LE DISTOPIE ALLA BLADE RUNNER – POSTA

LE DISTOPIE ALLA BLADE RUNNER – POSTA

Effetto Blade Runner

Gentile direttore,
ricorda quando Hollywood ci metteva in guardia contro la deriva tecno-capitalista dei giorni nostri? Penso a Minority Report, Blade Runner, Jurassic Park, Io Robot, Matrix; più di recente Elysium, In Time, Total Recall, e anche Ready Player One.
Il messaggio è chiaro, il controllo delle menti e dei popoli tramite la tecnologia, con le macchine che controllano l’uomo e non ne sono più al servizio, il totale asservimento delle vite al vizio e al piacere virtuale. Il grande capitale che prende il posto della storia, dell’appartenenza, dell’identità, le grandi aziende private che si sostituiscono alle Nazioni. Le città diventano allevamenti di consumatori, che consumano i prodotti e vengono consumati dal sistema, il quale gli succhia via prima i soldi, poi i valori, poi la vita, poi l’esistenza stessa.
Gli unici valori degni di avere agibilità sono quelli del consumo, del piacere artificiale e temporaneo, dell’affermazione del singolo e mai dell’appartenenza comune, del guadagno, dell’avidità, del fare sempre e solo quello che rende, quello che anestetizza la mente e lo spirito.
A suo parere, pensa che l’incubo che ci prospettava Hollywood si sia realizzato? Se sì, che possa essere fermato? E sempre se sì, oggi Hollywood e il mondo dei fumetti, sono diventati a loro volta alfieri di quel mondo che volevano scongiurare fino a poco tempo fa?
Filippo

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Gentile Filippo,
io sono favorevole al progresso tecnologico e scientifico almeno quanto Piero Angela.
L’idea che siamo delle marionette in mano alle multinazionali è ingenua, semmai è vero il contrario: le multinazionali cercano di correre dietro ai gusti del pubblico e quando non ci riescono devono lasciare spazio ai concorrenti. Nella nostra società non c’è nemmeno l’obbligo di essere grandi consumatori, dato che si può sempre consumare lo stretto necessario.
Le aziende sono sotto il controllo dei governi che noi eleggiamo: sono solo questi ultimi che, eventualmente, possono diventare pericolosi.
Le tecnologie della comunicazione libera le persone, non le incatena. Uno dei motivi della caduta dell’Unione Sovietica fu il suo ferreo controllo sugli strumenti di comunicazione, pure le fotocopiatrici erano praticamente vietate, per impedire il diffondersi di testi non omologati al regime, mentre in occidente già dilagavano i personal computer. Oggi quando qualche movimento si ribella, gli Stati autoritari per prima cosa bloccano i social, siano essi privati o governativi.
E dire che i giornali alla fine degli anni settanta e all’inizio ottanta, ricordo in particolare L’Espresso, non facevano altro che pubblicare articoli contro i primi personal computer e la rete di internet (che ancora era molto limitata e non si chiamava così) evocando il controllo del Grande Fratello… ma quando mai?!
Il problema, semmai, è “l’eccesso di libertà” causato da questi nuovi strumenti. Un tempo l’informazione era mediata dai giornalisti, i quali devono pur sempre rispondere ad alcune regole, mentre oggi chiunque può dire nei social media qualunque puttanata non verificata e trovare ampio ascolto.
Il “capitalismo” significa per le persone avere a disposizione sempre più cose utili, oltre a quelle inutili come i fumetti e i film. La mancanza di capitalismo significa zappare la terra per un tozzo di pane in grandi latifondi. Prossimamente, grazie agli investimenti del “sistema capitalistico”, ci sarà lo sviluppo di personal robot servizievoli, che già adesso rendono meno faticoso il lavoro in fabbrica. E grazie alla ricerca delle (non so perché tanto odiate) industrie farmaceutiche la salute di tutti noi continuerà a migliorare, come dimostrano le statistiche sulla durata della vita.
Le critiche al progresso vengono fatte spesso da persone che hanno una formazione puramente umanistica, le quali, come è logico, scrivono romanzi e sceneggiature cinematografiche. Si scagliano contro una tecnologia e un sistema economico dei quali, in realtà, non capiscono nulla: non conoscono la funzione della leva né il significato di deflazione. Eppure ritengono di poter capire dove stia andando il mondo e ci mettono in “allarme”!
Se fosse per loro saremmo ancora quasi tutti intorno al falò con il vecchio aedo che canta le gesta degli antichi eroi, dopo una dura giornata di lavoro nei campi.

 

Vecchie nuove e censure

Anticonformistico Direttore,
sarà forse poca cosa, ma nel piccolo universo del fumetto italiano si intravede qualche segnale di ribellione alla cancel culture. Mi riferisco alla recente edizione dell’Inferno di Topolino e all’anastatica delle strisce di Tex attualmente in edicola.
In entrambi i casi sono state rimosse le censure successive alla prima edizione, ripristinando immagini e testi poco politically correct.
Cosa ne pensa?
Fabio

Gentile Fabio,
la moda della cancel culture è arrivata solo in parte in  Italia: dovremo aspettare ancora qualche anno per averla a pieno regime e poi ci sarà da divertirsi. Si fa per dire.
Non mi pare di ricordare situazioni “non inclusive”, come si dice oggi, nei due fumetti da lei citati (su Tex arriveranno in seguito, per esempio con gli afroamericani chiamati “palle di neve”). Però posso sbagliarmi perché li ho letti molti anni fa.
Ma forse, dico forse, la censura è iniziata per le storie nuove, come quella del n. 365 di Nathan Never ora in edicola. Il critico e youtuber Mad Mitch ha messo a confronto una tavola presentata in anteprima nel sito di Bonelli con quella che è uscita…

LE DISTOPIE ALLA BLADE RUNNER - POSTA

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Nella versione stampata il corpo della ragazza è completamente coperto

 

La cosa strana è che la scena, rispetto a tante altre viste negli albi Bonelli degli ultimi anni, non è neppure molto “hard”.

 

Quando commissionai una copertina a Manara

Non ho mai capito se la copertina di Manara per Intrepido n. 17 del 1992 si riferisse o no alla mia storia, che però è stata pubblicata qualche numero dopo. L’interno ha un altro mio fumetto di genere diverso.
Sfasature spaziotemporali o slittamenti editoriali?
Giuliano Piccininno

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È una coincidenza, caro Giuliano,
Milo Manara non conosceva il tuo fumetto. Gli avevo chiesto
una copertina a tema “horror” per il numero da portare a Lucca. Alla fine mi aveva detto che più di questo non poteva fare (per altre curiosità sul “mio” Intrepido cliccare qui).

 

I duri e i deboli di Raw Hero

Caro Direttore,
scommetto che il mix del manga Raw Hero le è piaciuto (tutti i miei amici maschi lo leggono).
Alba


Gentile Alba,
in effetti Raw Hero di Akira Hiramoto ha diversi elementi pensati per i ragazzi.
C’è una situazione alla X-Men con diverse persone che possiedono “abilità speciali”, in un contesto di violenza e sesso.
Per il resto, i dialoghi sono molto teatrali, le debolezze umane ostentate e le specificità sociali nipponiche sottolineate. Tutto ciò crea nei personaggi il tipico “effetto antipatia” che si riscontra in certi fumetti giapponesi.
Insomma, non è il mio genere e infatti l’ho interrotto abbastanza presto.

 

Manifestazioni fumettistiche che passione?

Crede ancora nelle fiere del fumetto?
Io ho smesso di andarci almeno otto anni fa. Degli incontri con gli artisti non mi interessa molto (file lunghissime), la spesa posso farla via internet, evito i cosplay che sono ovunque e risparmio i soldi del biglietto.
Daniele

Gentile Daniele,
invidio un po’ chi è in grado di emozionarsi fanciullescamente in una fiera di qualsiasi tipo. A me hanno sempre annoiato, sin da ragazzino. Sarà perché odio la confusione.
In effetti ho notato anch’io, nell’ultima fiera del fumetto a cui ho partecipato, lunghe file per poter fare qualsiasi cosa.

 

La bellezza di Buck Danny

Caro Direttore,
da bambino, negli anni settanta, ero un avido lettore di fumetti, specialmente quelli di Buck Danny pubblicati in Italia dalla Cenisio. Recentemente ho recuperato l’intera collezione grazie alla serie della Gazzetta dello Sport, inclusi i numeri più recenti.
Ho notato che nel tempo di pubblicazione del personaggio, lungo più di settanta anni, si è passati da un fumetto-fumetto a un fumetto-film: le ultime storie sono iperrealistiche (nel disegno e nella trama) e perdono qualcosa della “magia” del fumetto originale di Charlier e Hubinon, come mai?
È un fenomeno che investe tutto il fumetto francobelga?
Giuseppe


Gentile Giuseppe,

lei ha centrato perfettamente il punto: da tempo non si fanno quasi più fumetti nel linguaggio dei fumetti, ma fumetti che in realtà sono telefilm per poveri.
Da bambino non leggevo Buck Danny perché ritenevo che non si potessero scrivere storie interessanti su un pilota d’aereo. Ero influenzato negativamente dagli unidimensionali fumetti realizzati da Albert Weinberg che leggevo sul Corriere dei Piccoli / Corriere dei Ragazzi: Dan Cooper e, peggio ancora, il successivo Aquila.
Buck Danny l’ho quindi letto solo in questi anni, purtroppo in precedenti edizioni più costose di quella da lei citata, attirato dal nome dello sceneggiatore: Jean-Michel Charlier, uno dei pessimi massimi del fumetto francobelga. Anche i disegni di Victor Hubinon sono da segnalare. Le storie mi sono piaciute molto, tanto da proseguirne la lettura fino a quelle di oggi.
E sì, purtroppo diversi autori non distinguono bene tra fumetti e film. Nel senso che vorrebbero scrivere dei film, ma sono costretti loro malgrado a lavorare nel campo dei fumetti.
Mentre i disegnatori si impigriscono nel ricalcare le foto… peraltro in coerenza con la fissità delle sceneggiature. Questa scorciatoia con il computer oggi è più facile: una volta si dovevano prendere i negativi e proiettarli con l’episcopio sul foglio da disegno.

 

Troppe copie per Asterix

Gentile direttore,
in Francia l’ultimo volume inedito di Asterix è stato pubblicato con una tiratura di due milioni di copie. Gli italiani in che modo possono imparare da questi successi francesi?
Michele

Gentile Michele,
da decenni in Francia il mercato editoriale del fumetto è passato dalle riviste agli albi cartonati. Un po’ quello che è successo dal noi, dove si è passati dalle riviste settimanali agli albi (non cartonati) della Bonelli.
Questo passaggio si è verificato perché le riviste francesi e italiane avevano due gravi difetti. Il primo era la presenza di un sacco di articoli giornalistici che non leggeva nessuno. Il secondo era la brevità delle storie a fumetti. Topolino, che aveva solo il primo problema (e non particolarmente sviluppato), è durato più delle altre riviste.
In ogni caso, ormai le storie lunghe in Italia vengono lette nel formato bonellide e quindi i più costosi albi cartonati non possono avere grande successo da noi.
Non vedo di buon di occhio i due milioni di copie di Asterix, un personaggio che negli ultimi decenni, dopo la morte di René Goscinny, è scritto male e vende solo perché ha un nome illustre. Il lettore acquista un noto marchio, non un buon fumetto.

 

La mia nuova rivista

Gentile Direttore,
se il milione di euro lo ricevesse non per fondare il “Partito occidentale” ma per creare un fumetto…
Quale sceneggiatore sceglierebbe?
A chi lo farebbe disegnare?
Quale professionista dell’editoria (attuale o storica) utilizzerebbe?
In quale formato lo pubblicherebbe? Immagino bonellide.
Diciamo per una miniserie di 10 numeri.
Zak

Gentile Zak,
preferirei pubblicare un settimanale antologico di fumetti a colori in grande formato.
Come autori chiamerei a raccolta Jacovitti, Magnus, Federico Pedrocchi, Andrea Pazienza, Guido Martina, Leone Frollo, Guido Buzzelli, Gianni De Luca, Roy D’Amy, Guido Nolitta, Antonio Rubino, Walter Molino, Romano Scarpa, Sandro Angiolini, Antonio Canale, Luciano Bottaro e altri che adesso probabilmente mi sfuggono. I quali, credo, sarebbero tutti contenti di lavorare a questo progetto.

 

Sauro Pennacchioli

 

 

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1 commento

  1. Direttore, in parte condivido la sua antipatia per i disegnatori “fotografari”. In parte perché l’uso della fotografia, come dei modelli reali, dovrebbe essere un suggerimento e non un ricalco come si insegnava un tempo nelle accademie di belle arti. Purtroppo non tutti, specie le nuove leve, hanno assimilato questa indicazione. Ma vogliamo parlare degli sceneggiatori “televisionari”? Oggi tutte le sceneggiature per fumetto sembrano script per la TV. Anni fa due sceneggiatori di successo (oggi uno scomparso) duellavano su chi avesse per primo eliminato le didascalie. L’attuale continua costringendo, volte, il povero lettore a fermarsi o tornare indietro. Che c’è di così sbagliato nell’usare “il giorno dopo…” “intanto…” ecc. Anche il cinema le usa.
    E, ha mai letto una sceneggiatura dei “nuovi celebrati talenti”? Un giorno le manderò una descrizione (in due pagine) di ciò che il disegnatore avrebbe dovuto disegnare in una semplice vignetta di raccordo. Credo che molta colpa la abbiano anche gli scrittori che si credono tutti dei Donald P. Bellisario o Dick Wolf. Fossero almeno dei Joseph Wambaugh.
    La saluto caramente,
    Max

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