non sempre serrato) è di Amedeo Gallitti. Produce addirittura Carlo Ponti che non lesina sul budget.

Mereghetti stronca L’infermiera come variopinto quadro delle meschinità dell’Italia piccolo-borghese sprecato da una regia nulla. Non concordo. L’infermiera è una pellicola che realizza una critica sociale della famiglia italiana piccolo borghese e non si limita a mostrare le forme provocanti di Ursula Andress. La regia di Rossati riproduce molte sequenze sexy ispirate a Malizia, sfrutta il dialetto veneto e si avvale di un cast composto da attori esperti. Da questa pellicola nasce il sottogenere con un malato da accudire e una sexy infermiera dalla bellezza prorompente che lo seduce. Ricordiamo qualche titolo. L’infermiera di mio padre (1975) di Ma- rio Bianchi ricalca pedissequamente il film di Rossati con la sola variante di Daniela Giordano al posto della Andress. La clinica dell’amore (1976) di Renato Cadueri con Ria De Simone è più porno che erotico. L’infermiera nella corsia dei militari (1979) di Mariano Laurenti si affida al mitico fondoschiena di Nadia Cassini. L’infermiera di campagna di Mario Bianchi con Laura Gemser è una pellicola da dimenticare. Un buon film originale è L’infermiera di notte (1978) di Mariano Laurenti, con Gloria Guida protagonista.

Ursula Andress è una stupenda caposcuola, dopo di lei il diluvio di Nadie Cassini nelle corsie dei militari, di infermiere di mio padre, di infermiere nere e chi più ne ha più ne metta. La Andress ha un fisico perfetto, statuario, i tratti del volto non sono teneri e angelici come quelli di Gloria Guida, ma in camice bianco è credibile. Il film è un classico della commedia all’italiana, grazie anche ad attori come Mario Pisu e Duilio Del Prete. La trama si racconta in poche battute. Un’intera famiglia assolda la bella Ursula Andress per fare da infermiera allo zio malato di cuore. Il suo compito è quello di eccitarlo, andare a letto con lui e farlo morire, così da far ereditare l’azienda vinicola ai parenti superstiti. Duilio Del Prete ha già trovato un compratore americano (interpretato da Jack Palance) e attende l’ora fatidica per incassare. L’infermiera accetta il ruolo di complice, ma poi se ne pente e smaschera il complotto con l’aiuto del nipotino. Il finale vede la Andress sposare il vecchio zio che dopo la prima notte di nozze muore tra le sue braccia. L’azienda vinicola viene ereditata dalla bella infermiera e la scena conclusiva si svolge al cimitero davanti alla tomba del marito. Un dialogo surreale tra Mario Pisu e la prima moglie dalle rispettive lapidi chiude un film divertente.

 

Ursula Andress

 

Marco Giusti su Stracult parla di una bella ambientazione veneta e di una fotografia curata, ma secondo lui il film non funziona del tutto e risulta molto più stravaccato delle commedie di Laurenti. Giusti ritiene che Rossati non riesca a manovrare la materia, tutto risulta eccessivo, un po’ sgradevole e forse troppo realistico. Rincara la dose: Ursula Andress è un’infermiera un po’ troppo mignotta, Pisu sembra malato davvero, Del Prete fuori parte. Salva soltanto Daniele Vargas, Luciana Paluzzi e Marina Confalone, ma non digerisce Jack Palance come compratore americano.

Invece L’infermiera è una commedia divertente, ambientata in modo esemplare nella campagna veneta e ben interpretata da un buon cast. Ursula Andress sprizza sensualità e la sua bellezza buca lo schermo sin dalla prima apparizione come infermiera svizzera, vecchia fiamma di Del Prete. Ricordiamo molte sequenze sexy a base di spogliarelli e diverse scene ad alta gradazione erotica sotto le lenzuola. Un rapporto sessuale tra la Andress e Del Prete, un sexy bagno in piscina con il nipotino che la spia, palpate di sedere da parte del malato, furtive carezze sulle gambe, un sensuale strip in camera del nipotino e la prima notte di nozze che fa morire lo zio alla vista di tanta bellezza. Mariano Laurenti prende ad esempio per Gloria Guida la mise da infermiera vestita di bianco, giarrettiere, biancheria intima e calze bianche. Daniele Vargas è bravo come sempre a interpretare un ex militare che si eccita soltanto sotto il fuoco dei bombardamenti e mentre vede film di guerra. “Il cannone non spara più”, afferma Pisu. “Si guardano sempre questi film pornografici”, ironizza Toffolo davanti a una pellicola bellica che scatena l’eccitazione di Vargas.

 

 

La parte sexy del film è realizzata anche con l’esibizione delle grazie di Francesca Paluzzi (moglie di Del Prete) e di Carla Romanelli (cameriera), che si danno un gran da fare come comprimarie di lusso. Duilio Del Prete non è l’attore migliore che avrebbe potuto interpretare la parte del nipote maneggione, ma se la cava abbastanza bene. Jack Palance recita con la sua voce la parte dell’americano, ma si vede poco ed è sottoutilizzato. Lino Toffolo è molto bravo nella consueta caratterizzazione dell’ubriaco e interpreta alcuni siparietti comico erotici insieme alla Romanelli. Non ci sono docce in questa commedia sexy, ma non mancano le consuete scene di visioni rubate e l’immedesimazione con lo spettatore si realizza attraverso interes- santi soggettive. Vargas spia la cameriera, il nipotino osserva la Andress in piscina, la vede pure amoreggiare con Del Prete, toccate furtive sotto tavoli e poltrone completano il quadro. Una parte molto divertente vede Duilio Del Prete ironizzare sulla commedia sexy mentre insegna alla Andress come eccitare il malato. “Non hai mai visto un film sexy?”, domanda. La scena cult del film resta lo spogliarello di Ursula Andress in camera del ragazzino che ha ispirato analoghe situazioni di pellicole successive. Lo strip è molto sensuale, l’infermiera sfila calze bianche, scarpe, slip, resta nuda ed entra nel letto, mentre il ragazzino tenta di spegnere la luce ma lei accende ancora. Il nipotino cerca di calmarsi recitando le formazioni di calcio ma alla fine cede di fronte alla bellezza travolgente della Andress. Un’altra sequenza molto ben fatta è quando sembra che la Andress pratichi una fellatio al vecchio zio e invece sta solo pulendo le scarpe.

 

I figli non si toccano (1978)

I figli non si toccano (1978) è un film minore di Nello Rossati, che dopo il successo de L’infermiera si prende un paio di anni di pausa prima di tornare a fare cinema. La pellicola è firmata con lo pseudonimo di Nello Ferrarese ed è atipica nella produzione di Rossati, che per una volta abbandona l’erotico e si dedica a un film sulla camorra. I figli non si toccano è una sorta di sceneggiata napoletana che porta alla ribalta un boss buono (Pino Mauro) che cerca di salvare il figlio avuto dalla ex moglie (Anna Melita) rapito da un perfido bandito. Il film è piaciuto a Giovanni Buttafava che parla di ironia popolana e intelligente esempio di trasposizione al cinema della sceneggiata napoletana (Il patologo).

 

Le mani di una donna sola (1979)

 

Nello Rossati torna al dramma erotico sullo stile Bella di giorno moglie di notte e La gatta in calore con Le mani di una donna sola (1979), che si avvale dell’interpretazione soft di Marina Frajese poco prima del lancio nel circuito a luci rosse.
La Frajese interpreta una contessa lesbica che ospita nel suo albergo uno scrittore in crisi (Vanni Materassi) e sua moglie (Bibi Cassinelli). La serva (Cristiana Borghi) è l’amante della contessa, ma al tempo stesso si diverte a provocare sessualmente i malati di mente di una vicina clinica. La pellicola è molto spinta, alcune scene sono ai limiti dell’hard, soprattutto il rapporto lesbico iniziale tra la Frajese e la Borghi. Assistiamo a una scena di doppia masturbazione che non ha eguali in altri film erotici e che non troviamo mai nella commedia sexy. La Borghi si supera in una nuova sequenza torrida con un matto in camicia di forza, quando resta nuda e si fa praticare un prolungato cunnilingus. In un’altra parte fa l’amore con il matto cavalcandolo dopo avergli afferrato il sesso.

 

Cristiana Borghi

 

Lo scrittore è in crisi perché la moglie non vuole avere rapporti sessuali normali, si fa penetrare solo con un fallo d’avorio e rifiuta il coito vaginale. Tutto perché il marito l’ha costretta ad abortire un figlio che sarebbe nato malato. Lo scrittore si fa irretire dalla cameriera, fa l’amore con lei sopra una sedia, ma la moglie si vendica e va a letto con la contessa. Lo scrittore si sblocca e comincia a scrivere un nuovo romanzo che parla della sua vita, dei problemi coniugali e dei matti che ogni giorno vede sulla spiaggia vicina. A un certo punto obbliga la moglie ad avere un rapporto sessuale ed è la medicina giusta per guarirla, come aveva consigliato un amico medico. Il finale è drammatico e a tratti ricorda un thriller orrifico. La contessa litiga con la serva, la fa cadere dal balcone sui sassi della spiaggia, la crede morta, ma non è così, sarà un matto innamorato di lei a risvegliarla. I malati di mente scappano dall’ospedale, entrano in casa della contessa e in una macabra scena finale le tagliano le mani a colpi d’accetta.

Le mani di una donna sola è un buon film ricco di sequenze erotiche eccessive e condito di perversa malizia. I dialoghi non sono il massimo, soprattutto quando un medico tenta di spiegare come nascono i bambini “subnormali” e quando la Frajese e la Cassinelli discettano sulla differenza tra erotismo e pornografia. L’interpretazione degli attori non è così pessima come dicono alcuni critici. Marina Frajese è credibile nelle sequenze omosessuali e in alcune parti di masturbazione. Cristiana Borghi è molto sensuale e maliziosa. Vanni Materassi è un credibile scrittore in crisi. Bibi Cassinelli fa il suo dovere come moglie traumatizzata. La pel- licola è ambiziosa, costruita con una sceneggiatura complessa, ma affronta con intelligenza tematiche difficili. I malati di mente sono esseri allucinati che ridono, giocano, si eccitano e si lasciano andare alla violenza come bambini feriti nella loro intimità più profonda. I rapporti erotici tra coppie che si sconvolgono nella quiete di un albergo sul mare sono analizzati bene da Rossati che non lascia niente in superficie.

 

Una donna di notte (1979)

 

Una donna di notte (1979) è una pellicola erotica scritta e sceneggiata dal regista con la collaborazione di Roberto Gianviti e Paolo Vidali. Sandro Mancori realizza una fotografia flou con numerosi parti oniriche e Gianfranco Plenizio compone una suggestiva colonna sonora. Tony Rossati non sbaglia niente come scenografo e costumista, mentre Adalberto Ceccarelli cura a dovere il montaggio. La pellicola è il trionfo di Lorraine De Selle come sensuale protagonista che irretisce un diligente Otello Belardi, che veste i panni dello scrittore in crisi. Daniele Vargas è un credibile editore tiranno che obbliga il suo autore a scrivere per la collana erotica “I libri che si leggono con una mano sola”. Nel cast c’è pure il transessuale Ajita Wilson che si fa notare in una bella parte onirica con Lorraine De Selle. Lo scrittore si ispira costruendo una doppia vita alla affascinante vicina di casa che spia dalla finestra del suo appartamento. Lorraine De Selle esce ogni giorno alle nove e trenta e presta il fianco alle fantasie dello scrittore che immagina per lei incontri di vario tipo. La protagonista delle sue avventure è guidata da una bestia immonda che la spinge a provare ogni tipo di rapporto erotico. Ricordiamo una De Selle molto sensuale con colbacco bianco, irretita da Ajita Wilson che balla nuda e si destreggia in un’intensa scena lesbica. Sono tutte fantasie oniriche dello scrittore che immagina un uomo insoddisfatto tra le due donne e subito dopo un nano con un pene mostruoso.

Il film è strutturato su un continuo alternarsi di realtà e fantasia, ben riuscito, recitato con ironia e spesso divertente. Il protagonista è ancora una volta uno scrittore in crisi, ma siamo ben lontani dalle atmosfere cupe e angoscianti de Le mani di una donna sola. Lo scrittore deve finire il lavoro in pochi giorni, manda via persino la puttana che riceve una volta a settimana, perché ha poco tempo. Rossati ironizza sull’erotismo, genere che pratica come regista, lo fa definire zozzeria dalla prostituta. “Ho cambiato genere perché devo magiare”, si difende lo scrittore, che si è fatto venire l’ulcera perché non scrive le cose che vorrebbe.

Giulio Cassani è il dottor Di Giulio, il principale di Bianca Maria nella finzione romanzesca, che incontra la sua amante sulla spiaggia di Ostia. Rossati realizza una parte romantica volutamente sopra le righe, musicata da Plenizio con un sottofondo drammatico, durante la quale la ragazza e il compagno si rincorrono sull’arenile. Cassani pesta una cacca, la sequenza comica sdrammatizza la tensione mentre la De Selle incontra un ruvido pescatore e si concede alle sue voglie. Una nuova parte erotica mostra il pescatore che sodomizza la ragazza sopra una rete da pesca. Rossati cita e mette in ridicolo la letteratura erotica stile Emanuelle, quando fa dire allo scrittore che Bianca Maria avrebbe dovuto toccare il fondo per risorgere. Il romanzo procede verso la vittoria della donna sulla bestia immonda, ma soltanto dopo aver toccato davvero il fondo. Lo scrittore incontra la vicina di casa al bar, diventano amici, si rende conto che entrambi sono divorziati, la invita a casa e finiscono a letto insieme. Molto bella la parte in cui lo scrittore versa da bere e la donna resta nuda sopra una sedia in attesa. “Abbiamo già rotto il ghiaccio”, dice. La De Selle conduce il gioco, l’erotismo è mitigato dall’ironia, perché mentre lecca con passione il corpo dell’uomo spuntano i calzini blu e gli slip ancora da sfilare. “Non ero preparato. Credevo che le cose andassero così solo nei romanzi”, conclude lo scrittore che va in bianco e si addormenta. In compenso trova il finale per il romanzo, perché sogna Bianca Maria che taglia il pene del suo uomo con un colpo di rasoio e si spalma il sangue sul corpo. Una parte onirica di taglio splatter, ancora una volta salvata dall’ironia. “Bella figura di merda. Però ho trovato il finale”, conclude lo scrittore. Adesso può far toccare il fondo al personaggio, che nella realtà è erotico come nella fantasia, ma lui non è all’altezza.

 

Lorraine De Selle

 

Nello Rossati si conferma autore interessante e confeziona insieme a Roberto Gianviti e Paolo Vidali una storia dai risvolti torbidi che si avvale della interpretazione di una stupenda Lorraine De Selle, nuda quasi quanto in Vacanze per un massacro (1979) di Fernando Di Leo. La produzione impone il sottotitolo Porno romanzo d’amore e in seguito lo riedita come I porno giochi di una donna di notte, per vendere il prodotto a un pubblico in cerca di visioni proibite. Non solo. La frase di lancio grida: “Con Lorraine De Selle, la nuova pornodiva del cinema francese, parteciperete ai giochi più proibiti ed eccitanti!”. Altri tempi… In realtà si tratta soltanto di un film ironico che gioca sul registro fantasia-realtà, sui sogni proibiti di un uomo frustrato e sul suo immaginario erotico. Una donna di notte può essere letto anche, come fa Mereghetti, come una gustosa parodia dell’erotismo casereccio ormai scomparso e come un contrasto tra squallore quotidiano e fantasie fiammeggianti.

 

Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979)

 

Un altro film per cui si ricorda Nello Rossati è Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979), uno dei pochi esempi di horror ironico e grottesco girati in Italia. La pellicola fa venire a mente precedenti lavori come Il mostro è in tavola… Barone Frankenstein (1973) e Dracula cerca sangue di vergine e morì di sete (1974) della coppia Margheriti – Morrissey su idea di Andy Warhol. A mio parere anticipa pure lavori come Dellamorte Dellamore (1993) di Michele Soavi, per il personaggio del becchino, per l’ambientazione cimiteriale in un piccolo paese e per il tema ironico a base di zombi.

Io zombo, tu zombi, lei zomba è una pellicola realizzata con poche lire a Palombara Sabina, tra il cimitero del paese e il Motel Silvan, ma piena di idee originali e divertenti. Tra l’altro molte sequenze sono girate nella medesima location de La nipote: si veda la parte iniziale che si svolge in una strada sterrata tra due filari di cipressi. Il cast è eccellente. Renzo Montagnani, Cochi Ponzoni, Duilio Del Prete e Daniele Vargas (attore feticcio di Rossati) sono quattro surreali zombi. Nadia Cassini dà un tocco di sensualità esotica nella parte di una svampita (non doppiata) che conquista la scena dimenando il sedere. Gianfranco D’Angelo è un malato cronico, mangia poco, parla con un fil di voce e trascina a fatica le gambe per le scale dell’albergo. Ghigo Masino è uno psicopompo toscano dalla comicità spontanea e irresistibile. Tullio Solenghi è uno zombi burino riportato in vita da un bambino terribile, figlio di una dispotica Anna Mazzamauro impegnata in un ruolo simile a quello che la rende famosa nella serie Fantozzi.
Il commento di Renzo Montagnani sul film è ingeneroso: “Una cazzata! Rossati, per me, non è un bravo regista e poi non c’era il becco di un quattrino…”.

Io zombo, tu zombi, lei zomba è un film originale e divertente, una commedia horror insolita nel panorama italiano, girata con povertà di mezzi, ma da riscoprire per la brillantezza delle trovate comiche. Tutto parte da un libro horror che il becchino (Renzo Montagnani) legge a voce alta pronunciando un ridicolo rito vudù (“Io zombo, tu zombi, lei zomba salta fuori dalla tomba!”) che fa rinascere come morti viventi Cochi, Vargas e Del Prete. Per lo spavento muore anche Montagnani e allora gli zombi lo riportano in vita con il medesimo rito. “Siamo tutti zombi!”, grida Montagnani con la sua inconfondibile verve ironica che gioca con i registri dell’eccesso. Il romanzetto horror serve da guida per ciò che devono fare, i quattro morti viventi comprendono che devono camminare lentamente e mangiare carne umana. Gli attori sono truccati da morti viventi con profonde occhiaie, viso pallido e colore cadaverico. Vargas continua per tutto il film a prendere sonore testate e sfoggia grandi bernoccoli sulla fronte.

I quattro decidono di gestire il motel della zia di Cochi (che muore d’infarto appena vede il nipote morto) per mangiare i clienti. Sono troppo lenti nei movimenti e se non tendono un agguato per catturare le prede rischiano di morire di fame. La parte migliore del film è proprio questa, perché arrivano gli ospiti e danno vita a numerose situazioni comiche. La pellicola è girata quasi completamente in interni per fare economia, molto teatrale e basata sulle gag e sulla bravura degli attori. Ghigo Masino porta un tocco di toscanità alla storia (“Chi non piscia in compagnia o è un ladro o una spia!”), tra ricordi di vita militare, sbornie in compagnia e sospetti di omosessualità sugli zombi che in realtà vorrebbero solo mangiarselo. I nostri zombi sono dal cuore tenero e alla fine non si mangiano nessuno. Lo psicopompo diventa troppo amico, il bambino è piccolo (pure se tremendo e Vargas lo divorerebbe volentieri), un altro cliente è malaticcio…

Arriva Nadia Cassini, perfetta svampita vestita di rosso che ancheggia e sorride a tutti, con l’amante e il marito morto nella bauliera dell’auto. “Che culo ragazzi! Un po’ di sale, un po’ d’olio ed è meglio dell’insalatina di campo!”, dice Masino in perfetto toscano. Duilio Del Prete la vorrebbe mangiare ma alla fine decide che è meglio fare sesso con lei. “Com’è da zombi?”, chiede Montagnani. “Le dirò, sarà il rigor mortis, ma non è mai andata così bene…”, risponde Del Prete. “Finché c’è morte c’è speranza”, è la filosofica conclusione di Montagnani.

Nadia Cassini porta una ventata di sensualità alla pellicola, si ricorda una bella mise in babydoll nero di pizzo sul letto e un abito rosso molto attillato. Il morto nella bauliera è Solenghi, marito cornuto della Cassini, riportato in vita dal bambino terribile che legge il solito romanzo horror con il rito magico. Da ricordare lo zombi ciociaro interpretato da Solenghi che si muove barcollando e dice: “So’ burino”! So’ bu- rino!”, ma anche la scena in cui si getta dal tetto per far vedere che è uno zombi e si rimette in sesto avvitandosi la testa al tronco. È proprio Solenghi a convincere i colleghi zombi che il libro di Montagnani racconta un sacco di balle e tutti insieme si mettono a mangiare fettuccine e a bere vino. Non è vero che gli zombi devono magiare carne umana e nemmeno che sono obbligati a camminare lentamente.

Completa il quadro una sensuale danza di Nadia Cassini, pure lei zombizzata, convinta dal padrone Montagnani a spogliarsi e a muovere il sedere sul tavolo del ristorante. La parte finale del film è una graffiante parodia di Zombi (1978) di George Romero, perché i nostri morti viventi si barricano in un supermercato per scappare all’assedio della polizia e degli uomini che vorrebbero eliminarli. “Come in un film che ho visto, solo che gli zombi erano fuori e i cristiani dentro”, dice Cochi. “Era un film d’autore?”, domanda Vargas. “No, era un film di merda!”, conclude Montagnani. Tutto molto divertente, soprattutto per la citazione al contrario della pellicola di Romero sceneggiata da Dario Argento. Gli uomini sono fuori dalla vetrata e sembrano mo-stri con i volti schiacciati ai vetri. A un certo punto cade l’olio per terra e gli uomini si muovono lentamente proprio come fossero zombi.

 

Nadia Cassini

 

Il finale è a sorpresa, perché era tutto un sogno di Montagnani, suggestionato dalle letture horror e dal lavoro di becchino. Vediamo che Nadia Cassini è la sua attrice preferita perché tiene il poster di Playmen nell’armadio dello spogliatoio, Vargas è il sindaco del paese, Del Prete, Cochi e Masino sono tre psicopompi, D’Angelo è il morto da sotterrare, Solenghi è il prete e il bambino terribile è il suo chierichetto…
Quando Montagnani scava la fossa per seppellire il morto si verifica un incidente identico a quello del sogno. Tutto pare accadere anche nella realtà, Montagnai non lo sopporta e si dà alla fuga abbandonando il lavoro.

Non condivido la durezza di Mereghetti che parla di farsa horror, anemica, casereccia, ripetitiva e deprivata degli ingredienti forti del genere. Io zombo, tu zombi, lei zomba è un film intelligente, ironico e divertente che gioca sugli archetipi del cinema dell’orrore e li mette in ridicolo.

 

La fine del cinema di genere

La carriera di Rossati prosegue con Fuga (1984), scritto da Franco Reggiani, ma il cinema di genere può dirsi finito e anche un regista valido non trova produttori disposti a rischiare. Fuga è una pellicola italo colombiana che racconta la storia di un prigioniero politico (Rodrigo Obregon) che evade e prende in ostaggio la figlia (Eleonora Vallone) di un uomo molto ricco. A questo punto si innesta il dramma erotico, il tipo di cinema che Rossati sa fare meglio. L’uomo in fuga violenta la donna, la rende sua schiava e genera un desiderio di vendetta che si scatena nel finale.
Mereghetti definisce il film un fumettaccio pieno di erotismo sudaticcio e animalesco con personaggi di interesse nullo. La produzione inserisce il sottotitolo Fuga scabrosamente proibita per puntare sulle grazie della procace Eleonora Vallone, unico motivo per vedere ancora la pellicola.

Come tutti i registi del defunto cinema di genere, Rossati approda alla televisione con il trascurabile Il televisore (1985), un film per il piccolo schermo che non rappresenta la sua vecchia cinematografia.

Un esperimento interessante sarebbe Django 2 – il grande ritorno (1987), ma Rossati non è il regista più adatto per rinverdire lo spaghetti-western, genere che non ha mai praticato e che pare ormai fuori dal tempo. Rossati, che si firma Ted Archer, dispone di un cast grandioso: Franco Nero, Licinia Lentini (si fa chiamare Licia Lee Lyon), Christopher Connelly, William Berger, Donald Pleasence, Rodrigo Obregon, Roberto Posse, Alessandro Dichio e Mickey Bill Moore. L’idea è bella, viene rimandata per anni, ma quando esce la pellicola è un fiasco colossale, nessuno se la fila, forse perché non si sente il bisogno di vedere ancora western. Django 2 – il grande ritorno segue Tex e il signore degli abissi (1985) di Duccio Tessari e doveva essere affidato a Sergio Corbucci per riportare in auge un genere e un personaggio amato dal pubblico. Il flop del film di Tessari convince Corbucci a non farne niente, ma l’operazione viene affidata a Nello Rossati che ne esce fuori piuttosto male. Django è interpretato ancora da Franco Nero, in questo film esce di convento, va alla ricerca della figlia rapita e si ritrova nel bel mezzo della giungla colombiana. A un certo punto pare di vedere un film filippino girato da Margheriti o Mattei, inutile, con poca inventiva, destinato all’insuccesso. Per Mereghetti si tratta di un western pieno di luoghi comuni che sarebbero già stati scontati ai tempi del primo Django (1966) di Sergio Corbucci.

Nello Rossati conclude la sua carriera di regista con due film che nessuno ha visto come Cancellate Washington (1987) e Top line (1988). Credo che si tratti di due titoli, citati dal Dizionario dei registi italiani edito da Gremese, che non hanno mai avuto una vera e propria distribuzione italiana.

La piccola storia del cinema di genere italiano ricorderà Rossati come il regista che ha lanciato Ursula Andress in un film memorabile come L’infermiera e che ha saputo sfruttare al meglio la bellezza di Orchidea De Santis in un erotico-campagnolo come La nipote. Non solo. Rossati pratica con costanza e perizia il melodramma erotico e per primo prova a realizzare una gustosa parodia del genere horror.

Tutto sommato un regista da riscoprire.

 

Nello Rossati

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