MILENA QUAGLINI, SERIAL KILLER DI STUPRATORI

MILENA QUAGLINI, SERIAL KILLER DI STUPRATORI

Carcere di Vigevano (Pavia), notte del 16 ottobre 2001. Nella cella d’isolamento in cui si trova, la detenuta Milena Quaglini per un certo periodo aveva cercato di combattere la depressione riprendendo la vecchia passione della pittura. Ormai non riesce nemmeno a stringere il pennello, si sente troppo debole. Ha bisogno di antidepressivi per tirarsi su, ma non ha le 42mila lire necessarie a pagarli. Nell’ultimo mese ha perso 15 chili e non riesce più neanche a dormire. Nonostante tutto, si è fidanzata per corrispondenza con un altro detenuto, Roberto, che tra poco dovrebbe sposare in carcere. Ma sarebbe una cerimonia inutile, perché mancano due settimane alla sentenza e sa che stavolta la condanneranno duramente. Forse all’ergastolo.

Alla fine prende una decisione, ora sa con esattezza che cosa deve fare e come. Calcolando che le guardie passano davanti alla sua cella ogni ora per controllarla, Milena fa velocemente a pezzi un lenzuolo formando una lunga striscia, con la quale realizza un cappio. L’appende all’armadio, ci infila la testa e piega le ginocchia verso il basso, per stringere di colpo il nodo intorno alla gola. La secondina, quando la vede, interviene rapidamente. Il suo cuore batte ancora, ma ormai è troppo tardi e Milena Quaglini muore poco dopo.

La donna ha lasciato un biglietto per i tre figli: «Perdonatemi, non ce la faccio più».
Finisce così la carriera dell’assassina che era stata definita dalla stampa come “l’Angelo sterminatore’’ e “la Mantide dell’Oltrepò pavese”.

Racconteremo la storia di Milena Quaglini, una delle rare serial killer donne, dal suo punto di vista. Dato che le sue vittime non possono smentirla occorre tenere presente le sue particolarissime condizioni mentali: l’assassina ricostruisce gli avvenimenti in maniera autogiustificatoria, sostenendo che gli uomini uccisi se l’erano andata a cercare. Inoltre, per usare la terminologia degli psicologi, dentro di lei ha pulsioni contrapposte di tipo sadomasochistico: si lega a persone che la fanno soffrire (masochismo) e poi fa loro del male a sua volta (sadismo).

Ci sono molte donne che lamentano di essersi messe con l’uomo sbagliato e poi, quando cambiano compagno, ne trovano uno identico. Di legarsi a un uomo mite, invece che a un prepotente, non ci pensano proprio. Sono invece ben poche le donne che, come Milena, a un certo punto quell’uomo violento lo puniscono. Bisogna aggiungere che questa donna era una depressa. A chiunque può capitare un periodo di profonda tristezza, per esempio quando scompare una persona cara, ma chi soffre veramente di depressione vede nero di continuo, indipendentemente da quanto gli capita intorno.
Quella che segue è, appunto, una vicenda reinterpretata dagli occhi della serial killer, non la realtà vera in tutti i dettagli. Quest’ultima non la conoscerà nessuno.

Milena Quaglini (1957-2001)

 

Milena Quaglini nasce nel 1957 a Broni, un paese in provincia di Pavia. Ricorda suo padre come un ubriacone manesco, che la madre subiva senza ribellarsi. Dopo essersi diplomata in ragioneria, Milena scappa di casa per andare a vivere tra Como e Lodi, cambiando spesso abitazione e lavoro. Fa la cassiera in un negozio, la donna delle pulizie e la badante. Sposa l’uomo della sua vita e con lui ha un figlio, Dario, ma il marito muore improvvisamente per diabete fulminante. Forse per questo inizia a bere forte.

Rimasta vedova, torna nella zona dove è nata, stabilendosi a Travacò Siccomario (Pavia). Qui conosce un alcolizzato come lei, Marco Fogli, nato nel 1946, che diventa il suo secondo marito e le dà due figlie. L’uomo lavora saltuariamente come camionista ed è molto geloso. Anche se i soldi mancano sempre non vuole che la moglie continui a lavorare, perché «una donna che lavora è una donna che tradisce».
Per sostenere la famiglia, piuttosto, manda a lavorare Dario, il figlio di Milena nato dal primo matrimonio, dopo averlo costretto a interrompere gli studi. Non contento, picchia spesso il ragazzino senza motivo.

Quando gli ufficiali giudiziari si presentano per un pignoramento a causa dei debiti del marito, la donna decide di iniziare a lavorare in casa. Prova con la pittura specializzandosi nei paesaggi lombardi, che copia dalle cartoline, e nei soggetti politici (come il marito, è un’attivista sfegatata), ma i guadagni ricavati dalla vendita dei quadri sono scarsi.

Nel 1995, per cercare fortuna altrove, si separa da Marco Fogli e si trasferisce a Este (Padova) con la sola secondogenita. Lavora come custode in una palestra e arrotonda il magro stipendio facendo la domestica nella casa di Giusto Dalla Pozza, pensionato di 83 anni. Dal principale si fa prestare quattro milioni di lire per ripianare alcuni debiti. Siccome non riesce a restituirglieli in rate mensili di 500mila lire, come d’accordo, Dalla Pozza le propone di estinguere il prestito facendo sesso con lui. Al rifiuto della proposta indecente, lui cerca di violentarla. Per bloccarlo, Milena gli rompe addosso una pesante lampada. L’uomo cade a terra svenuto, con una grande ferita sulla testa.

Prima di chiamare l’ambulanza, la donna aspetta alcune ore, lasciando che il corpo si dissangui. L’anziano morirà in ospedale dopo dieci giorni di agonia. Milena la fa franca, perché il delitto viene archiviato come caduta accidentale: l’uomo era stato ritrovato a terra vicino al letto e, secondo gli inquirenti, le sue fratture sono compatibili con una caduta.

Siamo arrivati al 1997, anno in cui la donna ritorna a vivere con Marco Fogli, il marito da cui si era separata. In questo periodo, Milena cade in depressione profonda, beve alcolici in continuazione e li associa con un mix di farmaci. Nell’afoso 2 agosto 1998, dopo l’ennesima litigata, Milena aspetta che il marito si addormenti per prendere un grossa corda e stringergliela intorno al collo. Lui si sveglia e cerca di liberarsi, ma lei lo stordisce con un portagioie e poi finisce di strangolarlo.
Avvolto il cadavere in un tappeto, lo porta sul balcone e fa il numero dei carabinieri. Singhiozzando al telefono, confessa: «Ho ucciso mio marito».

Il 26 aprile 1999 il tribunale di Voghera la condanna a 14 anni di reclusione, ma pochi mesi dopo, in appello, essendole riconosciuta la seminfermità mentale, la pena scende a sei anni e otto mesi, da scontare a casa con l’obbligo di frequentare una comunità di recupero per alcolizzati. Le figlie ancora minorenni vengono affidate alla sorella. Al primo centro di recupero Milena riesce a farsi buttare fuori dopo soli tre mesi, perché continua a bere di nascosto. Nel secondo conosce un ex carabiniere, un certo Salvatore, che le offre ospitalità, ma dopo due giorni l’uomo tenta di violentarla e allora lei lo lascia.

Milena non ha alcun familiare disposto ad accoglierla in casa ed essendo agli arresti domiciliari non può lavorare per pagarsi un affitto. Contatta un altro uomo dopo aver letto il suo annuncio su un giornale, lo fa venire nella comunità per conoscerlo meglio e poi va ad abitare a casa sua. Si tratta di Angelo Portello, un bell’uomo di 53 anni che di mestiere fa il tornitore. Ha solo un neo, non piccolo: è stato appena rilasciato dopo aver scontato sei anni di carcere per aver violentato ripetutamente le tre figlie minorenni.

Una mattina lui cerca di far vestire Milena in modo provocante, lei rifiuta e Angelo, dopo averla schiaffeggiata, la violenta due volte. Il giorno stesso, nel primo pomeriggio, la donna gli mette venti pastiglie di tranquillante nel caffè per farlo addormentare profondamente. Quindi adagia il corpo nella vasca da bagno e apre l’acqua. Quando l’uomo affoga senza riprendere i sensi, sposta il cadavere mettendolo nella concimaia del giardino.

Non dovrebbe uscire di casa, essendo agli arresti domiciliari, ma il giorno dopo Milena viene fermata dalla polizia sull’auto di Angelo. Tecnicamente, si tratta di evasione. Viene portata in carcere, da dove continua a mandare lettere ad Angelo, per far credere che lo considera ancora vivo. Siccome la figlia maggiore denuncia la scomparsa del padre (nonostante le passate violenze aveva mantenuto un buon rapporto con lui), la polizia va a indagare nella casa di Portello. Il corpo dell’operaio viene così trovato a due settimane dalla morte. Benché all’inizio Milena neghi di averlo ucciso, viene inchiodata dal Dna dei suoi capelli trovati sul letto sfatto. Solo a quel punto confessa l’omicidio.

Agli inquirenti arrivano anche le carte sulla morte archiviata come incidente del pensionato Giusto Dalla Pozza, e la donna, in cambio di una condanna mite (20 mesi per eccesso di legittima difesa), ammette pure quella uccisione.
Milena Quaglini viene sottoposta a una perizia psichiatrica approfondita, dalla quale emerge che è una psicopatica con disturbi di tipo isterico, ma che quando uccide è perfettamente cosciente delle proprie azioni.

Come spiegato all’inizio, la vicenda è stata ricostruita dagli inquirenti sostanzialmente in base alle dichiarazioni della stessa Milena. A dimostrazione del fatto che quanto appena raccontato deve essere preso con le pinze, alcuni mesi dopo il suicidio nel carcere di Voghera, si scopre che le peregrinazioni della donna erano state ben più ampie di quanto avesse ammesso. La sua presenza a Iesi e Ancona (città marchigiane), e a Comacchio (in Emilia Romagna) corrisponderebbero alla morte violenta di altri tre uomini. Prove che sia stata lei a ucciderli, comunque, non ce ne sono.

«Non sopporto chi mi usa violenza», diceva Milena agli psichiatri, e il criminologo Ruben De Luca, docente all’università La Sapienza di Roma, commenta così: «Milena Quaglini va inserita nella categoria dei serial killer per erotomania, in cui la donna cerca sempre un amore ideale senza mai trovarlo. Tanto è vero che uccideva le persone con le quali aveva un rapporto. Persone che la deludevano, con violenze o altri comportamenti cinici. La Quaglini viveva un perenne conflitto tra il suo mondo fantastico e la realtà, conflitto che risolveva scaricando la sua aggressività».

 

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