LA VIOLENZA NON VIENE PUNITA, SALVO ECCEZIONI

IMPUNITÀ DELLA VIOLENZA

Dagli anni sessanta e settanta è prevalsa la tesi secondo la quale tutti i violenti sono “vittime della società” e per questo motivo devono essere puniti il meno possibile.

Una conseguenza di questa impostazione psico-socio-ideologica è che chi riempie di botte una persona, di fatto, oggi non viene più punito e può quindi tornare a usare la violenza contro qualcun altro. Il quale stavolta si guarderà bene dal perdere tempo ed energie a denunciarlo, perché tanto non serve a niente.

E dove avviene tutto questo? Soprattutto nelle aree depresse del territorio italiano. Così chi ci va di mezzo, alla fine, sono i poveri. Le vere “vittime della società” in perenne ostaggio di pochi violenti.

Dopo una lunga carriera fatta di pestaggi e risse, a volte i picchiatori arrivano a uccidere, suscitando l’attenzione della legge. Anche se poi, spesso, finiscono per scontare solo pochi anni di carcere.

I media non stanno a parlarci delle persone ammazzate ogni giorno, se non di sfuggita. Fanno eccezione gli omicidi di donne, immigrati e omosessuali, che invece riempiono i telegiornali e i quotidiani.
A questo punto ci si accorge che le pene sono diventate troppo leggere e se ne chiedono di più pesanti, ma solo per chi insulta, malmena o uccide persone appartenenti a queste categorie sociali. Leggi specifiche per la loro tutela sono state già fatte e altre sono allo studio.

E per le vittime “generiche”? Niente.
In pratica, un maschio bianco eterosessuale insultato si offende meno di una donna nera omosessuale. Picchiato soffre meno. Ucciso muore meno.
Ma il problema non è la “violenza su alcune categorie sociali”.
Il vero problema è la violenza in sé.
Perché, diversamente da quello che ci dicono i media, il violento non si accanisce solo su alcune categorie: aggredisce tutti indistintamente.

Con questo non si vuole sostenere che non si debbano aumentare le pene per gli assassini di donne, immigrati e omosessuali. Si vuole dire che si dovrebbero aumentare le pene per ogni omicidio, per ogni violenza, per ogni insulto indipendentemente dal “tipo” di vittima.

In tal modo faremo un favore soprattutto a chi vive nei quartieri disagiati. Siccome anche questi sfortunati signori vanno a votare, sarebbe saggio per i partiti cominciare a tenerli presente prima di perderli del tutto.

 

 

 

Contatto E-mail: info@giornale.pop

3 commenti

  1. … e poi sento Gherardo Colombo che vuole “superare” il carcere e l’ex sindaco Pisapia che vuole eliminare l’ergastolo. L’ergastolo ormai non lo prende più nessuno se non in casi di Mafia, il massimo per omicidio sono 30 anni.

    Da quì parte la solita litania inascoltata di Davigo secondo cui dura meno l’istruttoria giudiziaria di un uxoricidio che di un divorzio. Via 5 anni per il rito abbreviato, via 5 anni se confessi, via 5 anni se sei stato provocato, via 5 anni se risarcisci i familiari, di quello che rimane via un terzo per buona condotta riconosciuta a tutti quelli che non promuovono una rivolta carceraria o cose simili. Poi iniziano i permessi premio.

    Ma se le pene sono così lievi per gli assassini i “solo violenti” il carcere nemmeno lo vedono.

    Va bene che nessuno tocchi Caino ma almeno toglietegli la pietra di mano.

  2. Ronald D. Winnicott, che si occupò per decenni di comprendere ed evitare i comportamenti malavitosi degli adolescenti, parlò anche della punizione come di una necessaria vendetta sociale, utile a dare soddisfazione (forse becera, ma tant’è) agli onesti e mantenere una società coesa attorno a elementi (chiamiamoli valori se volete) positivi e socialmente utili: onestà, lavoro, astensione dal degrado dato dalle droghe, altruismo, ecc.; nel momento in cui il potere politico, non punendoli premia i disonesti e i violenti, dichiara agli onesti che i loro comportamenti non sono apprezzabili, e il degrado sociale è inevitabile;

  3. Nel nostro ordinamento giuridico la pena ( intensa come sanzione penale irrogata a chi viola la legge) ha sempre avuto due funzioni.
    Da un lato la pena aveva funzione appunto punitiva o meglio afflittiva, serviva sia per “far soffrire” chi aveva sbagliato arrecando una danno ad altri sia per “insegnare” agli altri membri della società che chi sbaglia paga.
    Dall’altro lato la pena aveva o meglio avrebbe dovuto avere la funzione di recuperare alla società chi aveva sbagliato , insomma una funzione di “redenzione” per così dire.
    Per molti anni nel nostro ordinamento giuridico è prevalsa la prima funzione della pena, chi aveva sbagliato doveva pagare e soffrire il più possibile senza che gli venisse data la possibilità di redimersi e potersi reinserire nella società civile. A ciò contribuiva lo stato pietoso delle carceri in cui la gente subiva trattamenti disumani tanto che le carceri venivano definite come scuole di criminalità.
    Col passare degli anni tra chi ci ha governato ( molto meno nel popolo) è prevalso il concetto di pena come redenzione e reinserimento per cui si è fatto di tutto per venire incontro ai colpevoli. Fino ad arrivare alla situazione attuale in cui delinquere (in certi casi)* quasi conviene tra sconti e sconticini, tra amnistie e indulti, tra rilasci per covid 19 e permessi premi
    *Mi riferisco al fatto ben evidenziato nell’articolo, che oggi se la vittima di un reato non appartiene a una categoria “speciale” allora è meno vittima e per niente tutela.
    Urge una vera e propria palingenesi della giustizia in Italia, sempre che si sia ancora in tempo.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*