I THRILLER EROTICI DI EDWIGE FENECH

I THRILLER EROTICI DI EDWIGE FENECH

“Lo strano vizio della signora Wardh”, “Tutti i colori del buio”, “Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer” e “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave” sono i titoli della quadrilogia di thriller a contenuto erotico interpretati da Edwige Fenech nei primi anni settanta. Vediamoli uno per uno.


“Lo strano vizio della signora Wardh”
(1970) è un thriller erotico interessante soprattutto perché si tratta della prima pellicola (di una lunga serie) che Edwige Fenech interpreta con il regista Sergio Martino e prodotto da suo fratello Luciano. Il film sfrutta un soggetto di Edoardo Maria Brochero, Ernesto Gastaldi e Vittorio Caronia, sulla scia del successo de “Il dolce corpo di Deborah “(1968) di Romolo Guerrieri e de “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970) di Dario Argento. Tra gli interpreti troviamo George Hilton, Alberto De Mendoza, Edwige Fenech, Manuell Gil, Carlo Aliughiero, Ivan Rassimov e Cristina Airoldi. Sergio Martino sceglie la Fenech come protagonista dopo che l’ha conosciuta sul set de “I peccati di Madame Bovary” (1969), film di cui aveva curato la versione italiana.

Edwige Fenech è Julie Wardh, una donna sposata con un ricco borghese (De Mendoza) che nel corso del film diventa l’amante del giovane George Hilton, ma è ancora tormentata dall’ex fidanzato Ivan Rassimov. Un triangolo imperfetto, complicato dalla presenza di un maniaco che uccide le prostitute per le strade di Vienna. Nel film si apprezzano alcune interessanti parti oniriche, soprattutto i ricordi della Fenech quando ripensa al fidanzato violento. Una sequenza vede la bella attrice rivoltarsi nel fango sotto i colpi di Rassimov, che la bacia e la possiede dopo averle strappato i vestiti. Il rapporto tra la Fenech e Rassimov è sadomasochista e la pellicola presenta la coppia unita da una perversione che li rende complici. Sono numerose le parti oniriche e i flashback della Fenech che mostrano intense scene erotiche intrise di sensualità torbida e malsana. Possiamo ammirarla quasi completamente nuda nel bagno e poi assistiamo all’incontro con Rassimov che le ha spedito un mazzo di rose. “Niente unisce più di un vizio in comune”, dice. Si comprende il senso del titolo, mentre un nuovo biglietto di Rassimov contiene il titolo di un film che verrà girato in seguito : “Il tuo vizio è una stanza chiusa e io ne ho la chiave”. Le scene più erotiche e torbide sono gli incubi della signora Wardh, che rivive passate esperienze con il compagno, ricorda la sua violenza e soprattutto quanto ne era succube. Una sequenza mostra Rassimov che tagliuzza il seno della Fenech con alcuni cocci di bottiglia, le strappa il reggiseno, la tocca e subito dopo la costringe a un rapporto violento.

Intanto il maniaco colpisce e uccide a colpi di rasoio una prostituita nel bagno di casa, poi tocca a Carol, l’amica della signora Wardh, che durante la notte viene massacrata a coltellate in un parco. La parte dell’amica è recitata da Cristina Airoldi, che adesso fa la produttrice cinematografica proprio come Edwige Fenech. George Hilton è il cugino di Carol che, dopo una gita in moto e alcune romanticherie anni Settanta (la scena della mela intagliata), si porta a letto la Fenech. La musica di Nora Orlandi (fuori posto) si fa intensa e melodrammatica nei momenti topici della pellicola sottolineando le fasi erotiche più calde. Hilton e la Fenech amoreggiano sul divano in una delle scene più spinte di tutta la filmografia di Edwige Fenech, che esibisce le natiche nude tra le mani del maschio.

Il film non è eccezionale, lo ricordiamo soprattutto per esplicite sequenze erotiche che vedono protagonista una Fenech alle prime armi. Purtroppo si vede che anche Martino è alle prime regie, visto che le poche cose buone sono ispirate a Dario Argento e a Romolo Guerrieri. Gli attori non sono eccezionali, il film è recitato con lentezza, i dialoghi pesanti, a tratti inutili e ridondanti. Il doppiaggio è impostato secondo canoni manieristici che vengono dalla tradizione romantica anni Sessanta, la colonna sonora è troppo classica e non in sintonia con la pellicola. Edwige Fenech è soltanto molto bella, ma come attrice lascia a desiderare. Nei film successivi dimostrerà le sue vere doti, per il momento sono soltanto in embrione. La sequenza del maniaco che aggredisce la Fenech nel garage e poi la segue in ascensore lasciano a desiderare, così come non è credibile il successivo pianto isterico della donna che mormora al marito: “Non lo so chi era, era vestito di nero, era buio…”. Si procede con lentezza e poca suspense, la tensione non esiste, il film annoia e rischia di far assopire lo spettatore.

Meno male che nelle parti oniriche la Fenech si scatena in rapporti sadomaso con l’ex fidanzato. Per allungare il brodo, Hilton e la Fenech vanno pure in Spagna a far pesca subacquea e ad amoreggiare in barca. La sequenza del rapporto sessuale si ricorda perché è molto calda e prelude alla scoperta della morte del maniaco. Ivan Rassimov diventa il sospettato numero uno dei tentati omicidi ai danni della Fenech e, a un certo punto, pare il colpevole. Un finale confuso mostra Rassimov che tenta di ammazzare la signora Wardh con il gas della cucina e subito dopo fa credere che la donna si è suicidata. La Fenech pare morta davvero, ma è soltanto una messa in scena. Non vi fidate di Marco Giusti che su “Stracult” scrive: “La signora Wardh non è così vittima come pare, ma è stata proprio lei a mettersi d’accordo con Rassimov per uccidere il marito ed ereditare”. La macchinazione ha per complici il marito, l’ex fidanzato e l’amante che sono tutti d’accordo per liberarsi della signora Wardh ed ereditare. De Mendoza fa fuori Rassimov perché sapeva troppo e poteva essere pericoloso, infine scappa con Hilton. La polizia comprende il gioco e, grazie a un medico risoluto e romantico, riesce a sventare un delitto che pareva perfetto.

Nel film ci sono molte scene spinte, ma anche la sequenza horror del parco quando muore Cristina Airoldi non è niente male (Argento la imiterà in “Quattro mosche di velluto grigio”, 1971), così come è originale quella del cuore pulsante che diventa colonna sonora. Il film non può dunque dirsi riuscito, ma resta un capostipite del sottogenere che sta a metà tra il giallo-erotico e il thriller ad alta tensione. Regge bene solo la parte erotica grazie a una Fenech notevole, ma la tensione orrorifica delude molto, nonostante un finale ricco di colpi di scena.

“Tutti i colori del buio” (1971) è un altro thriller erotico diretto da Sergio Martino e prodotto dal fratello Luciano. Il film è scritto e sceneggiato da Ernesto Gastaldi, Santiago Montaga e Sauro Scavolini, le musiche sono di Bruno Nicolai e le scenografie di Jaime Perez Cubero. Protagonisti principali sono George Hilton ed Edwige Fenech, coadiuvati da Ivan Rassimov, Georges Rigaud, Maria Cusani, Susan Scott, Marina Malfatti, Julian Ugarte e Dominique Boschero. Il thriller, girato interamente a Londra, è ambientato nel mondo dei satanisti e presenta notevoli spunti erotico-morbosi.

La Fenech è Jane, una ragazza che vive ossessionata da terribili incubi. Lo spettatore viene precipitato fin dalle prime sequenze in un crescendo di angosce interiori. Il regista apre il film con una paurosa parte onirica durante la quale Jane sogna un uomo dagli occhi azzurri (Ivan Rassimov) che impugna un coltello per compiere un delitto. Accanto al killer ci sono delle vecchie megere sdentate che completano un quadro terrificante composto da una musica infantile, una bambola per terra e un vecchio carillon. Lo stile della sequenza ricorda Dario Argento.

Torniamo alla realtà e vediamo una Fenech angosciata che veste un pigiama bianco ed è distesa sul letto, sfoggia una mise classica composta da lunghi capelli neri e il solito sguardo da cerbiatta impaurita. La seguiamo nella doccia e apprezziamo un primo nudo mentre si insapona, poi scopriamo che il marito è George Hilton. Si prende cura di lei, le dà due pillole azzurre sciolte nell’acqua e le carezza la pelle nuda per favorire il sonno. Edwige Fenech interpreta una donna che ha paura di addormentarsi e teme i suoi incubi come fossero una tragica realtà. Jane vive sconvolta dai sogni da quando ha abortito un figlio dopo un incidente stradale e per l’omicidio della mamma avvenuto quando aveva solo cinque anni. Jane non riesce ad avere rapporti completi con il marito a causa della crisi di nervi che la coglie ogni sera.

La sorella Barbara (una stupenda Nieves Navarro, in arte Susan Scott) la convince a farsi curare da uno psicanalista (Georges Rigaud), però gli incubi continuano a tormentarla e si materializzano anche durante il giorno. Gli occhi azzurri dell’uomo che perseguita Jane sono gli stessi che hanno ucciso sua madre tanti anni prima e la seguono anche nella realtà. Quando Jane rimane sola incontra l’uomo misterioso che la perseguita, una volta accade per le strade di Londra, un’altra in metropolitana. Una nuova amica di Jane è Mery (Marina Malfatti), che pare avere tendenze lesbiche, e la introduce in un gruppo di satanisti capitanato dal perfido McBain (Julian Ugarte). Susan Scott e Marina Malfatti si danno da fare in alcune parti di nudo, ma soltanto la prima regge il confronto con la stupenda Edwige Fenech. Oltre tutto, Marina Malfatti come recitazione è pessima e il dialogo tra lei e la Fenech è da dimenticare. Pure George Hilton, in altre pellicole bravo e credibile, fornisce solo un’interpretazione da bello dei fotoromanzi.

Risultano interessanti tutte le scene del sabba satanico che mostrano Ugarte mentre taglia la testa a un cucciolo, fa grondare il sangue in una coppa e lo serve ai presenti. Il castello dei satanisti presenta persone dai volti bianchi e stralunati che denudano la Fenech, la baciano e la toccano in ogni parte del corpo. Sequenze che preludono a un rapporto finale tra Jane e il capo dei satanisti. La donna pare guarita e il giorno successivo riesce ad avere un rapporto con il marito. L’uomo misterioso non smette di perseguitare la Fenech, e Martino ci trascina in un tourbillon di sesso e morbosità nel castello dei satanisti. La parte più spinta del film vede la bella attrice franco-algerina posseduta da tutto il gruppo dei satanisti. La Fenech si concede alla vista degli spettatori come mamma l’ha fatta assumendo pose torbide e sensuali. Tra queste sequenze citiamo l’omicidio a colpi di coltello di Marina Malfatti che chiede di essere liberata dai satanisti. La Fenech fugge dal castello, precipita sempre più nell’incubo con Rassimov che la perseguita e uccide chiunque le si avvicini.

Una buona scena horror mostra la fine di due anziani servitori, sgozzati da Rassimov perché lo psicologo (morirà pure lui) aveva affidato loro la paziente. In un primo momento i sospetti cadono sul marito, ma alla fine si scopre che la storia degli incubi è una macchinazione della sorella per diventare l’unica erede. La setta satanica e Ivan Rassimov erano d’accordo con la sorella per spingere Jane nel baratro della follia. Hilton scopre la macchinazione, fa fuori Susan Scott e, nell’ultima sequenza, provoca la morte del capo satanista che precipita dal tetto di un palazzo. Interessante la parte onirica durante la quale Edwige Fenech sogna ciò che si troverà a vivere nel finale. Le parti oniriche sono la cosa più riuscita del film e riescono a creare un’atmosfera di tensione narrativa non indifferente. Le scene erotiche vedono protagonista una Fenech al massimo della forma: non è soltanto un bel corpo da guardare, ma un’attrice che recita una parte impegnativa. Il film non è eccezionale, resta un ibrido tra gli horror di Dario Argento e i noir di Polanski, ma girato con minor inventiva.


“Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?”
(1972) di Giuliano Carnimeo (si firma Anthony Ascott) tenta di bissare il successo de “Lo strano vizio della signora Wardh”. Lavorano con la Fenech: Paola Quattrini, George Hilton, Giampiero Albertini, Annabella Incontrera, Oreste Lionello, Franco Agostini, George Rigaud e Luciano Pigozzi. Pare che in una piccola parte da figurante compaia pure il critico cinematografico Marco Giusti. L’accoppiata Fenech-Hilton diventerà un marchio di garanzia per questo sottogenere thriller erotico che condizionerà il gusto dei primi anni Settanta, fino a sfociare anche nel fumetto e nel fotoromanzo.

Questo film a Mereghetti non è piaciuto per niente: scrive sul suo celebre “Dizionario” che è mal confezionato, manca di suspense e la sceneggiatura di Ernesto Gastaldi è raffazzonata. Marco Giusti non è da meno, lo definisce “un thrillerone alla Dario Argento”, anche se “la parte thriller non è granché”. Giusti ricorda solo la Fenech e la Quattrini che posano per un fotografo (Oreste Lionello) con il corpo dipinto e il fidanzato guru di Jennifer (Alberto De Mendoza) che danza con lei prima di una riunione psichedelica. Sono d’accordo con Giusti sul fatto che le due sequenze rendono bene il clima di quei tempi, però non condivido la stroncatura del film. Sarà che sono di bocca buona, però la tensione e la suspense le ho trovate, anche perché l’assassino si scopre solo dopo aver penato parecchio per il destino dei protagonisti.

La storia vede Edwige Fenech nei panni della fotomodella Jennifer che si trasferisce con l’amica Paola Quattrini in un condominio dove muoiono diverse belle ragazze. I sospetti si appuntano sulla vicina lesbica, su di un ragazzo sfigurato che vive di fronte, sulla madre del ragazzo che legge fumetti neri e riviste horror, sull’ex marito di Jennifer che è un tipo violento e su altri personaggi. Il film è ambientato a Genova ed è un miscuglio di sesso e thriller secondo la moda del tempo. Le scene di sangue sono molto crude e realistiche: si parte alla grande con il killer che colpisce con le mani coperte da guanti marroni usando una lama affilata. Secondo alcuni la scena del primo omicidio nell’ascensore avrebbe ispirato Brian De Palma per “Vestito per uccidere” (1980).

Oreste Lionello è molto bravo nella parte di fotografo gay-alternativo, ma pure Paola Quattrini si concede alla macchina da presa in pose molto sensuali e recita una bella parte da svampita. Invece, è pessimo Giampiero Albertini, commissario di polizia e collezionista di francobolli, che ricorda il Ginko dei  fumetti di Diabolik. Hilton e la Fenech sono perfetti nei rispettivi ruoli e la scena del loro lungo rapporto sessuale vale la visione dell’intero film. Non è vero, come dice Mereghetti, che “per gli amanti della bella franco-algerina bastano i primi venti minuti di visione perché dopo non si spoglia più”. Forse non ha visto il film, perché scene di nudo e di erotismo ce ne sono molte. Per esempio una bella mulatta, che sembra una pantera, si esibisce in un club privato in un numero molto sensuale, una specie di prova di forza con uno spettatore della durata di tre minuti. La mulatta, interpretata da Carla Brait, muore nella scena successiva affogata nella vasca da bagno. Oreste Lionello fotografa la Fenech nelle pose più erotiche e sexy che si possono immaginare e il regista è bravo a inquadrare i momenti topici.

Una parte onirica ci porta al vecchio matrimonio di Jennifer, quando il folle marito la faceva andare a letto con i componenti di una strana setta. L’iris bianco era il simbolo del gruppo: lei doveva ridursi a un oggetto, essere sempre pronta alle loro voglie. Pure qui la parte erotica non delude. Hilton è un pubblicitario che cerca una modella, si innamora della Fenech e frequenta la casa delle due ragazze. Molto azzeccata la sequenza dello scherzo di Paola Quattrini che si finge affogata nella vasca per impressionare i due amici. Appena la Fenech e Hilton irrompono nel bagno, lei emerge dall’acqua, nuda e insaponata. Hilton non sopporta la vista del sangue e alla fine si capisce il motivo: aveva visto morire il padre in un incidente e il sangue del genitore era colato sul suo volto. A un certo punto del film Hilton pare essere il killer e Albertini lo bracca, ma la sorpresa arriva alla fine.

L’assassino irrompe in casa della Fenech, le stringe il collo e tenta di ucciderla, ma lei sveglia l’amica e se ne libera. Annabella Incontrera è un’amica lesbica che vive nell’appartamento accanto e anche lei è nel giro dei sospettati. Il padre (Georges Rigaud) è un professore di violino: alla fine si scopre che è lui a uccidere le donne proprio perché la figlia è lesbica. Nel film abbiamo un grande sfoggio di succinte minigonne multicolori che nel 1972 andavano di moda: sia la Quattrini sia la Fenech mostrano le gambe nude in ogni scena. Da citare anche la sequenza violenta con l’ex marito della Fenech che la possiede dopo averle strappato di dosso il vestito.  “Sei solo un corpo e devi essere sempre disponibile”, le dice. Di nuovo uno strip della Fenech con un tentativo di omicidio da parte del killer, ma lei si libera ancora e fugge in un appartamento vicino. Muoiono anche la Quattrini, accoltellata (bella la soggettiva dell’assassino), e l’ex marito della Fenech. Muore il figlio della vecchia vicina, un individuo deforme.

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Hilton e la Fenech si abbandonano alla citata memorabile sequenza erotica, che comprende pure un bacio molto intimo purtroppo solo intuito. Hilton fugge via perché è sospettato e Albertini cita i Canti di Ossian: “Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?”, spiegando il senso del titolo. Il finale è ricco di tensione e di belle scene da thriller puro. La Fenech ha occhi neri stupendi e profondi, marcati da sopracciglia finissime, e Carnimeo li inquadra con primissimi piani che servono a trasmettere il senso del terrore. La Incontrera muore uccisa per errore dal killer e tutto si risolve tra la cantina e l’appartamento della Fenech. Hilton uccide il perfido professore di violino scaraventandolo giù dalla balaustra. Nel finale mi è venuto in mente Marc Porel in “Non si sevizia un Paperino” (1972) di Lucio Fulci, lui cadeva da una montagna, invece Rigaud precipita nella tromba delle scale. “Avete corrotto la mia bambina”, dice a Edwige Fenech. Uccideva perché non poteva accettare l’omosessualità della figlia. Oggi questo sarebbe definito un film omofobo e, secondo me, non ce lo lascerebbero girare.


“Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”
(1972) conclude la quadrilogia dei thriller erotici interpretati da Edwige Fenech. Si tratta dell’ultimo lavoro, non esclusivamente erotico, prima dell’inizio di una lunga stagione di successi nel campo della commedia scollacciata. Per trovare di nuovo Edwige Fenech impegnata in un thriller si dovrà attendere il 1988, con “Un delitto poco comune”, un buon lavoro diretto dallo specialista Ruggero Deodato.

“Il tuo vizio è una stanza chiusa…” è tratto nientemeno dal racconto “Il gatto nero” di Edgar Allan Poe. La sceneggiatura vede all’opera Luciano Martino (anche produttore in coppia con Leo Cevenini), Ernesto Gastaldi, Adriano Bolzoni e Sauro Scavolini. La fotografia è di Giancarlo Ferrando, il montaggio di Attilio Vincioni, le scenografie sono di Riccardo Domenici e le musiche di Bruno Nicolai. Interpreti principali: Edwige Fenech (Floriana), Anita Strindberg (Irene), Luigi Pistilli (Oliviero Ruevigny), Ivan Rassimov (Dario), Franco Nebbia, Enrica Bonaccorti, Dalila Di Lazzaro e Daniela Giordano.

Il film parte alla grande con un rapporto sessuale tra la Strindberg e Pistilli, che scorre sotto i titoli di testa. Purtroppo è volutamente sfuocato e si può solo intuire. Luigi Pistilli è uno scrittore fallito ed erotomane, tratta la moglie come un oggetto e la umilia davanti agli ospiti. Anita Strindberg è molto bella, sforna un’interpretazione da donna frustrata e un po’ lesbica che diventa una perfida omicida calcolatrice. Il rapporto sadomasochista e ambiguo che lega Pistilli con la Strindberg è reso bene nelle sequenze iniziali che mostrano la donna in lacrime, il marito che la offende, la picchia e poi la possiede. Il gatto nero è il filo conduttore della storia, che si dipana attraverso i suoi occhi gialli e il rapporto di odio tra la bestia e la Strindberg. L’animale era proprietà della defunta suocera, adesso il marito se ne occupa e lo accudisce come un figlio.

Quando cominciano i delitti, la polizia sospetta dello scrittore perché la prima vittima è una ex studentessa con la quale aveva un appuntamento la sera del delitto. Franco Nebbia è un commissario di pubblica sicurezza poco credibile, lo ricordiamo più a suo agio come presentatore radiofonico della trasmissione “Il Gambero” e come commentatore sportivo. In ogni caso, conduce le indagini tra domande scontate e precisazioni risibili, ma qui la colpa è dello sceneggiatore.

L’assassino taglia la gola alle vittime con un falcetto ricurvo, colpisce anche in casa dello scrittore uccidendo la domestica di colore. La moglie convince lo scrittore che è meglio murare la donna in cantina perché nessuno crederebbe alla sua innocenza. Il film è diventato un cult soprattutto per il titolo, una frase scritta nel biglietto che si leggeva ne “Lo strano vizio della signora Wardh”, primo film girato da Martino con la Fenech. Martino aveva riscosso grande successo con i precedenti thriller erotici, soprattutto per merito della bella franco-algerina. In questo film la Fenech è Floriana, una diciottenne androgina, con i capelli a caschetto che non le donano molto. Se esiste un’attrice non efebica e che non ha il fisico per ricordare un uomo questa è proprio la Fenech, ma secondo Martino “averla nel film era fondamentale”.

Edwige Fenech arriva nella casa dello zio e si dà un gran da fare in camera da letto senza trascurare nessuna possibilità. Ricordiamo una scena lesbica con Anita Strindberg, massacrata dalla censura. La sensualità del rapporto resta immutata per via della morbosità degli sguardi e delle languide carezze, ma la macchina da presa riprende soltanto volto e mani delle donne. Floriana veste una minigonna di un rosso sgargiante, porta stivaloni super sexy: proviene da una comune “dove gli uomini sono di tutti”, anche se lo zio corregge che “le donne sono di tutti”. Un po’ di polemica sessantottina e femminista calza a pennello nel periodo storico. Subito dopo, la Fenech indossa un corto pigiama che mette in mostra le lunghe cosce accarezzate dallo zio con voluttà. “Ti piace la nipotina?”, domanda ammiccante. Lui tocca le cosce e si fa chiamare porco, alcolizzato, drogato, depravato che dormiva con sua madre e persino scrittore fallito. Il gatto entra ancora una volta in scena e graffia la Strindberg che, in una sequenza successiva, gli toglierà un occhio con un paio di forbici.

Va citata anche una breve parte dove entrano in gioco le bellezze posteriori di Enrica Bonaccorti, in seguito presentatrice televisiva, mentre scende dal treno e viene accolta da allupati militari. La Bonaccorti è una prostituta che mostra le lunghe gambe un altro paio di volte prima di essere uccisa da un assassino che non è il killer, ma un pazzo uscito dal manicomio. La polizia arresta l’omicida e scagiona lo scrittore. Nel film c’è Ivan Rassimov nella parte di un lattaio, appassionato di motociclismo e innamorato della Fenech. Una sequenza erotica vede un intenso rapporto tra lei e Rassimov in una mansarda, fuori dalla porta Pistilli fa il guardone e subito dopo ci prova con successo.

Si fatica a trovare un personaggio positivo, ma il più negativo è lo scrittore fallito che insidia la giovane nipote e tratta con disprezzo la moglie. Neppure la Fenech è da salvare, visto che tradisce tutti e passa da un letto all’altro con naturalezza. Come recitazione gli attori lasciano a desiderare senza distinzioni e anche la Fenech non convince. Pistilli è il solo che si salva. Da citare una parte erotica con protagonisti Pistilli e Fenech: lei indossa il vestito della madre, se lo fa togliere con violenza e resta a seno nudo.

La pellicola è pervasa da un erotismo torbido, caratteristica comune dei thriller erotici italiani, però di qui a definirlo un porno-thriller (come fa Marco Giusti su “Stracult”) ce ne corre. Alla fine comprendiamo che neppure la moglie dello scrittore è un personaggio positivo, perché ha architettato un piano che prevede la distruzione psicologica del marito. La Strindberg capisce che il marito la vuole uccidere per rimanere solo con la nipote, allora entra in scena il suo amante (complice di tutto) e insieme fanno fuori Pistilli. La Strindberg pareva una vittima, ma è la carnefice che uccide il marito e lo mura in cantina. Una nuova scena lesbica (tagliata) suggella il patto di alleanza tra lei e la Fenech, che chiede gioielli in cambio del silenzio. Non dura molto perché la coppia diabolica fa fuori pure Floriana, dopo aver ucciso la mamma, la cameriera di colore e il marito.

Edwige Fenech è in moto con Rassimov quando il complice della Strindberg versa una lattina di olio in una curva, fa cadere a terra i due compagni e poi brucia i cadaveri. Infine, la Strindberg getta nel burrone il complice per rimanere sola a godere l’eredità. È convinta che nessuno la possa tradire, ma il gatto nero fa capire ai poliziotti che dietro una parete ci sono due corpi murati. Tutto perché una vecchia aveva visto la scena in cui la donna toglieva un occhio al gatto e l’aveva denunciata per sevizie contro un animale. A titolo di curiosità, ricordiamo una giovanissima Dalila Di Lazzaro che, in una delle prime sequenze, balla nuda sopra un tavolo.

L’ultimo libro di Gordiano Lupi: “Storia della commedia sexy all’italiana, volume 1 – Da Sergio Martino a Nello Rossati”, Sensoinverso Edizioni 2017

 

4 commenti

  1. […] Wardh (1971) Il primo thriller di Sergio Martino è anche il primo nel quale dirige Edwige Fenech (qui). Con l’attrice franco-algerina (a quell’epoca compagna di Luciano Martino, produttore […]

  2. […] Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? (1972), di Giuliano Carnimeo Prodotto da Luciano Martino e scritto da Ernesto Gastaldi, è un thriller solo apparentemente minore. Un maniaco semina il terrore uccidendo giovani donne in un condominio. La polizia indaga, finché scopre che il colpevole è il più insospettabile. Come spesso accade ai gialli scritti da Gastaldi, prevale l’aspetto investigativo e la narrazione è contrassegnata da una sequela di false piste. Per esempio, la protagonista Jennifer (Edwige Fenech) è inizialmente perseguitata dall’ex marito, uno dei possibili indiziati fino a quando non viene trovato morto. Comunque Carnimeo riesce a creare una buona atmosfera e, in alcune sequenze, una suspense accettabile. […]

  3. […] simbolo di quel periodo, e di quella cinematografia, è senza dubbio Edwige Fenech. Avendo scritto molti film interpretati dalla Fenech, immagino che avrà avuto modo di conoscerla. […]

  4. […] Edwige Fenech. Per esempio in quello che probabilmente è uno dei suoi migliori film, il thriller Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? (1972), che firma con il suo consueto pseudonimo Anthony Ascott. Prodotto da Luciano Martino e […]

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