ALL’INFERNO CON “HELL & BACK”

ALL’INFERNO CON “HELL & BACK”

Apro Netflix, cerco qualcosa di leggero da vedere per passare la serata, e trovo Hell & Back, film del 2015 realizzato con la tecnica dello stop-motion, volgarmente “i pupazzetti”. Scritto da Tom Gianas, Hugh Sterbakov e Zeb Wells, con Tom Gianas e Ross Shuman alla regia. Una curiosità: sia gli sceneggiatori che i registi hanno tutti lavorato a Robot Chicken, format televisivo per over 17, ormai cult negli USA.

Da estimatore di un certo tipo di animazione “matura” (passione nata da ragazzo, vedendo il film del 1972 su Fritz il Gatto di Robert Crumb) e incuriosito dalle tematiche, mi sono immerso nella visione del film. Mai avrei immaginato che, ahimè, oltre ai protagonisti, il viaggio all’Inferno stavo per intraprenderlo anche io…

Remy (doppiato da Nick Swardson), Augie (TJ Miller, visto di recente in Deadpool) e Curt (Rob Riggle) sono migliori amici fin da piccoli e lavorano nello stesso malandato parco divertimenti in cui si recavano da ragazzi, quando marinavano la scuola.
Remy è in cerca di una novità che possa dare una svolta alla sua vita piatta e alla sua carriera moribonda. Sarà nel nel carrozzone di Madame Zonar, la sboccata indovina del parco, che troverà ciò che sembra un modo facile di arricchirsi: un libro su cui è raffigurato nientemeno che il Diavolo in persona, che piange vere lacrime. Questo particolare mi aveva fatto ben sperare in un film di intelligente polemica contro il culto delle reliquie, e del facile urlare al miracolo se una statua di un qualche santo piange (e magari poi si scopre che sia successo tramite processi chimici) o se Gesù decide di apparire deliberatamente sulla tortilla di una signora ispanica di mezza età ad Amarillo, Texas.

Remy, nella foga della scoperta, fa stipulare per gioco all’amico Curt un giuramento di sangue sul tomo, incentrato su delle mentine. Ovviamente il giuramento viene immediatamente infranto, e Curt viene trascinato all’Inferno per essere sacrificato. I ragazzi devono allora scendere letteralmente nell’Ade, e rischiare tutto per salvare il loro amico da un gran numero di demoni fuori di testa, alberi in preda alla sodomia, personaggi provenienti da leggende greche e da un vanesio Diavolo in persona.

Il cast di doppiatori è completato dalla splendida Mila Kunis (Black Swan), Danny McBride (il piromane di Tropic Thunder), Susan Sarandon (che non ha bisogno di approfondimenti) e Bob Odenkirk, il Saul di Breaking Bad.

L’idea di base è abbastanza buona, anche se un po’ già vista. Anche la realizzazione grafica, pur non disponendo della macchina perfetta degli Aardman Studios, è ben curata e in alcuni punti alquanto suggestiva, ma ciò che viene fuori è paradossalmente pessimo, con continue cadute nel patetico.

L’intenzione era quella di creare un film dissacrante, demenziale, seguendo il percorso tracciato da South Park, tuttora il gold standard per quello che concerne la satira corrosiva in forma animata. Purtroppo però il risultato non è che la parodia di una parodia, completamente svuotata del “veleno” e dei contenuti che dovrebbero portare noi spettatori a riflettere su determinati argomenti e situazioni.

Volendo anche passare oltre la trama, una delle cose che “rimprovero” maggiormente alla pellicola è il fatto di non riuscire minimamente in quello che dovrebbe. Non riesce a far ridere, non diverte se non nei momenti che vedono coinvolti un dispettoso diavolo torturatore incline agli scherzi e una povera anima persa, non intrattiene, non riesce a creare una minima empatia o simpatia con i personaggi. Questi ultimi poi sono tutti superficiali, senza un minimo di personalità, e cercano continuamente la risata facile con l’abuso del turpiloquio, come nella peggiore commedia italiana del nuovo millennio.

E veniamo quindi ai dialoghi, vera pietra tombale del film. Da che mondo è mondo, le battute dovrebbero far ridere. Invece qui sono solo un pretesto per inserire i vari “vai al diavolo”,“pene”, “vagina” (che io ho edulcorato per il web, ma ci arrivate soli) et similia.

Praticamente ogni battuta del film è così: un collage di parolacce senza senso che non farebbe ridere nemmeno il più becero degli spettatori. Chi vi scrive non è per nulla un puritano (anzi), ma questo continuo abuso di termini e situazioni è veramente fastidioso.

Non mi aspettavo certo un’opera matura dalla delicatezza di Les Magasin des Suicides (“La Bottega dei Suicidi”, 2012). Forse, viste le premesse di tematiche e immaginario, speravo in qualcosa di molto più simile al superbo The Haunted World of El SuperBeasto (2009) di Rob Zombie, uno che con gli universi pop ha sempre dimostrato di saperci fare meglio di chiunque altro. Ma alla fine non era né uno né l’altro.

Forse per questo ci son rimasto così male.

Una parte di me vi consiglierebbe vivamente di evitare questa pellicola, di non avvicinarcisi nemmeno per sbaglio. Mi sento però in dovere di non tradire il mio più grande ideale: se questo breve excursus vi ha solo minimamente incuriosito, guardatelo: magari ci troverete cose che io non ci ho trovato e vi piacerà. Oppure lo odierete, dandomi la colpa di avervelo fatto conoscere.
In ogni caso, e per ogni commento, mi troverete qui.

vivo tra immaginario pop, fantascienza, nuvolette e altre cazzatelle. Cerco risposte nei libri di Palahniuk e non nella Bibbia.

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