LA NASCITA DELLA SCUOLA DEL FUMETTO AVVENTUROSO IN ITALIA

i primi fumettisti italiani

Il sottotitolo de L’Avventuroso inizialmente è “Grande settimanale d’avventure”, con il numero 31 del 1935 diventa “Grande settimanale per tutti”. L’editore Mario Nerbini avverte la necessità di rimarcare che il suo target non è solo adolescenziale, ma anche adulto, per cercare di parare i prevedibili colpi dell’establishment moralista.
Lo stesso Nerbini pubblica, sempre nel 1935, un trafiletto in cui dichiara esplicitamente che L’Avventuroso si rivolge non solo e non tanto ai ragazzini, ma ai tanti “giovanotti e signorine” che frequentano le edicole.


Resta il fatto che la grandissima maggioranza dei lettori appartiene alla fascia di età dai dodici ai sedici anni: sono i più controllati da genitori, educatori, sacerdoti, capi delle organizzazioni del Partito fascista, che si faranno presto sentire…

I primi fumetti avventurosi italiani

Mario Nerbini, nel corso del 1935, pubblica su “L’Avventuroso” anche alcune storie di produzione italiana. Può sembrare strano che in un settimanale ridotto a sei pagine (sia pure di grandissimo formato) venga “sprecato” spazio prezioso per dei fumetti destinati a soccombere nell’inevitabile confronto con i mostri sacri d’oltreoceano. Ma Nerbini non è uno sprovveduto: così facendo prepara il terreno per eventuali forzate sostituzioni, oltre a fornire al giornale qualche paravento ideologico.

Già sul primo numero de “L’Avventuroso” sono apparse due storie italiane: Dal deserto alla giungla di Paolo Lorenzini e Giorgio Scudellari, e Il cacciatore di serpenti di Corrado Sarri. Entrambe didascaliche, sono però ben diverse tra loro per il segno grafico: quello di Scudellari, come abbiamo già visto, è vicino a certi modelli americani; quello di Sarri è irrimediabilmente attardato, addirittura ottocentesco. Con il 1935 entrambi gli autori vengono evidentemente invitati ad adottare i fumetti, ovvero le “nuvolette” abbandonando le classiche didascalie. Sarri, ne Lo spettro di Stoccolma, non si adegua, e disegna curiosi balloons ibridi.


Caso opposto è quello di Scudellari, che ne Il richiamo della Giungla usa con una certa disinvoltura (come d’altronde fa o ha già fatto sul Topolino Supplemento) le convenzioni del linguaggio a fumetti.


Scudellari disegna (e probabilmente scrive) anche I naufraghi dell’ “Anna Maria”.

E, sempre nel 1935, Il leone bianco, chiaramente ispirato a Jim della Giungla di Alex Raymond.

Altro autore italiano pubblicato nel 1935 su L’Avventuroso è Guido Moroni Celsi. Classe 1885, è il più anziano della prima generazione dei nostri autori. Ha pubblicato già alcune tavole di protofumetti sul Corriere dei Piccoli, su Il Balilla e su altre testate minori, ma è solo su L’Avventuroso che si cimenta con la nuova forma d’espressione. Con Il negriero (e con Ulceda, primo western italiano, pubblicato più o meno in contemporanea sul mondadoriano I Tre Porcellini) è già molto vicino, per ambientazione e disegno, al ciclo salgariano che realizzerà per Topolino dal 1936.


Al contrario di Sarri, Moroni Celsi è “ottocentesco” nelle ambientazioni e per un certo profumo generale, ma è pienamente moderno per linguaggio grafico. Moroni Celsi ha il discutibile onore di disegnare, su testi di Emilio Fancelli, la prima storia a fumetti di propaganda fascista, ovvero La prigioniera del Ras.

Il 1935 è l’anno della Guerra d’Etiopia: il 3 ottobre, il maresciallo Emilio de Bono, al comando di 100mila italiani e di un nutrito numero di truppe indigene, gli ascari, si muove in territorio etiopico dalle basi eritree. La macchina propagandistica italiana si è già messa in moto dalla fine del 1934, dopo gli incidenti di Gondar e di Ual Ual.

Ma l’autore più aggressivo, quello che cerca, con qualche risultato, di imitare gli americani anche sul campo dell’azione e della rappresentazione della violenza, è Giove Toppi. Anch’egli non giovanissimo (è nato nel 1889), evoca atmosfere più “americane” con La regina dei pirati, la cui protagonista è un’antieroina vagamente femminista che curiosamente ricorda da vicino la Dragon Lady di Milton Caniff, comprimario della serie di Terry And The Pirates, che esce proprio in quei mesi negli Stati Uniti.

Toppi è abile anche in curiose commistioni tra “avventura” classica e umorismo, certo di grana grossa, come in Una donna a bordo.

Più convenzionale è la storia Il dramma del sottomarino H-47, che comunque anticipa alcuni temi tipici dei fumetti bellici di sette-otto anni dopo, e perfino di certo cinema “eroico” nostrano e pre-neorealista di Francesco de Robertis, sul tipo di Uomini sul fondo (1941).

Il parco autori italiani di Nerbini, nel 1935, è completato da Gaetano Vitelli, certo dal segno grafico elementare, ma con una sua carica popolana non del tutto disprezzabile.


Carlo Cossio
, classe 1907, è da tempo collaboratore di Nerbini: per il settimanale umoristico Il 420, nel 1928, ha disegnato un supplemento a protofumetti, Le avventure aviatorie di un Balillino, che si può considerare il primo albo a fumetti italiano, ben cinque anni prima di Topolino contro Wolp. Su L’Avventuroso si cimenta anche con il genere realistico.

Carlo Cossio, insieme al fratello Vittorio, avrà un… laborioso futuro, nel Fumetto italiano, dopo il 1938.

Questi, pubblicati nel 1935, sono i primissimi fumetti italiani per ragazzi (e non solo). Di analogo, nel 1935, ci sono solo le storie pubblicate su L’Intrepido, indirizzate a un pubblico diversissimo e comunque numericamente assai inferiore a quello de L’Avventuroso. Già adesso, nonostante l’ingenuità e il livello artistico certo non eccelso, indicano chiaramente quale sarà la caratteristica saliente del fumetto italiano: forme e linguaggio grafico di derivazione americana, ma temi e personaggi derivati dal feuilleton europeo e dalla narrativa popolare delle “dispense”.

Resta il fatto che, almeno qui, su L’Avventuroso, gli italiani fanno poco più che da tappabuchi. Gli americani, senza eccezioni, sono su un altro pianeta.

I limiti dei fumetti americani nell’edizione italiana

 

Qualche nota sulle traduzioni nerbiniane. Si tratta di versioni approssimative, con vari errori di interpretazione e perfino grammaticali e di ortografia. I toscanismi popolari si sprecano, da “chiappatelo!” a “costì”: forse Mandrake, se Federico Fellini avesse dato seguito al suo progetto di trasporlo in film, per rendere i ricordi del regista avrebbe dovuto parlar fiorentino…

Alex Raymond continua con il suo incredibile tour de force, anche se accusa qualche colpo: interrompe per un breve periodo Jungle Jim, che comunque riprende con una cura maggiore dei testi e con tavole sontuose.

Per un breve periodo si fa sostituire da Allen Dean (grazie, Fortunato Latella!) per X-9.

Purtroppo, la stampa nerbiniana, di grande fascino, mostra i suoi limiti quando ha a che fare con il tratto fine a pennino, e ancor di più con le ombreggiature realizzate in punta di pennello. Possiamo confrontare una tavola di Flash Gordon de L’Avventuroso con la patinata originale, pubblicata in un precedente articolo.

Ma ancora più illuminante è un confronto fra una striscia di X9 e l’originale a china di Alex Raymond.

Infine, per concludere in bellezza l’annata 1935, alcune tavole di Mandrake di Lee Falk e Phil Davis, in cui appare anche il malefico Cobra.

Questo è l’ultimo numero de L’Avventuroso del 1935.

Il periodo felice di Flash Gordon

I giorni d’oro de L’Avventuroso si arresteranno bruscamente nell’autunno del 1938, con i provvedimenti censori del Ministero della Cultura Popolare, ma per adesso non ci sono nuvole in vista. Anzi, Mario Nerbini può addirittura permettersi di ridurre le pagine da otto a sei, a partire dal numero 61 del 1935, lasciando invariato il prezzo. La ridotta foliazione durerà fino al n. 84.


L’Avventuroso a sei pagine, un unico grande foglio ripiegato in tre, continua a proporre i suoi pezzi da novanta americani della scuderia King Features Syndicate. La stella di prima grandezza resta Flash Gordon di Don Moore e Alex Raymond. Nerbini continua a impaginare le tavole domenicali in modo sostanzialmente corretto, sia pure con vari “allungamenti” di vignette, per adattarle al diverso layout del settimanale.


Alex Raymond, come abbiamo già visto negli articoli precedenti dedicato a L’Avventuroso, sperimenta varie tecniche di inchiostrazione, dal pennino al pennello. La sua fama si allarga a dismisura, in patria e all’estero. A ventisei anni è già un maestro universalmente riconosciuto e influente, con moltissimi seguaci. Eccolo, in una foto di questi anni trenta pescata in rete.

Nel 1935, Raymond continua a disegnare, praticamente senza assistenti, una intera pagina domenicale (con Flash Gordon e il suo topper Jungle Jim) e una serie quotidiana, Secret Agent X-9. È un tour de force che non potrà sopportare a lungo, come vedremo.

La stampa de L’Avventuroso arranca un po’ in questi mesi, e non rende pienamente giustizia al capolavoro di Raymond. Peraltro il leggendario giornalone di Nerbini resterà, per un tempo lunghissimo, la migliore edizione al mondo di Flash Gordon: pur con tutti i suoi difetti, propone, quasi senza lacune, tutta la produzione dall’inizio al 28 luglio 1938, in grande formato e con buoni esiti tipografici.

Attenderemo gli anni sessanta del Novecento per avere la discutibilissima edizione dei Fratelli Spada e il decennio successivo per quella in bianco e nero della Nostalgia Press (da noi Garzanti) e per le stampe amatoriali italiane del Club Anni Trenta e della Comic Art. La prima ristampa americana integrale e con i colori originali, di qualità comunque non eccezionale, uscirà per la Kitchen Sink addirittura negli anni novanta.

La saga prosegue, fra principesse-dark ladies e regni in guerra, mostri rococò e astronavi belle e impossibili, in un allegro caos narrativo. Ma alla fine del 1936 inizia a farsi strada una trama più strutturata e coerente. Flash Gordon diventa progressivamente il catalizzatore di una rivolta dei regni del pianeta Mongo contro il brutale dittatore Ming, lo spietato: il riferimento ai regimi totalitari (tra cui l’Italia mussoliniana!) è tutt’altro che velato.

A metà circa del 1936, L’Avventuroso inizia a pubblicare l’episodio “sottomarino” di Gordon, Il mare del mistero. È un momento particolarmente felice della saga, sia dal punto di vista narrativo che grafico. Un esempio della versione originale, preso dall’edizione Kitchen Sink prima rammentata, rende evidenti sia i pregi sia limiti tipografici della stampa nerbiniana.

L’età d’oro di Mandrake

 

All’inizio del 1936, Mandrake il mago di Lee Falk e Phil Davis (produzione in daily strips) entra nel suo periodo migliore. Termina Il mostro del passo di Tanov, storia horror che
(come abbiamo già visto nell’articolo dedicato al mago) è chiaramente ispirata al film Frankenstein di James Whale.


Ma il meglio di sé, la coppia Falk-Davis lo dà con la storia successiva, Il cammello d’argilla, che Nerbini, ne L’Avventuroso di nuovo a otto pagine, stampa in un suggestivo bicolore. È un mix ancora insuperato fra eleganza del disegno (a pennello) e pathos drammatico, stemperato da un’irresistibile autoironia.

Il “cammello d’argilla” è Saki, secondo “arcicattivo” (dopo Il Cobra) della saga di Mandrake: genio del crimine, trasformista nella migliore tradizione ottocentesca, è invisibile agli stessi lettori e quindi sottilmente inquietante.

Ha scritto Carlo Della Corte, oltre quarant’anni fa: “La levità, la grazia di Mandrake, personaggio ottimista, aereo, sorridente, persino fatuo, con quell’abbigliamento da avanspettacolo e quel servitore negro e obbediente alle costole, degno di un principe del deserto, irrompe con tutta la sua freschezza nella prima di queste avventure, L’uomo del mistero. Phil Davis ci appare ancora esitante, il suo disegno ha una stilizzata e approssimativa eleganza, si sente che la penna non è soddisfatta, che Mandrake ha una faccia da definirsi”.


“Eppure è innegabile che il fascino di Phil Davis è tutto o quasi in queste prime avventure, in cui resta lontano dal realismo, al quale si approssimerà per gradi più tardi. Mandrake ha una partenza del tutto surreale, anche graficamente: la coppia Lee Falk (soggettista) e Phil Davis tiene conto del romanzo dell’orrore in molte pieghe del racconto, e persino nelle scenografie cupamente esaltanti del reame del Cobra, che arieggiano quelle del classico castello di Otranto”.
(Carlo Della Corte, Il misterioso Mandrake, Eureka Pocket, 1969).

Non riesco a trovare la citazione (forse è in un’intervista a un rotocalco, chissà) ma lodi altrettanto belle a Mandrake sono quelle di Paolo Poli. Il grande attore e uomo di cultura, parlando della creatura di Falk e Davis disse più o meno, molti anni fa, che per lui rappresentava la quintessenza del vivere civile, intendendo con ciò un’estetica opposta a quella militare. Poli ricordava, in quell’intervista, che quando i suoi coetanei impazzivano per armi e astronavi, lui amava la classe, l’ironia, l’intelligenza di Mandrake.

Sorge il dubbio che le peraltro benemerite case editrici americane, ancora non abbiano ristampato Mandrake per la figura di Lothar e per altre sortite “politicamente scorrette”. Ma è troppo facile, oggi, accusare di “razzismo” Lee Falk: quello degli anni trenta è un altro mondo, ormai diversissimo dal nostro anche per il sentire comune.

I polizieschi de L’Avventuroso

Alcuni dei più interessanti episodi di Jim della Jungla di Alex Raymond (Jungle Jim, il topper di Flash Gordon), soprattutto dal lato grafico, appaiono su L’Avventuroso in questo periodo. Curiosamente, la riproduzione delle tavole di Jim è più fedele, rispetto a quella del personaggio principale, probabilmente perché c’è meno opera di adattamento e di ritocco. Notate la cancellazione dei copyright e di gran parte delle firme, ma il mantenimento delle date delle Sundays (pubblicate due per pagina).

Si può dire che i fumetti de L’Avventuroso, in questo periodo, siano prevalentemente “gialli”, o comunque polizieschi. Nel 1936 appaiono anche le ultime storie dell’Agente segreto X-9 (Secret Agent X-9) disegnate da Alex Raymond, prima del passaggio di consegne a Charles Flanders. Le sceneggiature sono forse un po’ deboli, ma il disegno è ai massimi vertici, soprattutto in quanto a eleganza del tratto a pennino. Notate che le firme di Raymond, nelle strisce, non sono state cancellate.


Abbiamo già visto Red Barry di Will Gould, nella versione “domenicale”, su La Risata del 1935. Mario Nerbini, facendo il percorso inverso al suo solito, corre ad acquistare le strisce giornaliere del personaggio, che ribattezza Bob Star e inizia a pubblicare su L’Avventuroso dal numero 79 del 12 aprile 1936.

Red Barry-Bob Star, come scrivo anche nel primo articolo dedicato a La Risata, è un fumetto notevole per molti aspetti. A differenza di Raymond, ma anche di un po’ tutti gli autori comics “naturalistici” degli anni Trenta, con la possibile eccezione di Lee Falk, Will Gould immette nelle sue strisce una forte dose di umorismo beffardo. Il suo stile grafico si presta bene, perché è una via di mezzo tra quello realistico dominante e la gloriosa tradizione del “pupazzettismo” umoristico-avventuroso americano, di cui alcuni esempi abbiamo visto, ancora, su La Risata.


Ma il grottesco di Red Barry si sposa con la rappresentazione spesso cruda della violenza. In questo è simile al Dick Tracy di Chester Gould, un fumetto decisamente rivoluzionario che resterà inedito in Italia fino al dopoguerra, forse proprio per la sua carica dirompente.


In quanto a realismo, come già sappiamo, anche Radio Pattuglia (Radio Patrol) di Sullivan e Schmidt non scherza affatto. Nella prima metà dell’annata, la serie non appare: è stata infatti spostata da Nerbini su Il giornale di Cino e Franco. Torna su L’Avventuroso con il numero 89, con la storia Gli scassinatori di Casseforti:

Torniamo agli italiani

Gli autori italiani sono anche su L’Avventuroso del 1936. La star di questo periodo è certamente Giove Toppi, che cerca sempre di emulare gli americani con storie accattivanti e un disegno sapido e aggressivo. Le sue storie vengono pubblicate in ultima pagina, una collocazione prestigiosa e impegnativa, visto che deve confrontarsi nientemeno che con Flash Gordon. Si inizia con I naufragatori misteriosi.


Giove Toppi gioca con le luci, con i chiaroscuri (notate l’ultima vignetta, quasi caniffiana!) ma soprattutto con il colore. Sarebbe interessante sapere se la cromia de L’Avventuroso e degli altri giornali nerbiniani era opera di tecnici anonimi oppure se venivano in qualche modo coinvolti anche gli autori. A sentire Mario Nerbini, quasi tutto faceva capo proprio a lui, all’editore.


Quello che segue è un breve passaggio da un’intervista, in parte inedita, rilasciata dall’editore a Franco De Giacomo nel 1967:
Risposta: Io accentravo tutto su me, capisce? Avevo dei collaboratori, ma non prendevano iniziative… Volevo far tutto da me, insomma. Poi guardavo tutti i giornali, davo i soggetti… insomma, facevo tutto da me.
Domanda: Ma, Commendatore, faceva da sé anche l’impaginazione?
R.: Tutto. Andavo nelle tipografie a impaginare…
D.: Pure della traduzione dei testi, si occupava?
R.: No, io non conoscevo le lingue, quindi facevo tradurre. Ma una volta tradotti, io li rileggevo tutti.

Se Mario Nerbini decideva anche la colorazione delle storie, certamente una personalità prorompente come quella di Giove Toppi avrà voluto dire la sua.


Ma il capolavoro (in senso relativo, s’intende) di Giove Toppi è certamente La regina d’Atalanta. Anche questa storia occupa l’ultima pagina del settimanale, che dopo la prima, è quella più importante. I giornalini sono difatti esposti all’esterno dei chioschi fermati a fili di ferro con le mollette da bucato: i ragazzi leggono “a sbafo” Gordon, in copertina, e sbirciano giusto l’ultima facciata del settimanale. È una vetrina, uno stimolo all’acquisto.


Giove Toppi, a suo modo, è sensazionale: coglie subito la novità del linguaggio grafico dei comic americani, li imita nei contenuti (anche nella carica erotica) e negli aspetti formali, con una sfrontatezza miracolosa. Notate come ricopi il Gordon sottomarino di questi stessi mesi. È volgare, plebeo, elementare, ma anche per questo partecipa a pieno titolo dell’estetica del fumetto. Denigrato in passato oltre il lecito (anche da me, certo), è oggi considerato tra gli autori più interessanti degli anni Trenta.


Guardate la fumeria d’oppio, nella vignetta che segue: non c’è qualcosa, a livello di rielaborazione magmatica e viscerale di miti alieni, dell’analoga scena di C’era una volta in America? Giove Toppi, come Sergio Leone cinquant’anni dopo, coglie in modo squisitamente anti-intellettuale l’essenza del Mito americano.


Giove Toppi riduce le suggestioni dell’art déco, dello stile novecento e perfino del cubismo all’estetica da strada delle vetrine dei negozi di barbiere. Ma in questa operazione, squisitamente “fumettistica”, è geniale.

Ci sono altri autori italiani, naturalmente, su L’Avventuroso 1936, alcuni lontanissimi dall’aggressività colorata di Toppi. Guido Moroni Celsi racconta una storia etnografica niente affatto banale, con Il tesoro degli indiani Lupai.


Giorgio Scudellari
prosegue nel suo percorso di tranquillo seguace di Lyman Young con I ricattatori del Borneo e altre storie simili, quasi tutte di ambiente “coloniale”.


Interessante l’esordio di Ferdinando Vichi con Uragano di Fuoco, storia “para-western” il cui disegno è ancora piuttosto crudo ma che lascia già intravedere sviluppi interessanti. Vichi diventerà, dal 1938 in poi, uno degli autori italiani in assoluto più interessanti e prolifici.


(Gli articoli di Giornale POP su L’Avventuroso e gli altri fumetti pubblicati in Italia negli anni trenta sono QUI).

 

1 commento

  1. Articolo interessantissimo di Leonardo Gori (una garanzia) e con le immagini pubblicate stupendamente così da leggerle benissimo. Complimenti, sempre.

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