PIETRO MASO, COME FAR FUORI I GENITORI

PIETRO MASO, COME FAR FUORI I GENITORI

Pietro Maso nasce nel 1971 da Antonio e Rosa, due coniugi molto religiosi di Montecchia di Crosara (Verona).
I genitori gli fanno fare il chierichetto e, forse sperando che prenda i voti, in prima media lo mandano in seminario. Pietro cambia presto scuola e a 17 anni interrompe gli studi all’Istituto agrario per iniziare a lavorare come intermediario in una concessionaria di automobili.

Nello stesso periodo Pietro Maso scopre la vita notturna nei locali della zona intorno a Montecchia.
Si dimette dal lavoro e sperpera quello che ha guadagnato spingendosi fino al casinò di Venezia, per giocare d’azzardo con gli amici: il loro slogan è “lavorare poco e divertirsi molto”.
Lo accompagnano Giorgio Carbognin, a cui è molto affezionato, Paolo Cavazza e Damiano Burato.

Antonio Maso e Rosa Tessarini sono contenti delle loro due figlie maggiori, Nadia e Laura, che si sono fatte una vita propria, ma guardano con sempre maggiore apprensione a Pietro, ormai ventenne. Quando gli dicono che non può continuare quell’esistenza spensierata all’infinito, lui risponde: «Uffa, che palle!».

Antonio Maso e Rosa Tessarini, i genitori di Pietro

 

Il 2 marzo del 1991, mamma Rosa gli chiede da dove arrivino i milioni di lire che ha trovato nelle sue tasche. Pietro allarga le braccia non sapendo cosa dire.
Il giorno dopo, la donna scopre in casa due bombole di gas collegate a una sveglia. In pratica, due bombe con un timer che non esplodono solo perché Pietro aveva tolto le sicure alle bombole dimenticandosi però di aprire le valvole.

Interrogato dalla madre, lui spiega che si tratterebbe di roba raccattata in giro e assemblata a casaccio.
Rosa gli crede, non essendo in grado riconoscere una bomba a orologeria.

Il giorno dopo, Pietro invita la madre a parlare con il suo ex datore di lavoro, affinché si convinca che è stato lui a dargli quei soldi che la insospettivano tanto: sono il compenso per un lavoretto extra che gli ha fatto recentemente.

Mentre la donna cammina in strada insieme al figlio, Giorgio Carbognin, l’amico del cuore di Pietro, come d’accordo dovrebbe ucciderla colpendola in testa con un pesante batticarne. Dovrebbe, ma non lo fa perché gli manca il coraggio.
Quando non vede l’amico nel punto prestabilito, Pietro riaccompagna subito a casa la madre, dicendole che quelle banconote, in realtà, le teneva per conto di un amico.

Per nulla rassicurata, Rosa continua a fare domande imbarazzanti e, in più, ora ci si mette anche il padre a chiedergli spiegazioni. Pietro esce sbattendo la porta e va dall’amico Giorgio: gli dice che occorre assolutamente trovare il modo per ammazzarli entrambi, quei genitori rompiballe.

L’ideale sarebbe farlo proprio adesso, dato che Pietro Maso li ha visti andare dietro il garage di casa. Anche stavolta il perennemente indeciso Giorgio si tira indietro all’ultimo momento.
«Basta con gli scherzi!», sbotta Pietro, esasperato dai continui fallimenti.

Il quarto tentativo dovrà avere successo per forza: non c’è tempo da perdere, soprattutto a causa di quelle maledette banconote che non riesce a giustificare. È una storia complicata. Giorgio Carbognin voleva comprare un’auto sportiva di seconda mano e per questo si era fatto dare dalla banca un prestito di 24 milioni di lire, presentando come garante il proprio datore di lavoro.

L’amico di Pietro, però, non aveva fatto i conti con i genitori, che gli avevano vietato di acquistare l’auto sportiva giudicandola pericolosa. A questo punto, invece di restituire il prestito, Giorgio era andato in giro con la compagnia di balordi nei locali di lusso, pagando prostitute costose e cene annaffiate con lo champagne.

Giorgio Carbognin aveva dato quello che rimaneva del malloppo all’amico Pietro Maso affinché lo custodisse… in maniera maldestra, dato che Rosa aveva trovato subito le banconote.

«Niente paura», dice adesso Pietro a Giorgio, «ti faccio un assegno da 25 milioni imitando la firma di mia mamma, per restituirli con gli interessi alla banca che te li ha prestati. Poi però tu, Paolo e Damiano mi darete una mano per eliminare i miei vecchi. Con i soldi che erediterò potremo riprendere a spassarcela. Dovremo agire in fretta, prima che mia madre si accorga dell’ammanco».

PIETRO MASO, COME FAR FUORI I GENITORI

Pietro Maso

 

Nella notte tra il 17 e il 18 aprile 1991, Pietro Maso discute i dettagli del piano con i tre amici in un bar del paese. Coinvolge anche un altro ragazzo, Michele, che sta al gioco credendo che siano solo chiacchiere.
Quando vede che il gruppo si avvia veramente verso la casa di Pietro, Michele si tira indietro e li saluta.

I quattro ragazzi attendono pazientemente il ritorno di Antonio Maso (56 anni) e Rosa (48), che sono andati a un incontro religioso. Alle 23 e 10 sentono l’auto entrare in garage.

Quando prova ad accendere la luce, Antonio si accorge che la corrente è staccata e va in cucina per riattivare il contatore. Qui si imbatte nel figlio, che lo colpisce furiosamente con una spranga di ferro. Si fa avanti anche Damiano, che raccatta una pentola e gliela dà in testa.

Intanto, Rosa viene massacrata da Paolo e Giorgio con un bloccasterzo e una padella. Sotto tutti quei colpi i due perdono moltissimo sangue, ma sembra non ne vogliano sapere di morire. Allora i ragazzi decidono di soffocarli.
Pietro inserisce del cotone nella gola della madre, poi le infila in testa un sacchetto di plastica.

Ad Antonio, disteso sul pavimento, ci pensa Paolo, che gli calca con tutta la forza un piede sulla gola. Per ucciderli, c’è voluta quasi un’ora.
Adesso i quattro si sbarazzano degli arnesi e delle tute indossate per non sporcarsi di sangue. Paolo e Damiano tornano a casa, mentre Pietro, che ha bisogno di un alibi, si fa accompagnare da Giorgio in discoteca.

Pietro Maso ritorna a casa alle due del mattino. Uscendo di corsa subito dopo, sveglia i vicini gridando di avere trovato i cadaveri dei genitori.
I carabinieri, esaminando le stanze con gli oggetti sparsi sul pavimento alla rinfusa, intuiscono che si trovano di fronte a una simulazione, perché i veri ladri frugano nei cassetti e poi li richiudono senza fare quella inutile confusione.

Qualcuno vuole far credere che, scoperti con le mani nel sacco, i malviventi abbiano perso la testa e ucciso i coniugi.
Il colpevole più probabile sembra essere proprio Pietro Maso, che neppure si sforza di apparire disperato per la morte dei genitori. Pure Nadia e Laura, che arrivano con le lacrime agli occhi, rimangono sconcertate davanti alla calma del fratello.

Nei giorni successivi, le sorelle scoprono l’ammanco dei 25 milioni in banca e, sulla rubrica di casa, trovano una serie di firme simili a quelle di mamma Rosa, che da tremolanti diventano sempre più decise. Come se qualcuno si fosse esercitato a lungo per imparare a falsificarle bene.

Pietro Maso sostiene di non saperne nulla. Quanto all’assegno, dichiara che sia stata davvero la madre a firmarlo per aiutare il suo amico Giorgio. Ma cade in mille contraddizioni, finché, davanti agli inquirenti, stufo di arrampicarsi sugli specchi rende completa confessione.
Lo stesso fanno i complici, che ammettono la loro responsabilità nel delitto.

Vengono tutti arrestati per omicidio volontario, poi trasformato in omicidio premeditato, pluriaggravato dalla crudeltà e da futili motivi.
Dalle indagini emerge che Pietro aveva pensato di eliminare in un secondo tempo anche le sorelle, per essere l’unico erede.

Nel 1992, Damiano Burato, avendo ancora 17 anni al momento del delitto, viene giudicato dal Tribunale dei minori, che lo condanna a 13 anni di carcere.
Il Tribunale ordinario condanna gli allora diciottenni Paolo Cavazza e Giorgio Carbognin a 26 anni ciascuno, mentre Pietro Maso di anni ne prende 30, avendo l’aggravante di essere stato la mente, si fa per dire, del gruppo.
Oltre al fatto, non secondario, che ha ucciso i propri genitori.

L’assassino avrebbe ereditato comunque i beni dei genitori, se l’avvocato di Pietro non l’avesse convinto a rinunciarvi per evitare la condanna all’ergastolo. In seguito, la legge verrà cambiata in modo che diventi impossibile per un figlio ottenere i beni dei genitori che ha ucciso.

Pietro Maso trascorre la detenzione nel carcere di Opera, vicino a Milano. In prigione si occupa della gestione della palestra, prende il diploma di ragioniere e sembra diventare religiosissimo.

Dal 2006 comincia a usufruire dei permessi premio e due anni dopo gli viene concessa la semilibertà. Nel 2010 sposa Stefania Occhipinti, una ragazza milanese di buona famiglia.

PIETRO MASO, COME FAR FUORI I GENITORI

Pietro Maso oggi

 

Nel 2016, Nadia e Laura denunciano il fratello, completamente libero da un anno, per tentata estorsione.
Poco dopo, Pietro Maso viene ricoverato in una clinica psichiatrica per turbe mentali dovute all’uso di cocaina.

 

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