TIZIANO SCLAVI HA ANCORA QUALCOSA DA DIRE?

TIZIANO SCLAVI HA ANCORA QUALCOSA DA DIRE?

Dopo tanti anni abbiamo assistito al ritorno di Tiziano Sclavi ai testi del suo Dylan Dog, quindi se per dire quello che pensiamo di questa operazione abbiamo aspettato alcuni mesi rientra tutto nella logica delle cose.

Il numero 362 di Dylan Dog, a suo tempo strombazzato a destra e manca su tutti i social, scritto dal padre tutelare Tiziano Sclavi è stata una cocente delusione.

Per noi lettori è stato uno dei più grandi flop fumettistici di questi ultimi anni di frequentazione più o meno sporadica nell’ambito fumettistico, dopo una vita divisa tra mille albi e centinaia di testate collezionate nel tempo.


Senza perdersi in lungaggini, “Dopo un lungo silenzio” è la storia personale di Sclavi, nella quale vengono raccontati in maniera più o meno emotiva la caduta e il tentativo di uscire dal tunnel dell’alcolismo. Sui buoni intenti di questa operazione nulla da eccepire, ci sta.

Purtroppo è la storia che è moscia, che è banalotta, che non ha nulla delle atmosfere dylaniate: si perde in sentimentalismi che sfociano in una retorica paternalista da quattro lire.

Va bene che è il ritorno di Sclavi dopo 10 anni di assenza dalla sua creatura ma… la storia, ahimè, proprio non regge. Non regge soprattutto se confrontata con le belle storie realizzate da Tiziano all’inizio della serie.

Sceneggiatura frettolosa con pochi colpi di scena, e quei pochi prevedibili o fiacchi. La storia della lenta dissoluzione di Dylan verso il mondo dell’alcolismo si identifica con quella di Sclavi, anche lui entrato (e speriamo uscito) dal medesimo tunnel grazie agli Alcolisti Anonimi.

Da lì al sentirsi un po’ “predicatore” di Speranza, con piccole digressioni nella Fede e nel Divino, il passo è breve

Insomma, quasi un albo “didattico” con il messaggio finale.

Un albo che avrebbe potuto benissimo essere patrocinato dal Ministero della Salute e regalato nelle scuole.
Così non avrebbe fatto una piega. Ma qui entriamo nel marketing o nella marchetta che è un’altro pianeta…
E regge poco anche il disegno, spesso dozzinale e poco curato: guardate, per esempio, il pollice di questa vignetta.


Seppure disegnata dal classico Giampiero Casertano, che non ho mai amato: troppo scolastico e di maniera.

Ora, se l’intento era quello di scivolare nel patetico, potrei anche starci, ma criticare, nell’eccezione più nobile, significa dire le cose come stanno (o come si pensa che stiano). Al di là dei divismi o delle celebrazioni.

Una cosa si salva: la copertina tutta bianca, simbolo di dissoluzione e di vuoto. Sentito omaggio al White Album dei Beatles e colpo di coraggio per la Bonelli, poco abituata a questo genere di operazioni grafiche.

La copertina “bianca”

Speriamo che Sclavi si riprenda e che ci scriva altri “Golconda” o “Johnny Freak” o… si dedichi a far altro, se proprio non riesce.

Perché questo ritorno è stato davvero inferiore alle aspettative. Per lo meno le mie.
Lo dico con affetto, eh? Come si rimprovera un padre per spronarlo e perché ci meravigli ancora… e ancora… e ancora…

 

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1 commento

  1. D’accordo su quasi tutto (escluso Casertano che è bravissimo), peccato citare tra le storie migliori di Sclavi “Johnny Freak” che è un soggetto di Marcheselli.
    Con tutte quelle belle che ha fatto Sclavi …

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