I 10 PEGGIORI FILM DI FANTASCIENZA MAI VISTI

I 10 PEGGIORI FILM DI FANTASCIENZA MAI VISTI

Il delirio. Il panico. La paura tout court. La fantascienza è il genere cinematografico che richiede il maggior investimento economico per riuscire a portare su schermo soluzioni visive almeno decenti. Non è che questa sia la regola, ma se in fase di scrittura io tiro giù una storia che parla di soldati spaziali impegnati in una lotta senza quartiere con una razza di invasori alieni per difendere la Terra (ficcandoci tutto il companatico di mezzi, creature, armi e scene di battaglia in campo aperto), e poi il budget che ho a disposizione mi permette di comprare giusto un po’ di plastilina e un rotolo di carta da forno, direi che chiunque dotato di un poco di buon senso capirebbe che la cosa non è fattibile. Se invece il risultato che speri di ottenere è quello di fare ridere i polli, allora ok. Però, nel momento in cui ti credi “cineasta” e sei pure convinto che stai a fa’ il filmone d’autore, allora stai rovinato. Detto questo direi di staccare il pippone, dare un bando alle ciancie e tuffarci sul peggio che la fantascienza a basso budget ha da offrire.

Ultra Warrior (Welcome to Oblivion – 1990)

Regia: Kevin Tent. Sceneggiatura: Len Jenkin. Data di uscita: 16 marzo 1990

In virtù di quanto detto poco sopra, ecco la conferma: il tuo potere d’acquisto è quantificabile in sputi? Allora non ti puoi far mancare niente, ma niente proprio. Dobbiamo avere il futuro post-atomico, le battaglie, i super-mutanti e, giusto perché ci troviamo a fa’ la sparata, pure gli alieni. Tanto per essere più precisi, “Ultra Warrior” è il classico riciclone senza vergogna di Mad Max e ok, fin qui ci voglio stare. Tuttavia, le farneticazioni degli sceneggiatori iniziano via via ad assumere pieghe sempre più sinistre: un sistema di difesa missilistica spaziale statunitense va in tilt e lancia sul nostro pianeta un frappo di testate nucleari (qualcuno ha detto Skynet?). I sopravvissuti al disastro vivono in una landa arida e desertica (prima mi pare di avere citato Mad Max) e quel che resta del governo in sparuti agglomerati urbani deve difendersi dal temibile Bishop, un tizio che ha raccolto attorno a sé un esercito di super-mutanti radioattivi. Per difendersi, la brava gente ha bisogno dell’eroe a marchio registrato e quindi viene ingaggiato il protagonista: Kenner. Che non solo deve fermare i villani mutanti, ma deve pure trovare il tempo di cercare un minerale rarissimo per costruire bombe potenti che non hai idea, perché già che si trova lì c’è da fermare l’invasione degli alieni che sono una minaccia più grande di Bishop. In tutto questo, manca solo il terribile uomo-orso-maiale e stiamo a posto.

Lady Terminator (1989)

Regia: H. Tjut Djalil. Sceneggiatura: Karr Kruinowz. Data di uscita: 1989

Altro delirio è questo “Lady Terminator”, firmato da un tizio indonesiano o comunque di quelle parti là. La costante è sempre la stessa: copiare, copiare e ancora copiare come se non ci fosse un domani. Come se ne andasse della propria vita. Passato quel “guizzo”, quei giusto cinque rognosi minuti in cui s’è provato alla meno peggio a buttar giù qualcosa di vagamente “originale”, tanto per dire, il regista si sente scorrere dentro l’autorizzazione a ricalcare con la carta carbone il famoso film di Cameron. Per sommi capi, quel po’ d’introduzione che abbiamo davanti è questo: una tizia antropologhessa, con la scienzatologia che le esce da tutti i pori, sta a fa’ delle ricerche su quello che pare il titolo di un peplum dei più scrausi anni sessanta: “La Regina dei Mari del Sud”. Tra una ricerca e l’altra la regina molto “elegantemente” s’impossessa dell’antropologhessa e da lì segue il delirio più totale. Sostituite le scene chiave di “Terminator” in cui appare Schwarzenegger (la discoteca, la stazione di polizia, l’inseguimento in autostrada, eccetera) con ‘sta scema che se ne va in giro con un sguardo ottuso da piccione, che s’accoppia con gli uomini a random e gli strappa i genitali (attenzione, senza usare la bocca o le mani, quindi provate a immaginare con cosa) mentre è all’inseguimento delle versioni povere di Sarah Connor e Kyle Reese. Pura allucinazione audiovisiva.

American Cyborg: Steel Warrior (1994)

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Regia: Boaz Davidson. Sceneggiatura: Boaz Davidson, Christopher Pearce. Data di uscita: 7 gennaio 1994

Se “Terminator” del 1984 fu un successo tale da generare tanti di quei knock-off che ci si annega, il successone di “Terminator 2” ne fece venire giù a valanga. Tra i tanti piccioni molesti che si azzuffavano per racimolare briciole sfruttando la scia di successo del film, ecco che nel 1993 esce “American Cyborg”. E sì, il protagonista (perché appena l’hai visto t’ha dato subito l’impressione di avere una faccia conosciuta) è proprio Joe Lara, il tipo che ha interpretato Tarzan nel film “Tarzan a Manhattan” e successivamente il telefilm di metà anni novanta. L’originalissima trama è questa: dopo la Terza guerra mondiale gli esseri umani sono diventati sterili e, siccome i guai non vengono mai da soli, sono pure soggiogati dall’impero delle macchine. In questo scenario c’è Mary, l’unica tizia al mondo a essere riuscita a concepire un feto. Non si sa come e perché, per mettersi al sicuro la ragazza deve raggiungere l’Europa, che a quanto pare sembra essere zona franca. A ogni buon conto le macchine non vogliono che la donna partorisca e così inviano un cyborg killer per uccidere lei e di conseguenza il suo futuro figlio. Però, indovina un po’?, a proteggerla e accompagnarla fino a destinazione c’è un altro cyborg, ma buono!

Lunar Cop – Poliziotto dello spazio (Lunarcop – 1995)

Regia: Boaz Davidson. Sceneggiatura: Terrence Paré. Data di uscita: 1994

Tutta l’indecente potenza dell’ignoranza senza scrupoli è racchiusa in questo film, che porta la firma di quel Boaz Davidson che c’ha regalato il già citato “American Cyborg”, di cui, almeno su carta, poteva venire fuori qualcosa di addirittura vagamente decente. Siamo sempre di fronte al classico riciclone feroce di “Mad Max”, però la storia è più o meno questa: nell’anno 2050, in seguito alla classica catastrofe nucleare, la maggior parte di quelli che potevano permetterselo (credo) si sono trasferiti sulle colonie lunari. Gli scienziati delle colonie sono riusciti a perfezionare il “siero amaranto”, una specie di robaccia che potrebbe riportare la Terra a com’era un tempo, prima delle radiazioni. Che succede, però? Che un gruppo di terroristi “terrestri” fa irruzione nella colonia e ruba il siero. A recuperarlo viene mandato Joe, un poliziotto (lunare) che, giunto sulla Terra, si troverà a fare il difensore di un gruppo di tizi minacciati dalla più classica e pezzente banda di predoni post-atomici motorizzati e dove, fra una mossetta qui e una sparatoria fra set di cartapesta là, tanto perché a qualcuno gli piaceva l’idea d’inserire (leggi offendere) pure qualcosa di “Blade Runner” e “Terminator”, Joe s’innamora pure di una tizia che però poi è un cyborg.

Vendetta dal futuro (Hands of Steel – 1986)

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Regia: Sergio Martino. Sceneggiatura: Sergio Martino, Elisa Briganti, Ernesto Gastaldi. Data di uscita: 9 agosto 1986

Nel bailamme di cialtroneria di cui abbiamo parlato finora, noi italiani non potevamo mancare di dare il nostro contributo. Comunque c’è da dire che, incredibilmente, questo film di Sergio Martino, firmatosi con lo pseudonimo di Martin Dolman che così fa più importante, pur essendo sempre vergognosamente pezzente risulta essere il meno peggio di quelli visti fin qui. Sì, la storia fa acqua da tutte le parti, però… qualcosina si salva. Inoltre, c’è da dire che oltreoceano è riuscito a guadagnarsi anche un certo seguito. La storia è il solito potpourri fra “Terminator” e “Mad Max”, che vede il cyborg pezzente di turno (che attenzione, ha un nome: Paco Querak!) mandato (non da Paperoli) come sicario per assassinare lo scienziologo di turno. Com’è come non è, a un certo punto emerge il lato umano di Paco, il quale si rifiuta di portare a termine il compito e perciò è costretto a darsi alla macchia. Il poster mostra elicotteri che sparano raggi laser, cisterne che esplodono, paesaggi fantascientifici, beh… nel film non c’è niente di tutto questo. Però il film di Martino, nonostante il trionfo di pezzenteria-copia-e-incolla di cui fa grande sfoggio, presenta certe idee che saranno riprese poco dopo da registi molto più affermati. Con questo mi riferisco a due cose in particolare: a) Paco si rifugia in una cittadina sperduta fingendosi uomo di fatica e, quando la situazione s’imbruttisce, per risolvere la questione senza scrocchiarsi le dita tipo Kenshiro ricorre al braccio di ferro. ‘Sto fatto, prende buona parte del film che praticamente, con i dovuti rimaneggiamenti, l’anno successivo sarà “Over the Top” con Stallone; b) il cyborg usato come sicario in cui si “risveglia” il lato umano mai del tutto morto è, sostanzialmente, il leitmotiv di “Universal Soldier/I Nuovi Eroi” con Van Damme. Coincidenze?

L’impero di Ash (Empire of Ash – 1988)

Regia: Lloyd Simandl, Michael Mazo. Sceneggiatura: Lloyd Simandl. Data di uscita: 1988

Torniamo oltreoceano, più precisamente in Canada, per uno dei film (se così si può definire) più scandalosi che abbia mai visto. Non tanto per la desolante quanto imbarazzante pochezza di mezzi e idee, ma perché per fare questa inutile porcheria ci so’ voluti due registi. Tra cui uno dei due è pure lo sceneggiatore. Come se non bastasse, no dico, cioè: in due e con cinquantamila dollari (che per il 1988 non è che fossero chissà quale tesoro, ma manco spicci, però) questo è il massimo che siete riusciti a fare? Il fatto è che se, su carta, le tue abilità ti qualificano al massimo come apprendista pastore di pecore, perché porca di quella putt… ti metti a fa’ il “regista”? Alla fine della fiera, i due registi sono a fare l’ennesimo insulto a “Mad Max”, con la differenza sostanziale (l’unica, schifosa e pidocchiosa idea carina di tutta la baracconata) che: volevano fare il futuro postatomico, ma non hanno avuto la forza di spostarsi in un paesaggio adatto come location e perciò vedi i predoni spostarsi fra ruscelli e fiumi immacolati e foreste verdi e rigogliose. Ergo, non c’è di mezzo il “nuculare” (perché si dice così) e si va per frasche con la scusa del virus che ha decimato la popolazione. In questo scenario, “gli infetti” si spostano in bande di rastrellatori alla ricerca di sangue non contaminato per trasfusioni che allunghino la loro vita. Ecco, questa “idea” (leggi ripiego) è l’unica cosa decente in un cumulo di spazzatura.

Xtro – Attacco alla Terra (1982)

Regia: Harry Bromley Davenport. Sceneggiatura: Harry Bromley Davenport, Iain Cassie, Robert Smith. Data di uscita: 6 dicembre 1982

Un altro film senza arte né parte. Stranamente psichedelico e psichedelicamente strano. Oggi è considerato un cult, anche se non riesco a capirne il motivo siccome è di un pezzente da far spavento. Il punto sostanziale che l’affossa inesorabilmente è che, oltre alla perenne noia di fondo, non ha nulla che sia possibile definire “storia”. Per essere chiari, il film dice e non racconta. Ci “spiega” che un giorno un bifolco e suo figlio stanno a zuzzurellare fra i campi come rimbecilliti. D’un tratto il bifolco viene rapito da un fascio luminoso. Punto. Passano tre anni, la moglie giustamente cerca d’accasarsi con qualche altro abitante della zona, nonostante il figlio speri ancora nel ritorno del padre. Cosa che effettivamente avviene: arrivano gli alieni, inseminano una cristiana a random e questa partorisce il bifolco rapito anni addietro già adulto, il quale ritorna a casa e niente. Vorrebbe riprendersi la sua vecchia vita, ma la sua nuova “natura” fa da scusante perfetta alle scene più spinte. Ora, come dicevo, non c’è una “storia”, non si segue un arco narrativo. Tu stai lì e hai l’impressione di guardare scene non solo slegate le une dalle altre, ma che addirittura provengano da film diversi. Ogni sequenza sembra sfruttare un qualche tipo di “scusa” solo per mostrare una sfilza di espedienti visivi che vanno dallo sci-fi al body-horror. Posso capire che il film, essendo del 1983, abbia subito l’influenza dell’Alien di Ridley Scott, da qui la scena del “chestburster” che salta fuori scherzone dal petto, ma diamocela una linea di condotta. Cerchiamola una soluzione di continuità. Qua a un certo punto saltano fuori pure i clown nani killer. E no, non scherzo.

Nukie (1987)

Regia: Sias Odendaal, Michael Pakleppa. Sceneggiatura: Ben Taylor. Data di uscita: 1 luglio 1987

Quando si dice “al fondo non c’è mai limite, basta scavare”. Questo è il caso di “Nukie”, la più terribile, indecente, vergognosa faggianata mai prodotta sulla falsariga di “E.T.” di Spielberg. Fondamentalmente questo tipo di film “juvenile-oriented”, che si crede più intelligente spacciandosi per genere di formazione, mi ha sempre annoiato in una maniera spropositata. Figuriamoci quando è pure spaventosamente mal realizzato. Tanto per fare un esempio, un film come “Alla ricerca della Valle Incantata” di Don Bluth certo non è uno di quelli che rivedo a nastro, ma, in fin dei conti, è piacevole da guardare perché tutti gli elementi sono perfettamente bilanciati: c’è una bella storia che segue tempi narrativi calibrati, personaggi ben definiti (nel senso non di distinguibili), vicende adattate per essere comprese da un pubblico infantile che però non scadono nel ridicolmente stupido. Qui non c’è niente di tutto questo. Le noccioline ti si ammuffiscono dopo dieci minuti e a quel punto tutto quello che vuoi fare è sputare contro lo schermo. Detto in due righe, ci sono due esseri spaziali che non hanno manco una navicella, viaggiano fra le stelle sotto forma di boh, non saprei… fasci luminosi!? Comunque passano vicino alla Terra, ne restano “affascinati” e si schiantano. Solo che uno, Meeko, cade da un lato, precisamente negli Stati Uniti, e viene immediatamente catturato dalla “Space Foundation”, organizzazione col simbolo uguale alla Nasa. L’altro, il nostro Nukie, si schianta in Africa, facendo poi amicizia con due ragazzini di una tribù autoctona e di una scimmia. Da qui, la ricerca di Meeko e di un modo per ripartire. Questo è quanto. Alla fine della fiera, il film nel momento in cui lo vedi ti è chiaro subito che chi l’ha fatto era convinto che per guadagnare uno sproposito bastava giusto fare un alieno simil-ragazzino-puccioso (non è vero, Nukie è orripilante nel design) et voilà! Ficchiamoci pure i bambini africani e le scimmie-mascotte, che in quel periodo tiravano bene, e il gioco è fatto. Sì, come no.

Techno Warriors (1999)

Regia: Sias Odendaal, Michael Pakleppa. Sceneggiatura: Ben Taylor. Data di uscita: 1 luglio 1987

Uno dei miei film preferiti che ti ruggiscono forte in faccia anni ottanta sicuramente è “The Last Starfighter”, da noi conosciuto con il marchettaro titolo di “Giochi Stellari”. Penso lo ricordiate, no? Quello con il tipo fissato con i videogame tanto bravo con un cabinato, che in realtà era un fantasioso metodo di reclutamento per diventare un soldato spaziale, giusto? Ok. Oppure “Tron”, con un giovane Jeff Bridges trasformato in un “codice” e trasportato all’interno dell’universo digitale in cui si gioca realmente la vita. Magari, volendo, c’è anche il più recente “Ralph Spaccatutto”. Questo per dire che il tema “videogames” è un concetto abbastanza duttile che dimostra fattibilità nell’essere utilizzato, trasformato se vogliamo, come focus per una storia d’intrattenimento. Però un conto è la capacità di realizzare una cosa simile, un altro è la cialtroneria agghiacciante che ti butta in faccia live-action come Street Fighter, Mortal Kombat, oppure quello che ingenuamente pensavi fosse il film più ignorante di sempre a tema videogame: “Double Dragon”. Invece poi hai visto Techno Warriors, lo squallore più annichilente. Senti qua: c’è un tizio che pare un po’ ritardato in fissa con i videogame. ‘Sto tipo è così bravo con un beat’em up che il boss gli prende storta e decide di venire assieme ai suoi sgherri nel mondo reale per rapire ‘sto deficientone perché, udite udite, teme che un domani possa spodestarlo e prendere possesso del mondo virtuale, chiamato incredibilmente “MegaComputerWorld”. Naturalmente, questa è solo la punta dell’iceberg. Segue un’oretta e mezza scarsa di pura ignoranza che ti travolge senza pietà con urletti, mossette pezzenti ed effetti grafici talmente tristi che gli episodi dei Power Rangers sembrano Star Wars.

The Roller Blade Seven (1991)

Regia: Donald G. Jackson. Sceneggiatura: Donald G. Jackson, Scott Shaw. Data di uscita: 1991

Probabilmente di “arte” non ne capisci un beneamato, ma sai riconoscere una faggianata quando la vedi. Il punto è che questo assurdissimo “film” pare essere il capostipite di un movimento chiamato Zen-Cinema: scuola di pensiero che prevede la messa in scena di una storia senza il benché minimo straccio di script a fare da supporto. Ti pare ‘na bella cazzata e “Roller Blade Seven” ne è la prova. Il termine “arte” non l’ho buttato a casaccio, perché gli autori continuano a sbattersi e imbruttirsi ogni volta che qualcuno critica apertamente ‘sta chiavica di film, continuando a dire che si tratta di arte astratta. Mentre tu pensi sia solo il delirio di qualcuno che soffre della sindrome di Dunning-Kruger. In brevis abbiamo: il protagonista, un certo Hawk, che viene mandato in missione da Padre Donaldo per salvare sua sorella, suor Sparrow, rapita dal malvagio signore del male, Pharaoh. Quest’ultimo, da quel che mi pare di aver capito, è il signore assoluto del posto, un mondo chiamato “Wheelzone” in cui, tra l’altro, tutti si muovono sui roller o skate a seconda delle preferenze. Peccato che Hawk ci arrivi in sella a una Harley, ma tant’è. Per portare a termine la missione, il nostro dovrà avvalersi dell’aiuto dei “funghi del potere” e imparare ad andare sui roller per sconfiggere i vari personaggi che, di volta in volta, gli si pareranno contro: ninja sui pattini, minotauri in armatura, cavalieri, tizie in topless con completini fetish e via di seguito. Direi che sia facilmente intuibile come niente di tutto ciò abbia il benché minimo senso, o no? Tralasciando il fatto che visivamente abbia l’aspetto di un progetto scolastico tirato su in fretta e furia e attaccato con gli sputi, il problema principale è che tutto, tutto il film si prende drammaticamente sul serio. Troppo sul serio. Per dire, fosse stata una cosa alla “Kung Pow”, due risate te l’avrebbe pure fatte fare, ma qui addirittura c’era l’intenzione di andare a parare su cose inaccostabili tipo “Zardoz”. Il che è ridicolo, visto il risultato.

Bene, con questo credo che sia tutto.

Stay Tuned, ma sopratutto Stay Retro.

 

 

2 commenti

  1. Hai pescato molto nel trash dichiarato e la cosa é giusta, quasi logica. Il problema nasce quando i film hanno velleità autoriali e poi risultano anche peggiori del peggiore dei B-movies…..Come dire: Ho visto cose che voi umani…..

  2. Però ti sei dimenticato “Robot Wars”, che travalica i limiti della ciofeca
    https://m.imdb.com/title/tt0107979/

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