THE MORTUARY COLLECTION, UN SALTO ALL’OBITORIO

THE MORTUARY COLLECTION, UN SALTO ALL’OBITORIO

Così, semplice semplice: The Mortuary Collection è l’equivalente di un diamantino, piccolo e modesto, che buttato in mezzo a un mucchio di letame rifulge come la più splendida tra le gemme.
Certo, non proprio quello che ti aspetti da un film tirato su da una campagna crowdfunding.

The Mortuary Collection è un’antologia, un classico film dell’orrore a episodi, un concetto che risale agli albori del cinema.

 

The Mortuary Collection, quattro storie all’obitorio

THE MORTUARY COLLECTION

A un certo punto, ai tempi d’oro delle case di produzione Hammer e Amicus, film del genere te li tiravano appresso pochi cent la tonnellata: La bottega che vendeva la morte, Il club dei mostri, Trilogia del terrore, Delirious – Il baratro della follia, Creepshow, Racconti dalla tomba, Body Bags e così via.

Metti, forse, che questa struttura si avvicina alla forma ancestrale del racconto orale, quando ci si raggruppava intorno a un falò condividendo tradizioni e storie. Per questo pare andare tanto a braccetto con l’orrore.

Buffo, considerando la situazione attuale. Ormai sono rimasti veramente in pochi a credere e investire sulla produzione di antologie horror, passate da un paio all’anno a una ogni morte di papa.

Il problema dei film antologici sta nella coerenza, o meglio, nella mancanza di coerenza. Spesso e volentieri le storie, che vanno normalmente da tre a cinque, tranne una o due sono piuttosto deboli e al massimo seguono un tema di fondo.

THE MORTUARY COLLECTION

Il più delle volte sono del tutto slegate fra loro e tenute assieme da uno sputo di cornice narrativa che arriva giusto poco più in là del pretesto. Forse è per questo che lo sceneggiatore e regista di The Mortuary Collection, Ryan Spindell, ha fatto in tempo a completare l’album di “grazie, ma no”.

Era il 2014 o giù di lì, quando Spindell si mette a fare su e giù fra gli studi cercando di convincerne almeno uno a sganciare la pecunia per dar vita alla sua idea di un’antologia horror ispirata agli anni ottanta. Morale della favola, sì: “Quella è la porta, signor Spindell”.

Come si dice, se la montagna non viene a Maometto… no? Spindell lancia una campagna crowdfunding nel tentativo di raccogliere i fondi necessari per trasformare The Mortuary Collection da sogno a solida realtà. Una realtà che è una via di mezzo fra Tales from the Crypt e The Twilight Zone.

Cinque anni dopo, a parte quello dell’attore Clancy Brown, all’atto pratico The Mortuary Collection è il classico film con un cast senza nome. Promozione e distribuzione, che te lo dico a fare, alla Lidl ci hanno speso di più per quelle patagarrose di scarpe.

THE MORTUARY COLLECTION

Allora com’è che The Mortuary Collection su Rotten Tomatoes si è trovato con uno score di gradimento del 95% sulla base di una settantina di recensioni professionali?
Mettiamola così: Upgrade, Saw, The Descent, Valhalla Rising, 28 Giorni dopo, tanto per dirne alcuni, cosa hanno in comune?

Sono tutti film il cui budget va poco poco più in là delle spese per il catering di un cinecomic a caso. Saw, che ha dato vita a una saga multimilionaria di millemila film, per farlo James Wan ha speso poco più di un milione di dollari. Tanto per dire.

La prova, questa, di quanto diceva Roger Ebert riguardo il fatto che noi, il pubblico, abbiamo bisogno di storie e personaggi, non di veder bruciare sul grande schermo due milioni di dollari al minuto. Ecco, metti che, magari, Ryan Spindell avrà fatto di necessità virtù.

Ciò non toglie che Spindell, esattamente come Andy Nyman e Jeremy Dyson di Ghost Stories, altra antologia veramente forte come non se ne vedevano da anni, capisce che la struttura è importante quanto le storie che deve reggere.

THE MORTUARY COLLECTION

Un fatto piuttosto elementare, ma spesso e volentieri lisciato bellamente. Allora, con pochi scatti, Spindell dà innanzitutto vita a Raven’s End. Tipica cittadina rurale del New England, vero e proprio agglomerato di ogni classico tropo dei film dell’orrore.

Vecchie e lugubri case vittoriane, fitta nebbia che si alza perenne da foreste desolate, scogliere spettrali a picco su acque buie. Raven’s End è simile, volutamente simile nella forma e nella sostanza, alla Castle Rock di Stephen King o la Arkham di H.P. Lovecraft.

Qui, in cima a un’isolata collina che domina la città, si trova l’unica impresa di pompe funebri del posto: la Raven’s End Mortuary, gestita dall’eccentrico Montgomery Dark (Clancy Brown). Un vecchio inquietante di cui tutti o quasi hanno paura.

Dato il cartello “Help wanted” appeso fuori, pare che il vecchio Montgomery sia in cerca di aiutanti. Un giorno, alla Raven’s End Mortuary si presenta una ragazza che dice di chiamarsi Sam (Caitlin Custer). Per niente spaventata dal vecchio, che addirittura chiama affettuosamente Monty, aggiunge che vuole il posto di aiutante.

“Cos’è la vita se non una storia? Un unico filo narrativo nell’arazzo che ci lega tutti”, dice Montgomery, che di storie ne conosce tante. Infatti, ci mette poco a capire pure che Sam non è lì per il lavoro e che gli ha raccontato solo “una storia”.

La ragazza mostra un’insistente curiosità per la bara di un bambino deceduto da poco, per cui “Monty” ha tenuto le esequie. Oltretutto il vecchio possiede una valanga di registri che non tengono solo traccia dei defunti, ma pure dei come e perché sono morti.

Scoperta la cosa, Sam si impunta nel farsi raccontare qualcosa di terrificante, oscuro, contorto. Alla fine, Montgomery accetta di farsi intervistare mentre si occupa dei preparativi per la cremazione. Racconta a Sam una serie di storie su quelli che sono morti a Raven’s End.

Le storie, in tutto quattro, come notato dalla stessa Sam a un certo punto, riguardano tutte il tema della punizione per i propri crimini.
La prima, che risale agli anni cinquanta, riguarda una donna che usa il proprio fascino per borseggiare la gente come se non ci fosse un domani.

Come il gatto, pure lei farà una brutta fine spinta dalla curiosità e pure dalla troppa avidità.
La seconda storia, ambientata negli anni sessanta, riguarda un giovane universitario che non si fa scrupoli a dire le peggio balle pur d’ingropparsi qualunque tizia gli capiti a tiro.

Avere rapporti non protetti con le sconosciute non avrà belle conseguenze.
La terza storia, ambientata negli anni settanta, solleva una questione interessante: un uomo sacrifica la propria intera vita per accudire l’adorata moglie, che da anni è ridotta a un vegetale.

“Finché morte non ci separi”, giusto? Peccato che nessuna buona azione resta impunita.
L’ultima storia, intitolata Gli omicidi della babysitter, è ambientata negli anni ottanta, cioè il presente nel film. A differenza delle altre, questa racconta di un serial killer che cannibalizza i bambini.

Soprattutto, viene raccontata da Sam che in questo modo sfida il filo narrativo impostato da Monty: ovvero l’idea che a ogni azione (negativa) corrisponda una reazione (punitiva).

Quindi, in sostanza, cosa rende The Mortuary Collection tanto diverso dalla paccottiglia a segmenti che ogni tanto spunta fuori? Il fatto che le singole storie non prendono mai il sopravvento sul contesto. Al contrario. Capiamoci, di primo acchito, la confezione è quella del discount.

Roba che sprizza povertà da tutti i pori e che, nella migliore delle ipotesi, uno pensa buttata lì tanto per fare numero sul catalogo. La sostanza invece è completamente diversa.

Fondamentalmente, The Mortuary Collection è un’antologia divertente e, soprattutto, intelligente. Con poche trovate e un buon design di produzione, pare un film costato minimo cinquanta volte tanto. Come Dredd 2012, all’uscita nel 2019 nessuno se l’è inc… filato.

Ora, con l’edizione in Blu-ray e il passaparola su internet, The Mortuary Collection comincia ad acquistare fama. Giustamente. In quanto racconta qualcosa con un inizio, un centro e una fine, attraverso le storie. Con le quali mostra la storia stessa del genere antologico.

Sì, messa così è difficile da capire. Tuttavia, a causa della rivelazione e due colponi di scena finali che vanno a rafforzare la linea narrativa principale, non si può essere più espliciti.
A ogni modo, chissà se esiste un equilibrio universale che bilancia ogni cosa, si chiede Montgomery. Vallo a sapere.

Se dovesse esistere, però, per quanto riguarda il genere antologico The Mortuary Collection è un buon esempio.

 

Ebbene, detto questo credo sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.

 

 

 

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