SUOR MARIA LAURA UCCISA IN NOME DI SATANA

SUOR MARIA LAURA UCCISA IN NOME DI SATANA

«Crepa, bastarda!», gridano tre ragazzine minorenni mentre uccidono suor Maria Laura a coltellate.
Cosa ha fatto questa esile donna anziana per meritare una fine così?

Teresina Mainetti, la futura suor Maria Laura, nasce nel 1939 a Colico in provincia di Lecco. Decima figlia di Stefano Mainetti e Marcellina Gusmeroli, che muore nel giro di pochi giorni per complicazioni dopo il parto.

All’inizio la piccola viene accudita dalla sorella dodicenne, Romilde, e poi dalla seconda moglie del padre. Soprattutto, di lei si occupa suor Maria Amelia, grande amica della mamma, che la fa studiare presso la sua congregazione, le Figlie della Croce, a Parma e a Roma, dove termina l’istituto magistrale nel 1960.
Già dal 1957 Teresina aveva deciso di diventare suora, prendendo i voti due anni dopo e cambiando il nome in Maria Laura.

Una volta diplomata, la suora inizia a insegnare nelle scuole elementari della congregazione in diverse città italiane fino a fermarsi a Chiavenna (Sondrio) nel 1984. Tre anni dopo diventa responsabile della sua comunità: l’Istituto Immacolata.

A chi la incontra non sembra quasi una suora perché, pur indossando spesso la tonaca, il velo se lo mette solo nelle occasioni ufficiali. In questo modo ritiene di essere maggiormente a contatto con la realtà che la circonda. In quanto madre superiora, spesso deve andare a Roma o Parigi per partecipare alle riunioni dell’ordine, dove è ascoltata e stimata per la sua grande esperienza.

Ma suor Maria Laura preferisce stare a Chiavenna, a occuparsi dei bambini e, soprattutto, del recupero dei giovani problematici. Non fa prediche, ascolta pazientemente i ragazzi e le ragazze e poi cerca la via d’uscita dicendo «Dio ci protegge sempre».
Non dimentica neppure la gestione quotidiana del convento, con annessa scuola materna e convitto per studentesse.

Suor Maria Laura Mainetti (1939-2000)

 

Alle 22.30 del 6 giugno 2000, la 61enne suor Maria Laura riceve una telefonata da Ambra Gianasso, una ragazza di 17 anni. Già alcuni giorni prima l’aveva ascoltata, quando era andata a trovarla con le sue amiche Veronica Pietrobelli, anche lei di 17 anni, e Milena De Giambattista, di 16.

Le aveva detto che era rimasta incinta a seguito di uno stupro e che non sapeva che cosa fare. La suora le aveva proposto di affidarsi alle cure del suo istituto religioso fino alla nascita del bambino, poi la ragazza avrebbe potuto decidere se tenerlo o darlo in adozione.

Adesso Ambra le comunica per telefono che qualcuno vorrebbe costringerla ad abortire e le chiede, con voce disperata, se può incontrarla in piazza del Castello, dove ci sono già le sue amiche.
Suor Maria Laura chiama il parroco, don Ambrogio, avvertendolo che sta per uscire dal convento anche se è tarda sera, perché qualcuno ha bisogno di lei.

Don Ambrogio annuisce, sa già che è impossibile contraddire quella suora. Siccome è buio e la sicurezza non è mai troppa, le comunica che la seguirà a distanza per assicurarsi che non ci siano pericoli.

Quando il prete, dando un’occhiata intorno, vede che la suora ha raggiunto senza problemi le tre ragazze, gira la bici e se ne torna indietro tranquillo. Pensa che la sua presenza, in quella faccenda di donne, potrebbe risultare inopportuna. Avrà modo di pentirsi di non essersi mostrato più curioso.
Le ragazze, intanto, accompagnano la religiosa in un viottolo poco illuminato della periferia…

Al mattino del giorno dopo, le suore del convento si meravigliano di vedere ancora chiuse le persiane della stanza della superiora, ma non vogliono disturbarla.
Un pensionato trova casualmente il cadavere di suor Maria Laura sotto un grande ippocastano sulla stradina sterrata che porta al parco delle Marmitte dei giganti, chiamato così perché costellato da rocce dalle forme strane.

La donna è stata uccisa da 19 coltellate, molte delle quali mortali, alla gola e alle spalle. Vicino scorre tumultuoso il fiume Mera, che ha sicuramente coperto le grida della notte prima.
Saputa la notizia, le suore cadono nella disperazione. «Era una santa», dice piangendo la più giovane, «è stata uccisa perché troppo generosa».

I giornali parlano delle ragazzine sconosciute incontrate quella sera dalla suora, ma sottolineano che chi l’ha uccisa è di sicuro un uomo. Quelle ragazze devono essere state utilizzate come esca da un adulto, non c’è dubbio.

Finché, il 28 giugno, vengono portate alla caserma dei carabinieri proprio tre ragazze minorenni. I giornali si sbagliano nel riportare la notizia: scrivono che sono due ragazzi più una ragazza. Poi riconoscono che si tratta proprio di tre ragazze, ma che il vero responsabile, forse uno spacciatore, viene ancora ricercato.
Invece no, contro ogni previsione, ad aver massacrato la suora in quella maniera brutale sono state proprio le ragazzine.

Ambra, Milena e Veronica confessano subito.
Iniziano raccontando di aver formato una setta satanica. Avevano raccolto in un bicchiere il sangue uscito dalle braccia che si erano tagliuzzate e, dopo averlo mescolato bene, l’avevano bevuto brindando a Satana.

All’inizio la loro attività “satanica” era vivace, ma tutto sommato inoffensiva. Telefonavano alle scuole private cattoliche per gridare bestemmie, recitavano le preghiere a rovescio, bruciavano bibbie, rubavano e rompevano crocifissi, tracciavano sui muri i simboli del demonio: croci rovesciate, serpenti e il cosiddetto “numero della Bestia”, il 666.

Come nota lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Il satanismo rappresenta, per paradosso, un bisogno deviato di religione, di sacro”.
Le tre andavano in giro vestite quasi sempre con i colori funebri, il nero e il viola. Sentivano l’esigenza di fare qualcosa di “importante”, per consacrare definitivamente la loro sudditanza a Satana. Per esempio, un sacrificio umano.

All’inizio avevano pensato al parroco, per poi scartarlo perché temevano di non riuscire ad avere la meglio su un omone grande e grosso.
Molto più facile prendersela con suor Maria Laura, che era esile. C’era stata anche la vaga idea di sacrificare il fratellino di Ambra, ma alla fine non se l’erano sentita.

La sera del 6 giugno, dopo aver lasciato il centro abitato, avevano stordito suor Maria Laura con un mattone per farla inginocchiare davanti a loro, le rappresentanti del Maligno.
Subito dopo le avevano sferrato le coltellate, insieme a insulti, sputi e bestemmie.

«Cosa fate?», gridava la suora: «Lasciatemi andare, non dirò niente a nessuno!». «No, bastarda», le rispondevano implacabili: «devi solo crepare!».
Mentre era ormai stesa a terra, secondo quanto confessato dalle stesse assassine, le ultime parole della religiosa sono state: «Dio, perdona queste tre ragazze».

«Ci rimasi male», ammetterà una di loro, che aveva cercato di costringerla a inneggiare Satana. Avrebbero voluto colpirla sei volte, ciascuna con lo stesso coltello da cucina, per fare il numero 666, ma nell’eccitazione provocata dal sangue è scappata una coltellata in più.
Finito tutto, erano andate a divertirsi alle giostre come se niente fosse.

Alcuni giorni dopo, quando sui giornali erano apparsi gli identikit delle tre ragazze senza nome ricavati dalla testimonianza del parroco, Ambra, Milena e Veronica, come risulta dalle intercettazioni, avevano commentato al telefonino il livello di rassomiglianza. E con paura mista a spavalderia, avevano sospirato: «Qui ci stanno per beccare».

I giornali non dicono molto sul conto di queste giovani, salvo che appartengono a famiglie “normali” e che non avevano particolari problemi.
Nel 2001, al processo, le tre si dichiarano subito colpevoli. Milena chiede perdono, mentre Ambra cerca di avvicinarsi in lacrime a Ermanno, uno dei numerosi fratelli della suora.

Secondo l’esperto che ha eseguito la perizia psichiatrica per conto del tribunale, tutte e tre sono incapaci di intendere e di volere. Ma Amedeo Mainetti, un altro dei fratelli della vittima, pensa che in questo modo si voglia garantire loro l’impunità.

«Occorre una pena esemplare», dice: «se no ammazzare diventa una sciocchezza. Il perdono cristiano, cioè non provare astio, cercare di dimenticare, l’ho praticato per primo. Ma la giustizia è un’altra cosa, deve tener conto del danno fatto. Ci vuole una condanna vera. Poi la società cercherà di reinserire i colpevoli, ma prima la pena va scontata».

I legali della famiglia aggiungono che «il delitto è stato studiato nei minimi particolari, assurdo pensare a un raptus».
Comunque sia, in quanto minorenni nel momento in cui avevano commesso il delitto, le tre ricevono pene piuttosto lievi. Milena e Veronica sono condannate a 8 anni e 6 mesi, mentre solo Ambra, la mente dell’omicidio, viene considerata totalmente inferma di mente e quindi non punibile. Dovrà rimanere in una comunità terapeutica per 3 anni.

Per i giudici, come scrivono nella motivazione della sentenza, il satanismo non sarebbe stato il movente fondamentale del delitto, che sarebbe stato dettato più dalla noia, dalla volontà di rompere la routine della vita di provincia con un gesto estremo, e dal desiderio di rafforzare sempre di più il legame d’amicizia.
Insomma, il satanismo era solo un pretesto.

I giudici del processo di appello sono meno teneri nei confronti di Ambra, che condannano a 12 anni, lasciando invariate le pene delle sue due complici.
Nel 2005, l’allora vescovo della diocesi di Como, Alessandro Maggiolini, ha proposto la beatificazione di suor Maria Laura.
Il Vaticano ha aperto il procedimento nel 2008 e lo ha chiuso nel 2020, ora Maria Luisa è beata, il primo gradino per diventare santa.

Nel frattempo, Ambra è uscita di prigione nel 2007 per un indulto, mentre Milena era già libera dal 2006 e Veronica dal 2004, quest’ultima dopo aver scontato solo quattro anni.
Durante la detenzione, Ambra si è laureata in Giurisprudenza. Tutte e tre hanno subito fatto perdere le loro tracce per ricostruirsi una nuova vita altrove.

 

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