FINALE, DI FRANCO CREPAX

FINALE, DI FRANCO CREPAX

Ornella Vanoni, Ricky Gianco, Johnny Dorelli, I Camaleonti, Enzo Jannacci, Gino Paoli, i Pooh, gli Squallor e decine di altri forse non avrebbero mai avuto successo se non ci fosse stato Franco Crepax.

Franco Crepax (che sì, era il fratello del disegnatore Guido) era nato nel 1928, figlio di un violoncellista di fama e di una nobildonna. Si era laureato in legge senza troppo entusiasmo, nel dopoguerra aveva lavorato come cronista al Gazzettino Padano della Rai, il notiziario locale milanese, ma era un uomo troppo bello, intelligente e brillante per adattarsi a un lavoro normale, foss’anche stato quello di principe del foro.

Con il suo amico Nanni Ricordi, discendente dei Ricordi che si arricchirono pubblicando le opere di Giuseppe Verdi, trovò il suo lavoro perfetto inventando cantanti al servizio di Ladislao Sugar, gentiluomo ottocentesco proprietario dell’etichetta discografica Cgd e di altre sussidiarie.

Era a quei tempi un mestiere ben diverso da come si può pensare oggi: nessuna penosa ricerca del genio nascosto, nessun talent show. I cantanti e le band piovevano dal cielo e, come mi raccontava Franco, quelli che ce la facevano erano quasi sempre arrivati per passaparola di chi ce l’aveva già fatta. Non erano raccomandazioni, in quegli anni c’erano soldi musicali per tutti. Si andava sulla quantità, lanciandone cento nella speranza che, per motivi misteriosi anche agli addetti ai lavori, dieci sarebbero passati. Un testa a testa continuo tra le milanesi Cgd e Ricordi, e la romana Rca a colpi di di milioni di copie. Riccardo Cocciante la Rca, i Dik Dik la Ricordi, i Camaleonti la Cgd.

Alla fine degli anni Ottanta, Franco Crepax inciampò e perse tutto, restando sì con la pensione da dirigente e una casa da sogno, ma con il peso di non contare più niente nel pieno della vita.

Crepax era di una pigrizia meravigliosa, ma aveva colpi di autentico genio: inventò i dischi televisivi, 33 giri che costavano più degli altri perché il cliente si sobbarcava il costo della pubblicità televisiva: un’idea che ebbe con Silvio Berlusconi e che chiunque avrebbe considerato idiota, e invece i due insieme vendettero decine di milioni di dischi rincarati.

Questa sua nobile pigrizia l’ho vissuta da editore, quando ho ripubblicato alcune sue cose già uscite negli anni Settanta, in particolare un racconto lungo, Il blu, che meriterebbe di essere nelle antologie scolastiche, assieme a pezzi nuovi. Mi piaceva moltissimo la sua scrittura, che rifletteva  il suo essere geniale, colto e fantasioso. Aveva anche scritto racconti di fantascienza per “Playboy” e tenuto una rubrica della posta, con lettere tutte inventate, sul settimanale “Diario”. Era eccezionale nei racconti brevissimi, sorte di Haiku occidentali, con concatenazioni sottili che racchiudevano intere vite.

Il libro uscì e vendette poco nonostante la propaganda su quotidiani e periodici. Decisi comunque di pubblicargliene un altro, anche perché, confesso, aveva promesso di titolarlo Trenta racconti per l’Antonini (poi cambiò idea e comunque non avrei accettato quel titolo con il mio cognome), questa volta di scritti tutti originali, possibilmente un solo scritto, un romanzo. Il genere non gli era congeniale, ma sapeva che, soprattutto in Italia, i racconti non gli avrebbero portato la fama che sperava senza nasconderlo.
Furono mesi deliziosamente snervanti. Un paio di volte al mese mi mandava il primo capitolo di un romanzo, perlopiù di argomento storico o autobiografico-famigliare, immancabilmente fascinoso e ricolmo di promesse. Ogni volta un romanzo diverso, però, perché nella sua fantasia fatta di slanci Crepax si stufava subito, e d’altra parte condividendo questo suo vizio ero poco credibile nel sollecitare il diligente proseguimento dell’opera.

Arrivato al sesto o settimo primo capitolo di romanzo gli dissi che forse era meglio tornare ai racconti. Ne scrisse di getto una quarantina, una trentina quelli buoni, quattro o cinque piccoli capolavori letterari. Ma la casa editrice che dirigevo chiuse e quelle pagine rimaserò lì. Lo aiutai a proporre il libro ad altri editori, che non lo capirono o capirono che non avrebbe venduto, e qualche anno fa si mise il cuore in pace. Con fatica, perché diceva spesso con convinzione che avrebbe scambiato volentieri la sua carriera di discografico per una di scrittore famoso. Un vezzo, forse, ma non per questo un sogno non autentico.

Negli anni ho cercato qualche volta di convincerlo a raccontare la storia della canzone italiana, di cavarne un libro o una raccolta di articoli. Quel libro sì che avrebbe venduto. Ma non ne aveva voglia, era orgoglioso dei suoi successi professionali ma credo che non avesse mai amato quel mondo che per di più l’aveva allontanato senza troppi complimenti. L’unico di cui parlasse sempre con affetto era Ricky Gianco.

Del fratello disegnatore di fumetti parlava solo per aneddoti famigliari. La moglie di Franco ricordava che quando le figlie erano piccole, era una gran fatica nascondere i libri erotici di Guido perché non cadessero nelle loro mani innocenti.

Franco Crepax se ne è andato in questi giorni. Ma mi aveva salutato molti anni prima, con l’ultimo dei suoi scritti, Finale, così belli nel raccontare esistenze in poche righe silenziose.

“Mio padre, nel 1895, fu iscritto alla scuola detta ‘cacca pissin’ nel paese del Veneto dove era nato.
Con il nuovo secolo, compiuti i dieci anni, interruppe gli studi perché la notte faceva tardi nelle sale da ballo di Mestre suonando al piano valzer e mazurche e portando a casa ogni volta una bella lira di nichel.
Poi la famiglia si trasferì a Venezia, dietro Campo San Samuel, e mio padre frequentò il liceo musicale Benedetto Marcello nella classe di violoncello del maestro Montecchi. A diciannove anni, dopo il diploma, vinse il concorso di professore al conservatorio di Parma e con il primo stipendio di novanta lire si comperò un bellissimo doppio petto al negozio ‘La ville de Paris’, con camicia e scarpe adeguate.
Così ebbe inizio tutto ciò che adesso sta finendo”.

(Andrea Antonini, Berlino)

 

1 commento

  1. Bellissimo articolo e bellissimo ricordo del fratello del mio amato Guido di cui sapevo pochissimo se no che era discografico e per questo Guido disegnò il marchio Ricordi che sui dischi che giravano faceva quel bell’effeto psichedelico/optical. Bei ricordi.

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