CON L’AVVENTUROSO ARRIVA IL VERO FUMETTO

AVVENTUROSO

Nel Supplemento di Topolino n. 94b del 14 ottobre 1934 la sesta e ultima pagina è occupata da una strepitosa locandina con la pubblicità de L’Avventuroso, che, stampata a parte, viene appesa dalle edicole.


Questo altro manifesto, piegato in quattro, viene invece inserito nel corrispondente numero del Topolino settimanale (il n. 94).

 

Il primo numero de L’Avventuroso

È il 14 ottobre 1934, da pochi giorni sono riaperte le scuole.
Eccolo finalmente, in carta e inchiostro, il primo numero de L’Avventuroso.

Queste sono le altre pagine del giornale.

Tanto per cominciare niente più strofette in rima o pesanti didascalie (tranne in due casi): solo fumetti moderni.
Niente più storielle per bambini, solo comics per adulti, o meglio per tutti. Ma in Italia manca una cultura dei comics, e il giornalone di Nerbini sembra rivolgersi solo ai ragazzi. Solo avventura, niente umorismo.

Il primo impatto con il fumetto moderno, dopo il sostanzioso assaggio di Cino e Franco, i balilla e gli avanguardisti nostrani ce l’hanno con Flash Gordon di Alex Raymond.

In questa prima tavola, accade di tutto: l’annunciata fine del mondo, un aereo colpito da un meteorite, un rapimento, la partenza di un missile, un atto di violenza…

Il ritmo è forsennato. Esotismo, fantascienza, azione.
Il disegno, benché ancora lontano dalle sontuosità di appena un anno dopo, è quanto di più glamorous si possa immaginare. Ormai chi sta più dietro a settimanali come il Corriere dei Piccoli e Jumbo?

“Un lontano giorno dell’ottobre 1934. – Certo – dice il vecchio distributore romano [Mondini, ndr] – certo che me lo ricordo quel giorno! Dopo pochissime ore, i giornalai si precipitarono qui a chiedere ancora copie del nuovo giornale «L’Avventuroso», che era andato a ruba: una confusione, un terremoto!”
(Sergio Trinchero, “I miei fumetti”, Edizioni Comic Art)


In effetti è proprio come l’effetto della già evocata bomba: il tam tam si propaga con la velocità del vento, tutte le testimonianze che ho raccolto, dagli anni sessanta in poi, sono concordi: il “nuovo giornalino”, come all’inizio è chiamato, va subito esaurito, viene ristampato immediatamente ma è di nuovo esaurito; nel giro di pochi mesi la tiratura sfiora le 500mila copie settimanali!

Mi sembra che, ancora oggi, il giornale parli da sé.
La testata, di Giorgio Scudellari, è un vero e proprio editoriale: sulla sinistra, un nero, un giallo, un indiano, interpretazioni dei tipi contemporanei proposti da Hollywood. Rappresentano l’alterità minacciosa ma anche affascinante, non sono semplici “cattivi” ma incarnazioni dell’esotico ammaliatore. Sulla destra, al posto di un intrepido “avanguardista” o di un eroico balilla, c’è niente meno che un poliziotto americano! Il “buono” è dunque anch’esso esotico, diverso. In questo, senza saperlo, l’ex squadrista Nerbini è corifeo dell’antifascismo profondo: contraddizione tipicamente italiana.
Nel giornale non c’è traccia della cupezza bianco-nera dei rituali dell’Opera nazionale balilla e del Partito nazionale fascista. C’è l’America. I colori, saturi e decisi, sono quelli della tricromia nerbiniana e promettono da subito quel che il giornale offrirà: emozione allo stato puro.

Flash Gordon di Alex Raymond segna un’epoca

 

Forse non è più chiaro quale fu l’importanza di questo settimanale, così tanti anni dopo la sua uscita. Io quella rivoluzione l’ho vissuta di riflesso, fra la metà degli anni sessanta e la fine del decennio successivo, quando i quarantenni di allora “presero il potere” e suscitarono un epocale recupero culturale e di conseguenza una serie di ristampe, anastatiche e non. Era un’eccitazione palpabile, che erompeva all’improvviso dopo essersi alimentata sotto la cenere, per oltre vent’anni, con le modeste riedizioni dei classici americani ad opera di editori quali la stessa Nerbini, Capriotti, Tedeschi e infine i benemeriti Fratelli Spada.

Per intuire la portata della deflagrazione innescata dall’uscita del primo numero de L’Avventuroso, il 14 ottobre 1934, ci può essere d’aiuto una testimonianza di Giuseppe Trevisani, che dice assai meglio di me quel che ho cercato di rimarcare prima.

“In Italia, Gordon, Jim e X-9 arrivarono in quello stesso anno in compagnia della Radio Pattuglia e di Mandrake. Erano appena aperte le scuole, quando, senza pubblicità speciale, uscì in edicola un giornale di grande formato che si chiamava L’Avventuroso. Il primo numero andò a ruba, tutti i collezionisti lo sanno. Era un giornale semplice, quasi rozzo, non c’era che la traduzione pura e semplice, molto alla buona, delle parole nei fumetti. I ragazzi che avevano appena finito le elementari e cominciavano quell’anno il ginnasio, con la prima lezione di latino, si buttarono avidamente su quel foglio che era diverso da quanto era stato fino a quel momento consentito e consigliato loro di leggere. Tutti i loro giornaletti, tutti i loro libri, erano stati fino a quel momento edificanti e istruttivi. Questo giornalaccio tutto figure finalmente non insegnava niente. Non piaceva ai genitori, non piaceva a ai professori. Era soltanto divertente, nella sua sciagurataggine, nel suo italiano a volte persino sconnesso. I ragazzi della prima ginnasio lo accolsero senza riserve, fanaticamente, proprio perché non era autorizzato dai grandi. Quel foglio di carta colorata li divise non solo dai genitori e dagli educatori, ma anche dai ragazzi che avevano pochi anni più di loro: erano già più grandi, non capirono i fumetti, e non li hanno capiti mai più. Gli amici di Gordon in Italia sono tutti del 1923 e del 1924, ce n’è forse qualcuno del 1922. Le leve precedenti, per pochi anni di differenza, non vissero quell’episodio-chiave di contestazione: a differenza dei loro compagni appena più piccoli, non ebbero né la capacità né la fortuna di fare di quel foglio una bandiera e una sfida, indipendentemente dal merito delle storie. Persero un autobus. Era la prima volta che un gruppo generazionale prendeva vagamente coscienza di se tesso. Ancora adesso, i ragazzi di Gordon, destinati a entrare per ultimi nel massacro, come nuovi «ragazzi del ‘99», sottolineano con malizia l’incomprensione che ritengono di vedere manifestata, su temi culturali, da coetanei che hanno solo pochi anni più di loro, ma sembrano di generazione precedente. Si divertono e si strizzano l’occhio. «Gordon» in Italia è un segreto d’intesa, una parola d’ordine”.
(Giuseppe Trevisani, Nota sull’autore in: Alex Raymond, Flash Gordon, Milano, Garzanti, 1974)

Trevisani, “ragazzo di Gordon” e quindi parte in causa, in questa sua peraltro lucidissima analisi, non vede oltre l’ottica della sua generazione. L’avventuroso non contagia infatti solo i nati nel 1923 e 1924, ma gran parte delle generazioni successive. Non sono infatti certo il solo a essere stato felicemente condizionato da quell’epocale fermento culturale e ristampistico, visto che oggi la Rete pullula di sessantenni che coltivano ancora il mito di Gordon, di Phantom e di Mandrake: non solo negli Stati Uniti, grazie anche alle recenti ristampe filologiche e integrali, ma soprattutto in Europa. Questi fumetti sono stati letteralmente tramandati di generazione in generazione.

Ma torniamo all’oggi della nostra storia del fumetto in Italia, “oggi” che è, ricordiamolo, il 1934.


Flash Gordon, su testi di Don Moore, è disegnato da Alex Raymond. Tom Roberts, nel suo recente saggio Alex Raymond: His Life And Art,  racconta la storia con qualche particolare in più, rispetto alla vulgata che ci ha accompagnato in Italia per oltre cinquant’anni di storia e critica dei fumetti, per cui vi invito a procurarvi il tomo in inglese e a leggervelo. Il giovanissimo Raymond è notato dai dirigenti del King Features Syndacate (Kfs) e viene promosso, in un brevissimo volgere di tempo, da poco più che fattorino ad autore di ben tre serie distribuite a livello internazionale!

L’inizio dell’epopea di Gordon sul pianeta Mongo, improvvisata come fosse una pièce di commedia dell’arte, presenta i personaggi principali: Dale Arden, la passeggiera (ahi, le traduzioni e l’ortografia nerbiniane!) della prima tavola; Tun, il re degli Uomini Leone, ma soprattutto l’inquietante tiranno Ming lo spietato e la conturbante sua figlia Aura:

Per il resto, mostri e astronavi. Astronavi che in Italia non si sono mai viste.

Va detto anzi, a proposito delle astronavi, che anche all’estero finora ci sono state solo quelle sulle copertine delle pulp magazines e quelle irresistibilmente liberty del Buck Rogers di Dick Calkins e Philip Francis Nowlan. Anche al cinema, le prime un po’ credibili appaiono nel britannico Things To Come di William Cameron Menzies (da noi “Vita futura”), che però è del 1936.

Eppure la fantatecnologia del primo Flash Gordon ha una marcia in più, con la televisione che fa il paio con quella dell’altrettanto visionario Topolino di Floyd Gottfredson.

A pagina due, un romanzo a puntate illustrato da Giove Toppi: l’autore è Emilio Fancelli, emulo salgariano oggi praticamente dimenticato che farà altre incursioni, anche fumettistiche, su “L’Avventuroso”. Con il visibilio di fumetti pubblicati sul primo numero, il romanzo passa ovviamente inosservato.

A pagina tre, collocazione che rimarrà invariata per anni, Radio Patrol di Eddie Sullivan e Charlie Schmidt. Qui c’è addirittura violenza, hard boiled. Ambienti realistici, squallidi, personaggi spesso spietati. Un autentico fumetto noir. L’unico parallelo possibile è con Dashiell Hammett e Raymond Chandler e con film quali “Nemico Pubblico” (Public Enemy di William A. Wellman, 1931) e “Piccolo Cesare” (Little Caesar di Mervyn LeRoy, 1930).


Radio Patrol
inizia sul quotidiano Boston Daily Globe nel 1933, con il titolo Pinkerton, Jr., prima di passare in distribuzione nazionale l’anno seguente. È forse il fumetto dell’Avventuroso 1934 che regge di più al tempo.

Flash Gordon è una storia a soggetto, senza sceneggiatura pianificata. Le cose accadono in modo apparentemente casuale e le situazioni si ripetono spesso uguali (Gordon salva la ragazza di turno in pericolo dal mostro in agguato), con minime variazioni sul tema: si chiama iterazione narrativa.

L’autore dei testi (Don Moore o forse Raymond stesso all’inizio) non sa bene dove andare a parare. L’effetto, spesso, è irritante. Talvolta involontariamente comico. Talvolta, dico: perché la carica avventurosa e la forza profonda di questo fumetto, come altri degli anni Trenta, colpiscono ancora oggi.


Ma i “difetti” riguardano solo i primi mesi di produzione. La saga di Gordon acquisterà via via una struttura organica, anche se non si affrancherà mai completamente dall’iterazione, che peraltro è una caratteristica peculiare del fumetto sindacato americano, specie di quello domenicale.
Gli sviluppi del soggetto, già dal 1935, vedranno la lotta vittoriosa di Gordon e dei ribelli di Mongo contro il dittatore Ming, in questo superando i modelli delle pulp e anche quelli cinematografici, soprattutto per l’ampissimo respiro narrativo (almeno quattro anni, per il primo ciclo).
L’epopea sword and sorcery di Flash Gordon, fra il 1934 e il 1938, influenzerà profondamente narrativa e cinema, oltre naturalmente il fumetto internazionale: e mentre è accettato che ne sia fortemente debitore un ciclo cinematografico come Star Wars, forse parrà eccessivo includerla fra gli ispiratori di Sir John Ronald Reuel Tolkien, le cui opere ambientate nella Terra di Mezzo furono pubblicate giusto fra il 1937 e il 1955.

L’abilità grafica di Alex Raymond migliora di settimana in settimana, e molto presto si troverà stretta nella gabbia di dodici piccole vignette per tavola (Nerbini ne pubblica quindici, sfruttando il formato de L’avventuroso):

Si affina anche la capacità visionaria degli autori, ancora acerba e a volte graficamente (e logicamente) incoerente, ma con un’inventiva tale da lasciare, ancora oggi, a bocca aperta.

L’incredibile successo di Gordon non si basa solo sul senso del meraviglioso e sul thrilling avventuroso. È importante anche l’aspetto sentimentale e romantico, che si lega a quello sessuale, catturando anche il pubblico femminile.

Eccolo, evocato prima, Dashiell Hammett in persona: suoi sono i testi di Agente segreto X9, disegnato dal fenomeno Alex Raymond. Ci sono donne sensuali, abiti eleganti, ambienti lussuosi, automobili da sogno. Raymond, in questa serie, sembra quasi uno stilista di moda, ed è notevole la sua capacità di adattare lo stile grafico a situazioni profondamente diverse tra loro, mantenendo intatto lo stesso, fenomenale, glamour. Ne L’agente segreto X9 c’è molta violenza, sia pure “patinata”, rispetto a quella di Sullivan e Schmidt.

La prima storia di X9, su soggetto di Dashiell Hammett, come i due episodi successivi, è sceneggiata da James H.S. Moynihan (un grazie a Fortunato Latella per l’informazione). Contiene alcune scene decisamente “forti”, non solo per il 1934 e il pubblico dei ragazzi italiani.

Fortissima (sempre per il 1934, ma non solo) anche la carica erotica, per lo più implicita, ma a volte anche no.

Nel 1934 per il pubblico dei ragazzi c’erano solo il Corriere dei Piccoli e al massimo Lucio l’avanguardista di Jumbo, è singolare che Nerbini pubblichi i fumetti del Kfs con tanta tranquillità. Non c’è infatti ombra di autocensura, in questi primi numeri. Anche la serie Radio Patrol, che nel 1935 proporrà alcune sequenze addirittura più “spinte” di quelle di Hammett e Raymond, si chiama con il suo nome originale in inglese: sarà ribattezzata Radio Pattuglia della polizia solo in seguito.

Mario Nerbini, ex squadrista, ben ammanicato nel partito fascista, probabilmente si crede invincibile e onnipotente, e del resto il suo fiuto editoriale è innegabile, così come il suo efficacissimo gusto popolaresco. Il successo va oltre ogni più rosea aspettativa e da Firenze parte una reazione a catena che costringerà a profondi mutamenti tutta l’editoria italiana, non solo per ragazzi.

Nessuno, fino al 1938 inoltrato, toccherà in effetti Nerbini, con interventi di censura, tanto meno preventiva.

Meno chiare, per carenza di vere ricerche storiche sull’argomento, sono le reazioni che L’Avventuroso provoca, in questo primo anno, tra le alte sfere del partito e nei circoli “che contano”, allineati o meno con il regime.

Nei primi anni del fascismo il controllo della stampa italiana avveniva attraverso l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, un organismo che Mussolini, nel 1923, aveva accentrato presso di sé in considerazione della sua importanza ai fini politici.
Tra il 1923 e il 1928 il fascismo, con una serie di provvedimenti legislativi, soppresse la libertà di stampa in Italia.
Successivamente, nel 1934, un decreto legge trasformò l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio in un Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda che, articolato su tre Direzioni Generali, assunse le competenze riguardanti: Stampa italiana; Stampa estera; Propaganda.
Con R.D.L. 24.6.1935 il Sottosegretariato fu elevato a Ministero per la Stampa e la Propaganda.
Nel 1937, infine, la denominazione di Ministero per la Stampa fu modificata in quella di Ministero della Cultura Popolare: era nato così quello che venne subito definito Minculpop.
(Giancarlo Ottaviani, “Le veline di Mussolini“)

Dino Alfieri, dal 1935, sarà sottosegretario alla Stampa e Propaganda, supplendo al ministro Galeazzo Ciano impegnato nella guerra in Etiopia. Diventerà il primo Ministro del Cultura Popolare nel 1937. Si racconta (ricerche di Ferraro, Vené e altri) che Alfieri abbia portato a Mussolini i primi numeri de L’Avventuroso, segnalandogli la “pericolosità” del periodico, ma che il duce non abbia preso in considerazione seriamente la cosa. D’altra parte, senza però fornire adeguata documentazione, Ezio Ferraro dice, parlando di Lotario Vecchi e della Saev:

A parte ogni considerazione sul materiale della KFS, il lettore è pregato di leggere più avanti il capitolo riguardante l’attività di Vecchi in Francia, si tenga presente che la SAEV, boicottata già dal fascismo nelle sue pubblicazioni, non poteva certo avventurarsi nel campo minato dei racconti pieni di violenza tipo X-9, La Radio Pattuglia e Gordon.
Se per Robinson si dovette ricorrere al trucco di Varese, figurarsi cosa sarebbe successo con un periodico simile a l’Avventuroso.
Il problema si presentava diversamente per Nerbini. Nell’ambiente toscano era considerato un editore fascista di stretta osservanza. Non aveva lesinato a mettersi in vista prima dell’avvento della dittatura solidarizzando con Mussolini e le sue squadre, di cui fece parte, e più tardi con il 420, un periodico umoristico.
Ad un camerata della prima ora non si poteva negare un favore anche se fu concesso, bisogna dirlo, a denti stretti. C’era poi di mezzo la complicata faccenda della cessione della testata di Topolino; per cui non riesce difficile arguire che un’altra mano gli fu data per altre vie. Se si considera poi che i diritti venivano accreditati sul conto personale di Benito Mussolini
[il grassetto è ns., ndr] – come già scrivemmo – si possono trarre le logiche conclusioni.
(Ezio Ferraro, “Lotario Vecchi Editore”)

Un segnale indiretto, ma significativo, che qualcosa si era comunque mosso, già dopo l’uscita dei primi numeri de L’Avventuroso, è costituito da alcuni interventi di autocensura di Nerbini, a partire dai primi mesi del 1935. Si tratterà dell’eliminazione dei copyright (antiestetici o troppo “americani”?) di alcuni piccoli tagli e di molte mascherature, di cui cadranno vittime le “donnine” raymondiane.

Ben fatti, gli interventi censori di Nerbini sfuggono ai lettori contemporanei e anche agli esegeti degli anni sessanta: saranno rivelati solo dalle prime riedizioni filologiche della saga raymondiana. Altri invece passeranno insospettati fino agli anni novanta e oltre, come quelli su Mandrake di Lee Falk e Phil Davis. Ma ne parleremo in un prossimo articolo.

I due fumetti italiani pubblicati su L’avventuroso del 1934, uno di Giorgio Scudellari e l’altro dell’illustratore Corrado Sarri, appaiono clamorosamente fuori posto e vengono ignorati dai lettori. Gli autori italiani che riusciranno a ritagliarsi un proprio spazio sulle pagine del giornalone nerbiniano, dopo il 1935, saranno quelli in grado di assimilare presto e bene lo stile americano, sia dal lato narrativo che grafico. Per il primo periodo soprattutto Giove Toppi e Ferdinando Vichi, in seguito Mario Tempesti e Aurelio Galleppini, il creatore grafico di Tex Willer.

Il menabò de L’avventuroso offre per ultimo Jim della Giungla (Jungle Jim), che è il topper della pagina dei supplementi domenicali dedicata a Flash Gordon. Dunque Alex Raymond è il disegnatore di ben quattro facciate (su otto) del settimanale! Ciò è alle radici dell’autentico mito incarnato in Italia dal disegnatore americano, che influenzerà e condizionerà pesantemente gran parte dei nostri autori fino agli anni sessanta e oltre. Non va dimenticato, infatti, che quasi tutti gli autori nati fra la metà e la fine degli anni venti, e dunque in piena attività tre decenni dopo, si formano sulle pagine de L’Avventuroso, per loro precisa ammissione: mi piace ricordare qui Romano Scarpa, Carlo Chendi, Luciano Bottaro.


Jungle Jim, nato con l’intento di contrastare il successo del Tarzan di Harold Foster, è il fumetto che ha retto meno al tempo, ma ha un suo fascino particolare, sottilmente inquietante.

Questo personaggio offrirà ai lettori almeno una bella storia avventurosa, “Jim contro Cho Fang”, e un ciclo splendidamente disegnato, fra il 1937 e il 1938. Per il momento, comunque, è quello che piace meno ai lettori italiani, e presto sarà relegato in una meno prestigiosa pagina interna del settimanale.

Ecco l’ultimo numero dell’anno 1934.

Con il 1935 arriveranno i primi grandi cambiamenti, compreso un epocale nuovo personaggio, come vedremo nel prossimo articolo dedicato all’Avventuroso.

Un documento originale

Come arrivano i fumetti a Nerbini? In epoca pre-offset, gli americani spediscono sia i flani, ovvero cartoni in rilievo usati come matrici per produrre gli zinchi, che le patinate (proofs), ovvero stampe perfette, in positivo, da riprodurre in modo fotomeccanico. Eccone un paio, provenienti direttamente dal disperso archivio Nerbini.


Sono in quadricromia (nero, rosso, giallo, blu). Mentre Vecchi rispetta e usa i cliché originali, come si è già detto, Mario Nerbini, per risparmiare un passaggio di stampa, ricolora tutto in tricromia (rosso, giallo, blu), ottenendo il nero dalla sovrapposizione del rosso con il blu.

La prima, di Jungle Jim, è il top della tavola del 5 giugno 1934. La seconda è la tavola domenicale di Flash Gordon dell’8 aprile 1935. Notate l’annotazione, a matita, del numero de L’Avventuroso in cui la tavola fu poi pubblicata. Così abbiamo già un’idea dell’incredibile evoluzione del segno di Raymond, in poco più di un anno dall’esordio della serie.

5 commenti

  1. Articolo molto interessante; riguardo le ristampe dei personaggi classici, quando si dice “fra la metà degli anni sessanta e la fine del decennio successivo, quando i quarantenni di allora “presero il potere” e suscitarono un epocale recupero culturale e di conseguenza una serie di ristampe, anastatiche e non”, ci metterei anche le riproposizioni di Mandrake, Phantom e Cino e Franco (un pò successivo Rip Kirby) nella mitica trasmissione “Supergulp”, che fecero conoscere i personaggi a tanti bambini.
    Guardando gli splendidi disegni di Alex Raymond si nota come siano poi stati pedissequamente imitati dagli autori degli albi di fantascienza anni 40 (i famosi “comic book” della goldenage americana, che abbracciavano vari generi tra cui appunto questo).

  2. Essendo io nato vent’anni prima di Leonardo Gori, ho conosciuto i personaggi de “L’Avventuroso” attraverso le ristampe Nerbini”che iniziarono- ho letto non so più dove, ma che inparte ho potuto verificare con Mandrake- all’inizio del 1945(?[possibile??) con una serie di albi che ricalcavano in parte quelli anteguerra.
    Di sicuro nel paese dove abitavo a partire dall’estate del 1943 (Carpi-Mo-), nell’edicola della stazione ferroviaria erano esposti dietro alla vetrina albi anteguerra di Mandrake che scatenarono il mio desiderio rimasto inappagato per mancanza di conquibus! Questa fu una delle cause, la mia voglia di leggere Mandrake, dei miei primi furterelli per procurarmi le lirette che non avevo. Scoperto per furterelli in famiglia fui affidato a mio nonno paterno che mi portava in giro sulla sua bicicletta che gli serviva nel suo mestiere di scambiatore ambulante di merci: saponette e cose simili in cambio di uova e altri generi alimentari primari!. Mio nonno Arturo, che io ho svisceratamente amato, visa l’inutilità dei suoi sforzi per redimermi dalla tentazione del furtarello, mi raccontava storie inventate di viaggi meravigliosi e mi procurò alcuni romanzi di Salgari, che io lessi quando frequentavo la seconda elementare: Divenni un salgaromane ma restai un ammiratore appassionato di Mandrake. Tanto che oggi agogno ancora poter avere fra le mani una ristampa ben fatta delle strisce quotidiane dei suoi primi anni!!

  3. Le mie risposte sono in relazione a quanto saggiamente scrive G.Moeri sui meccanismi dinamici di interazione fruitore / oggetto della fruizione stessa, che portarono ragazzi e anche bambini a conoscere i fumetti e personaggi correlati, del comic americano classificato “classico” .
    Ogni generazione a partire dagli anni trenta ha avuto, bene o male, la possibilità di conoscere questi fumetti, compresa quella dei giovani virgulti come il sottoscritto che iniziò anche prima dell’inizio del ciclo elementare degli studi, a vedere già in casa le raccolte di mio fratello maggiore, classe 1931.
    Ma dal 1945 in poi, quando io avevo 7/8 anni, io stesso iniziai prima a chiedere a mio fratello che già acquistava “L’Avventura” Capriotti, “Topolino ” giornale e relativi “Albi d’oro”,”L’Albogiornale” con Fulmine e anche “Salgari” uscito prima nel 1946 poi nel 48, di comprarmi “Il Vittorioso”. Quindi io fui fortunato dal punto di vista della fruizione del medium fumetto, perchè avevo anche sottomano annate del “Vittorioso” e del “Corriere dei piccoli” classificate anteguerra, ma che erano uscite anche durante la guerra. Il mio primo fumetto che ricordo bene è la storia di Jacovitti del 1942, “Cucu” a tutta pagina e a colori, mai più ristampata in questa vesta da allora, nemmeno dal solerte editore amatoriale Camillo Conti.
    Dal 1947 in poi iniziai ad acquistare di persona “Il Vittorioso” per seguire principalmente Jacovitti, poi quando mio fratello nel 1949/50 lasciò perdere con le edizioni Capriotti che proseguivano anche in forma di albi formato verticale, la via tracciata da “L’Avventura” giornale, che nel 1949 aveva cambiato radicalmente look. Allora, dal 1950 in poi, le avventure dei personaggi classici americani continuarono SEMPRE ad essere in edicola in un susseguirsi di editori vari, attraverso gli anni’ 50 e poi con un redivivo Nerbini poi sostituito dai fratelli Spada editori, che fecero anche veramente della roba da chiodi!!
    Quindi, per arrivare al nocciolo del mio discorso, anche le generazioni anni 40/50 ebbero modo di conoscere questi comics, poichè non ci fu mai una completa cesura nella loro diffusione.
    Augh, il totem ha parlato!!

  4. va beh, nessuno interviene: ne approfitto per fantasticare!
    Masterock mi indica silenziosamente che l’amico Roland dorme ancora dopo tre giorni passati a ronfare giù in cantina fra le scaffalature occupate da centinaia bottiglie di vino pregiato!“Roland, ehi, Roland!!” Scuoto l’amico che dorme beatamente sul divano rivestito di finta pella di zebra , proprio sotto alla grande finestra che completamente aperta lascia entrare il rumore continuo del traffico che sfreccia sul boulevard sottostante, a due passi dalla porta Saint Cloud. Roland Topor apre gli occhi e guardandomi sorpreso sbadiglia e chiede:” ma che ore sono?”. Io indico il grande orologio a pendolo che sulla parete di fronte segna le 16,18. Ride sommessamente l’amico Roland e stirandosi un poco si mette a sedere sul divano. Ecco si va ad incominciare! Mi schiarisco la gola e attacco: “Hugo Pratt si toglie la pipa di bocca, la osserva un poco e poi la batte per farne uscire la cenere ancora fumante. Guarda con aria quasi corrucciata Luca Boschi e Leonardo Gori appena giunti dall’Isola di Jersey, dove insieme al capitano dei carabinieri Bruno Arcieri, hanno risolto un caso di delitto politico/metafisico accaduto alla fine del 1944, in quell’isola “del Canale” (della Manica) , dove i soldati tedeschi rimasero incongruamente fino alla fine della guerra . Ezechiel che fino ad ora era impegnato nella lettura di “Vitt & Dintorni” di Marzo 2019, si toglie gli occhiali, sbadiglia e attacca la sua solita ripetizione a memoria di brani scritti presi da Wikepedia:” Le isole del Canale erano tra le parti più fortificate del Vallo Atlantico, in particolare Alderney, che è la più vicina alla Francia. Il 20 ottobre 1941 Hitler firmò una direttiva, contro il parere del comandante in capo Erwin von Witzleben, per trasformare le isole del Canale in una “fortezza inespugnabile”. Nel corso del 1942, una dodicesima delle risorse incanalate nell’intero Vallo Atlantico fu dedicata alla fortificazione delle isole del Canale.[28] Hitler aveva decretato che il 10% dell’acciaio e del calcestruzzo usati nel Vallo Atlantico andavano alle Isole del Canale. Si dice spesso che le Isole del Canale erano meglio difese delle spiagge della Normandia, dato il gran numero di tunnel e bunker attorno al isole. Nel 1944 nel solo tunnel, 244.000 m3 di roccia erano stati estratti collettivamente da Guernsey, Jersey e Alderney (la maggior parte di Jersey). Nello stesso punto nel 1944 l’intero muro atlantico dalla Norvegia al confine franco-spagnolo, escludendo le isole del Canale, aveva estratto circa 225.000 m3.[64]
    Le ferrovie cosiddette leggere sono state costruite a Jersey e Guernsey soprattutto per fornire una linea fortificata lungo la costa. A Jersey, una linea ferroviaria larga un metro è stata tracciata seguendo la rotta dell’ex ferrovia di Jersey da St Helier a La Corbière, con una diramazione che collega la cava di pietra di Ronez a Saint John. Una linea di 60 cm correva lungo la costa occidentale, e un altro era disposto in direzione est da St. Helier a Gorey. La prima linea fu aperta nel luglio del 1942, la cerimonia fu interrotta da alcuni spettatori passivamente resistenti presso Jersey. La ferrovia di Alderney fu rilevata dai tedeschi che sostituirono parte della linea di scartamento standard e la sostituirono con una linea di scartamento metrico, azionata da due locomotive diesel per una ferrovia Decauville (Feldbahn) 0-4-0.[2] L’infrastruttura ferroviaria tedesca fu smantellata dopo la liberazione nel 1945”. Gori e Boschi sono rimasti a bocca aperta, i due tapini stanno sorseggiando il famoso caffè irlandese che il Nostro ha imparato a fare con l’aiuto del fido maggiordomo O’ Gally, reclutato nella contea di Clare dopo il famoso caso dei delitti delle scogliere di Moher, dove un centinaio di turisti finirono al cimitero per aver bevuto tazze di caffè alla panna con stricnina al posto del liquore; si alza dalla comoda poltrona e si avvicina alla grande portafinestra, scosta la tenda di pizzo e guardando fuori sospira dicendo:” Tomaso mio carissimo, qui al n°42 de Lancry, un posto tranquillo di questo quartiere parigino a due passi dal famoso canale di San Martin, mi trovo bene, sento un’aura positiva che mi circonda, che mi rimanda alla mente ricordi di posti lontani da me visitati innumerevoli volte. Uno di questi è sicuramente l’Irlanda. Interviene Pino uscito improvvisamente dallo stato di trance rivolgendosi al sottoscritto e sempre in relazione al suo articolo apparso su”Fumetto ” di Dicembre 2018 : “è giusto che ti aggiunga il completamento della mia risposta “metodologica” – nella materiale impossibilità di scriverci un altro lungo intervento (forse il doppio…) sui tuoi spunti di dettaglio peraltro assai acuti – perché, perdonami, di questo si tratta. Quanto ad opinati sottintesi, da te immaginati, non ne esistono”.
    Ma allora, penso io, tutta la faccenda dell’alter ego di Zio Fagiolo furibondo picchiatore, sono solo espressione di una ipotesi piuttosto gestita dalla pancia che dalla testa’ Mah, chissà , forse……

  5. Ezechiel si alza dalla comoda poltrona………
    Avevo dimenticato il soggetto!!. Sarà l’età!!

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