IL PADRE DELLA COMMEDIA SEXY LUCIANO MARTINO

IL PADRE DELLA COMMEDIA SEXY LUCIANO MARTINO

Tra i grandi produttori del nostro cinema è da annoverare senza dubbio Luciano Martino, uno dei più attivi nel realizzare quei film di genere che oggi vanno per la maggiore. Martino ha anche scritto soggetti e sceneggiature, e si deve a lui la nascita della commedia sexy italiana (il dibattito se sia da considerare un merito o un demerito lo rimandiamo a un’altra occasione).

Nato a Napoli il 22 dicembre del 1933 (suo nonno era il regista Gennaro Righelli) e scomparso nel 2013 a Malindi, in Kenya, ha iniziato come autore di numerosi copioni, alcuni dei quali di buon livello, diventati delle pellicole dirette da Luigi Zampa (La ragazza del palio), Luigi Comencini (La finestra sul luna park), Luciano Emmer (La ragazza in vetrina), Sergio Leone (Il colosso di Rodi), Riccardo Freda (Caccia all’uomo) e altri.
Dopo un apprendistato alla Flora Film, esordisce come produttore nel 1963 con Il demonio (di Brunello Rondi).

Nel 1969 produce il primo lungometraggio del fratello Sergio (Mille peccati… nessuna virtù), uno dei registi con cui lavorerà più frequentemente. Luciano Martino è stato, come ha scritto Italo Moscati, “autore e produttore per passione e per guadagno, drogato dal cinema e dalla voglia di vincere al botteghino senza farsi condizionare, provare remore e rimorsi”.
Ripercorriamone la sua lunga carriera attraverso 25 sequenze tratte dai migliori titoli della sua filmografia.

Luciano Martino

Luciano Martino (1933-2013)

 

Il dolce corpo di Deborah, regia di Romolo Guerrieri (1968)

Uno dei primi gialli con qualche sfumatura sexy (tanto da essere vietato ai minori di 18 anni), ha per protagonisti due freschi sposi, Deborah e Marcel, perseguitati da un vecchio amico dell’uomo, Philip, che incolpa Marcel per il suicidio della sua ex-fidanzata, Susan. Il film lanciò l’attrice americana Carroll Baker (celebre per aver interpretato nel 1956 Baby Doll – La bambola viva, di Elia Kazan) come protagonista del thriller all’italiana. Il dolce corpo di Deborah è, in sostanza, come ha scritto Gian Luca Castoldi (Nocturno Cinema n. 5-6), “uno dei primi thriller italiani dei quali possiede la sorpresa finale, l’incertezza dell’immagine vista che può trarre in inganno lo spettatore e tutto il clima di dubbio che pervade il film”.

 

Lo strano vizio della signora Wardh, regia di Sergio Martino (1971)

Julie Wardh, moglie di un diplomatico, è perseguitata da una sua vecchia fiamma, mentre un maniaco uccide giovani donne. Nel frattempo Julie avvia una relazione con George. Anche la migliore amica di Julie, cugina di George, cade sotto i colpi del maniaco. Quando il maniaco viene ucciso da una ragazza e Julie vede il suo persecutore morto, crede che tutto sia finito. Invece il persecutore torna e inscena il suicidio di Julie. Veniamo così a sapere che a architettare tutto sono stati il marito di Julie e George, d’accordo nell’eliminare moglie e cugina. Fatto fuori il persecutore, i due credono di aver messo in atto un piano perfetto. Ma Julie non è morta e la polizia è sulle loro tracce. Sergio Martino punta molto sull’erotismo e sul sex-appeal di Edwige Fenech, soprattutto nel finale riesce a creare una buona suspense e il colpo di scena è ben giocato. Belle le atmosfere notturne e notevoli alcune sequenze (l’omicidio nel parco, parallelo a quello di Quattro mosche di velluto grigio, la ragazza che uccide l’aggressore, la messinscena del suicidio di Julie).

 

Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, regia di Mariano Laurenti (1972)

In quegli anni Luciano Martino, autore del soggetto (insieme a Tito Carpi), era molto attivo come produttore di thriller erotici. Il passaggio dal giallo sexy alla commedia gli deve essere sembrato del tutto naturale. Quel gran pezzo della Ubalda deve molto ai due Brancaleone di Monicelli. Anche qui Olimpio (interpretato da un ottimo Pippo Franco) è reduce dalle crociate in Terra Santa ed è abbastanza evidente che le sue buffe scazzottate con Mastro Oderisi (Umberto D’Orsi) si ispirano ai duelli altrettanto buffi di Brancaleone. Al di là di questo, bisogna considerare che Laurenti aveva già affrontato il medioevo, con tanto di cintura di castità, nel già citato episodio interpretato da Riccardo Garrone in Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù? e che Quel gran pezzo della Ubalda rappresenta soprattutto la quadratura del cerchio di tanti generi e spunti precedenti. Olimpio, tornato dalla guerra santa, e il mugnaio Oderisi sono molto gelosi delle rispettive mogli, Fiamma e Ubalda, così da averle costrette a indossare la cintura di castità. Le donne però, a loro insaputa, hanno fatto fare dei duplicati e se la spassano con altri uomini. Quando scoprono d’essere stati traditi, Olimpio e Oderisi si accordano per passare una notte d’amore uno con la moglie dell’altro. Non sanno però che entrambi, nel frattempo, hanno ordinato dal fabbro mastro Deodato un nuovo tipo di cintura di castità, molto più pericolosa. Finiranno a cantare tra le voci bianche, mentre le mogli scambiano occhiate eloquenti con i giovanotti del paese. Molte volte, in altri film brillanti, si era alluso a temi sessuali e le donne avevano mostrato (in minima parte) le loro grazie. Qui l’intero film è incentrato sul sesso e sul desiderio, inoltre le donne si spogliano parecchio. Proprio come nell’avanspettacolo, trionfano il divertimento e la sensualità femminile. Come disse Mariano Laurenti, Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda «Fu un film che incassò un pozzo di quattrini anche perché in quel periodo quel genere andava. Era l’Italia che guardava dal buco della serratura, era l’Italia che cominciava a voler sbirciare le donne nude, le cosce, i seni, e noi le offrivamo visioni che fino ad allora si erano covate nella fantasia, dandole nel contempo una storia divertente» (L’avventurosa storia del cinema italiano, di Franca Faldini e Goffredo Fofi).

 

Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, regia di Giuliano Carnimeo (1972)

Un maniaco semina il terrore uccidendo giovani donne in un condominio. La polizia sospetta vari uomini, finché scopre che il colpevole è un anziano violinista. Come spesso accade ai gialli scritti da Ernesto Gastaldi, prevale l’aspetto investigativo e la narrazione è contrassegnata da una sequela di false piste. Per esempio, la protagonista Jennifer (Edwige Fenech) è inizialmente perseguitata dall’ex marito, uno dei possibili indiziati fino a quando non viene trovato morto. Carnimeo riesce a creare una buona atmosfera e, in alcune sequenze, una suspense accettabile. Per quel che riguarda l’omicidio iniziale in ascensore, secondo alcuni avrebbe ispirato il regista americano Brian De Palma per una scena simile del suo capolavoro Vestito per uccidere, del 1980. Certo una delle inquadrature di Vestito per uccidere, nella quale l’assassino solleva il braccio impugnando il rasoio, è quasi uguale a quella di Perché quelle strane gocce di sangue. Ma la sequenza girata da De Palma è molto più lunga e complessa: ogni paragone qualitativo tra i due film appare, in definitiva, inopportuno. Invece l’omicidio dell’amica di Jennifer, perpetrato per strada, avrebbe ispirato Dario Argento per la scena dell’Eur in Tenebre. Come accadeva spesso nel cinema italiano dell’epoca, uno dei punti di forza del film sono le piacevoli musiche, in questo caso firmate da Bruno Nicolai.

 

Tutti i colori del buio, regia di Sergio Martino (1972)

Scritto dal solito Ernesto Gastaldi (insieme a Sauro Scavolini, da un soggetto di Santiago Moncada), inizia come un film dell’orrore sovrannaturale per prendere poi una piega più razionale, con vari omicidi e un’atmosfera da incubo sempre presente. Tutti i colori del buio (come i film di Dallamano, Lado e altri) dimostra che il cinema thriller/spaventoso dei primi anni settanta sapeva trovare vie alternative, originali e successivamente imitate: non solo dai registi italiani, vedi per restare a Tutti i colori del buio la sequenza nel vagone della metropolitana, a cui somiglia quella di Vestito per uccidere, girato nel 1980 da Brian De Palma. D’altra parte sia Luciano Martino sia Ernesto Gastaldi sono stati dei precursori di questo genere.

 

Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, regia di Sergio Martino (1972)

Vagamente ispirato al racconto “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe, è ambientato in una villa isolata della provincia veneta, dove vivono uno scrittore in crisi d’ispirazione, frustrato, alcolizzato e violento e sua moglie, oltre a un gatto nero chiamato Satana. Nel circondario avvengono alcuni omicidi, di cui in un primo momento viene sospettato proprio lo scrittore, poi scagionato. L’arrivo della sua giovane e avvenente cugina acuisce l’atteggiamento violento dell’uomo nei confronti della moglie. Quando la donna lo uccide e mura il cadavere aiutata dalla cugina, che poi elimina con l’aiuto di un complice, sarà il gatto, murato per caso assieme al cadavere, a svelarne la colpevolezza. Martino dirige con stile e in certi momenti riesce persino a creare un’atmosfera da film gotico, ma non tutto nel film pare necessario, specie un paio di omicidi. Resta comunque un esempio di thriller erotico all’italiana, grazie a una Fenech quantomai sensuale e ambigua, alle belle musiche di Bruno Nicolai e alla notevole fotografia di uno dei direttori della fotografia di fiducia della Dania, Giancarlo Ferrando.

 

Milano trema: la polizia vuole giustizia, regia di Sergio Martino (1973)

Il protagonista di Milano trema: la polizia vuole giustizia è il commissario Canepari, un poliziotto piuttosto rude, che si trasferisce a Milano e si infiltra nel giro della malavita per risolvere un caso. Nella sequenza scelta conosce una giovane prostituta che lo porta a casa sua.

 

Giovannona Coscialunga disonorata con onore, regia di Sergio Martino (1973)

Grazie a Luciano Martino la commedia sexy nasce ufficialmente nel 1973. L’idea produttiva che sta alla base di Giovannona Coscialunga è sostanzialmente la stessa di Quel gran pezzo della Ubalda: unire situazioni comiche e momenti sexy, le gag dei comici e le grazie esibite delle attrici. Anche qui, come nel boccaccesco di Laurenti, gli interpreti principali sono Pippo Franco ed Edwige Fenech. L’industriale La Noce, proprietario di un caseificio nei pressi di Catania, è angosciato dalle norme anti-inquinamento. Per farla franca, su suggerimento del suo segretario, decide di ingraziarsi l’onorevole Pedicò, facendolo invaghire della moglie. Il problema è che la moglie di La Noce è una bigotta. L’unica soluzione è sostuituirla con una prostituta, e il segretario è incaricato di cercarla. La trova nella bella Giovannona, detta Cocò. I guai cominciano quando il protettore di Cocò, Robertuzzo, parte alla sua ricerca insieme alla vera moglie di La Noce. L’idea si rivela vincente, poiché il film ottiene un grande successo, consacrando definitivamente l’appeal erotico dell’attrice ma anche il suo talento per la commedia. Successo che però va ascritto anche all’ottima regia di Sergio Martino, che fino a quel momento si era cimentato soltanto con il western e il thriller, e al cast di contorno, particolarmente azzeccato: Vittorio Caprioli, Gigi Ballista, Riccardo Garrone e Francesca Romana Coluzzi.

 

La liceale, regia di Michele Massimo Tarantini (1975)

Il 1975 può essere considerato l’anno della definitiva nascita della commedia sexy. Per la quantità di film che escono, per il grande successo di alcuni di essi e anche perché si costituisce la factory di Luciano Martino, formata da produttori, registi, sceneggiatori, attori eccetera, che si dedicano più o meno completamente e più o meno consapevolmente a questo genere, come il regista Michele Massimo Tarantini. La liceale inaugura una sorta di sottogenere della commedia scollacciata, ambientato nelle aule scolastiche, ed è forse il film che più di ogni altro traccia le coordinate di quelli che saranno gli elementi fondamentali del genere. I primi piani estremi sul corpo nudo della protagonista Gloria Guida fanno scuola: Tarantini dimostra di aver già capito tutto e di avere lo stile giusto. La bella e spregiudicata studentessa Loredana si diverte a far girare la testa e a prendere in giro gli uomini che incontra, mandandoli in bianco. Verrà ripagata con la stessa moneta quando si innamorerà dell’ingegner Marco Salvi e gli si concederà. Accanto alla giovane bellezza bionda, che nel ruolo della liceale dal volto angelico e dal fisico mozzafiato entra di prepotenza nei sogni dei maschi italiani, troviamo la crema dei comici nostrani dell’epoca: Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo, Enzo Cannavale e Mario Carotenuto, oltre a caratteristi come Franco Diogene, Gisella Sofio e Renzo Marignano. Nel ruolo della studentessa Milena fa inoltre il suo esordio la futura porno star Ilona Staller, che nello stesso anno è tra gli interpreti del film di Guido Leoni La supplente. A puro titolo di curiosità va sottolineato il fatto che il film di Tarantini è stato tra i primi a essere proiettato nel 2003 in Irak dopo la guerra contro Saddam Hussein, insieme a un altro titolo del regista (Italiani a Rio).

 

L’insegnante, regia di Nando Cicero (1975)

Insieme a La liceale è uno dei capostipiti del genere. Anche se, come tutti i film di Nando Cicero, è più farsesco e surreale e triviale (aggettivo da non considerarsi in senso negativo) che scollacciato, e molto curato sotto il profilo dell’immagine. La Fenech non si vede granché nuda, in compenso Alvaro Vitali viene utilizzato in un ruolo che anticipa il futuro Pierino. Francesco, figlio dell’onorevole Mottola, ha dei problemi a scuola, così la madre, preoccupata, decide di assumere una giovane insegnante, Giovanna, affinché gli dia delle lezioni private. Giovanna prima crede di aver a che fare con un omosessuale, poi deve respingere la corte serrata di Francesco. Alla fine cede e scopre che il giovane è davvero innamorato di lei. L’insegnante si rifà in maniera abbastanza evidente a Malizia, tanto che uno dei compagni di scuola del protagonista è Stefano Amato. Il cast è praticamente identico a quello de La liceale, infatti ancora una volta a produrre è Luciano Martino. Va detto che in quel periodo Luciano Martino era il compagno della Fenech, dettaglio da non sottovalutare.

 

La poliziotta fa carriera, regia di Michele Massimo Tarantini (1975)

La poliziotta fa carriera nasce sulla scia del film di Steno La poliziotta, un buon successo del 1974 interpretato da Mariangela Melato, Renato Pozzetto, Alberto Lionello, Gigi Ballista, Mario Carotenuto e Alvaro Vitali. Ballista, Carotenuto e Vitali rappresentano un punto di contatto tra il secondo e il primo film, che contiene in nuce alcuni elementi (l’attenzione dei vari personaggi maschili per le “curve” della Melato, i personaggi di Carotenuto e Vitali) che diverranno centrali nel film di Tarantini. Ci sono anche parecchie differenze: a cominciare dal fatto che la protagonista di Steno entra nei vigili urbani mentre la Gianna Amicucci incarnata da Edwige Fenech vuole fare la poliziotta. Grazie alla raccomandazione del questore, che abita nel suo palazzo, Gianna passa l’esame finale del corso. Nonostante sia un po’ maldestra e combini un sacco di guai, il commissario Antinori le affida il caso di un bambino abbandonato e di una madre scomparsa. Infiltratasi nel giro delle prostitute, Gianna viene invitata a una festa da Borotalco, che controlla il racket della prostituzione. Questore e commissario decidono di fare un’irruzione alla festa, ma Borotalco riesce a dileguarsi. Dopo aver salvato la madre del bambino da un tentativo di suicidio, Gianna rivede Borotalco per strada e alla fine di un lungo inseguimento lo arresta. Tarantini sceglie la strada della comicità farsesca, dei doppi sensi neanche tanto velati (il tormentone della caccia al pappagallo, con tutto quel che ne consegue), delle botte alla Bud Spencer (era fresco il successo del poliziotto manesco Piedone), degli inseguimenti, dei duetti tra il commissario, un memorabile Mario Carotenuto, e l’agente Tarallo (Vitali) e naturalmente dell’esposizione (qui comunque abbastanza limitata, si spoglia solo all’inizio e durante la festa) del corpo/feticcio della Fenech. La novità sta nel fatto che l’attrice, oltre che richiamo sessuale a cui nessun uomo può resistere (neanche un vescovo, come accade nella divertente scena della decorazione), assume anche una funzione attiva nella parte comica del film, proponendosi in un ruolo di funzionario di polizia integerrimo e maldestro.

 

La professoressa di scienze naturali, regia di Michele Massimo Tarantini (1976)

La ricerca di nuove attrici che potessero ripetere il successo della Guida e della Fenech spinse nel 1976 Luciano Martino a lanciare nel mondo della commedia sexy, con il film La professoressa di scienze naturali, Lilli Carati, eletta miss Italia nel 1975 e nello stesso anno esordiente sul grande schermo con un piccolo ruolo nel film a episodi di Sergio Corbucci Di che segno sei?. Ovviamente il regista a cui Martino affidò la Carati fu Michele Massimo Tarantini, che già era riuscito a valorizzare Gloria Guida.
In seguito a un incidente, la titolare della cattedrale di scienze naturali, professoressa Mastrilli, finisce in ospedale. Il preside del liceo la sostituisce con la nipote del farmacista, la giovane e bellissima Stefania Marini. Appena arrivata, fa subito innamorare il dottor Fifì, ricco playboy, e il suo studente Andrea. Questi, geloso per la relazioni instauratasi tra la ragazza e il dottore, si vendica impaurendo la ragazza con storie di mafia. Alla fine, resosi conto che in realtà la professoressa è interessata a lui, le confessa tutto.
La professoressa di scienze naturali, in cui Lilli è attorniata da uno stuolo di comici e caratteristi doc (Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo, Mario Carotenuto, Ria De Simone, Michele Gammino, Gaetano Pescucci, Adriana Facchetti, Giacomo Rizzo) si rivelò un successo, così come il tentativo di far diventare l’attrice un nuovo sex-symbol. Anche perché Tarantini non si fece problemi a mostrare i nudi integrali sia della nuova stellina sua di Ria De Simone, concupita dal farmacista Gianfranco D’Angelo. Tra i momenti più divertenti del film (scritto dal regista insieme alle menti della commedia scollacciata Marino Onorati, Franco Mercuri e soprattutto Francesco Milizia) quello in cui gli studenti Vitali e Marco Gelardini costruiscono una sorta di periscopio per spiare la professoressa che si spoglia nell’appartamento sottostante. Nella foga Alvaro Vitali cade di sotto e quando la Carati gli chiede cos’è successo, Vitali come se nulla fosse risponde: «E che ne so, io sono appena arrivato!». Non bisogna dimenticare neanche le scene della partita di calcio tra maschi e femmine, quella in cui Vitali si difende a colpi di karate da quattro aggressori che lo credono il figlio di un boss della camorra (nella quale Tarantini usa la stesse tecniche di ripresa già utilizzate in La poliziotta fa carriera) e naturalmente le due scene più propriamente sexy: quella in cui Gelardini crede di far l’amore con la Carati, mentre invece lo fa con la cameriera, e quella, famosa, dell’amplesso sott’acqua, piuttosto ardita (e censurata). Tarantini è un regista capace di girare inquadrature inventive sotto il profilo più squisitamente scollacciato, come quella del pube della Carati che, grazie alla luce della finestra, si intravede sotto il vestito leggero. Particolare curioso di La professoressa di scienze naturali è che si tratta di una delle poche commedie sexy in cui viene esplicitamente evocata la mafia (un vago accenno c’è anche in Classe mista), anche se poi il messaggio finale sembra essere quello che la mafia non esiste (come dice ironicamente uno dei personaggi di La moglie vergine, l’avvocato Caldura).

 

La dottoressa del distretto militare, regia di Nando Cicero (1976)

Dopo l’insegnante, la poliziotta e la liceale, nel 1976 Luciano Martino propone una nuova figura della commedia sexy, quella della dottoressa, e lo fa ricostituendo il fortunato tandem Nando CiceroEdwige Fenech (oltre alla ditta di sceneggiatori Francesco Milizia e Marino Onorati). Il film è La dottoressa del distretto militare. Il dottor Frustalupi, medico civile del distretto militare comandato dal colonnello Farina, è convinto che tutte le reclute si inventino le malattie per evitare il servizio militare. Avendo sbagliato una diagnosi, viene aggredito da una recluta. Per questo si fa sostituire da una collaboratrice della sua clinica privata, la dottoressa Dogliozzi. La giovane donna se la deve vedere con le malattie simulate dalle varie reclute, tra cui Gianni Montano, che arriva a farle credere di essere un ragazzo padre per attirare la sua attenzione.
Cicero dimostra di avere uno stile inimitabile anche quando spinge a fondo il pedale della trivialità. Ma anche geniali invenzioni oniriche che comprendono una delle immagini più belle dell’intera commedia sexy, quella di Vitali con gli occhiali dotati di tergicristalli per togliere l’appannamento che provoca la vista della Fenech nuda. Siamo più dalle parti del surreal-pecoreccio che dello scollacciato, tuttavia Cicero gira come al solito benissimo e il film ha un suo fascino per nulla banale, anche grazie alla presenza di tanti volti caratteristici del genere: Mario Carotenuto, Carlo Delle Piane, Nino Terzo, Dante Cleri (che, nei panni di un anziano paziente della clinica privata di Frustalupi, dà vita a una delle scene più divertenti), Renzo Ozzano, Jimmy il Fenomeno che fa la suora e un incontenibile Gianfranco D’Angelo.

 

Taxi Girl, regia di Michele Massimo Tarantini (1977)

Particolarmente riuscito è Taxi girl, di Michele Massimo Tarantini, una specie di variazione all’interno del ciclo della poliziotta. Molti caratteri sono simili (Alvaro Vitali è anche qui la spalla di Edwige Fenech, Michele Gammino lo spasimante geloso) e anche la struttura sostanzialmente non cambia, con il lungo inseguimento finale che passa anche attraverso gli studi cinematografici. La bella taxista Marcella, dopo essere stata testimone di un colloquio scottante tra il boss Adone Adonis e il suo braccio destro Rocco, viene incaricata dal commissario Angelini di infiltrarsi nella banda di Adonis per incastrarlo. Spacciatasi per la spogliarellista Sheila Bum, Marcella porta a termine la missione con l’aiuto del collega Alvaro e nonostante gli impedimenti causatigli dal fidanzato sposato e da uno spasimante poliziotto. Da notare l’affettuosa ironia con cui Tarantini tratteggia la figura del regista toscano autoritario e isterico (interpretato da Gastone Pescucci) che sta girando il poliziottesco “La delinquenza imperversa, la polizia non ne può più”, genere tanto in voga in quegli anni (Martino ne produsse tanti, Tarantini ne diresse due: Poliziotti violenti e Napoli si ribella). Lo strip della Fenech nel locale notturno è ironico pur non rinunciando al lato sexy: la stessa attrice affermò che in questo tipo di film le chiedevano di spogliarsi e al contempo di far ridere.

 

La compagna di banco, regia di Mariano Laurenti (1977)

Una tra le più riuscite e divertenti commedie scollacciate mai realizzate. Laurenti conferma le sue qualità registiche già con il camera-car sulle due studentesse (Brigitte Petronio e Paola Maiolini) che vanno a scuola in motorino. Ma quasi tutte le scene di questo film sono da ricordare per ritmo, inquadrature, uso della musica: in particolare quella dell’appuntamento galeotto nel camerino del negozio d’abbigliamento. La storia semplice e articolata in segmenti non è certo un difetto, anzi. Al liceo Magnani di Trani arriva una nuova studentessa, Simona Gerardi. Istigata da due compagne di classe, Simona decide di dare una lezione al bello della scuola, Mario. L’idea è quella di sedurlo e di prenderlo in giro, ma Simona finisce per innamorarsene. Gli scherzi al liceo Magnaghi sono all’ordine del giorno: obiettivi principali sono il bidello Salvatore, invaghitosi della donna di un boss, e il professor Cacioppo, che deve vedersela con gli assalti della focosa ed energica professoressa Malimondi. Il resto del cast comprende Lino Banfi, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo, Gigi Ballista, Francesca Romana Coluzzi e Niki Gentile nel ruolo della donna del boss che fa innamorare il bidello Alvaro Vitali.

 

La vergine, il toro e il capricorno, regia di Luciano Martino (1977)

Dei sette film che ha diretto Luciano Martino, quello che ottiene il maggiore successo è una commedia sexy che dà un impulso decisivo a quella che potremmo definire la farsa scollacciata. Secondo Michele Giordano è un film “un po’ confuso e caciarone ma, tutto sommato, interessante e anche godibile” (La commedia erotica italiana, Gremese Editore). In ogni caso, una sorta di summa (anche nelle numerose presenze attoriali) di tutto ciò che era stato il cinema sexy fino ad allora, ma anche un tentativo di andare oltre con una storia più compatta e complessa, quasi da commedia degli equivoci. La storia, scritta dallo stesso Martino insieme a Francesco Milizia e Cesare Frugoni, è quella di una giovane moglie (Edwige Fenech), stanca dei continui tradimenti del marito (Alberto Lionello), che decide di partire per una località turistica con il proposito di fargliela pagare. Il bel giovane che sceglie come amante è Ray Lovelock, ma la donna deve difendersi anche dalle attenzioni eccessive di due playboy da strapazzo (Aldo Maccione e Giacomo Rizzo, grande accoppiata).  Il film è divertente e sexy in egual misura, con Edwige che ancora una volta si mostra in tutto il suo splendore con rimarchevole generosità, ma anche Lia Tanzi non scherza: il breve duetto lesbico tra le due è un attentato non soltanto alle coronarie dell’anziano dirimpettaio guardone mirabilmente tratteggiato da Mario Carotenuto. Tanti i volti al posto giusto: Olga Bisera, Erna Schurer, Michele Gammino, Ria De Simone, Gianfranco Barra, Alvaro Vitali e Riccardo Garrone.

 

La montagna del dio cannibale, regia di Sergio Martino (1978)

Luciano Martino si inserisce nel sotto-genere cannibalico, abbastanza in voga in quegli anni nel cinema italiano. Tuttavia La montagna del dio cannibale è più un film d’avventura (anche se le scene sanguinolente non mancano), costituendo con i successivi Il fiume del grande caimano e L’isola degli uomini pesce (entrambi del 1979) una sorta di trilogia esotica tutt’altro che disprezzabile.
In questo caso siamo nella Nuova Guinea, dove Susan si reca insieme al fratello Arthur allo scopo di ritrovare il marito scomparso. Per riuscirci assoldano l’avventuriero Manolo come guida.

 

Il fiume del grande caimano, regia di Sergio Martino (1979)

Il fiume del grande caimano ha qualche debito nei confronti dell’horror di Tobe Hooper Quel motel vicino alla palude, del 1976, di cui utilizza anche uno degli attori protagonisti, Mel Ferrer.
Scritto dal regista insieme a Ernesto Gastaldi e Luigi Montefiori, è ambientato lungo un fiume caraibico, dove l’inaugurazione di un complesso alberghiero scatena la furia devastatrice di un alligatore che gli indigeni considerano una divinità. Nonostante la povertà dei trucchi, il regista riesce a girare un film di serie b piacevole, dinamico e mediamente sanguinoso.

 

La poliziotta della squadra del buon costume, regia di Michele Massimo Tarantini (1979)

La poliziotta Anna D’Amico vuole essere trasferita nella sezione del buoncostume e per convincere il commissario Nardecchia delle sue capacità s’infiltra in una banda che controlla il racket della prostituzione gestendo la tratta delle bianche. Si fa assumere nel night di Joe Maccarone come cantante. Il commissario Scappavia e Tarallo indagano vestiti da donna, ma vengono scoperti e catturati. Riescono a liberarsi e, insieme a Gianna, dopo un lungo inseguimento catturano Maccarone, il suo braccio destro Cocò e Latourenne. Maccarone però si vendica e spedisce a Scappavia un pacco-bomba che esplode proprio durante la cerimonia di consegna delle decorazioni.
Lino Banfi prende il posto di Mario Carotenuto come superiore della poliziotta. La struttura del film è piuttosto simile a quella del precedente La poliziotta fa carriera (e di Taxi girl): il rapporto tra il commissario che non riesce a far funzionare nulla e Tarallo che gli viene in aiuto, per esempio, l’inseguimento finale rifatto praticamente pari pari, Gianna che si infiltra nella banda del boss Joe Maccarone (un ottimo Franco Diogene spalleggiato dal bravo Giacomo Rizzo) spacciandosi per una cantante da night-club eccetera. Rispetto a La poliziotta fa carriera, viene accentuato il lato sexy, con almeno due momenti notevoli: la scena in cui Diogene e Rizzo spiano Edwige che fa la doccia e l’esibizione dell’attrice che canta “Pornography” con un costume succinto.

 

Mangiati vivi!, regia di Umberto Lenzi (1980)

Il film comincia con una serie di omicidi consumati nelle strade di New York: tre uomini vengono uccisi da una freccetta avvelenata scagliata da un indio. Lo splendido tema musicale iniziale, opera del maestro Carlo Cordio (ripreso da Lenzi nel film Incontro nell’ultimo paradiso), introduce Janet Agren mentre scorrono i titoli di testa.
Janet interpreta Sheila Morris, una giovane donna che sta cercando la sorella Diana, misteriosamente scomparsa. La polizia ritiene che Diana, plagiata dal santone Jonas, sia finita nella giungla infestata dai cannibali. Sheila decide di andarla a cercare assoldando l’avventuriero Mark. Per i due non sarà facile uscire vivi dalla giungla, mentre Diana verrà uccisa dai feroci cannibali. Lenzi riesce a miscelare l’avventura pura e il sadismo, il gore più estremo, l’erotismo morboso e la polemica ecologista, realizzando con Mangiati vivi! un film che rappresenta la quintessenza del b-movie.

 

Zucchero, miele e peperoncino, regia di Sergio Martino (1980)

È un film in tre episodi, corrispondenti ad altrettanti processi. Nel primo (il migliore), Lino Banfi viene scambiato per un pericoloso criminale. Una giornalista (Edwige Fenech) vuole aiutarlo, ma lo inguaia ancor di più. Il secondo vede Pippo Franco, un laureato disoccupato ridotto letteralmente alla canna del gas (ma non ha neanche quello), che si fa passare per una cameriera. Nel terzo, Renato Pozzetto è un taxista che salva una bella ragazza da un rapimento scopo matrimonio. I familiari di lei lo obbligano a sposarla. Sergio Martino mette il suo ottimo mestiere al servizio di uno script di Castellano e Pipolo. Nonostante qualche fugace topless siamo al film per famiglie, con gli ingredienti tipici del comico-scollacciato (nudi, docce, vouyerismo e goliardia) quasi del tutto eliminati, segno evidente del cambio di direzione voluto dal produttore Luciano Martino.

 

Cannibal Ferox, regia di Umberto Lenzi (1981)

La protagonista del film vuole scrivere una tesi di laurea sul cannibalismo per dimostrare che è un invenzione del colonialisti bianchi. Organizzata una spedizione in Amazzonia, si imbatte in una tribù resa feroce e vendicativa dalla crudeltà e dalla cupidigia di alcuni avventurieri. Solo la donna si salva dal massacro finale, e può portare nella società civile la sua testimonianza.
Cannibal Ferox ha ben poco a che vedere con i finti documentarismi e i mondo movie, è più un film d’avventura esotica, un genere ben conosciuto da Lenzi. Crudeltà, follia e perversione sono gli ingredienti principali. Lo sguardo finale attonito della protagonista è un atto d’accusa verso la natura umana. Chiaro che tutti questi concetti contrastano con l’exploitation gore di alcune scene, ma l’ambiguità è sempre stata una delle peculiarità del cinema italiano di genere. Gli amanti delle efferatezze non possono lasciarsi sfuggire la scena di uno degli avventurieri che estirpa il bulbo oculare a un indigeno con il pugnale e poi lo castra, e poi quella in cui allo stesso avventuriero gli indigeni inferociti staccano di netto la calotta cranica.

 

L’allenatore nel pallone, regia di Sergio Martino (1984)

Si tratta di uno dei titoli più popolari prodotti da Luciano Martino, con alcune battute che sono diventate degli autentici tormentoni. Registicamente è meno curato di altri, forse perché nel 1984 il cinema italiano di genere (anche comico) cominciava a segnare il passo. In ogni caso Lino Banfi, nel ruolo di Oronzo Canà, chiamato ad allenare la squadra Longobarda, è un autentico mattatore. Nel 2008 Martino ha prodotto il seguito, il non eccelso L’allenatore nel pallone 2.

 

Miami golem, regia di Alberto De Martino (1985)

Conosciuto con vari altri titoli (Cosmic Killer, Alien Killer e Miami Horror), racconta di un’entità aliena proveniente da un meteorite ricercata da una banda di gangster. Il mestiere del regista salva a malapena una sceneggiatura povera di spunti e dalle idee poco chiare.

 

Turbo, regia di Antonio Bonifacio

Negli anni ottanta, con l’avvento delle tv private e la crisi del cinema, Martino ha cominciato a realizzare anche film e serie televisive. Tra le tante ricordiamo Turbo, due stagioni di quattro episodi l’una, andate in onda su Rai due tra il 1999 e il 2000. Interpreti principali Roberto Farnesi e Anna Valle, regia di Antonio Bonifacio.

 

Questo genere di film sono andati scomparendo perché solo Martino aveva sotto contratto tutti questi grossi calibri, mentre gli altri produttori che si lanciarono nel genere non avevano attori di livello.
Mariano Laurenti

 

 

Filmografia completa di Luciano Martino

Produttore
Il demonio, regia di Brunello Rondi (1963)
I giganti di Roma, regia di Antonio Margheriti (1964)
Duello nel mondo, regia di Luigi Scattini (1966)
A 077 – Sfida ai killers, regia di Antonio Margheriti (1966)
Flashman, regia di Mino Loy (1967)
Per 100.000 dollari t’ammazzo, regia di Giovanni Fago (1967)
10.000 dollari per un massacro, regia di Romolo Guerrieri (1967)
Il dolce corpo di Deborah, regia di Romolo Guerrieri (1968)
Uno di più all’inferno, regia di Giovanni Fago (1968)
La battaglia del deserto, regia di Mino Loy (1969)
Così dolce… così perversa, regia di Umberto Lenzi (1969)
L’altra faccia del peccato, regia di Marcello Avallone (1969)
La battaglia di El Alamein, regia di Giorgio Ferroni (1969)
Mille peccati… nessuna virtù, regia di Sergio Martino (1969)
America così nuda, così violenta, regia di Sergio Martino (1970)
Una nuvola di polvere… un grido di morte… arriva Sartana, regia di Giuliano Carnimeo (1970)
La coda dello scorpione, regia di Sergio Martino (1971)
Lo strano vizio della signora Wardh, regia di Sergio Martino (1971)
Uomo avvisato mezzo ammazzato… parola di Spirito Santo, regia di Giuliano Carnimeo (1971)
Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, regia di Mariano Laurenti (1972)
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, regia di Sergio Martino (1972)
Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, regia di Sergio Martino (1972)
Tutti i colori del buio, regia di Sergio Martino (1972)
Sette ore di violenza per una soluzione imprevista, regia di Michele Massimo Tarantini (1973)
Anna, quel particolare piacere, regia di Giuliano Carnimeo (1973)
Tony Arzenta – Big Guns, regia di Duccio Tessari (1973)
Milano trema: la polizia vuole giustizia, regia di Sergio Martino (1973)
Lo chiamavano Tresette… giocava sempre col morto, regia di Giuliano Carnimeo (1973)
Giovannona Coscialunga disonorata con onore, regia di Sergio Martino (1973)
Patroclooo! E il soldato Camillone, grande grosso e frescone, regia di Mariano Laurenti (1973)
Milano odia: la polizia non può sparare, regia di Umberto Lenzi (1974)
La signora gioca bene a scopa?, regia di Giuliano Carnimeo (1974)
La bellissima estate, regia di Sergio Martino (1974)
L’uomo senza memoria, regia di Duccio Tessari (1974)
Zorro, regia di Duccio Tessari (1975)
Il giustiziere sfida la città, regia di Umberto Lenzi (1975)
Morte sospetta di una minorenne, regia di Sergio Martino (1975)
La città gioca d’azzardo, regia di Sergio Martino (1975)
La liceale, regia di Michele Massimo Tarantini (1975)
L’insegnante, regia di Nando Cicero (1975)
La poliziotta fa carriera, regia di Michele Massimo Tarantini (1975)
40 gradi all’ombra del lenzuolo, regia di Sergio Martino (1976)
Roma a mano armata, regia di Umberto Lenzi (1976)
La professoressa di scienze naturali, regia di Michele Massimo Tarantini (1976)
Classe mista, regia di Mariano Laurenti (1976)
Spogliamoci così, senza pudor, regia di Sergio Martino (1976)
La segretaria privata di mio padre, regia di Mariano Laurenti (1976)
La dottoressa del distretto militare, regia di Nando Cicero (1976)
La soldatessa alla visita militare, regia di Nando Cicero (1977)
Taxi Girl, regia di Michele Massimo Tarantini (1977)
Napoli si ribella, regia di Michele Massimo Tarantini (1977)
Il cinico, l’infame, il violento, regia di Umberto Lenzi (1977)
La compagna di banco, regia di Mariano Laurenti (1977)
Per amore di Poppea, regia di Mariano Laurenti (1977)
Mannaja, regia di Sergio Martino (1977)
Il grande attacco, regia di Umberto Lenzi (1978)
La soldatessa alle grandi manovre, regia di Nando Cicero (1978)
Zio Adolfo in arte Führer, regia di Castellano e Pipolo (1978)
La banda del gobbo, regia di Umberto Lenzi (1978)
La montagna del dio cannibale, regia di Sergio Martino (1978)
L’insegnante va in collegio, regia di Mariano Laurenti (1978)
Il fiume del grande caimano, regia di Sergio Martino (1979)
L’insegnante viene a casa, regia di Michele Massimo Tarantini (1979)
La poliziotta della squadra del buon costume, regia di Michele Massimo Tarantini (1979)
Concorde Affaire ’79, regia di Ruggero Deodato (1979)
L’isola degli uomini pesce, regia di Sergio Martino (1979)
Sabato, domenica e venerdì, registi vari (1979)
Mangiati vivi!, regia di Umberto Lenzi (1980)
Zucchero, miele e peperoncino, regia di Sergio Martino (1980)
La moglie in vacanza… l’amante in città, regia di Sergio Martino (1980)
Cannibal Ferox, regia di Umberto Lenzi (1981)
La poliziotta a New York, regia di Michele Massimo Tarantini (1981)
Cornetti alla crema, regia di Sergio Martino (1981)
Pierino contro tutti, regia di Marino Girolami (1981)
Zero in condotta, registi vari (1982, serie TV)
Ricchi, ricchissimi… praticamente in mutande, regia di Sergio Martino (1982)
Assassinio al cimitero etrusco, regia di Sergio Martino (1982)
La casa con la scala nel buio, regia di Lamberto Bava (1983)
2019 – Dopo la caduta di New York, regia di Sergio Martino (1983)
La guerra del ferro – Ironmaster, regia di Umberto Lenzi (1983)
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, regia di Sergio Martino (1983)
L’allenatore nel pallone, regia di Sergio Martino (1984)
Blastfighter, regia di Lamberto Bava (1984)
Festa di laurea, regia di Pupi Avati (1985)
Miami golem, regia di Alberto De Martino (1985)
Doppio misto, regia di Sergio Martino – film TV (1985)
Vendetta dal futuro, regia di Sergio Martino (1986)
La famiglia Brandacci (1987, film TV)
Un’australiana a Roma, regia di Sergio Martino (1987, film TV)
Qualcuno pagherà?, regia di Sergio Martino (1987)
Django 2 – Il grande ritorno, regia di Nello Rossati (1987)
Top Line, regia di Nello Rossati (1988)
I cammelli, regia di Giuseppe Bertolucci (1988)
Lo zio indegno, regia di Franco Brusati (1989)
Un orso chiamato Arturo, regia di Sergio Martino (1992, film TV)
Cuore cattivo, regia di Umberto Marino (1995)
Segreto di stato, regia di Giuseppe Ferrara (1995)
Cornetti al miele, regia di Sergio Martino (1999, film TV)
Turbo (2000, serie TV)
L’ultimo rigore (2002, film TV)
Il mercante di Venezia (2004)
Il regista di matrimoni (2006)
L’abbuffata (2007)
Linda F (2008)
Ultimi della classe (2008)
L’allenatore nel pallone 2, regia di Sergio Martino (2008)
Deadly Kitesurf (2008)
Il paese delle piccole piogge (2012, film TV)
Song ‘e Napule (2013)

Regista
Le spie uccidono a Beirut (1965, come Mario Donan)
Furia a Marrakech (1966)
I segreti delle città più nude del mondo (1971, come Dan Lopert)
La vergine, il toro e il capricorno (1977)
Nel giardino delle rose (1990)
In camera mia (1992)
Un ojo al gato y otro al garabato (2000, come Martin Hardy)

 

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