GIUSEPPE SOFFIANTINI E IL RAPITORE POETA

GIUSEPPE SOFFIANTINI E IL RAPITORE POETA

Giuseppe Soffiantini cammina senza sosta nei boschi della Toscana, fermandosi a riposare per una notte sotto un ponte insieme ai carcerieri, beve solo acqua dei fossi, accampandosi qua e là con la tenda, sempre legato a una grossa catena come un cane.

Al di là del sottile telo della tenda gli arrivano i rumori della natura: grugniti di cinghiali, squittii dei topi di campagna. Non gli fanno paura, ormai sono suoi compagni. Mentre in alto, periodicamente, sente le pale degli elicotteri della polizia che lo cercano, lo cercano, ma non lo trovano mai. Intanto è arrivato l’inverno, non ha niente di pesante con cui coprirti e si sente morire dal freddo.

Solo uno dei carcerieri, quello che chiama Marco e lo distingue anche se porta la maschera come gli altri, pur continuando a minacciarlo di morte a ogni occasione, sembra preoccuparsi un poco di lui. Quando si tratta di attraversare un torrente gelato per arrivare a un nuovo covo, per esempio, lo solleva per portarlo in spalla. E poi gli ha dato due libri da leggere, l’Iliade e l’Odissea. A lui piace comporre poesie.

Nato a Manerbio nel 1935, Giuseppe Soffiantini ha profuso tutto il proprio impegno nella creazione di un’azienda di abbigliamento. L’avventura del Gruppo Manerbiesi, questo il nome dell’azienda, inizia nel 1961 e tocca l’apice negli anni ottanta, quando il suo taglio accurato di gonne e pantaloni viene apprezzato dall’Europa all’Estremo oriente.

Carlo e Giordano, i figli ormai grandi avuti dalla moglie Adele Mosconi, iniziano ad affiancarlo nell’attività imprenditoriale. Anche se si tratta di una piccola azienda a conduzione familiare, non certo una grande industria, il successo economico dei Soffiantini suscita alcune invidie e accende gli istinti famelici di un gruppo di criminali.

Giuseppe Soffiantini non è più un ragazzo, ha 62 anni quando, alle 22.30 del 17 giugno 1997, i malviventi fanno irruzione nella sua villa di Manerbio. Dopo aver legato e imbavagliato la moglie Adele, e averla chiusa in un sottoscala, i rapitori trascinano Giuseppe sulla loro Fiat Croma.

Solo il giorno dopo Adele riesce a liberarsi e dare l’allarme. I figli lanciano subito un appello: «Nostro padre è malato, ha bisogno di prendere ogni giorno il farmaco salvavita Sintrom» (si tratta di un potente anticoagulante). Il 19 arriva la richiesta di 20 miliardi di lire di riscatto.

Lontano, in una tenda piantata nei boschi di Montalcino, la località toscana famosa per il Brunello, Giuseppe Soffiantini si trova legato a una catena, controllato da due carcerieri. Lui li chiama Marco e Giovanni per distinguerli, ma i loro veri nomi sono Giovanni Farina e Attilio Cubeddu, componenti di quella che viene definita “la banda dei sardi”.

Da mangiare riceve confezioni di cibo scadute e qualche osso da rosicchiare, anche, se ogni tanto, i carcerieri abbattono un cinghiale e gli danno un po’ della sua carne bollita. Le poche pillole salvavita che gli procurano le centellina per farsele durare il più possibile.

Ogni tanto Giuseppe Soffinatini cerca un contatto umano con loro, soprattutto parlando dei figli Carlo e Giordano, ma appena apre bocca i rapitori si infuriano: «Se non la smetti di rompere i c… con i tuoi figli, ti spacchiamo la testa con questo piccone!». Il prigioniero impara presto a non guardarli negli occhi, anche se sono mascherati, per non urtare la loro suscettibilità.

Dopo una lunga serie di trattive con la famiglia, il 17 ottobre viene organizzato lo scambio del denaro richiesto per la liberazione. O almeno così dovrebbe essere. In realtà, dopo anni di sostanziale neutralità della magistratura e delle forze dell’ordine per non mettere a repentaglio la vita degli ostaggi dei criminali, da qualche tempo vige la tolleranza zero nei confronti dei sequestri di persona.

Le iniziative sempre più decise della polizia per impedire che i riscatti vengano pagati, in effetti, hanno dato buoni risultati, dato che i rapimenti, frequentissimi tra gli anni settanta e ottanta, ora sono diventati rari (e negli anni successivi finiranno quasi del tutto).

Viene mobilitata una squadra del Nucleo operativo centrale di sicurezza (Nocs), il corpo di polizia addestrato per le missioni più pericolose. Gli agenti speciali prendono posizione nella periferia di Riofreddo, in provincia di Roma, dove dovrebbe avvenire l’incontro con i rapitori per la riscossione del denaro.

Appena i poliziotti vengono a contatto con i criminali, l’effetto sorpresa va in fumo e nasce una violenta sparatoria, durante la quale perde la vita l’ispettore Samuele Donatoni, di 33 anni. Tutti i banditi, invece, riescono a fuggire incolumi. Ciononostante, proprio a seguito di questo scontro alcuni delinquenti vengono individuati e, tre giorni dopo, la squadra dei Nocs li raggiunge mentre viaggiano su una Golf, urtandola di lato con il loro veicolo.

Vengono così catturati Mario Moro, Agostino Mastio, Giorgio Sergio e Osvaldo Broccoli. Il primo, Moro, è rimasto gravemente ferito nello scontro. Agostino Mastio, sperando in uno sconto sulla pena, inizia a collaborare con le forze dell’ordine. Grazie alle nuove informazioni, viene arrestato anche Pietro Raimondi, il basista di Manerbio che aveva comunicato alla banda i dati necessari per rapire Soffiantini.

Malgrado questi indiscutibili successi, l’ubicazione del covo dove viene tenuto il prigioniero rimane ignota. Si sa solo che Soffiantini è nascosto negli sconfinati boschi della Toscana.
Però la terra sotto i piedi dei rapitori inizia a scottare, per questo cercano di stringere i tempi. Il 27 ottobre fanno una nuova richiesta di denaro, scesa all’equivalente in dollari di 11 miliardi di lire.

Il 19 novembre arriva l’ultimatum: se la famiglia non effettuerà il pagamento entro il 20 dicembre, il loro congiunto sarà ucciso. Per far capire che non stanno scherzando, inviano il lobo dell’orecchio sinistro dell’ostaggio dentro un preservativo.

L’indomani, Carlo Soffiantini, figlio maggiore dell’imprenditore rapito, e l’avvocato di famiglia che fa da mediatore, Giuseppe Frigo, interrompono il rigido silenzio stampa che si erano imposti per fare un annuncio televisivo: «Abbiamo i soldi, anche se non tutti quelli che chiedete. Prima di darveli, però, vogliamo una prova che Giuseppe sia ancora in vita».

I rapitori tardano a farsi sentire, tanto che papa Wojtyla, il 4 gennaio 1998, quindi ben oltre la scadenza dell’ultimatum, si sente in dovere di fare un appello: «Rinnovo la mia solidale preghiera per le persone rapite e per i familiari, e faccio appello all’umanità dei colpevoli, perché liberino le vittime». Pochi giorni dopo muore Mario Moro, il rapitore gravemente ferito durante la cattura.

Finalmente, il 25 gennaio, arriva un segno, per quanto sinistro. Il lembo dell’altro orecchio viene recapitato a Enrico Mentana, all’epoca direttore del Tg5, insieme a una lettera di Soffiantini: «Chiedo che i miei figli paghino per la mia salvezza. Se uscirò vivo da questa esperienza citerò per causata mutilazione chi, con irresponsabili atteggiamenti, ha messo la mia vita in continuo pericolo».

Parole che lasciano il segno, tanto che il magistrato di Brescia che si occupa del caso autorizza il pagamento, anche se di soli 5 miliardi e a “fini investigativi”, cioè per permettere di individuare i rapitori. La famiglia Soffiantini può finalmente agire. La sera del 9 febbraio, la signora Adele sente al telefono la voce del marito per la prima volta dopo quasi otto mesi: «Sono libero, venite a prendermi».

Giuseppe Soffiantini si trova a Impruneta, in provincia di Firenze. Quando l’uomo, con la barba lunga e i segni della sofferenza sul volto, ritorna a Manerbio, davanti al portone della villa legge il grande cartello scritto dai nipotini: “Ben tornato zio Giuseppe”, poi di corsa all’ospedale per un trattamento con gli anti coaugulanti.
Sorprendentemente sta bene, anche se ha perso dieci chili e malgrado abbia ricevuto dosi insufficienti di farmaco durante la prigionia.

Il 19 marzo, Maurizio Cecile e Roberto Sever vengono arrestati in una banca di Mareno di Piave (Treviso), dove stavano tentando di riciclare una parte dei soldi del riscatto. Ignoravano che i numeri di matricola delle banconote erano state registrati e comunicati a tutte le banche. I due accettano di collaborare con la polizia, permettendo l’arresto di altri componenti della banda.

Mancano ancora all’appello i due capi, Giovanni Farina e Attilio Cubeddu. Farina, rintracciato in Australia, viene estradato dal tribunale di Sidney nel febbraio del 1999, quando, a Roma, è già iniziato il processo ai suoi complici. La scelta di Roma come sede del processo è dovuta al fatto che il reato più grave, l’omicidio dell’ispettore dei Nocs, Samuele Donatoni, è avvenuto nella sua provincia.

Le sentenze arrivano nell’aprile del 2000. Attilio Cubeddu, sfuggito all’arresto, viene condannato all’ergastolo in contumacia per omicidio, oltre che per il sequestro. Non verrà mai catturato e rimarrà uno dei più pericolosi latitanti ricercati dalla polizia.

Tra coloro che ricevono le pene più pesanti ci sono Osvaldo Broccoli e Giorgio Sergio, condannati a 25 anni. Processato a parte l’anno dopo, Giovanni Farina, l’uomo estradato dall’Australia, riceve una condanna a 28 anni per il solo rapimento.

Nel 2004, quando ormai tutte le condanne sono state confermate in cassazione, Farina viene nuovamente processato, stavolta per l’omicidio dell’ispettore. A sorpresa, il giudice ordina di riesumare la salma per eseguire una perizia più accurata. C’è il sospetto che, in realtà, Donatoni sia stato ucciso per sbaglio dai colleghi. Dal “fuoco amico”, come si dice in gergo.

L’anno successivo, dopo una complessa indagine forense, si arriva alla conclusione che, in effetti, a colpire l’ispettore non era stata la raffica di un Kalashnikov dei rapitori, ma un proiettile sparato a mezzo metro di distanza da una pistola calibro 9 parabellum in dotazione ai Nocs. Questo porta all’assoluzione di Farina, almeno per l’omicidio. Il giudice, inoltre, ordina un’indagine sui colleghi di Donatoni, per aver mentito fino a ora.    

Dopo la liberazione, Giuseppe Soffiantini è cambiato, non tanto nel carattere quanto nella sua visione del mondo, dei rapporti con gli altri. Forse anche per questo ha fatto qualcosa di incredibile. Sapendo bene che il più grande sogno di Giovanni Farina, uno dei suoi carcerieri, era pubblicare un libro di poesie, Soffiantini lo ha accontentato stampandolo a proprie spese e scrivendo la prefazione. «Non posso perdonarlo per quello che ha fatto», spiega, «ma anche lui è un uomo: attraverso la scrittura potrà ritrovare sentimenti profondi e tendere verso la virtù».

Giuseppe Soffiantini muore il 12 marzo 2018.





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