SEI ANCHE TU UN HIKIKOMORI?

SEI ANCHE TU UN HIKIKOMORI?

Si dice “hikikomori”, ma non ci si riferisce a un manga. E neppure a qualche fantasiosa pratica erotica. Piuttosto, questa parola giapponese si utilizza per quei giovani che decidono di rinchiudersi volontariamente dentro la propria stanza, rifiutando ogni contatto con il mondo esterno, per mesi o addirittura anni.

Solo in Giappone si calcola che il fenomeno interessi quasi mezzo milione di giovani, secondo la stima dell’università di Okinawa, ma non mancano studi che invece spostano l’asticella verso l’alto, ipotizzando circa un milione di persone. Parliamo soprattutto di adolescenti, in prevalenza maschi, che si confinano dentro le mura della propria casa limitando i rapporti con la realtà al solo utilizzo di internet e dei videogiochi.

Questi comportamenti, che in parte affondano le proprie radici nella cultura familiare nipponica, fatta di padri assenti e madri molto protettive, e nelle specificità della sua società, dove centrali sono l’autorealizzazione e il successo personale, si sono diffusi anche in Europa, Asia e America Latina.
Da noi si parla di 20/30 mila casi, ma i numeri sono ballerini e le stime non facili. Neppure la definizione del problema è chiara, dal momento che il disturbo è spesso associato o confuso con la cultura nerd, ritenuta un effetto collaterale della società moderna e non una libera scelta dell’individuo. Sebbene le cifre siano inferiori a quelle di altri paesi come la Francia, dove se ne contano quasi 80mila, l’imperativo è non sottovalutare questo fenomeno. Che spesso comincia già dalla pre-adolescenza, con il rifiuto della scuola e delle relazioni reali, a causa di insicurezze, episodi di bullismo o mancanza di opportunità lavorative, per rifugiarsi nel mondo della Rete. L’universo virtuale offre risposte e contribuisce a creare un’esistenza parallela, attraverso la costruzione di legami giudicati meno pericolosi e, soprattutto, senza l’esposizione del proprio corpo, la cui mancata accettazione non di rado è alla base dell’auto-reclusione.

È nato anche un sito – www.hikikomoriitalia.it – che cerca di accendere una riflessione critica sul fenomeno. Contro la semplificazione a mera patologia, al pari di altri disturbi mentali, il portale mira a una diversa chiave interpretativa, offrendo uno spazio in cui potersi conoscere e confrontare. Navigando nel forum ci si imbatte in ragazzi che vogliono raccontarsi, condividere le proprie esperienze, esternare il rifiuto per una umanità che li imprigiona. In senso figurato, ma anche fisico. Esiste pure una pagina facebook dove si postano articoli e studi in proposito per offrire un’immagine diversa degli Hikikomori.

Oggi sempre più famiglie italiane chiedono aiuto agli esperti. Se in Giappone esistono tanti centri di recupero, nel nostro paese si è ancora all’anno zero. I servizi sociali non sono ancora in grado di poter garantire gli strumenti per avviare un efficace percorso terapeutico, in termini di strutture e personale. Di certo, grande importanza assume la prevenzione: educare i ragazzi a coltivare interessi e passioni e a non fondare la propria identità su modelli troppo alti e distanti è la prima strategia per aprire la porta di camera e riappropriarsi di uno spazio nel mondo.

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