OLIVIA CANTA COME LA CALLAS

OLIVIA CANTA COME LA CALLAS

Se qualcuno dovesse chiedervi a bruciapelo un parere sul carattere delle cantanti liriche, non fatevi cogliere impreparati. Fate senz’altro riferimento alle due più autorevoli fonti critiche sull’argomento.

La prima è Il teatro alla moda, testo pubblicato nel 1720 da Benedetto Marcello, compositore veneziano. Marcello era di famiglia patrizia, e questa posizione sociale gli permetteva una certa libertà nel prendere in giro il mondo musicale e soprattutto operistico del suo tempo. Gli impedì tuttavia di potersi considerare pubblicamente compositore, ché il mestiere di musicista era allora ancora giustamente considerato un’attività artigianale come quella del falegname, e dunque inadatta a una persona di rango.

Già il frontespizio annuncia le intenzioni scherzose di Benedetto Marcello: per esempio, Aldiviva Licante è l’anagramma di Antonio Vivaldi

Nel suo libro Marcello elenca, in forma di precetti, comportamenti e precauzioni che erano e sono tuttora diffusi nel mondo operistico. Dell’impresario, per esempio, dice che una volta ricevuto il libretto dal Poeta “anderà prima di leggerlo a visitare la prima Donna, pregandola di volerlo sentire”. Alla lettura dovranno intervenire anche “il di lei Protettore, l’Avvocato, i Suggeritori, qualche Portinaro, qualche Comparsa, il Sarto, il Copista dell’Opera, […] il Cameriero del Protettore, ecc.”, ognuno dei quali approverà o meno una o un’altra cosa, “e l’Impresario destramente risponderà che a tutto sarà rimediato”. L’impresario provvederà inoltre che la parte del figlio sia “sempre appoggiata a Virtuoso c’abbia vent’anni più della Madre”.

Alle cantanti Marcello dedica il capitolo migliore. Impartisce loro istruzioni dettagliate perfettamente in sintonia con il loro carattere: la virtuosa dovrà “quando venga ricercata dall’Impresario per via di Lettere non risponder subito, e nelle prime Risposte significargli non poter risolvere così presto, avendo altre istanze (benché non sia vero) e risolvendo poi, pretenderà sempre la Prima Parte”, oppure se non disponibile la seconda o terza o quarta… Se poi la virtuosa dovesse avere uno zio, fratello, padre o marito che sia suonatore, ballerino, compositore eccetera “pretenderà ch’egli pure venga impiegato”.

La madre della cantante è una figura centrale del mondo operistico (oggi perlopiù sostituita dal fidanzato, che spesso fa anche da agente). La virtuosa mancherà “a molte Prove, mandandovi in cambio la Signora madre a far le sue scuse, la quale per lo più dovrà dire, Ch’i compatissin mo Sgnouri, perch’ in sta Nott’ la Ragazza la n’hà mai psù durmir una gozza, perch’ l’hà sintù tant’i gran fracass’ per la strà […]. La Cà è po pina d’ Pundgh’ [= pantegane], che tant’ quant’ as’ principia a vlers’ apisular un puctin, i dan sù tutt’ ch’ i parin tant’ Diavel’; e pò vers’ dì l’hà pers’ la Scuffia dla Nott’, e s’ n’ l’hà mai psù truvar, ch’ l’è stà causa, che la s’ è afferdà”.

Caricatura di Elizabeth Billington, virtuosa inglese vissuta tra il Sette e l’Ottocento

Quando riuscirà a presentarsi in teatro, la virtuosa dovrà sempre lamentarsi “dell’Abito d’Opera, ch’è povero, che non è alla moda, ch’è stato portato da altre, obligando […] a farlo rifare, mandandolo, e rimandandolo ogni momento dal Sarto, Calzolaro, Acconcia Teste, ecc.”.
Numerosi sono i suggerimenti di tecnica vocale tesi a rendere la vita impossibile agli altri musicisti, e quelli riguardanti comportamenti il più possibile irritanti. La cantante porterà inoltre arrogante danno anche sulle scene di altre opere: “Anderà alla Prova generale d’altri Teatri, facendo applauso a Virtuosi nel tempo, che ogn’uno è in silenzio, acciò si sappia da tutti, ch’ella è presente”.

Il volumetto di Benedetto Marcello – ristampato più volte nei secoli, segno della sua costante attualità – può essere letto su due livelli. Il primo, di umoristico testo critico generico nei confronti del mondo musicale. Il secondo, come una serie di attacchi portati dall’autore contro suoi contemporanei del mondo musicale, attraverso sottintesi, nomi anagrammati o usati apparentemente fuori contesto. In ogni caso le descrizioni appaiono tanto più vere quanto più si conosca da vicino il mondo operistico, storico e attuale e dunque si possono utilizzare comodamente nel dare la richiesta opinione sul carattere delle cantanti.

Il secondo autorevole riferimento in proposito sono cinque vignette del 1923 di Elzie Crisler Segar. Mostrano il fallimentare tentativo di una giovane Olivia (ancora non legata a Braccio di Ferro, l’avrebbe incontrato sei anni più tardi) mentre si cimenta nel canto. Trovo il disegno bellissimo di suo e molto vicino alla realtà: le cantanti (liriche e non) sono talora (direi spesso, ma non voglio grane) grandissime rompiscatole proprio perché tremendamente insicure e fragili, e bisognose di continua rassicurazione. Il crollo nervoso di Olivia corrisponde alla realtà.


Anni fa decisi di ripubblicare un volumetto di Camilla Cederna dedicato a Maria Callas uscito nel 1968. Una scarna biografia accompagnata dai migliori pettegolezzi del tempo, quelli di cui erano strapiene le pagine di settimanali come “Gente” e “Novella 2000”, ma rimodulati e sintetizzati da una discreta giornalista. Dal punto di vista scenico, la Callas era inarrivabile, ma musicalmente la trovo da sempre inascoltabile, la sua voce perennemente stonata e sopra le righe mi rende idrofobo. Considerai una meschina vendetta personale il fastidio che il libro avrebbe dato ai suoi adoratori. La società che promuoveva i miei libri fu contenta del progetto del libro, la Callas vende sempre, mi dissero da Bologna. Per la copertina avevo pensato a qualcosa di lapidario: “Callas”, su un fondo rosso pompeiano, ma la promozione rispose che non se ne parlava neanche, ci voleva un’immagine accattivante. Feci diversi tentativi con le solite fotografie che girano, ma la copertina finiva per somigliare sempre a quelle degli altri libri sulla cantante. Una domenica mi sentivo particolarmente stufo della faccenda e provai a mettere in copertina il disegno di Olivia, più per sfogo che per reale intenzione. Mandai il bozzetto scherzoso alla fotografa Giovanna Borgese, uno dei duecento eredi dei diritti di Camilla Cederna, la quale mi rispose inaspettatamente che l’idea era perfetta. Corroborato dall’approvazione decisi allora di raddoppiare l’indignazione della setta callassiana e usai Olive Oyl.

L’edizione del 2008 del libro di Camilla Cederna sulla famosa cantante lirica uscito per la prima volta nel 1968

Per le scritte in copertina trassi un font dal lettering delle tavole (che non so se fosse coevo al fumetto o risalisse agli anni sessanta, quando uscì su “Linus”), solo le lettere che mi servivano.
Il libro andò benino. Come previsto fu insultato (ma più che altro ignorato per disprezzo) dagli adoratori suddetti (che arrivarono a prendersela con Eugenio Montale, il quale aveva apprezzato a suo tempo il volumetto e nell’occasione aveva definito la Callas una “appena credibile stella”), ma ricevette anche recensioni molto positive, tra cui quella di mezz’ora su Rai Radio 3. Ma nessuna recensione, negativa o positiva, osò neppure accennare a Olivia, che per me rimane la cosa migliore del libro e del suo argomento.

Altro sfortunato musicista della famiglia Oyl

Da Google Books si possono scaricare diverse edizioni antiche del Teatro alla moda. Una è disponibile anche nella biblioteca musicale online IMSLP, oppure in archive.org, tuttavia in questa edizione ottocentesca ho rilevato diversi refusi. Chi volesse leggere un’edizione critica entrando anche nel merito dei risvolti polemici personali, può trovarla nel sito diastemastudiericerche.org – non garantisco però sulla qualità scientifica della curatela. Negli anni Cinquanta Il teatro fu pubblicato dalla Ricordi, questa edizione si trova in abbondanza per pochi euro nelle librerie antiquarie.

 

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