LA CENSURA DELLA MARVEL: IERI L’HORROR, OGGI L’EROTISMO PER IL “POLITICAMENTE CORRETTO”

LA CENSURA DELLA MARVEL: IERI L’HORROR, OGGI L’EROTISMO PER IL “POLITICAMENTE CORRETTO”

In America si cominciò a parlare seriamente di censura a causa di un libro-denuncia sulla violenza nel fumetto scritto nel 1954 dallo psicologo americano di origine tedesca Fredric Wertham: “Seduction of the Innocent”. Alcuni politici americani organizzarono una crociata contro la presunta, o reale, violenza nei fumetti utilizzando i mezzi inquisitori del tristemente noto senatore Joseph MacCarthy. Per evitare il peggio, Dc Comics, Atlas (la futura Marvel) e le altre case editrici, allora numerose, decisero di adottare un codice di autoregolamentazione: il famigerato Comics Code, cui non aderirono solo le etichette esplicitamente per infanzia come la Dell, concessionaria dei titoli Disney e Warner Bros.

Nella violenta e licenziosa Golden Age, dalla seconda metà degli anni trenta alla prima dei cinquanta, si poteva leggere di un malvagio gestore di orfanotrofio che frusta un bambino e poi tenta di bruciarlo vivo (Superman n. 3, 1939), anche su una serie popolare come Superman . Anche se, per la verità, la Dc smussò presto i toni.


Questo provocò un certo imbarazzo nella Silver Age, iniziata nella seconda metà degli anni cinquanta, quando si decise di ristampare quelle vecchie storie. Si confrontino, per esempio, le copertine di Captain America n. 6 e 7, uscite nell’autunno 1941, e le loro ristampe su Fantasy Masterpieces nel 1969. Le immagini mostruose e demoniache del giovane Jack Kirby vengono riarrangiate e ammorbidite, o scompaiono del tutto come nel caso di una donna legata al tavolo di tortura.


Altre volte, anziché con i tagli, la censura interveniva ampliando una storia con vignette che, come nel racconto autoconclusivo “Party Masquerade” di Steve Ditko (Strange Tales n. 83 del 1961), ne diluivano e snaturavano il contenuto. In questo caso, i due disegni apocrifi alterano completamente il finale dell’episodio: il demone da vero diventa finto.


Ma il clima politico è mutevole e negli anni sessanta della Contestazione la censura del Comics Code inizia ad allentarsi. La storica decisione di Stan Lee di pubblicare un episodio sulla droga, tema vietato dall’autocensura, in Amazing Spiderman n. 96 del maggio 1971, uscito privo del marchio a forma di francobollo del Comics Code, venne subito seguita dall’analogo episodio di Denny O’Neil e Neal Adams in Green Lantern-Green Arrow n. 85. Infatti, anche la Dc Comics stava cominciando ad affrontare temi scabrosi come disuguaglianza sociale, razzismo, disoccupazione, inquinamento e corruzione politica (GL/GA 76-89, 1970-1972). Ma ciò non bastò per pensionare l’organo di autocensura, sia pure sempre meno restrittivo. Sesso e politica restavano temi molto delicati, come si vide con l’eliminazione del primo villain tacitamente ma visibilmente gay, Starr Saxon, tra Daredevil n. 50 e 55. E poi con la celebre querelle sul finale di Captain America n. 175 (1974): dove l’intenzione dello sceneggiatore Steve Englehart di mostrare il volto del presidente Richard Nixon, svelato come capo del malvagio Segreto Impero, incontrò il veto editoriale, e la scena fu “girata” di spalle con i lineamenti in ombra, per quanto dai dialoghi e dalla reazione di Cap l’identità risultasse abbastanza chiara.


L’inconsistenza ideologica di certi “a priori” progressisti è poi dimostrata dal confronto tra il recente editing con l’episodio originale di Star-Lord uscito su Marvel Previews n. 14 (1978), realizzato da Chris Claremont e Carmine Infantino. Si apprezzi la bellezza della versione originale, pubblicata su una rivista in bianco e nero della Marvel non sottoposta al controllo del Comics Code. La nudità di Ship, avatar di un organismo cibernetico autocosciente, è stata rimossa nel volume “Star-Lord: Guardian of the Galaxy” (2014) a “tutela” della dignità della donna. A farne le spese è stato anche Milo Manara, con le copertine sexy delle eroine Marvel. Questo a dimostrare che la stupidità può derivare anche da un’idea estremizzata e quindi ottusa del “politicamente corretto”.


In ultimo, ad attestare come la censura sfondi spesso la barriera del ridicolo in tutti Paesi, è da notare come in Francia, sulle serie Marvel degli anni ottanta (quindi molto dopo la stagione degli “interventi riparativi” di Mondadori sulle storie originali della Dc da lei edite in Italia dal 1953 al 1970), siano stati operati interventi incresciosi: nell’immagine vediamo l’editing della trasformazione di Spidey in lucertola. Altrove viene eliminata dalla storia X-Men del Massacro Mutante la scena in cui Colosso spezza il collo al killer mutante Riptide. Censure che tradiscono una perdurante concezione del fumetto come medium per la sola infanzia.

3 commenti

  1. Sono contrario alla censura e ne temo le conseguenze nefaste, ma come direbbe un politico centrista in un dibattito televisivo di seconda serata in tempi di bianco e nero e tubo catodico, ritengo sia il caso di contestualizzare: 1) il make up alle maschere lombrosiane di King Kirby ha la attenuante di essere progettato in anni in cui non era + possibile dipingere gli orientali come Pericolo Giallo ed i tedeschi come demoni wagneriani 2) Steve era sicuro che il suo birichino fosse Trickie Dickie – come ha detto almeno in una intervista – ma la sovrapposizione tra la nostra realtà e quella dei picchiatelli in costume, quando totale, non è sempre producente dal punto di vista artitistico. Tanto per fare un esempio, le storie post 11/9/01 che devono girare intorno al fatto che in un mondo abitato da dei delle tempeste e mutanti potenti come dei probabilmente le Torri non sarebbero cadute.
    3) il sesso è sempre stato difficile da gestire nelle storie di supereroi – si vedano gli angeli senza pudenda nel Daredevil di Nocenti/Romita jr/Williamson e le famose vignette ( davvero poche ) di quella storia degli X-Men infettati dagli alieni schifoidi ( la versione Marvel degli Aliens cinematografici ndr ) in cui la teenager Kitty Pride cerca di convincere il suo fidanzato Peter Rasputin ad una interazione prossemica con scambio di informazioni veicolate da fluidi ( nemmeno io riesco ad associare sesso e supereroi ndr ) senza riuscirci.
    Temo che la magagna resterà sempre nella castagna. Fino a che si trattava di storie scritte e disegnate per fare sognare bimbi ( io sognavo ) il sesso può restare un omissis, come per i paperi di Carl Barks o i topi di Floyd Gottfredson ( che ogni tanto alludeva, ma con tecnica stealth ). Ora che le Big Guns – e non solo loro – si rivolgono a lettori nati poco dopo il Watergate come a lettori della generaz Big Bang Theory l’argomento è trattato con maggior disinvoltura.
    E spesso con furbizia. Le polemiche sulle covers di Manara e Cho hanno sicuramente catturato l’attenzione di un pubblico che non conosceva la Donna Ragno.
    E’ marketing, baby, e non puoi farci nulla sarebbe stata il commento di Bogey se fosse ancora in giro.

  2. Non vedo che cosa c’entri la rappresentazione del sesso e correlati con le storie supereroiche. Per quello, erotismo più o meno esplicito, ci sono le riviste dedicate; o meglio c’erano, visto che oggi lo si mescola dapperttutto con palese compiacimento. I forzati alla sessuomania (etero/gay/bi ecc.) non sfuggono infatti alle rappresentazioni grafiche di soggetti sessuali, la censura è un concetto da museo della morale. D’accordo, ci fanno sorridere, quando non infastidiscono la nostra saccenteria contemporanea, le censure attuate sui fumetti di quei tempi: i meccanismi erano rozzi, dispotici e forse un po’ paranoici (v. Comics Code), trascuravano anzi sopprimevano le espressioni “creative” in nome della preservazione delle giovani menti… Che poi comunque arrivavano a fare le loro cose come la Natura aveva predisposto. Se Superman o Batman non comparivano in strips dove copulavano o almeno flirtavano in modo spinto, beh, ce li si poteva immaginare. Se Cap non spaccava il cranio con effetti splatter a qualche nazista, beh, menava comunque le mani. Io ero bambino negli anni ’60 e francamente non sono stato rovinato da una certa morale censoria. I supereroi della Marvel Corno erano già qualcosa di fantastico, senza aggiungerci tette e culi. Ah per quelli c’erano titoli come Isabella, Lucifera, Maghella & co. … cose da “grandi”.

    • C’entra se ce lo si fa entrare. WONDER WOMAN fu il caso più emblematico, un festival bondage mensile che di proteste ne aveva acculumulate parecchie (come la coppia Batman/Robin, del resto, per innocente e un pò comica che fosse) già prima che se ne occupasse Wertham, e anzi la seconda cosa venne a seguire dalla prima.
      Già a inizi ’60 il famigerato Eric Stanton, occasionalmente inchiostrato da Steve Ditko, portava il soft core fetish in un parodistico e grottesco supereroismo in BLACK WIDOW e SWEETER GWEN. Non sono mai stato un fan di questa mescolanza, ma che si esistita lo testimoniano ancora i molti ammiccamenti nella SPIDERWOMAN Marvel dei secondi anni ’70.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*