MATTEO BOE, L’EVASO DALLA CAIENNA ITALIANA

MATTEO BOE, L’EVASO DALLA CAIENNA ITALIANA

L’Asinara è una grande isola al largo della Sardegna settentrionale: alla fine dell’Ottocento i suoi pochi abitanti furono trasferiti altrove per costruire una struttura carceraria di massima sicurezza. Nel corso di un secolo molti detenuti tentano di evadere, attratti dalla costa sarda distante pochi chilometri.

Quelli che sfuggono all’attento controllo delle guardie vengono trascinati via dalle fortissime correnti che circondano l’isola e finiscono invariabilmente annegati. Un prigioniero che era riuscito a procurarsi una piccola barca dopo aver remato controcorrente verso la costa per giorni è morto di sete e di fame.

A causa di questi tragici precedenti, l’Asinara viene soprannominata “la Caienna del Mediterraneo”, dal nome del terribile penitenziario nella giungla sudamericana reso noto dal film Papillon.
Nel 1986, l’Asinara ha un nuovo ospite: Matteo Boe. Un uomo alto, dagli occhi blu e l’espressione di ghiaccio, che dovrebbe rimanere prigioniero nell’isola fino al 2002. Troppi anni, per non sognare la fuga…

Matteo Boe
Matteo Boe



Matteo Boe nasce nel 1957 a Lula, un paesino della provincia di Nuoro. Alla fine degli anni settanta, grazie ai risparmi dei genitori, va a studiare alla facoltà di Agraria di Bologna. All’università conosce una collega di studi, l’emiliana Laura Manfredi, e ben presto i due diventano inseparabili. Matteo la ama perché è una bella ragazza dal carattere forte: il suo sguardo profondo ricorda quello del lupo.

Siamo nel periodo del terrorismo, i cosiddetti “Anni di piombo”, e Matteo Boe si mescola ai gruppi studenteschi più violenti. Lui è sempre stato un po’ anarchico ed è convinto che la Sardegna debba diventare indipendente: considera l’Italia uno stato invasore.

Lasciata l’università, Matteo Boe abbandona l’ambiente politico. Si trasferisce in Toscana, dove sono emigrati numerosi pastori sardi, per formare una banda. Lui è il capo indiscusso, anche perché, con il suo linguaggio astrusamente colto, mette in soggezione i complici. Il grande colpo lo mettono a segno nel 1983, quando rapiscono la diciasettenne Sara Niccoli, figlia di un industriale di filati pistoiese.

Per tenerla impegnata nei 118 giorni di prigionia, passati incatenata a un albero, lui le dà da leggere i classici della letteratura, da Dostoevskij a Kafka. La ragazza viene rilasciata dopo il pagamento di tre miliardi di lire. Sempre sfortunata, Sara morirà a soli 30 anni dopo una lunga malattia.

Arrestato a Milano nel 1986, Matteo Boe viene condannato a 16 anni di carcere per il rapimento della Niccoli e spedito all’Asinara. Anche se tutti dicono che è impossibile fuggire da lì, per lui l’evasione diventa un’ossessione. Ne parla con il compagno di cella, Salvatore Duras, un ladro dall’aria sveglia.

Ogni particolare viene soppesato e tutte le informazioni sull’isola, che i prigionieri si tramandano con il passaparola, vagliate con attenzione. Finché, il primo settembre, seguendo un piano preciso Matteo Boe e Salvatore Duras tramortiscono la guardia che li tiene d’occhio durante l’ora d’aria. Poi corrono in una grotta nascosta nella vegetazione, dove rimangono al sicuro mentre i secondini perlustrano l’isola alla loro ricerca.

Quando scende la notte i due escono dal rifugio per raggiungere una cala della costa. Come d’accordo, la decisa compagna di Boe, Laura Manfredi, li aspetta a bordo di un gommone che ha noleggiato in una stazione balneare. A bordo dell’imbarcazione a motore i tre raggiungono in poco tempo la costa opposta.

Ora che ce l’hanno fatta, la fuga sembra quasi un gioco da ragazzi. Il difficile sarà rimanere liberi. Salvatore Duras viene catturato poche settimane dopo, mentre Matteo Boe risulta inafferrabile. Solo diversi anni dopo verrà condannato ad altri quattro anni di carcere per l’evasione, mentre la complice se la cava con una piccola condanna.

Laura si trasferisce a Lula, mentre il compagno latitante prende contatti con i banditi nella foresta del vicino monte Albo. Per stanare lui e i suoi complici viene mandato l’esercito, inutilmente. Lula, la piccola capitale dell’Anonima nuorese, è talmente permeata dal banditismo che per dieci anni, invece dal sindaco, viene governata da un commissario prefettizio.

Malgrado questo schieramento di forze, nella vicina Costa Smeralda, nel 1988, viene sequestrato Giulio De Angelis, un costruttore romano di 56 anni. Dopo avergli mozzato un orecchio, i rapitori ottengono un riscatto di 3 miliardi di lire. Pare che tra gli organizzatori ci sia Matteo Boe, ma il fatto non sarà mai provato.

Così pure non c’è la certezza che, nello stesso periodo, l’uomo faccia parte del commando che irrompe nella villa di Marta Marzotto: il rapimento va in fumo perché la stilista è uscita di casa prima del previsto. Reagendo alle voci sul coinvolgimento del compagno nei rapimenti della zona, Laura dichiara ai giornalisti: «Facile accusare di tutti i delitti un latitante che non può difendersi».

La donna dà alla luce Luisa, alla quale mette il proprio cognome, Manfredi, perché il compagno non può certo presentarsi in municipio. Sempre in Costa Smeralda, nel gennaio del 1992, Matteo Boe organizza il sequestro di Farouk Kassam, un bambino di 7 anni figlio di Fateh, ricco albergatore di origine indiana. Per costringere la famiglia a pagare, i banditi non esitano a tagliare un orecchio del piccolo. Non si saprà mai con precisione l’entità del riscatto che viene pagato (forse 2 miliardi di lire).  

Da anni la polizia tiene d’occhio Laura Manfredi, ben sapendo che ogni tanto incontra il compagno, ma non riesce mai a beccarli insieme. Finché, nei primi giorni dell’ottobre 1992, la vedono partire alla chetichella in auto, con la figlia Luisa e il secondogenito Andrea.

La donna opera ogni tipo di depistaggio, come cambiare auto all’improvviso, ma la polizia non la perde di vista fino a Santa Teresa di Gallura (Sassari). Lì si imbarca sul traghetto per la vicina Corsica, dove, essendo un’isola francese, gli agenti non possono seguirla.

Alcuni giorni dopo, avvertiti dai colleghi italiani, cinquanta gendarmi francesi circondano “U Palmu”, l’alberghetto di Porto Vecchio dove Matteo Boe è registrato sotto il falso nome di Giulio Manca. Bloccato nella hall, il bandito 35enne non estrae la pistola per evitare che ci vadano di mezzo la compagna Laura, al sesto mese di gravidanza, e i due figli.

Prova comunque una fuga disperata. Con il volto rosso di rabbia, spintona l’agente alle sue spalle e dà una spallata al gendarme che gli sta dicendo: «Può seguirci in caserma, monsieur?…». Gli saltano addosso altri sei agenti, che lo immobilizzano dopo una breve colluttazione.

Il bandito si dibatte talmente che, oltre ad ammanettarlo, devono incatenargli le caviglie. In tasca gli trovano le foto scattate accanto a una grotta, il rifugio nel quale aveva rinchiuso la sua ultima piccola vittima. Estradato tre anni dopo, Matteo Boe viene condannato a 20 anni di carcere per il rapimento di Farouk Kassam.

Gli anni passano. Nel 2003, mentre Luisa, la figlia ormai quattordicenne di Boe, stende i panni nel balcone della casa di famiglia a Lula, viene uccisa da una scarica di pallettoni che la colpisce alla testa.
All’inizio gli inquirenti accusano un pretendente rifiutato, poi si convincono che l’assassino l’abbia scambiata per la madre, data la grande somiglianza tra le due. Il movente sarebbe un vecchio rancore nato dalla divisione contestata del bottino di un sequestro. Siccome il responsabile non viene individuato, Laura Manfredi trova più salutare trasferirsi in Emilia, sua terra d’origine, insieme agli altri due figli.

Matteo Boe, intanto, sconta le condanne per i rapimenti, che i magistrati hanno sommato facendogli qualche sconto, per un totale di 30 anni. Il detenuto continua a chiedere la semilibertà, ma i magistrati non gliela concedono e lo trasferiscono da un carcere all’altro.

Nel 2009, Matteo Boe manda una lettera ai magistrati: “Il sistema delle leggi diventa punitivo e spietato quando si occupa di categorie sociali cosiddette inferiori, mentre è indulgente, se non proprio connivente, se ha davanti soggetti appartenenti a categorie forti”.
Con il suo solito linguaggio forbito, Boe intende dire che mentre i politici corrotti la fanno franca, i poveracci finiscono sempre male.

Il carcere dell’Asinara, che lo aveva visto protagonista della celebre evasione, è stato chiuso alla fine degli anni novanta. Oggi l’isola è un Parco naturale.

Scarcerato nel 2017, Matteo Boe oggi fa il pastore nella natia Lula.



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