LA STORIA DI UN KAMIKAZE A FUMETTI

LA STORIA DI UN KAMIKAZE A FUMETTI

Raccontare la seconda guerra mondiale dalla parte dei vinti è un’impresa difficile, si sa. Basta fare una veloce scorsa ai titoli (film, fumetti, romanzi) che hanno questo angolo di visuale: sono pochissimi, e il più delle volte sono carichi di un’eccessiva retorica autocolpevolizzante.

L’Asse si macchiò di crimini indicibili, e chi distorce la storia per negarli o persino “comprenderli”, violenta la memoria e le vittime di quei crimini. Ma è indubbio che gli eserciti di Wehrmacht, Regio Esercito ed Esercito Imperiale erano composti da uomini, fatti di carne e paura, esattamente come i soldati Alleati.
Spesso, però, l’eccessiva retorica non permette un’analisi del loro vissuto, della loro visuale: sono sentimenti, paure e motivazioni che ci perdiamo, e questo costruisce una visione del conflitto piuttosto appiattita, plastica.

Qualcosa in letteratura e in cinematografia è stato fatto: basti pensare a capolavori come U-Boat 96 di Petersen o a Le Ultime Lettere da Iwo Jima di Eastwood.

Nel fumetto prodotti del genere non abbondano, e il seinen Ali d’Argento (titolo originale: Tsubasa) è proprio per questo una piccola perla.
L’autrice (e non autore, come scritto nell’introduzione del volume), Ayumi Tachihara è praticamenta sconosciuta in Occidente, anche in Giappone non risulta avere una ricca produzione. Ci regala in un centinaio di pagine un piccolo capolavoro di sceneggiatura, ponderata ed evocativa, portando la riflessione a grado zero: l’autrice non interviene, anima solo i suoi disegni e li lascia agire.

La trama è semplice: un pilota di caccia nipponico è scelto nel 1945 per gli “squadroni speciali d’attacco” (quelli che comunemente chiamiamo Kamikaze). Durante l’ultimo volo deve rinunciare a seguire la sua pattuglia per una perdita d’olio. Ritorna alla base con la tristezza nel cuore di non essersi potuto sacrificare assieme ai suoi camerati.

L’attesa dell’aviatore per una nuova missione diventa il pretesto narrativo per entrare nella testa di un pilota che vuole sacrificare la propria vita per la nazione, per l’imperatore, per l’onore della sua famiglia e dei suoi compagni.
Volendo semplificare, la vicenda è tutta qua: in questi tre costrutti culturali si muove la motivazione del soldato a donate la sua vita. Ma non ci sono tracce di violenza o di nazionalismo becero: il sacrificio è un dovere su cui quasi nessuno si interroga. Lo farà solo un vecchio manutentore, e solo dopo aver perso un figlio in guerra.

Il resto dei personaggi è vittima della cultura sacrificale giapponese: agisce, va avanti, senza interrogarsi mai. Ma questo non vuol dire che i personaggi di Tachihara non provino sentimenti: il pilota dialoga per tutto il tempo con gli spettri dei compagni morti e con la madre, chiedendo scusa per non essere ancora morto, e interrogandosi sulla vita e sulla sua fragilità.

Ed è la cultura dominante a far agire il protagonista. I dubbi e le insicurezze sono mitigate dalla volontà di ricongiungersi con i compagni. Il sacrificio diventa il pegno necessario al suo squadrone, ai suoi amici, al “suo” esercito, in un tripudio di sentimentalismo cameratesco, splendidamente distante per noi occidentali, con più di qualche flessione omoerotica, che rientra perfettamente nell’etica militare giapponese, come ci ha raccontato (uno su tutti), in vita e nelle opere, lo scrittore Yukio Mishima.

La conclusione è già scritta, ed è l’apice del romanticismo. Il pilota punta il suo caccia carico di esplosivo contro la nave nemica, felice di ricongiungersi nello stesso mare che fa da tomba ai suoi amici. Li riabbraccerà, sognando di diventare “tutt’uno con il metallo e l’acqua”.

Una storia senza retorica antimilitare, focalizzata sui sentimenti di un uomo del suo tempo, figlio solo della sua cultura. Ma proprio per questo, forse, molto più realistico e antimilitarista di tante opere.

In Italia il volume unico è pubblicato da Planeta Manga, al costo di 5,50 euro.

 

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