ZAZIE NEL METRÓ, DA QUENEAU A MALLE

ZAZIE NEL METRÓ, DA QUENEAU A MALLE

Il film Zazie nel metró, del 1960, è tratto dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau, autore molto in voga in quegli anni.

La trama, come in tutti gli scritti di Queneau, è semplice e non particolarmente avvincente: un’impertinente e sveglia bambina di dieci anni viene accompagnata a Parigi dalla madre (la quale ha un appuntamento galante con il proprio amante) e affidata a una stramba coppia di zii: lui, in particolare, è un originale pazzoide elegantone, che di notte lavora in un locale notturno vestendo i panni di una drag queen ante litteram.

ZAZIE NEL METRÓ, DA QUENEAU A MALLE

Sfuggita alla custodia degli zii, Zazie tenterà per tutta la durata del film di viaggiare sulla metropolitana parigina, senza peraltro riuscirvi a causa di uno sciopero, e nel suo peregrinare per i quartieri popolari della capitale, la bambina farà strani incontri, incapperà in ambigui personaggi e si troverà in bizzarre situazioni.
Paradossalmente, quando alla fine del racconto Zazie prenderà l’agognato metró, nemmeno se ne accorgerà, stanca e stremata per l’ininterrotto girovagare.

Raymond Queneau non è nuovo, come già detto, a questa sorta di “scarnificazione” delle storie narrate, convinto com’è che più del “cosa” è importante il “come” si racconta.

ZAZIE NEL METRÓ, DA QUENEAU A MALLE

Già nel suo capolavoro Esercizi di stile, magistralmente tradotto in Italia da Umberto Eco, Queneau descrive un banalissimo episodio occorsogli (l’incontro con un tizio vestito in modo particolare, notato su un autobus  e nuovamente incrociato qualche ora dopo nei pressi della Gare Saint-Lazare) e lo fa in novantanove modi diversi.
L’autore snocciola, come fossero grani di un rosario letterario, novantanove variazioni sul tema per scrivere di un “fatterello” insignificante, che in sé non contiene alcun apparente motivo d’interesse per il lettore.

In Zazie nel metró, Queneau fa la medesima operazione, seppur passando dal racconto breve, ripetuto, al romanzo. È il linguaggio che conta, l’espressione verbale dei personaggi, il ritmo dell’argot, l’uso schizoide del fonema.

Un plauso va dunque tributato al visionario regista Louis Malle, non tanto per essere riuscito nella difficile impresa di girare un film apparentemente impossibile, quanto per aver addirittura pensato, prima, di poterlo realizzare.

ZAZIE NEL METRÓ, DA QUENEAU A MALLE

Per portare a termine l’arduo compito verranno messe in atto tutte le diavolerie possibili all’epoca conosciute, antesignane dei moderni effetti speciali: montaggio con sequenze di scene ripetute, utilizzo di fumetti, accelerazioni e rallentamenti della velocità della pellicola. Il tutto a scandire il gironzolare di una moderna Cappuccetto Rosso, peraltro null’affatto spaventata e capacissima di sfangarsela da sola anche nella situazione più problematica, in giro per un bosco/Parigi davvero molto poco da cartolina.

Avviso per i cine-naviganti. Zazie nel metró non è un film per tutti: è vietato ai lettori di meno di 18 libri all’anno. Perché quello di Louis Malle è un prodotto letterario bell’e buono. E come tutte le opere che nascono dal genio umano, troverà detrattori e adulatori in egual misura: per alcuni sarà solo un incomprensibile e insulso spreco di pellicola, per altri la lucida e ironica follia di un genio della parola, magicamente prestata a un genio dell’immagine.

 

Giuseppe Ciarallo –  Inkroci

 

Versione a fumetti di Clément Oubrerie

 

 

 

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