QUANDO LA CENSURA PROVOCA IL BLACK OUT

QUANDO LA CENSURA PROVOCA IL BLACK OUT

“Nessun bisogno vi è de libri” perché “meglio
che mille libri (…) fossero proibiti senza demerito,
che permesso uno meritevole di proibizione”.
Ludovico Beccadelli, segretario del Concilio di Trento dal 1545

La censura ha una lunga storia che ancora oggi continua. Se non avesse tristi e negativi esiti, sarebbero addirittura umoristiche le modalità spesso grossolane con cui viene applicata o le verità lapalissiane che si adopera a nascondere con ogni mezzo. O ancora, i travestimenti che s’inventa per apparire il contrario di quello che è: progressista e disinteressata, umanitaria ed etica, veritiera e benefica.

L’argomento è vecchio e alquanto noioso, ma può avere esiti sorprendenti quando la lista dei censurati diventa pubblica grazie a risvolti storici posteriori o all’attività clandestina di chi si è adoperato per preservare la conoscenza nel tempo.

Noioso, dicevo, ma ricordiamoci che ogni nome porta con sé una vita dedicata alla conoscenza ed è, anche solo per questo motivo, degno di rispetto se non di interesse personale.

La locandina del film di François Truffaut tratto dal romanzo di Ray Bradbury: Farenheit 451 (1966)

 

Per fare un’analisi rapida dell’argomento, ma spero esaustiva, ho scelto di dare un’occhiata agli antefatti che portarono all’immane sequenza di Indici dei libri proibiti, Indices librorum prohibitorum, che si sono susseguiti per quattro secoli a opera del potere religioso, nonché agli Indici stessi.

Non perché la peggiore censura sia provenuta da lì, ma semplicemente perché è un periodo storico e geografico abbastanza vicino, ma allo stesso tempo abbastanza lontano affinché nessuno possa sentirsi in causa oggi.

Il che permette di trattare la censura cattolica come una metafora della censura in generale (religiosa o laica, quando non addirittura accomunate dal medesimo intento seppure per obiettivi diversi) e dei movimenti con cui si esplica. Metafora applicabile a tutti i tempi, anche quelli odierni.


Tralascio esempi antichi come il processo al filosofo Anassagora nell’Atene di Pericle, accusato di empietà per aver distrutto la superstizione religiosa fondata sul mito. Fu accusato di ateismo. O un altro filosofo, Protagora, che per lo stesso motivo fu perseguitato a causa del suo Saggio sugli dei.
O il filosofo Zenone di Elea, che mise in pericolo la tirannide di Nearco.
O il celebre Socrate, che instillò il dubbio nelle menti dei giovani ateniesi e che, come tutti sanno, bevve la cicuta pur di non derogare al proprio pensiero.
Platone fu più “fortunato”, essendo venduto come schiavo perché aveva denunciato la tirannia siracusana di Dionigi il Vecchio.
Le Massime capitali di Epicuro furono messe al rogo, e bruciati anche molti testi della scuola pitagorica.

Ipazia (Hypatia) dipinta dal pittore tedesco Alfred Seifert (1901)

 

Tralascio anche Ipazia, raccontata da Socrate Scolastico nella sua Storia Ecclesiastica: la celeberrima scienziata e filosofa greco-alessandrina di scuola neoplatonica della fine del IV secolo dopo Cristo. Faro di cultura a cui i sostenitori del libero pensiero accorrevano per essere istruiti, uccisa dai monaci della Nitria per ordine del vescovo Cirillo.
Tornò prepotentemente in vita negli ultimi anni attraverso un film a lei dedicato, Agorà, una produzione spagnola diretta da Alejandro Amenábar in cui si può vedere Ipazia discutere con i propri studenti e mettere in dubbio il sistema geocentrico di Tolomeo, per propugnare quello eliocentrico teorizzato per la prima volta da Aristarco di Samo.

La sua morte violenta è il simbolo della fine di una grande epoca di cultura illuminata che avrebbe potuto dare sviluppi molto interessanti, e invece è stato il punto iniziale di un oscurantismo scientifico e culturale che durerà per lunghissimi secoli. Ne seppe qualcosa Galileo Galilei quando propugnò la tesi eliocentrica, per cui fu condannato dal Sant’Uffizio nel 1633.

Secoli di impasse culturale e scientifica in cui vale sottolineare che, con l’introduzione dell’Index librorum prohibitorum, anche le opere espurgate e ridotte a brandelli di sapere, per cui occorreva un permesso speciale di lettura, verranno interdette alle donne.

Ancora non siamo nel vivo dell’argomento, ma occorre sottolineare che anche il mondo romano non fu alieno a roghi di libri (lo storico Tito Labieno e il retore repubblicano Cassio Severo, il primo suicida, il secondo esiliato sotto l’impero di Augusto, sono solo esempi di censura, a cui potremmo aggiungere quelli avvenuti sotto Tiberio e molti altri ancora)

Le parole di Tacito, anche lui finito nelle mire censorie, sono ancora attuali: “Tanto più conviene ridere della stoltezza di coloro che con lo strapotere presente credono di poter soffocare anche il ricordo della generazione che verrà: perché, al contrario, il genio perseguitato cresce in prestigio e nient’altro hanno ottenuto i re stranieri o quelli che hanno usato la stessa crudeltà se non disonore per sé e gloria per le vittime”.

Il frontespizio di una edizione secentesca delle opere di Publio Cornelio Tacito, Venezia per il Pezzana 1677

 

Per cui, quando il potere religioso cristiano di lì a poco emergerà, avrà già disponibile una tradizione di censura che non esiterà a far propria.
Mondo cristiano diviso da lotte intestine, liti metafisiche e apostoliche, scismi e accuse che all’inizio del IV secolo troverà nell’imperatore Costantino colui che installerà stabilmente al potere le gerarchie della nuova religione emergente, quella cristiana.

Al di là delle discusse convinzioni interiori dell’imperatore convertito, senz’altro l’uomo di Stato doveva aver visto le grandi potenzialità di un sistema religioso monoteista, quindi assoluto, che si innestava magnificamente nella crisi del politeismo pagano (quindi attenzione ai periodi di crisi, in cui è consigliabile tenere alte le soglie di attenzione e discriminazione).
Era dunque nell’interesse di Costantino fare in modo che la pax deorum si trasformasse in una pax dei, per mantenere un potere laico indiscusso e coeso cementificando l’unità politico-culturale dell’impero. Da qui il suo appoggio incondizionato alla nuova religione e i suoi numerosi interventi per contrastare scismi e dissidi.

Da questo momento il doppio potere, imperiale e religioso accomunati da un unico intento, comincerà a fare il bello e il cattivo tempo, mettendo in pericolo chiunque si opponga ai suoi decreti e alle versioni decise come ufficiali, o anche solo mostri di non avallarli.

Moneta di Costantino, con la rappresentazione del monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale (327 circa)

 

Dunque, già prima di arrivare all’emanazione dell’Index librorum prohibitorum si susseguono casi di censura di libri. Perché il libro è sempre stato lo spauracchio di ogni potere, dal momento che informa, mette nelle condizioni di fare collegamenti, fa pensare e riflettere, libera dall’ignoranza. Tutte cose che non sono utili, anzi, risultano controproducenti per ogni regime autoritario che voglia affermarsi come tale.

Si rende necessario, quindi, stilare una lista dei cosiddetti libri proibiti e permettere la lettura solo di quello che è in linea con la visione del potere di turno.

Tra i più importanti avvenimenti che coinvolsero casi di censura antecedenti al primo Index ci sono il primo concilio ecumenico di Nicea nel 325, dove si proibì la diffusione delle opere del teologo Ario e dei suoi seguaci, condannati come eretici. I testi di Ario furono bruciati. Ha inizio così una tradizione di fuoco che sarebbe continuata nei secoli successivi. Per inciso, a chi volesse approfondire, la vicenda di Ario ebbe divertenti e successivi risvolti tra cui la sua riabilitazione.

Al Concilio di Cipro del 401 è la volta di Origene, uno tra i più grandi teologi cristiani dei primi secoli e considerato un padre della chiesa cattolica, lui stesso vittima delle persecuzioni cristiane a opera di Decio e dei suoi fratelli. Ancora in corso è una discussione specialistica in merito ai perché e che cosa fu censurato durante il concilio.

Alla lista di libri apocrifi di papa Innocenzo I nel 405, segue da parte di papa Leone Magno un rogo di libri manichei, testimonianza di una religione dualista che accomuna aspetti giudaico-cristiani e gnostici, cioè misterici, e non solo. Religione di origine persiana poco fortunata e sistematicamente perseguitata sia dal potere religioso che laico.

Dell’occasione ne approfittano anche gli imperatori Teodosio II e Valentiniano III, che aggiungono al rogo gli scritti di Porfirio, teologo e filosofo greco neoplatonico che ebbe lo sfortunato destino di scrivere il trattato intitolato Contro i cristiani, in cui pone sotto accusa il battesimo, confutandone il potere di lavare tutte le colpe perché, se fosse così, “chi non vorrebbe commettere ogni sorta di nefandezza, sapendo che otterrà attraverso il battesimo il perdono dei suoi crimini?”. All’epoca c’era l’usanza di farsi battezzare sul letto di morte (come fece lo stesso Costantino) per liberarsi da tutti i peccati commessi in vita.

Se quindi oggi possiamo leggerne solo alcuni frammenti (fortunosamente sopravvissuti) è grazie alla pia opera dei due imperatori.

 

Diffusione del manicheismo a partire dall’insegnamento del religioso persiano Mani

 

La prima vera protolista di libri proibiti la dobbiamo a papa Gelasio I nel 494, il quale, con il Decreto Gelasianum, sferrò una guerra accesa ai libri pagani, in particolare a quelli dei manichei che, numerosi a Roma, per sfuggire alla persecuzione si fingevano cattolici. Gelasio I promulgò la regola che l’eucarestia fosse somministrata sia nella forma di pane sia di vino, sapendo bene che un manicheo non avrebbe mai bevuto del vino, ritenendolo peccaminoso.
E quindi obbligandolo a scoprire, in tale frangente, la sua natura eretica

Fu anche il papa che introdusse la consuetudine di sovrapporre ricorrenze festive cattoliche alle antiche feste precristiane, perché si perdesse il ricordo di queste ultime cancellando così la cultura preesistente.
Per esempio, all’antica festa pagana dell’amore festeggiata il 14 febbraio introdusse il culto di san Valentino.
O ancora, al posto dei Lupercali, l’antica festa romana in onore al dio Fauno, protettore del bestiame caprino e ovino, introdusse la Candelora, una festa che si tiene il 2 febbraio per celebrare la presentazione al tempio di Gesù.

Il Secondo Concilio di Nicea, nel 787, richiesto da papa Adriano I per condannare l’iconoclastia (l’avversione per il culto delle immagini e la loro distruzione), sferrò un’ulteriore offensiva decretando che i fedeli in possesso di libri proibiti procedessero all’immediata consegna dei testi al vescovo della propria diocesi.
Comincia, quindi, un primo diretto attacco non solo verso gli autori dei libri incriminati, ma anche verso coloro che li possiedono.

Nei Concili di Tolosa (1229) e di Tarragona (1234), alla lista dei libri proibiti in precedenza si aggiungono la proibizione della Bibbia per coloro che non appartengono alla Chiesa e la messa al rogo di tutte le Bibbie scritte in volgare, con l’evidente intento di impedirne una lettura che non sia quella predicata dal pulpito.

Prima ancora, andranno al rogo le opere del patriarca bizantino Fozio di Costantinopoli; le opere del filosofo e teologo Pietro Abelardo, condannato in più occasioni come eretico; le opere di Arnaldo da Brescia che, per il propugnato rifiuto del potere temporale del papa e della Chiesa, fu impiccato e poi anche arso, con successiva dispersione delle ceneri nel Tevere perché nessuno potesse recuperarne i resti mortali, morto di morte violenta tre volte a esplicito e pubblico chiarimento.

Dal 1239, in più occasioni e in luoghi diversi fino al 1319, andranno al rogo copie del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo.

Di eresia patarina fu accusato nel 1327 Cecco d’Ascoli, poeta medico astronomo e altro ancora, nel cui rogo allestito non finirono solo i suoi libri ma anche lui stesso. La Pataria, un movimento nato all’interno della Chiesa milanese, denunciava la simonia, il matrimonio dei preti, la ricchezza e la corruzione delle cariche ecclesiastiche.

Giulio Cantalamessa: Cecco d’Ascoli, durante una lezione tenuta all’Università di Firenze (Museo di Ascoli Piceno). Il dipinto venne commissionato nel 1872 dal Consiglio Comunale di Ascoli e la sua esecuzione durò 4 anni. L’intento storico e realistico che il pittore voleva imprimere all’opera lo portò a stabilirsi a Firenze per un certo periodo, per studiare a fondo i luoghi dove Cecco era vissuto.

 

Se fino a questo momento gli strali della censura andavano a colpire tutto quello che era in odore di eresia rispetto alla versione ufficiale propugnata dalla Chiesa romana, ci fu un episodio anticipatore che preannunciò la volontà di assalire non solo in ambito religioso o teologico, ma anche tra le più diverse discipline.
Successe durante il papato di Giovanni XXII, l’epoca della cosiddetta cattività avignonese, periodo durante il quale la sede pontificia era stata trasferita ad Avignone e le provincie dello Stato Pontificio erano cadute nell’anarchia e divise dalle lotte intestine delle principali famiglie nobiliari romane. Il cardinale Bertrando del Poggetto, nipote del papa, ordinò la messa al rogo del De Monarchia di Dante Alighieri, cosa che non però ebbe seguito.
Ma nel 1355 verrà proibita ai giovani la lettura delle opere in volgare di Dante

Col Concilio di Costanza, nel 1415, finiscono al rogo Jan Hus, teologo e riformatore religioso boemo, e i suoi libri. Le sue idee daranno vita al movimento degli hussiti che finirà per aderire in parte alla Riforma protestante.

Nella seconda metà del Quattrocento, grazie al frate Bernardino da Feltre, tra invettive agli ebrei e a Boccaccio bruciano gli Epigrammi dell’antico poeta latino Marziale, probabilmente colpevole di simpatizzare per Epicuro e di saper descrivere con maestria e pungente vena comico-satirica i vizi e i difetti umani, di cui non difettava la società contemporanea a Bernardino.
D’altronde si dice classico quando le parole valgono sempre, di epoca in epoca, e gli Epigrammi di Marziale hanno tenuto nel tempo. La censura lo dimostra.

Tu ti rammarichi, Cornelio, che i versi ch’io compongo
sian poco austeri e che il maestro non possa
tramandarli nella scuola: ma questi libretti,
come i mariti per le loro spose,
non posson appagare (il lettore) senza (considerar) l’uccello.
Cosa (sarebbe) se tu mi proponessi di scrivere una canzone nuziale
usando parole non ammesse nelle occasioni nuziali?
Chi permetterebbe i vestiti alle feste di Flora,
ed alle meretrici la pudicizia d’una veste?
La parola usata in queste poesie è giocosa,
e (i mie’ carmi) non potrebber piacere, se non fosser pruriginosi.
Per cui, ti chiedo, abbandona la severità,
abbi riguardo per le lussurie e le facezie,
e non castrare i miei libretti mentre spiccano il volo.
Nulla è più ignominioso d’un Priapo senza palle.

Marziale, Epigrammi (Carmen 35)

 

Cambiano i tempi e avviene una rivoluzione epocale: nel 1455 il tedesco Johannes Gutenberg inventa la stampa a caratteri mobili. In pochi decenni si diffonde in tutta Europa.
Si calcola che nel cinquantennio successivo all’introduzione dell’invenzione di Gutenberg siano stati pubblicati 30mila titoli per un totale complessivo di 12 milioni di copie.

Di fronte a un evento di tale portata diventa evidente che la censura non può più essere applicata all’interno di eventi episodici come era stato fino ad allora, e che nemmeno può essere applicata sull’invenzione tecnica e i suoi esiti di informazione massificata, ma diventa piuttosto necessario un nuovo strumento che permetta di esercitare il controllo su tutta la produzione intellettuale, sia quella già pubblicata sia quella da mandare in stampa.

C’è un periodo intermedio tra questo momento e il primo Index.

A dare il via fu Sisto V, con la concessione al diritto di censura sui libri alle università, che già possedevano quello di revisione dei manoscritti (1479). Inoltre, diede ai rettori la facoltà di comunicare la scomunica agli stampatori e ai lettori di opere proibite. 

A Magonza, in Germania, l’arcivescovo interdisse la stampa e la vendita di libri in lingua tedesca che non fossero stati approvati da un’apposita commissione composta da due ecclesiasti e due dottori universitari della città.

Questi eventi saranno anticipatori dell’imprimatur, cioè il permesso alla stampa da parte dell’autorità ecclesiastica, che verrà sancito da papa Innocenzo VIII con la bolla Inter multiplices nel 1487: da questo momento la censura sulla stampa in pubblicazione verrà eseguita dai vescovi e dal Maestro del Sacro Palazzo Romano. Viene annunciato che tutto quello che non corrisponderà all’ortodossia cattolica dovrà essere distrutto, e perseguiti gli autori.

Nel frattempo i roghi avevano continuato a colpire, stavolta puntando l’attenzione anche nei confronti della letteratura.
È il turno di Giovanni Pico della Mirandola e delle sue Novecento Conclusioni (in particolare le Novem Centuriae Conclusionum Secundum Opinionem Propriam), ritenute eretiche dallo stesso Innocenzo VIII, pena la scomunica a chi dovesse possederne una copia. Un altro ecclesiasta poco dopo aggiungerà anche L’apologia

Vanno al rogo ancora libri ebraici. Il secolo verrà concluso dai fuochi di frate Girolamo Savonarola (1497-98) che darà la pennellata finale con i “bruciamenti della vanità”, mettendo al rogo lo scandaloso Decamerone di Giovanni Boccaccio, il poema comico-cavalleresco Il Morgante di Luigi Pulci (del quale probabilmente non dovevano piacere le sue simpatie per il filosofo Averroè e per il misticismo della cabala ebraica) e, dulcis in fundo, l’opera di Dante Alighieri, Commedia compresa.

Per capire l’atmosfera del tempo, è anche necessario precisare che nell’ultimo ventennio del Cinquecento, grazie a tre bolle emanate da papa Sisto V (1478 – 1482 – 1483), viene resuscitata l’istituzione medievale dell’Inquisizione nei territori iberici, su richiesta dei cattolicissimi reali Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, e da lì si diffonderà per tutta Europa e anche fuori continente. 

Taccio sul clima di repressione che investirà ogni strato della vita pubblica e privata, perché con la nuova Inquisizione il cappio si stringerà a tal punto da dar luogo a vere e proprie carneficine legalizzate. E continuo a restringere il campo di indagine ai soli libri proibiti, specchio esemplare di ogni sana gerarchia dedita a reprimere la coscienza e il libero pensiero.

L’ondata di roghi iniziale investirà Milano, Vivarrambla, Granada, Colonia, mandando al macero testi ebraici, moreschi, islamici.

Francisco Goya: Tribunale dell’Inquisizione (1812 – 14)

 

Nel frattempo si fa strada la riforma luterana. Con la bolla Exsurge Domine (1520), papa Leone X non tarderà a dare una risposta decisa a Lutero e a tutte le deviazioni della dottrina che ne deriveranno, condannando in toto ogni opera luterana o che ne discende, presente e futura.

A un primo rogo a Roma di tutte le copie luterane trovate, ne seguiranno altri e a più riprese in Germania, in Francia, in Italia (luterani che non mancavano di denunciare la dissolutezza morale e religiosa della Chiesa romana). E senza che la Chiesa romana dimenticasse, nel frattempo, il lavoro di distruzione perpetua di testi ebraici.

Tutto questa immane soppressione non impedì la circolazione clandestina dei testi luterani, la cui dottrina stava prendendo sempre più piede.

Un ulteriore inasprimento della censura venne con l’istituzione dell’Inquisizione romana a opera di papa Paolo III (1542) che, inizialmente, avrebbe dovuto essere temporanea in attesa del concilio richiesto dall’imperatore Carlo V per conciliare la deviazione protestante. Cosa che non fu, perché al Concilio tridentino l’Inquisizione non concesse nulla sia da un punto di vista teologico, sia per ciò che riguardava potere papale e privilegi ecclesiastici, anzi, verticalizzò e restrinse ancora di più l’ambito dei poteri.

E da strumento temporaneo, l’Inquisizione pervenne a essere una istituzione che sarebbe stata sciolta da papa Paolo VI solo nel 1966.

Sebastiano Ricci: Paolo III nomina il figlio Pier Luigi Farnese duca di Parma e Piacenza, 1687

 

È importante evidenziare che, con il Concilio di Trento, la Chiesa romana costruì una sua forma burocratica centralizzata, in modo tale da delegare l’intero potere alla Congregazione del Sant’Uffizio.

Il diritto giuridico (lo ius inquirendi, procedendi et iudicandi) venne trasferito nelle sole mani degli inquisitori nominati dal pontefice (mentre nell’Inquisizione medioevale era in mano ai vari vescovi, seppure coadiuvati dagli inquisitori), livellando in tal modo ogni potere che non fosse quello centrale e rendendo la legge uguale per tutti, dando agli inquisitori potere di vita e di morte su chiunque, compresi gli alti prelati e i vescovi. Il diritto di grazia venne riservato solo al papa, trasformandolo in un monarca assoluto la cui parola non può essere discussa e i cui interpreti sono solo gli inquisitori. 

Il sospetto dell’inquisitore (suspicio) diventa legge ed entra a giocare un ruolo determinante, addirittura trasformandosi in prassi (in una sorta di gioco preventivo in cui si giudica non quello che è stato fatto, ma quello che si suppone si potrebbe fare) e sufficiente per dar corso alla legge. Un po’ come succede a Washington nel 2054 nel famoso Minority report, un film di Steven Spielberg basato su un racconto di fantascienza di Philip K. Dick. 

Questo significa anche che per la Chiesa essere inquisiti è sinonimo di legittimo sospetto. Da qui l’idea fondamentale che l’inquisitore giudica e delibera partendo dal presupposto che l’imputato sia colpevole e quindi debba confessare le sue colpe, in base al legittimo sospetto, e non su fatti provati. Smantellando così, a priori, le basi di un sistema processuale per accusatio, in cui invece accusatore e accusato sono sullo stesso piano e chi accusa deve provare la sua accusa. 

Un’altra innovazione che rese possibile tutto questo fu l’introduzione dell’obbligo alla denuncia (che se non fatta è punita) di chi devia dall’ortodossia o in qualche modo è diverso, portando la stessa popolazione al ruolo attivo di persecutore in qualità di collaboratore. Il credente che avesse deciso di parlare di argomenti la cui competenza era inquisitoriale non poteva essere assolto dal confessore, ma solo dall’inquisitore. È facile capire come, di riflesso, anche il confessore venisse coinvolto nel processo attivo di persecuzione perché tenuto a notificare tutto a Roma. 

L’introduzione del segreto istruttorio, cioè dell’accusatore che dice ma si nasconde, diede la pennellata finale a un quadro in cui chi accusa non deve rispondere di niente e, anzi, permette all’inquisitore di implementare e utilizzare la delazione per i suoi scopi. 

Riesce anche facile capire come il ruolo dell’avvocato dell’imputato, per altro nominato dall’inquisitore fra lo stuolo di avvocati collaborazionisti, sia completamente svuotato di ogni senso, il cui compito si riduce a convincere l’accusato a confessare e a invocare formalmente la clemenza dell’inquisitore.

L’Index del 1758. Nell’incisione al verso dell’antiporta si vede san Paolo mentre impugna la spada davanti al rogo di libri organizzato a Efeso nel 57.

 

Da questo momento comincerà una lunga sequenza di Indices librorum prohibitorum, continuamente aggiornati, che per quattro secoli influirà pesantemente nella vita intellettuale, pubblica e privata dei popoli, impedendo e rallentando ogni progresso e distribuendo terrore e sangue nei confronti di chiunque non aderisca in modo acefalo all’ortodossia cattolica, o ne sia anche solamente sospettato.

Migliaia di titoli vengono inscritti nelle liste dei vari Indici, a volte scomparendo, a volte ritornando a periodi alterni, e un’analisi sistematica dei testi sarebbe troppo gravosa per un articolo divulgativo quale vuole essere questo. Basterà menzionare i più grandi censurati di ogni secolo per capire la portata della censura.

Il primo Indice compare nel 1538 ed è autorizzato dal senato milanese sotto il dominio spagnolo, dove compaiono i nomi dei grandi eretici, Lutero ed eterodossi compresi. Segue l’Indice di Parigi del 1544, redatto dall’università parigina, e poi comincerà una lista di Indici redatti nelle più svariate contrade europee, tra i quali i più capillari e persecutori si riveleranno quelli dell’Inquisizione romana.

Di quest’ultima, dopo vari avvicendamenti, il primo Indice universale verrà promulgato nel 1558, quando finalmente papa Paolo IV, l’intransigentissimo Gian Pietro Carafa, non si sarà ritenuto soddisfatto degli annosi studi avvenuti in più fasi, e della cui volontà in generale si farà riferimento nei periodi successivi, nonostante alcune posizioni meno dure di altri papi, e solo in apparenza.

Fra le proibizioni dell’Indice dell’Inquisizione romana figurano anche il Vecchio e il Nuovo Testamento, che possono essere letti solo su permesso del Sant’Uffizio (in pratica un terno al lotto ottenerlo), e comunque non accordato alle donne, sebbene in alcuni casi di breve durata sarebbe stata concessa al pubblico femminile la lettura della Bibbia “consentita” e solo in volgare.

Cominciano le ispezioni alle dogane, ai librai e alle biblioteche (i librai dovevano esporre in bottega il corrente Indice), gli arresti e i sequestri a scrittori librai importatori e lettori, le denunce, le autocensure, le pene pecuniarie che arrivavano anche alla confisca di tutti i beni, le scomuniche, i processi, i roghi di libri e di persone, gli esodi dai territori cattolici verso quelli protestanti, le accuse di stregoneria. 

Nacque anche l’Inquisizione veneta.
Le rispettive sorelle fuori Italia, l’Inquisizione spagnola e portoghese, precedettero di poco quella romana i cui inquisitori venivano nominati dalla corona. Se si tiene conto che il Portogallo e la Spagna crearono imperi coloniali e portarono nei territori assoggettati il sistema inquisitoriale, è facile capire come i regnanti spagnoli abbiano potuto, in seguito, trasformarlo in una vera e propria polizia internazionale preposta alla prevenzione ed eliminazione di chiunque mostrasse di attentare allo Stato, anche solo da un punto di vista ideologico

Inizialmente la censura comprende libri che riguardano la sacra Scrittura o l’argomento religioso, o libri che non abbiano ricevuto la previa valutazione e autorizzazione. Questa autorizzazione, valida per ogni testo, viene fornita da un controllo e una firma apposta su ogni pagina da parte del segretario del Consiglio reale, con l’obbligo agli inquisitori di fare ispezioni regolari a tutti i librai e alle biblioteche.

Un’incisione di Albrecht Dürer raffigurante Erasmo da Rotterdam (1526)

 

I grandi censurati del Cinquecento sono, oltre agli eretici, ai dissidenti religiosi, ai luterani ed eterodossi, e solo per citare pochissimi nomi e i più noti: François Rabelais (Gargantua, Pantagruel), Marsilio da Padova, Gerolamo Cardano, Leon Battista Alberti, Luciano di Samosata, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Giovanni Boccaccio, Pietro Aretino, Giovan Battista Gelli, Baldassarre Castiglione, Matteo Maria Boiardo, Luigi Pulci, Anton Francesco Doni, Raimondo Lullo, Agrippa, Francesco Petrarca (che aveva avuto l’infelice idea di denunciare gli scandali della corte papale di Avignone), Niccolò Cusano, Girolamo Savonarola, Miguel de Cervantes, Apuleio, Francesco Bacone, Poggio Bracciolini, Bartolomé de Las Casas (proprio non doveva essere piaciuta la sua Brevìsima Relaciòn de la Destruiciòn de las Indias), Francesco Bacone, Giovanni Keplero, Ermete Trismegisto, Francesco Guicciardini, Giambattista della Porta, Paracelso, Marsilio Ficino, Nostradamus, Lorenzo Valla (che non sia mai venga letto De libero arbitrio, e poi, come perdonargli di aver dimostrato che la Donazione di Costantino non sia autentica, documento su cui la Chiesa romana fondava il diritto al potere temporale?), Guglielmo di Occam, la Cosmographia universalis vetus et nova di Sebastian Münster, Conrad Gesner e la sua opera omnia di natura bibliografica e naturalistica, i classici di Lucrezio Ovidio e Marziale, le Rime di Michelangelo (che lancia strali all’operato di Alessandro VI e Giulio II) e che torneranno a vedere la luce nella loro versione originale solo nel 1863, Torquato Tasso nonostante la sua autocensura, Francesco Sansovino, Francesco Guicciardini, Bernardino Telesio, Bernardo di Chiaravalle.

Naturalmente anche l’immancabile Erasmo da Rotterdam il quale non mancherà mai di comparire in ogni lista dei proscritti e non sarà più pubblicato in Italia e nei paesi cattolici per oltre due secoli: E passiamo ora ai Sommi Pontefici, vicari in terra di Cristo. Ma se veramente si sforzassero di emulare la vita di Gesù, cioè la povertà, le fatiche, la dottrina, la croce, il disprezzo della vita mondana; se ricordassero anche soltanto il significato del nome di Papa, cioè padre, e del titolo di “Santità”, chi su questa terra sarebbe più infelice di loro? Chi sarebbe pronto a conquistarsi quel seggio con tutte le sue ricchezze?” è un passo dall’Elogio della follia, cap. LXIV – I prelati, in cui Erasmo affonda diretto il coltello nella piaga del malcostume ecclesiastico.

A questi si aggiungono anche molti libri che, pur non essendo contenuti negli Indici, vengono ugualmente presi di mira.

In Portogallo si proibisce la lettura della Bibbia (in alcuni Indici non solo in volgare ma anche in latino), del Talmud e de Il Corano.

Nel corso dei quattro secoli, dei vari autori di ogni disciplina verrà interdetta l’opera omnia, di altri solo alcune opere, di molti un’espurgazione dei libri lasciati circolare i cui i testi ne usciranno irriconoscibili (e per molto tempo)

Lespurgazione, una pratica già con un passato mirabile di falsificazioni, manipolazioni e sovrapposizioni operate dalla Chiesa cristiana sulla cultura pagana, viene effettuata sia sui libri che sui manoscritti da stampare e in vari modi le cui metodologie principali sono: la correzione di ciò che non è ortodosso, l’eliminazione parziale o intera di testo spesso colmata da sostituzioni con senso diverso, l’abrasione della scrittura, il suo mascheramento, la lacerazione di pagine, la cancellazione totale o parziale del nome dell’autore, o addirittura la riscrittura parziale o completa dell’opera, dove talvolta, in successive edizioni, si dichiarava una manomissione per riportare il testo al dettato originale ma non era altro, invece, che una falsa prova di filologia per giustificare l’ulteriore taglio.

Un esempio eclatante di queste vicissitudini fu il Decamerone di Boccaccio, pubblicato quasi indenne nel 1527 e martoriato da una miriade di continue edizioni espurgate che finirono con quella modificata dall’umanista Leonardo Salviati, letta per secoli dagli italiani, se si eccettua un’edizione clandestina di Napoli del 1718 che era stata pubblicata sul testo originale, ovviamente di non facile reperimento. 

L’edizione veneziana del Decamerone condotta da Leonardo Salviati, 1638

 

Sul versante nemico, quello riformistico, le cose non vanno meglio.

Calvino manderà al rogo Michele Serveto che aveva idee antitrinitarie. E nelle mire calviniste ci sarà anche Sebastiano Castellione che, fra le altre denunce, legittima il dubbio in materia religiosa e afferma che i nemici sono tra “quella razza di uomini che non conoscono dubbi, non conoscono ignoranza, che si esprimono solo per asserzioni apodittiche e che, se dissenti da loro, non tollerano che neanche gli altri ne abbiano”.

Naturalmente non tutti questi Indici vengono accettati a cuor leggero: c’è una certa preoccupazione generale, i librai fiorentini e veneziani si oppongono agli espropri o chiedono perlomeno degli indennizzi, gli intellettuali sono in seria difficoltà didattica per la messa al rogo di parecchi titoli che figurano come testi di studio.

La Chiesa risponde con falò davanti alle botteghe dei librai e sui sagrati delle chiese. E ai roghi si aggiungono le distruzioni in solitaria dei privati che temono la furia repressiva.

Elia Naurizio: Congregazione generale del Concilio di Trento in S. M. Maggiore, 1633 (Palazzo Pretorio, Museo Diocesano Tridentino)

 

Verso la fine del Cinquecento gli Indici si faranno sempre più sofisticati e precisi: sono disposti per vari settori, contengono norme particolareggiate di persecuzione, si danno prescrizioni sempre più approfondite sull’espurgazione, sul permesso di stampa e sugli obblighi di tipografi e stampatori.

Il monumento a Giordano Bruno (Pietrasanta, Toscana)

Joseph Nicolas Robert-Fleury: Galileo Galilei abiura di fronte al Sant’Uffizio, 1847 (Museo del Louvre, Parigi)

 

In ambito processuale, compare nel Seicento un Formulario inquisitoriale in cui è prevista la tortura per chi, accusato di possesso e lettura di libri proibiti, non fornisca dichiarazioni soddisfacenti.

È anche l’epoca degli autori non disposti a rinunciare al proprio pensiero e alla conoscenza. Tutti non possono fare a meno di pensare al filosofo Giordano Bruno che, dopo la galera e infinite traversie, si presentò al processo finale con una collezione di 31 capi d’imputazione. Scegliendo di non abiurare, all’inizio dell’anno 1600 fu condotto al rogo. Sue sono le parole, all’atto della sentenza: “Tremate più voi nel pronunziare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

Il nuovo secolo comincia nel sangue.

Altro destino infuocato lo ebbe il filosofo e medico Giulio Cesare Vanini, che riuscì ad attirarsi la malevolenza sia protestante sia cattolica, ma che arse grazie all’interessamento del Sant’Uffizio.

Nel frattempo comincia ad alzarsi il polverone inquisitoriale sollevato dalle scoperte di Galileo Galilei, il padre della scienza moderna, che buttano a mare la fisica aristotelica e la versione letterale della Bibbia che l’aveva fatta propria. Sembra proprio che la Terra non sia l’unico centro di rotazione dei corpi celesti e poi, con le sue osservazioni, questo Galileo sta dimostrando la tesi copernicana (!).
A dare il via è un domenicano, Tommaso Caccini, che tuona dal pulpito nel 1614 contro le opinioni copernicane e galileiane, tuona anche contro i matematici e urla che “la matematica è un’arte diabolica”.

Mentre si mettono all’indice Niccolò Copernico e Giovanni Keplero, inizia l’istruttoria nei confronti di Galilei, che si concluderà con il famoso e buio processo in cui gli viene imposta l’abiura. La sua condanna verrà formalmente revocata solo nel Ventesimo secolo, precisamente nel 1992.

Un altro grande censurato del XVII secolo, nonché ricercato perché si diede a fortunose fughe mentre scriveva gli ultimi suoi libri tra cui Il divorzio celeste cagionato alle dissolutezze della Sposa romana (rimasto incompiuto per la morte prematura), è Ferrante Pallavicino, convinto autore anticlericale. La polizia papale riuscì ad arrestarlo con l’inganno e, spezzato dalle torture, fu decapitato. Seguirono ulteriori condanne a personaggi di rilevo che avevano venduto, letto o passato ad altri sue opere.

Emilio Marsili: Monumento a Paolo Sarpi, 1892 (Campo Santa Fosca, Venezia)

 

La Chiesa romana non riuscì però a mettere le mani sullo storico e scienziato Paolo Sarpi, difeso dalla Repubblica di Venezia, sebbene due volte tentasse di assassinarlo, la prima volta da sicari, la seconda da alcuni confratelli dello storico. Resta singolare come il Sarpi, nella sua difesa al principe machiavelliano, suggerisse ai reggenti della Serenissima la censura di libri pericolosi per il buon governo: “Il vero termine di regger il suddito è mantenerlo senza saputa delle cose pubbliche ed in venerazione di quelle, ché quando li vien dato parte, pian piano s’arroga di far giudice delle azioni del principe e si avvezza anco a questa comunicazione, sì che reputa che gli sia dovuta”.

Le considerazioni di Sarpi incontravano perfettamente il pensiero sia laico sia religioso dell’epoca: i libri sono pericolosi. Scrivere, leggere e pensare non solo non sono attività oneste, ma devono essere perseguite.
E se il pensiero occidentale e le sue emanazioni hanno avuto modo di sopravvivere, è solo perché i disegni repressivi di qualsiasi censura sono fenomeni transitori che non possono mai spegnere del tutto le coscienze.

Nei nuovi Indici, oltre al giansenismo e a una nuova lista di turpi peccati da perseguire (bigamia, furto sacrilego, mancato rispetto per le immagini sacre e per il clero, superstizione, etc.), si aggiunse anche l’eliocentrismo.

Tommaso Campanella, sopravvissuto a torture somministrate in varie riprese e a processi sia da parte dell’Inquisizione sia di tribunali misti (laico ed ecclesiastico), “scampa” alla morte riuscendo a farsi dichiarare pazzo, con la condanna a un carcere durissimo e ignominioso nel quale rimane per 27 anni, ma dove nel frattempo scrive tra le sue più grandi opere (mi chiedo quale spirito potente avesse quest’uomo per poter sopportare le ferite fisiche e morali a cui fu sottoposto, e riuscire ancora a continuare a scrivere).

Simulazione e dissimulazione non sono le sole tecniche di autodifesa usate per difendersi dalle ire della censura. Cartesio opta per l’autocensura dopo i fatti di Galilei, rinunciando a pubblicare Traité du mond dove si dichiarava partecipe dell’eliocentrismo, e cercando di coprire il suo pensiero più profondo nel Discorso sul metodo, uscito anonimo a Leida nel 1637.
Questo non impedisce alla sua opera omnia di entrare negli Indici.

E negli Indici ci finisce, naturalmente, Baruch Spinoza che si vede espulso anche dalla comunità israelitica di Amsterdam: d’altronde, oltre che negazioni in ambito religioso, sostiene perfino la libertà di pensiero, la separazione di potere laico e religioso, uno Stato democratico (!).

Questo per nominare solo alcuni tra i più famosi, ma nelle maglie repressive degli Indici si aggiungono molti altri, tra cui la veneziana Accademia degli Incogniti (una tra le accademie più libere e attive), Ludovico Dolce, John Milton, Michel de Montaigne, Francesco Bacone, Thomas Hobbes, Blaise Pascal, Alberico Gentili (reputato il padre del diritto internazionale), il gesuita e storico Giovanni Botero (Relazioni universali, passibile di lettura solo nell’edizione espurgata).

C’è anche una donna, Arcangela Tarabotti, in contatto con l’Accademia degli Incogniti: mai rassegnata all’obbligo imposto di aver dovuto prendere i voti, scrive sulla condizione della donna e la monacazione forzata, sulla sottomissione femminile al mondo maschile, sui pregiudizi nei confronti delle donne. Dei suoi libri solo uno verrà stampato e pubblicato con pseudonimo, letto e diffuso e naturalmente castigato.

Pio Sanquirico: Tommaso Campanella in prigione, 1880 (Accademia di Belle Arti di Brera, Milano)

 

Il Settecento si apre (era appena terminato un grande rogo di libri valdesi a Pradeltorno nel 1686; valdesi tristemente famosi per la sanguinosa persecuzione di cui furono oggetto e di cui parlò anche Voltaire nel Trattato sulla tolleranza), con un altro rogo di libri eretici a Modena (1702), giusto per nominare solo due degli innumerevoli falò che si susseguivano.

Ciò che distingue questo periodo, l’Illuminismo, darà modo alla censura di aggiungere numerosi altri nomi alle liste dei libri proscritti.

Un censurato perseguito in modo accanito dall’Inquisizione è Pietro Giannone, colpevole di aver scritto un’opera di gran successo, l’Istoria civile del regno di Napoli, in cui sosteneva un potere laico libero da ogni ingerenza religiosa e una Chiesa senza potere temporale, con un vero intento spirituale e senza gerarchie. Fu condannato a morte in contumacia e lo stampatore arrestato. Dopo essersi rifugiato a Vienna, a Venezia, a Ginevra, va nello stato sabaudo attirato con un inganno e lì viene arrestato dalle autorità locali su pressione del Sant’Uffizio. Il processo si concluderà con l’imposizione dell’abiura, ma non verrà mai liberato dietro espressa richiesta dei cardinali romani.

Altri perseguiti sono Costantino Grimaldi (che nelle Discussioni istoriche, teologiche e filosofiche attacca la filosofia scolastica e il potere temporale della Chiesa), una nuova traduzione del De rerum natura di Lucrezio e de L’arte di amare di Ovidio già banditi da tempo, ancora le satire del pittore Salvator Rosa (mai assolto per la sua aperta denuncia all’ipocrisia e alla corruzione del clero), la Storia politica del Diavolo di Daniel Defoe, i racconti di Jean La Fontaine, un’opera di Jonathan Swift, Cesare Beccaria a cui non verrà perdonato di sostenere l’abolizione della tortura e della pena di morte nel saggio Dei delitti e delle pene, altri giuristi o storici della tendenza del Beccaria tra cui Edward Gibbon e Gaetano Filangieri, non passa certo inosservato il Newtonianismo per le dame (poi uscito in edizioni successive come Discorso sopra l’ottica newtoniana) del divulgatore scientifico Francesco Algarotti, John Locke, George Berkeley, il visionario Emanuel Swedenborg.

Uno fra i casi di autocensura è quello del teologo Celestino Galiani, Cappellano Maggiore del Regno di Napoli, che, da sostenitore delle tesi di Newton e Locke, tentava di trovare un punto di vista comune tra la scienza e la chiesa.

Ma il grande censurato per eccellenza è l’Illuminismo, con le sue istanze di pensiero multidisciplinare fondato sulla ragione come strumento di indagine della realtà e della conoscenza.

Negli Indici entrano Voltaire, i compilatori della Encyclopédie Denis Diderot e Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (Enciclopedia che sarà duramente censurata non solo dai clericali ma anche dal Consiglio di Stato francese, e che continuerà ad essere letta clandestinamente), Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, il naturalista e cosmologo Georges-Luis Leclerc de Buffon, l’economista e fondatore della scuola fisiocratica François Quesneau, l’opera omnia di David Hume.

Diderot e d’Alembert, una tavola dall’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, 1790: L’arte dello scrivere

 

A contrastare la censura, per tutto il Settecento ci sarà un coraggioso fiorire di produzione e distribuzione libraria clandestine, sia in Italia che fuori Italia. Potevano essere libri stampati in locali privati o in stamperie e, tramite alcuni accorgimenti, erano testi che tentavano di sviare l’occhio degli inquisitori. Spesso queste edizioni clandestine riportavano sul frontespizio falsi luoghi di stampa e falsi nomi di stampatori, spesso false date di pubblicazione.

Appartengono a queste genere di pubblicazioni autori già nelle mire della censura o pubblicazioni senza permesso di stampa o mai pubblicate ufficialmente, che poi venivano fatte circolare in Italia e all’estero: solo per restare in territorio nazionale, per esempio, si devono al monsignore Giovanni Bottari, all’avvocato Giuseppe Di Lecce, a Lorenzo Ciccarelli le inedite Novelle di Franco Sacchetti stampate a Napoli nel 1726 ma contrassegnate con luogo e data di stampa falsi “Firenze, 1724”, un Decamerone in versione originale con le coordinate tipografiche “Amsterdam (ma Napoli), 1718”, un’inedita Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore scritta da lui medesimo con la falsa dicitura di stampa “Colonia, presso Pier Martello, 1728”, un Comento sopra Dante di Boccaccio, il Dialogo intorno ai due massimi sistemi di Galileo Galilei.

Il frontespizio dell’edizione clandestina del 1718

 

A produrre una decisa frattura sull’operato della censura ecclesiastica, nella seconda metà del Settecento, concorsero vari importanti fattori.

In alcuni Stati italiani si abolì l’Inquisizione.
Napoli diede il via con un decreto regio che impediva ai vescovi di aprire qualsiasi tipo di pratica giudiziaria (1746).
Parma soppresse il tribunale degli inquisitori (1786).
In Lombardia, un decreto di Maria Teresa d’Austria del 1775 annunciò che che, dopo quelli presenti, non ci sarebbero più stati inquisitori.
Nel 1782 fu la volta di Ferdinando IV di Borbone in Sicilia e di Pietro Leopoldo in Toscana. Modena eliminò l’Inquisizione nel 1785.
Entro l’anno 1800, aderiranno tutti gli altri stati, tranne lo Stato della Chiesa.
In Portogallo l’abolizione dell’Inquisizione avverrà solo nel 1821 e in Spagna nel 1834.

Contemporaneamente, si verificò l’espulsione dei gesuiti da molti Stati europei, ritenuti troppo invasivi nelle questioni politiche, tanto che Clemente XIV fu costretto a sciogliere la Compagnia di Gesù. Compagnia che verrà poi ripristinata dopo la prima caduta di Napoleone.

Un altro fronte su cui molti Stati attaccarono la Chiesa fu il suo esclusivo controllo della stampa, sancendo invece un controllo statale, in alcuni casi esclusivo, in altri condiviso.

Infine alcuni Stati fecero in modo di limitare i diritti ecclesiastici di proprietà perpetua e di esenzione dalle imposte, stabilendo inoltre che anche gli ecclesiasti sarebbero stati passibili di giudizio nei tribunali laici.

Hippolyte Lecomte: Il generale Louis Alexandre Berthier entra a Roma con le truppe dell’Armata d’Italia l’11 febbraio 1798

 

A indebolire ulteriormente la posizione assolutista della Chiesa concorsero anche la Rivoluzione francese e Napoleone, il quale non si fece problemi a occupare Roma e a proclamare la Repubblica romana nel 1798, decretando poi la fine del potere temporale dei papi.

Si sa come andarono le cose, dopo.
Con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna i territori ecclesiastici occupati dai francesi torneranno alla Chiesa cattolica, la quale si premurerà di restaurare immediatamente l’Inquisizione e la Congregazione dell’Indice, e di dare un grosso giro di vite arrivando a proibire qualsiasi cosa, anche innocua, che sapesse di progresso.

Ma ormai i tempi stavano cambiando. Non si potevano dimenticare l’Illuminismo, le novità che la Francia rivoluzionaria aveva esportato dovunque, le innovazioni tecnologiche.
Le istanze di libertà politica e intellettuale, provenienti soprattutto dal ceto borghese, si fecero sempre più pressanti. In Italia i moti risorgimentali venivano repressi con ferocia, sia dal potere laico che religioso. E le costituzioni concesse erano revocate alla prima occasione.

Un’edizione popolare (Biblioteca Universale) di Vittorio Alfieri: Della tirannide, con prefazione di Enrico Cesare Aroldi (Sonzogno, 1904)

 

I grandi nemici della censura, nell’Ottocento, sono la libertà di pensiero e di stampa, come sempre. Oltre alla scienza, le rivendicazioni politiche e quelle giurisdizionali degli Stati laici, il progresso, il razionalismo, il socialismo, il comunismo, chiunque si opponga al potere temporale della Chiesa, etc.

I papi emanano encicliche di fuoco contro cose e persone e ribadiscono chiaramente che non sono leciti libertà di stampa e di parola, di pensiero e di culto. E gli Indici di questo secolo riflettono la posizione ferrea che la Chiesa continua a mantenere.

A tutti i poscritti delle ere precedenti si aggiungono Vittorio Alfieri, odioso sia al potere laico che religioso, entrambi attaccati dallo scrittore e poeta nel suo Della tirannide, un testo in cui l’autore spiega molto chiaramente e senza giri di parole le meccaniche dei due poteri. Ma saranno anche altri i testi in cui il Nostro farà sentire la sua voce.

Un altro grande censurato è Ugo Foscolo, che non piace per niente quando scrive di politica e di religione nel Jacopo Ortis, non piace nemmeno il suo commento alla Commedia di Dante, figurarsi se possano piacere la traduzione e le note al Viaggio sentimentale di Yorick di Laurence Sterne, un’opera che il poeta aveva indicato essere contro i potenti, gli ecclesiasti, i letterati asserviti al potere.

Inviso alla Chiesa romana e oppresso dalle censure borbonica e austriaca è Giacomo Leopardi, per le sue idee politiche e religiose: le Operette morali, solo per citare il caso più eclatante, entrano di gran carriera nella lista degli Indici. Ma la censura nei confronti di Leopardi è dura, molto furba e nascosta, e per lungo tempo il Leopardi resterà il poeta della donzelletta e del passero solitario, oscurando una reale visione della sua potente scrittura al punto tale che non sarà riconosciuta nemmeno da potenziali simpatizzanti.

Sono innumerevoli i nuovi proscritti dei quali vengono messi all’indice l’opera omnia o parziale: per esempio gli Studi di filosofia di Niccolò Tommaseo, le Novelle galanti di Giovan Battista Casti, le opere storico-letterarie di Francesco Domenico Guerrazzi, Fatalità di Ada Negri; Le mie prigioni di Silvio Pellico, Antonio Rosmini; Benjamin Constant, Pierre-Joseph Proudhom (l’opera omnia), Melchiorre Gioja.

E ancora: Honoré de Balzac (dapprima alcuni libri della Comédie humaine poi l’opera omnia), Stendhal, Gustave Flaubert, Charles Baudelaire, l’opera omnia di Émile Zola, I miserabili e altro ancora di Victor Hugo, tutto di Dumas padre e figlio, molto o tutto di Heinrich Heine a seconda del luogo di pubblicazione dell’indice.

“Stranamente” non compare Charles Darwin, sebbene la Chiesa neghi validità scientifica alla teoria darwiniana, perché probabilmente i vertici gerarchici religiosi non vogliono incorrere in una sconfitta plateale come quella avvenuta dopo la conferma dell’eliocentrismo.

Ma compaiono nelle liste tutti i testi, compresi quelli storici, che in qualche modo parlano dell’Inquisizione. E quelli storici in generale che non rientrano nella prospettiva della Chiesa: per nominarne qualcuno, non vengono risparmiati i lavori di Michele Amari, Carlo Botta, Oliver Goldsmith, Jules Michelet, Ferdinand Gregorovius.

E i lavori dei pensatori Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Roberto Ardigò, Immanuel Kant, John Stuart Mill, Bertrando Spaventa.

Giacomo Leopardi: Opere (vol. II): Operette morali. Edizione accresciuta, ordinata e corretta secondo l’ultimo intendimento dell’autore da Antonio Ranieri (Firenze, Le Monnier, 1845)
Si tratta della prima edizione postuma. Non è ancora come la conosciamo oggi, ma la curatela viene fatta sull’autografo del Leopardi, sebbene contenga errori o omissioni.
All’antiporta traspare dalla velina l’avvertenza imposta dal censore fiorentino, padre Amerigo Barsi, per proteggere il lettore dalle parole dell’autore.

 

L’ormai immane sequenza di libri e autori censurati sarà snellita alla fine del secolo da Leone XIII (1897) che toglierà tutti i testi relativi alle eresie antiche, medievali e moderne, fermo restando che i testi eretici restavano sotto condanna. E il Novecento si apre con una lunga serie di revisioni degli Indici che si protrarrà fino al 1959.

Nel 1917 Benedetto XV sopprime la Congregazione dell’Indice e affida al Sant’Uffizio la scelta dei testi da porre in Indice. Le attenzioni dei censori sono rivolte per tutto questo primo cinquantennio verso il modernismo, che si preoccupa di applicare procedimenti scientifici agli studi biblici utilizzando una metodologia storico-critica. E chi scriverà con questo metodo di studio verrà censurato, sospeso a divinis, scomunicato.

A questi deterrenti, da parte della Chiesa romana, si aggiunge la creazione di un organo segreto chiamato Solidatium Piànum che ha il compito di investigare e denunciare chiunque mostri di avere qualche attinenza con il modernismo, con pesanti risvolti di censure librarie, chiusura di riviste, epurazioni.

Alcuni tra i censurati di questo periodo sono Antonio Fogazzaro, Ernesto Buonaiuti, don primo Mazzolari, don Lorenzo Milani.
Tra i filosofi Benedetto Croce (l’opera omnia), Giovanni Gentile (l’opera omnia), Henri Bergson, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir.
Tra i letterati Gabriele D’Annunzio (l’opera omnia), André Gide, Maurice Maeterlinck, Anatole France, Curzio Malaparte (La pelle), Guido da Verona, Alberto Moravia, Alfredo Oriani.

Il 14 giugno 1966 Paolo VI abolisce l’istituzione dell’Indice.
Ma la proibizione alla lettura dei testi proscritti continua a rimanere valida per i fedeli.

La prima edizione di Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir (Gallimard, 1949)

Oggi, all’Index librorum prohibitorum si è sostituita la Guida bibliografica, Index a cura dell’Opus Dei, dove compaiono i libri e i film che il cattolico può leggere o deve evitare.

I titoli sono classificati con 6 parametri numerati da 1 a 6.

La categoria 1 contrassegna libri che possono essere letti da tutti, compresi i bambini.
La 2 libri che richiedono un po’ di formazione.
La 3 libri che richiedono formazione. E per la lettura occorre il permesso del direttore spirituale.
La 4 libri che richiedono formazione e necessità di lettura. Per la lettura occorre il permesso del direttore spirituale.
La 5 libri che non si possono leggere, a meno che non si abbia un permesso speciale.
La 6 libri che sono proibiti. Per leggerli occorre il permesso di un prelato.

Insegna della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, fondata nel 1928

 

 

Nell’aggiornamento del 2003 che ho consultato ne ho trovati (e scorsi) oltre 60.000.

Tra i libri proibitissimi contrassegnati dal numero 6 ho trovato, per nominare autori conosciuti a tutti: Nicola Abbagnano (Storia della filosofia, ma anche Linee di storia della pedagogia), cinque testi del filosofo e sociologo Theodor Adorno e altri tre contrassegnati con 5 o 4, il sociologo Francesco Alberoni con una nutrita lista di 4, 5 e 6 (appartengono al 6 L’albero della vita, Le ragioni del bene e del male, L’erotismo), quattro titoli di Barbara Alberti (Il signore è servito, Povera bambina, Donna di piacere, Delirio), Sibilla Aleramo (Il frustino), numerose opere di Vittorio Alfieri (morto da due secoli ma, a quanto sembra, ancora attualissimo), alcune opere di Woody Allen e di Isabel Allende, Jorge Amado, ancora alcune opere di Honoré de Balzac, Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire, Simone de Beauvoir (quasi tutto contrassegnato con 6 e 5), numerose opere di Alberto Bevilacqua, naturalmente la signora Helena Blavatsky, Norberto Bobbio (tutte le opere contrassegnate da 6, 5 e 4), ancora il Decamerone di Giovanni Boccaccio, Bertolt Brecht (moltissimo contrassegnato da 6, 5 e 4), Giordano Bruno (tutte le opere di filosofia e teologia), numerose opere di Charles Bukowsky, numerose opere di Anthony Burgess (compresa Arancia meccanica, altre contrassegnate con 5 e 4), numerose opere di Aldo Busi, moltissime opere di Albert Camus (per lo più contrassegnate con 6, 5 e 4), Massa e potere di Elias Canetti, alcune opere di Angela Carter, Giacomo Casanova (tutte le memorie e la fuga dai Piombi), moltissimo di Emil Cioran, molte opere di Sidonie-Gabrielle Colette, Julio Cortazar (molto contrassegnato con 6, 5 e 4), Histoire d’O di Guido Crepax, l’opera omnia di Benedetto Croce, l’opera omnia di Gabriele D’Annunzio, Americana di Don DeLillo, numerose opere di Cartesio (6 e 5), molto di Denis Diderot (6, 5 e 4), moltissimo di Alexandre Dumas padre, moltissimo di Friedrich Engels, Se il sole muore e Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci (altre opere sono contrassegnate con 5 e 4), La città delle donne e Casanova di Federico Fellini (altre opere sono segnate con 5 e 4), parecchie opere di Pasquale Festa Campanile, numerose opere di Johann Gottlieb Fichte, Madame Bovary di Gustave Flaubert (ma altre opere sono contrassegnate con 6, 5 e 4), Leila e Il santo di Antonio Fogazzaro (altre contrassegnate con 4 e 5), Il codice Rebecca e Un letto di leoni di Ken Follett (molte altre sue opere appartengono al codice 5 e 4), tutti i racconti e i versi di Jean de La Fontaine (le favole sono permesse), le Ultime lettere di Jacopo Ortis e Discorso sul testo della Commedia di Dante di Ugo Foscolo, molto del filosofo Michel Foucault è contrassegnato con 6 e 5, l’opera omnia di Sigmund Freud e anche alcune opere della figlia Anna Freud, moltissimo di Erich Fromm, Il palio delle contrade morte di Fruttero e Lucentini (altre ancora contrassegnate con 6 e 5), alcune opere dello storico Max Gallo tra cui la Storia della Spagna franchista, Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez ma non è l’unica opera a far parte dei 6 (inoltre, molti altri suoi libri sono contrassegnati con 5 e 4), Un grande avvenire dietro le spalle e Memorie del sottoscala di Vittorio Gassman, l’opera omnia di Giovanni Gentile, Neuromante di William Gibson (ma non è l’unico e altri titoli sono contrassegnati con 4), l’opera omnia di André Gide tranne Isabelle, l’opera omnia di Vincenzo Gioberti, alcune opere dello storico Jacques Le Goff tra cui La civiltà dell’Occidente medievale, ma non è l’unico (altri sono siglati 5 e 4), l’opera omnia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, alcune opere di Herman Hesse tra cui Demian e Il lupo della steppa (altre sono affiancate a 4 e a 3), l’autrice Patricia Highsmith non è la tra più gradite (nel mare di 3 e 4 spuntano due 6: Il piacere di Elsie e Carol), l’opera omnia di David Hume, l’opera omnia del biologo e genetista Julian Sorell Huxley, l’Atlante geografico della Terra dell’Istituto Geografico De Agostini, L’azteco di Gary Jennings ma anche Il viaggiatore e Predatore, la scrittrice e saggista Erica Jong annovera ben sei 6 soprattutto tra i romanzi, l’Ulisse di James Joyce (altre sue opere rientrano nel 4 e nel 3), quasi tutta l’opera omnia di Carl Gustave Jung, per il filosofo e codificatore dello spiritismo Allan Kardec è un 6 per metà della sua opera, di Jack Kerouac non piacciono diverse cose, tra cui Sulla strada, I vagabondi del Dharma e Tristessa (Big Sur ha un 5), Martin Luther King deve accontentarsi di un 5 per La forza di amare, anche Stephen King ha la sua poderosa lista di 4, 5 e 6 (tra i 6 ci sono L’ombra dello scorpione, Ossessione e Il gioco di Gerald), il filosofo apolide Jiddu Krishnamurti non sta simpatico, d’altronde aveva collegamenti con la Società Teosofica (annovera quattro 6), Milan Kundera raccoglie consensi tra i 6, i 5 e i 4 (sono 6, per esempio, La vita è altrove e L’immortalità), quasi tutta l’opera omnia di David Herbert Lawrence, molto del sociologo e filosofo Henri Lefebvre, anche il premio Nobel 2007 Doris Lessing ha una sua rispettabile collezione di 4, 5 e 6 (sono 6 Il taccuino d’oro, L’estate prima del buio, Canopus in Argos), l’antropologo Claude Lévi-Strauss ha all’attivo tre 6 (Tristi tropici, Lo sguardo da lontano e Antropologia strutturale), la scrittrice di romanzi d’appendice Liala (!) è presente con ben tre titoli, molto del filosofo John Locke, Di bestia in bestia di Michele Mari, molto di Karl Marx, colleziona parecchi 4, 5 e 6 Guy de Maupassant (sono 6 La casa Tellier e Palla di sego), di Milena Milani Storia di Anna Drei, La ragazza di nome Giulio e Oggetto sessuale, Henry Miller naturalmente si fregia di molti 6 e non manca una corposa lista di 4, 5 e 6 per lo scrittore giapponese Yukio Mishima (sono 6 Sete d’amore e Il tempio dell’alba), Aracoeli di Elsa Morante è contrassegnato con 6 (altre sue opere con 4 e 5), non manca il romanzo fantapolitico e satirico Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo di Guido Morselli, nella lista c’è anche la scrittrice canadese Alice Munro a causa del suo Il percorso dell’amore, Vladimir Nabokov compare per diversi 4, 5 e 6 (sono 6 Lolita e Ada o ardore), di Pablo Neruda sono sgradite le Poesie d’amore (ma annovera anche molti titoli tra i 5 e i 4), l’opera omnia di Friedrich Nietzsche, per Anaïs Nin c’è una fornita lista di 4, 5 e 6 (sono 6 Il delta di Venere e La casa dell’incesto), Giovanni Papini (Il diavolo) e Goffredo Parise (Il padrone, Il prete bello) collezionano alcuni 6 e dei 5 e 4, quasi tutta l’opera omnia di Pier Paolo Pasolini, sono dei 6 La bella estate e Il diavolo sulle colline di Cesare Pavese (ad altri suoi titoli spettano 4 e 5), l’autrice di romanzi di genere sentimentale e poliziesco Luciana Peverelli ha al suo attivo due titoli (Non devo amarti, I nostri folli amori), di Pitigrilli, pseudonimo di Dino Segre, non sono graditi La cintura di castità, Cocaina e La vergine a 18 carati (ma altri suoi titoli hanno un punteggio di 4 e 5), su Roman Polanski non è specificato opera omnia perché il 6 è sul suo nome e cognome, Marcel Prévost colleziona una lunga lista di 6, 5 e 4, il linguista e antropologo Vladimir Jakovlevič Propp ha un deciso 6 per Le radici storiche dei racconti di fate, non è immune Marcel Proust che di Alla ricerca del tempo perduto ha indicizzati al 6 il quarto e il quinto libro (Sodoma e Gomorra e La prigioniera; gli altri variano da un 5 a un 4), c’è Il padrino di Mario Puzo adattato in tre film omonimi da Francis Ford Coppola, l’opera omnia di Wilhelm Reich, molto di Jean Jacques Rousseau (tra cui Il contratto sociale, Èmile o dell’educazione, Discorso sull’origine e I fondamenti della disuguaglianza), Bertrand Russell non sfugge e parecchie sue opere sono contrassegnate da 6, 5 e 4 (alcuni dei 6 sono Storia della filosofia occidentale, Perché non sono cristiano e l’Autobiografia), le opere di Françoise Sagan variano con un codice da 6 a 4, quasi tutta l’opera omnia di George Sand, molto del Premio Nobel José Saramago (contrassegnati da 6 sono Manuale di pittura e calligrafia, Memoriale del convento, Il Vangelo secondo Gesù Cristo), moltissimo di Jean-Paul Sartre, moltissimo dell’opera del filosofo tedesco Friedrich Schelling, non sfugge Arthur Schopenhauer (sono contrassegnati con 6 Parerga e Paralipomena e Il mondo come volontà e rappresentazione, altri testi hanno indici che variano da 5 a 3), sappiano gli appassionati di lettura fantascientifica che compare anche Robert Silverberg con alcune sue opere con un indice da 4 a 6 (c’è un 6 per Cronache di Majipoor), Georges Simenon oscilla tra il 2 e il 6 (sono troppi i 4 e 5 per poterli enumerare, tra i 6 ci sono La neve era sporca, I clienti di Avrenos, I quattro giorni del pover’uomo, Lettera al mio giudice, Turista da banane e Tre camere a Manhattan), anche Wilbur Smith ha una numerosa lista che varia da 4 a 5 (alcuni 6 sono Un’aquila nel cielo, Dove finisce l’arcobaleno, Il leone d’oro), molto di Baruch Spinoza, varia tra il 4 il 6 Stendhal, quasi tutta l’opera omnia di Eugéne Sue, gli Idilli di Teocrito, molto di Mario Vargas Llosa che oscilla tra pochi 3 e molti 4, 5 e 6 (tra i 6 ci sono Conversazione nella “catedral”, Elogio della matrigna, I quaderni di don Rigoberto, il testo teatrale La Chunga, il saggio L’orgia perpetua, e altri ancora), Gore Vidal compare con indici che vanno da 3 a numerosi 6 (per esempio, Dark green Bright red, Creazione, Duluth: tutta l’America in una città, In diretta dal Golgota, e altri ancora), un deciso 6 a Vishnudevananda Saraswati, autorità nello Hatha e Raja Yoga e tra i primi maestri a introdurre la loro pratica in Occidente (Il grande libro illustrato dello Yoga, Meditazione e mantra), Voltaire ha una lista che va da pochi 3 a 6 (alcuni dei 6 sono Trattato sulla tolleranza, Candido ovvero l’ottimismo, Storia di Carlo XII, e altro ancora), moltissimi titoli di Irving Wallace, parecchi 6 ci sono tra i testi del filosofo inglese Alan Watts (alcuni sono La via dello Zen; Uomo, donna, natura; Il libro dei tabù che ci vietano la conoscenza di ciò che veramente siamo), quasi tutta l’opera omnia di Émile Zola.
E infine una vera moltitudine di testi politici o di denuncia, sul cristianesimo e il cattolicesimo, di storia, mitologia, psicologia, pedagogia, testi storici sulla condizione femminile.

In altre condizioni storico-politiche, tutti questi autori appena citati, perlomeno i viventi, sarebbero stati perseguiti, processati, reclusi, soppressi.

Roma senza papa è il primo romanzo di Guido Morselli, pubblicato postumo nel 1974.
Costruito su un impianto satirico e fantapolitico, parla del futuro della Chiesa cattolica alla fine del Novecento

 

Immaginiamo che tutti i libri elencati, e anche quelli non elencati (che sono la maggior parte), non esistessero più, che non fossero stati stampati e fatti girare clandestinamente, che la gente li avesse dimenticati per sempre: come sarebbe la vita oggi?

Pare quindi che l’oggetto censurato abbia un valore evolutivo, al contrario delle forze censuranti che vogliono mantenere uno status quo, cioè una posizione immobile. Con l’aggiunta implicita che non sempre evoluzione è sinonimo di migliore, beninteso.
Se però andiamo a misurare la portata dell’elenco di libri menzionati, ci accorgiamo che ci sono testi fondamentali, portatori di progresso o di innovazione in ogni campo. Indipendentemente se si sia d’accordo o meno con quanto hanno scritto i vari autori.

Come ho detto all’inizio, questo testo vuole solo essere una metafora della censura. È facile parlare di qualcosa che è stato, meno facile parlare di quello che sta succedendo. Però parlare di quello che è stato può servire per capire i meccanismi censori attuali.

La censura avviene quando le due forze, l’immobilità (con le sue valenze positive di mantenimento e di equilibrio) e la dinamicità (con le sue valenze positive di progresso e rinnovamento) entrano in conflitto e invece di collaborare, come sarebbe auspicabile, danno luogo a una lotta di supremazia senza quartiere dove ogni mezzo per prevalere è lecito: dalla censura che nega il suo atto censorio o addirittura lo abbellisce dandogli un attributo di miglioramento alla censura che mistifica il censurato e lo riscrive a suo uso e consumo, dalla censura violenta e chiara a quella furba che si occulta (quest’ultima meno onesta, se si può parlare di onestà, perché non si rende riconoscibile). E dico arbitrariamente onesta perché la censura non può essere onesta: rimuove qualcosa che è patrimonio di tutti. E lo rimuove per impedire la conoscenza collettiva e greggizzare l’opinione pubblica, quando addirittura non si adopera perché l’uomo comune divenga un suo collaboratore incosciente.

Oggi…
Mi è capitato di vedere in alcuni contesti di informazione massificata un fatto curioso: si arriva addirittura al veto silenzioso e condiviso che l’argomento censura non debba mai essere menzionato pubblicamente. Se per un fortuito caso un parvenu, che si trova casualmente a dare voce al chiacchiericcio, nomina anche solo di striscio la parola magica – censura – cadono un silenzio imbarazzato e occhiate a destra e a manca per capire come sia possibile che il soggetto in questione si trovi lì, in quel contesto pubblico, e proprio in quel momento.
Perché tutti i presenti sanno che l’argomento censura è un argomento intoccabile, dal momento che tutti i presenti sanno di avere aderito e avallato la censura. Sia che ne siano i fautori oppure, in un ruolo subalterno, i complici.
Il complice è colpevole tanto quanto il fautore? Lascio che ognuno trovi la propria risposta, nella misura in cui ha avallato e avvalla la censura.
Chi ha avuto la ventura di essere spirito incorrotto non ha nemmeno bisogno di trovare una risposta. La possiede per veracità intrinseca.

Resta certa una cosa: dove c’è censura, palese oppure occultata, la salute degli equilibri (e della conoscenza) è stata compromessa.

 

Alcuni testi per approfondire.

Lucien X. Polastron: Libri al rogo (La distruzione delle biblioteche attraverso la storia), 2006.
Con interessanti osservazioni sulla situazione odierna, riguardo la tendenza a un utilizzo massificato della tecnologia digitale sul libro e al supporto di lettura utilizzato.

Hubert Wolf: Storia dell’Indice, Il Vaticano e i libri proibiti (Donzelli, 2006).

Ferruccio Pinotti: Opus Dei segreta (BUR, 2006)
Per lo specifico interesse di questo articolo, il saggio offre una lista dei libri contrassegnati con 5 e 6.
A onor di informazione, qui la risposta dell’Opus Dei al libro del giornalista, di relativa importanza per il nostro argomento. Le recensioni laiche in rete, comunque, parlano in altro modo.
Per la lista completa dell’Index vedere il sito dell’Opus Dei.

Mario Infelise: I libri proibiti, Da Gutenberg all’Encyclopédie (Laterza, 1999 e successive edizioni)

Italo Mereu: Storia dell’intolleranza in Europa. Sospettare e punire (Mondadori, 1979)

Benito La Mantia / Gabriella Cucca: Libri proibiti, quattro secoli di censura cattolica (Stampa Alternativa, 2007)

 

2 commenti

  1. […] dei libri, la loro messa all’indice, l’eliminazione degli atti dei processi e la falsificazione dei documenti hanno una lunga […]

  2. Ottimo, da divulgare…figuro tra i censurati francesi e perseguitato dalla cattiva amministrazione del rettorato di Lilla. Pubblico o miei libri su Amazon.it dall’Italia. Philippe Popiela

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