LA COMMEDIA ALL’ITALIANA SECONDO LUCIANO SALCE

LA COMMEDIA ALL’ITALIANA SECONDO LUCIANO SALCE

Luciano Salce (Roma, 1922-1989) è un factotum del cinema italiano, attivo sia come regista sia come attore e sceneggiatore. Ricordiamo le sue frequenti apparizioni televisive in trasmissioni popolari come Stasera… Rita! (1965), Studio Uno (1966), Sabato sera (1972), Buonasera con… Luciano Salce (1979), Ieri e oggi (1979) e Due di tutto (1982).
È un vero intrattenitore televisivo, un David Lettermann italiano, inventore del talk-show intelligente e ironico. Si ricordano alcuni duetti con Mina, uno scambio di battute sulla bruttezza con Alberto Sordi (“Non ride Salce, ammazza quanto sei brutto!”), i commenti giornalistici con Luttazzi e tante affermazioni originali (“Non mi prendono sul serio e io mi faccio crescere la barba!”).

LUCIANO SALCE

Non ha una giovinezza facile perché lo chiamano a combattere nella Seconda guerra mondiale e viene preso prigioniero dai tedeschi. Nel primo dopoguerra interpreta un piccolo ruolo ne Un americano a Roma (1946) di Luigi Zampa, si diploma all’Accademia d’arte drammatica, lavora nel cabaret parigino dei Tre Gobbi (1949), insieme a Caprioli e Bonucci, quindi si specializza come attore e regista nel teatro leggero.
Salce emigra in Brasile per lavorare, dirige un teatro italiano e nel 1953 realizza i suoi primi lavori cinematografici: Una pulga na balança (Una pulce nella bilancia) e Floradas na Serra (Floradas nella Sierra). Sono due pellicole che nessuno ha visto e non sarebbe una cattiva idea recuperarle, per storicizzare un ottimo autore. Salce torna in Italia e riprende a fare l’attore in Totò nella luna (1958) di Steno, ottima spalla comica nei panni di uno scienziato tedesco, forse il ricordo degli ufficiali durante la prigionia è utile per conferire veridicità al personaggio.

Il debutto italiano come regista arriva con Le pillole d’Ercole (1960), una commedia interpretata da Nino Manfredi e Sylva Koscina, vero e proprio adattamento per il grande schermo di una pochade teatrale di Maurice Hennequin e Paul Bilhaud, la più classica commedia degli equivoci ambientata in uno stabilimento termale. Il malinteso di fondo è nel ruolo di moglie, perché Manfredi non vuole concedere la vera consorte a un ricco americano che deve vendicarsi per le corna subite.
La comicità delle situazioni scaturisce da un equivoco, il regista è bravo a rendere la storia con grande cura formale, gli sceneggiatori (Maccari, Scola, Vighi e Baratti) fanno il loro dovere e gli attori sono eccellenti. Vittorio De Sica, Oreste Lionello, ma anche la giovane Jeanne Valérie non sono da meno dei protagonisti principali. Si intuisce la classe del regista che vuole le battute pronunciate sempre in movimento, mai da fermi. Il cinema ha le sue regole. Non è il teatro.

LUCIANO SALCELuciano Salce lancia nel cinema serio Ugo Tognazzi, in una commedia satirica sul ventennio come Il federale (1961), una feroce critica al fascismo che tira fuori molti scheletri dagli armadi dei vecchi gerarchi. Il suo ruolo di fustigatore dei costumi e di autore incline alla satira viene ribadito ne La voglia matta (1962) e Le ore dell’amore (1963), pellicole che ridicolizzano vizi e difetti dell’Italia del boom.
Nel cinema di Salce non mancano i riferimenti erotici e le note ironiche sui vizi degli italiani, mentre spesso vengono fuori tematiche come la caccia alle straniere, la voglia del quarantenne di concupire una sedicenne, la crisi della coppia e i rapporti coniugali che si sfasciano. Ugo Tognazzi diventa un suo attore simbolo, la giovanissima Catherine Spaak è una perfetta lolita, ma anche la sensuale Barbara Steel fa la sua parte come inglesina tutto pepe.

La cuccagna (1962) è un’altra commedia che ironizza sull’Italia del benessere, ben girata tra spiagge, interni di famiglia con protagonista il televisore, canzoni languide di Luigi Tenco e figli democristiani in odore di omosessualità.

Luciano Salce si ritaglia spesso una parte nei propri film, a volte sono piccoli cammei, ma molto più spesso ruoli importanti, così come non smette di fare l’attore per film diretti da altri. Non dimentichiamo che la sua vera vocazione e il mestiere per cui studia è proprio quello di attore, soprattutto di teatro.
Come regista ha il difetto di non prendersi troppo sul serio, di giocare con il bozzettismo, la macchietta, la battuta facile, da avanspettacolo, ma è dotato di una tecnica notevole, è un ottimo direttore di attori e sa realizzare opere dotate di grande rigore formale. Erico Menczer è il suo direttore della fotografia preferito, girano quattordici film insieme, sono una coppia indissolubile, perché esiste grande stima tra i due professionisti.

Nella carriera del regista romano ci sono anche battute d’arresto come il mediocre Le monachine (1963), interpretato da Catherine Spaak, Didi Perego e Sylva Koscina, che in un primo tempo doveva essere una farsa per far esordire alla regia Castellano e Pipolo.
Alta infedeltà (1964) è un film a episodi firmato da Franco Rosi, Elio Petri, Mario Monicelli e Luciano Salce, che dirige La sospirosa e segna il debutto comico di Monica Vitti in una farsa sul tema della gelosia.
Oggi, domani, dopodomani (1965) è un altro film a episodi firmato da Marco Ferreri, Eduardo De Filippo e Luciano Salce, che dirige La moglie bionda, con Pamela Tiffin, Marcello Mastroianni e Lelio Luttazzi, ma fa anche l’attore ne L’ora di punta di Eduardo De Filippo. Non è un lavoro memorabile, ma solo un’operazione commerciale di Carlo Ponti che distrugge un film di Ferreri, lo rimonta, lo modifica e lo mette in circolazione come parte di un trittico.
Le bambole (1965) è un altro film a episodi, Salce scrive insieme a Steno Il trattato di eugenetica, diretto da Comencini.
Slalom (1965) è intrattenimento fine a se stesso, una parodia dei film di spionaggio scritta da Castellano e Pipolo, un film di consumo interpretato da Vittorio Gassman, Beba Loncar, Adolfo Celi e Isabella Biagini. Servono pure questi e Salce non ha mai rinnegato i lavori più commerciali che presentano sempre per una marcia in più rispetto ai prodotti simili girati da altri registi.
Come imparai ad amare le donne (1966) non merita grande attenzione, perché è una commedia datata sul tema italico donne e motori, che si ricorda soltanto per la presenza di un’acerba Romina Power e di una deliziosa Orchidea De Santis.
El Greco (1966) è un film storico che vede in campo l’icona sexy Rosanna Schiaffino accanto a Mel Ferrer. Salce non è esperto di film in costume: racconta l’Inquisizione, ci mette una bella storia d’amore, confeziona un prodotto tecnicamente perfetto e cita pure Goya. Nonostante tutto non è il Salce che preferiamo.
Le fate (1966) è ancora un film a episodi a tematica erotica, firmato da Salce, Monicelli, Bolognini e Pietrangeli, ma il regista romano gira solo Fata Sabina con Monica Vitti ed Enrico Maria Salerno.
Ti ho sposato per allegria (1967) è un adattamento cinematografico di un lavoro teatrale di Natalia Ginzburg, ben interpretato da Monica Vitti, Giorgio Albertazzi e l’icona sexy Maria Grazia Buccella.
La pecora nera (1968) è un’occasione mancata per fare buona satira politica, ma si ricorda per l’ottima interpretazione di Vittorio Gassman (in un doppio ruolo) come onorevole irreprensibile e fratello gemello maneggione.

LUCIANO SALCE

Colpo di Stato (1969) è un film importante, da riscoprire e rivalutare, un apologo fantapolitico, una pellicola molto quotata all’estero ma poco considerata in Italia. Si parte da una improbabile vittoria elettorale della sinistra per finire con i comunisti che non se la sentono di governare e restano all’opposizione. Un film strano, incompreso, ma carico di un’intelligente ironia che è un tratto distintivo del regista.

Il prof. Dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969) è un fiacco sequel de Il medico della mutua di Luigi Zampa. Si basa sulla bravura di Alberto Sordi e amplia vecchi discorsi già letti nel romanzo di Giuseppe D’Agata.

LUCIANO SALCE
Basta guardarla
(1970) è un gran bel film che racconta la nostalgia per il teatro di rivista, riporta sul grande schermo molti numeri e situazioni tipiche di quel genere di spettacolo. Salce aveva avuto una compagnia teatrale con Franca Valeri e Vittorio Caprioli, con loro aveva lavorato in televisione, si scrivevano i testi e gettavano uno sguardo sulla realtà. In questo film ci sono tutti i ricordi del bel tempo andato, c’è la nostalgia per un teatro che non ritorna, ci sono interpreti ottimi e lo stesso Salce ricopre un ruolo importante che avrebbe dovuto essere di Tognazzi. Si tratta del primo film di Mariangela Melato, ma c’è anche una bellissima Maria Grazia Buccella, contadinella che diventa ballerina, innamorata di un improbabile cantante come Carlo Giuffrè. Ne riparleremo meglio più avanti.

Il provinciale (1971) è soltanto un inno alle bellezze della Buccella, nei panni di una prostituta che fa innamorare Gianni Morandi.
Il sindacalista (1972) è un ottimo film con protagonista Lando Buzzanca, sindacalista d’assalto che rivendica i diritti degli operai contro un padrone burbero come Renzo Montagnani. Salce usa la commedia all’italiana per tentare di fare un discorso sociale e in parte ci riesce, ma spesso il film cade nella farsa fine a se stessa.
Io e lui (1973), tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, vede ancora all’opera Lando Buzzanca intento a dialogare con il suo membro virile. Salce realizza un film che non piace a nessuno, ma inventa virtuosismi tecnici impensabili per la parte recitata dal pene e si prodiga nella esilarante descrizione di un ambiente cinematografico che pensa solo al sesso.

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno (1974) segna l’incontro tra Luciano Salce e Paolo Villaggio, ma ci sono anche Eleonora Giorgi e Orchidea De Santis per una satira grottesca del mammismo e degli ambienti nobiliari. Il sodalizio Salce – Villaggio produce alcuni personaggi storici del comico genovese che passano dalla televisione al cinema e restano nell’immaginario collettivo.

Fantozzi (1975) è l’impiegato frustrato, icona di tutti noi, simbolo della società contemporanea che riduce l’uomo a una stupida macchina da lavoro. Segue Il secondo tragico Fantozzi (1976), come il primo tratto dall’opera letteraria di Paolo Villaggio, che collabora alla sceneggiatura e in questo caso è molto di più che l’attore principale, quasi un coregista.

L’anatra all’arancia (1975) è una graffiante commedia all’italiana che spesso deborda in commedia sexy, interpretata da Ugo Tognazzi, John Richardson, Monica Vitti e Barbara Bouchet. Il film è molto teatrale e mostra tutti i limiti di un opera tratta da una commedia, ma la visione di un’icona sexy come Barbara Bouchet salva tutto.

La presidentessa (1977) mette in scena un grande cast con Johnny Dorelli, Mariangela Melato, Gianrico Tedeschi, Laura Trotter, Vittorio Caprioli e lo stesso regista in un ruolo divertente. Si tratta ancora una volta di una pochade francese portata al cinema con diligenza e grande cura formale. Salce non si fa pregare per seguire la moda imperante della commedia sexy, realizza diverse scene piccanti e fotografa alcuni nudi parziali della Melato. In questo periodo Salce interpreta molti ruoli come attore comico della commedia sexy, si tratta di parti consistenti e di rapidi cammei dove realizza la caricatura dell’italiano medio pieno di difetti e con in testa solo il sesso.

Il… belpaese (1977) vede ancora all’opera l’accoppiata Salce – Villaggio per un tentativo non riuscito di satira politica, annacquato dalla penna poco felice di Castellano e Pipolo.
Ride bene… chi ride ultimo (1977) è un nuovo film a episodi diretto da Pino Caruso, Marco Aleandri (Vittorio Sindoni), Gino Bramieri e Walter Chiari. Luciano Salce è soltanto attore nel divertente La visita di controllo, vera e propria commedia sexy girata dall’inesperto Aleandri, che racconta una storia di corna e mette in mostra la bellezza di Orchidea De Santis.
Tanto va la gatta al lardo… (1977) è ancora un film a episodi interamente girato da Marco Aleandri (Vittorio Sindoni). Luciano Salce ha un ruolo da protagonista assoluto insieme a Macha Meril, Orchidea De Santis e Valentina Cortese ne Le tre verginelle, storie di tre (splendide) zitelle che non vedono l’ora di farsi violentare. Nello stesso film troviamo Salce nel ruolo di un integerrimo magistrato in Processo per direttissima, satira sul mondo del calcio e i tifosi maleducati.
Dove vai in vacanza? (1978) è ancora un film a episodi diretto da Mauro Bolognini, Alberto Sordi e Luciano Salce, che firma Sì buana con Paolo Villaggio e la bellissima Annamaria Rizzoli. Il film è ottimo, uno dei migliori prodotti della commedia sexy, composto da tre memorabili ritratti dell’Italia di fine anni settanta, tre episodi intrisi di umorismo e trovate geniali. Sì buana è scritto da Continenza e Scarpelli ed è una sorta di parodia di un romanzo d’avventura ambientato in Africa, con un Villaggio circuito dalla bionda Rizzoli. L’episodio racconta le disavventure di Villaggio coinvolto nell’omicidio dell’amante della Rizzoli (Daniele Vargas) e si ricorda anche per il sexy costume panterato della bionda attrice. Villaggio è molto bravo e le scene comiche da allupato cronico alle prese con tanta bellezza sono memorabili. A Mereghetti il film non è piaciuto, forse perché siamo nel campo della commedia sexy, visto che definisce i tre episodi “pecorecci, inutili e qualunquisti”.

Professor Kranz tedesco di Germania (1978) è ancora un film targato Salce – Villaggio, che porta al cinema una vecchia macchietta televisiva, un personaggio di psicologo tedesco davvero sopra le righe. La storia è ambientata in Brasile, tra le favelas di Rio, racconta le vicissitudini di un gruppo di perdenti, ma non è molto riuscita.
Ridendo e scherzando (1978) è un nuovo film a episodi di Marco Aleandri (Vittorio Sindoni) che sceneggia alcune macchiette sul permissivismo della nostra società. Salce interpreta un marito inibito in Nozze d’argento, commedia sexy con la partecipazione di Didi Perego e Licinia Lentini. Riavanti, marsh! (1979) è commedia sexy in versione militaresca, interpretata da Alberto Lionello, Aldo Maccione, Carlo Giuffrè, Renzo Montagnani, Silvia Dionisio, Olga Karlatos, Anna Maria Rizzoli e Stefano Satta Flores. Un film goliardico sul richiamo alle armi di cinque quarantenni che gioca sui soliti doppi sensi della commedia erotica. Salce ha fatto di meglio ma se la cava con dignità.

Rag. Arturo De Fanti bancario precario (1980) è ancora un Villaggio movie, in edizione extra Fantozzi, ma il suo personaggio è molto simile a quello dell’impiegato imbranato. Ci sono Catherine Spaak, moglie trascurata, Enrica Bonaccorti, servetta tutto pepe che non esita a mostrare tette, cosce e sedere, ma anche la bellezza prorompente di Anna Maria Rizzoli, amante del ragioniere. La casa si trasforma in una comune dove convivono consorti e amanti per superare le difficoltà economiche. Gigi Reder e Anna Mazzamauro non possono mancare, ma c’è pure Carlo Giuffrè per una pellicola che è una via di mezzo tra la pochade e la commedia degli equivoci.

Vieni avanti cretino (1982) è il film culto di Lino Banfi, l’apoteosi di un comico di razza che interpreta alcune scenette da avanspettacolo in un film senza né capo né coda, ma proprio per questo affascinante. Luciano Salce si ritaglia un cammeo nella parte di se stesso e ridicolizza il povero Banfi nella parte iniziale, come se fosse un novello fratello De Rege. Franco Bracardi, Gigi Reder, Michela Miti, Luciana Turina e Paolo Paoloni sono i protagonisti di una farsa che ricorda i tempi passati del teatro comico. Alcune parti del film sono indimenticabili, anche se (o forse proprio per quel motivo) spesso si cade nel trash. Ci piace ricordare questa pellicola come il vero canto del cigno di Luciano Salce, perché dopo gira controvoglia il modesto Vediamoci chiaro (1984), con Johnny Dorelli nei panni di un finto cieco circondato dalle sensuali Janet Agren ed Eleonora Giorgi.

Salce conclude la carriera con il televisivo Gli innocenti vanno all’estero (1984) e con il pessimo Quelli del casco (1988), film giovanilistico che non ha visto nessuno, dove recita pure un cammeo nella parte di un vescovo.
Luciano Salce muore a Roma il 17 dicembre 1989.

 

Basta guardarla: Luciano Salce e la nostalgia del teatro di rivista

Basta guardarla (1970) è uno dei migliori film di Luciano Salce perché unisce in un solo lavoro comicità, nostalgia del tempo passato, ironia, umorismo caustico e ricordi di un teatro di rivista che non esiste più.
Il soggetto è di Iaia Fiastri, la sceneggiatura dello steso Salce con la collaborazione di Steno, la fotografia di Aiace Parolin, la musica di Franco Pisano, il montaggio di Marcello Malvestito, le scenografie sono di Luciano Spadoni e i costumi di Luca Sabatelli. La produzione è Mario Cechi Gori per Fair Film.
Il cast è notevole: Maria Grazia Buccella, Carlo Giuffrè, Mariangela Melato, Luciano Salce, Franca Valeri, Pippo Franco, Riccardo Garrone e Umberto D’Orsi. Il meglio della comicità del periodo dà vita a un film-memoria dell’avanspettacolo e racconta le vicissitudini di una piccola compagnia teatrale che si esibisce nei paesi più sperduti della nostra provincia.

Maria Grazia Buccella è una contadinella ciociara a servizio da uno zio prete, sogna di fare la ballerina, si innamora del cantante Silver Boy (un fantastico Carlo Giuffrè) e alla fine riesce a farsi scritturare dalla sua compagnia.
Pippo Franco, nei panni del gay Danilo, trasforma la contadinella in una donna interessante, la depila, le toglie gli abiti da lavoro, la veste da soubrette e le insegna a ballare.
Il film si sviluppa così, come un’epopea degli artisti di poco conto, attori da avanspettacolo che nessuno conosce, ma che portano la loro passione nei teatri di provincia.
Salce costruisce una bella storia d’amore e passione tra Silver Boy ed Enrichetta Rikk (Buccella), contrastata dalla gelosa e focosa spagnola Marisa (Mariangela Melato) che fa di tutto per eliminare la rivale.
A un certo punto del film entra in scena un’altra compagnia di guitti, capeggiata da Farfarello (Salce) e dalla moglie Pola (Franca Valeri), che porta via Enrichetta.

In questa pellicola non è tanto importante la trama, quanto il quadro di un’Italia che non esiste più, dalle campagne ciociare dove una ragazzina può sognare di fare la ballerina, diventare attrice e innamorarsi di un cantante come Silver Boy, per arrivare al sapore delle tavole sconnesse dei palcoscenici di periferia.
Carlo Giuffrè è bravissimo nella caratterizzazione di un cantante romantico che veste sempre con impermeabile nero, porta occhialoni da sole, fa innamorare le donne, interpreta languide storie strappalacrime, ma se serve esegue pezzi comici.
Mariangela Melato è al suo primo film, dimostra bravura e temperamento nei panni di una focosa ballerina spagnola che non tollera rivali.
Maria Grazia Buccella è bella e sensuale, ma recita anche una buona parte comico-drammatica, non si limita a mostrare le grazie procaci, come già aveva fatto in Ti ho sposata per allegria (1967), sempre sotto l’attenta guida di Salce. La Buccella è credibile sia come contadinella baffuta mentre addenta un enorme panino e serve il pranzo allo zio prete, che come interprete maliziosa del Cocoricò, numero che ne decreta il successo popolare.
Pippo Franco versione gay fa intravedere la futura bravura da attore comico ed è il Pigmalione della nuova Enrichetta, parrucca bionda e fisico mozzafiato. “Questa ragazza c’ha il teatro nel sangue. Basta guardarla!”, esclama Giuffrè allungando la vista sulle lunghe gambe della Buccella e spiegando il motivo del titolo.

Luciano Salce è bravissimo come regista, dosa a dovere le parti ironico-melodrammatiche e i siparietti desunti con rigore filologico dal teatro di rivista, costruendo un capolavoro di nostalgia, ma anche una storia d’amore e tradimenti che si segue con passione.

Basta guardarla è una proto commedia sexy perché contiene in nuce molti elementi di un genere ancora in formazione, soprattutto l’esibizione della bellezza di Maria Grazia Buccella, a dire il vero molto castigata.
Sono interessanti anche le parti oniriche, velate di musica soffusa e fotografia flou, gli inserti da fotoromanzo con i sottotitoli ammiccanti, gli incontri amorosi tra Giuffrè e la Buccella, i sogni a occhi aperti della ragazza che non perde mai il suo habitus di ingenua contadinella.
I numeri prelevati dal teatro di rivista sono una delle cose più divertenti della pellicola, a partire dal Cocoricò, il pezzo più trash del mondo cantato con voce sensuale da una Buccella-gallinella procace e interpretato da un mitico Giuffrè-galletto. Pare una versione anticipata delle ragazze Coccodè di arboriana memoria e non è escluso che lo showman pugliese si sia ispirato proprio a questo film.
Luciano Salce interpreta il ruolo di Farfarello, un capo comico che ha come moglie la bravissima Franca Valeri, personaggio fondamentale nell’economia del film. Il ruolo dovrebbe andare a Ugo Tognazzi, ma ci sono problemi di incompatibilità con altri impegni dell’attore milanese, così Salce decide di fare da solo e ci regala uno dei suoi migliori personaggi.
Farfarello è un egocentrico, divenuto impotente dopo uno shock (un marito geloso che brandisce un coltello), continua a propagandare la sua fama di latin lover con la complicità della moglie che ogni sera lo interrompe sul più bello perché non faccia cattiva figura. Farfarello scrittura Enrichetta, la trasforma in Erika Rikk e la inserisce nei suoi spettacoli che sono quanto di più volgare abbia prodotto l’avanspettacolo. I doppi sensi a tema sessuale si sprecano (“Aboliremo le tasse! Sì, col cocchio!”), inseriti in scenografie storiche dove la Valeri canta “Piramidal, il mio fascino egizio…” e la Buccella è prima ballerina.
La dura legge del teatro porta la Buccella in primo piano quando la Valeri si infortuna sulla scena. Silver Boy intanto beve, stecca le canzoni e litiga con il pubblico perché vorrebbe riavere la sua Erika e comprende che non era una passione fugace, ma vero amore.
Sono molto divertenti le parti che descrivono un’improbabile fuga d’amore a Civitavecchia, nello squallore del mare melmoso, a bordo di una barchetta scassata e nelle stanze di una pensioncina di quart’ordine. Tutto in sintonia con la condizione di attori scalcinati.

Salce prosegue citando diversi numeri di avanspettacolo, scelti tra i pezzi più bassi e volgari: l’autobus (“che piacere… che piacere che si prova nel sedere…”), Via col razzo, Poppea sali sul cocchio, Che Cassio vuoi… e via di questo passo.
Umberto D’Orsi è un’ottima spalla che asseconda la verve istrionica di Salce, mentre Riccardo Garrone non ha grande spazio, racchiuso nel modesto personaggio del produttore Pedicone.

Il film presenta alcune parti erotico-ironiche con la Buccella che offre il suo corpo a Farfarello, “un uomo che non ama”, stile fotoromanzo di bassa lega, ma il capocomico è impotente e non ne approfitta.
Maria Grazia Buccellla dimostra tutta la sua bravura di attrice completa e di showgirl, nel finale esce da una gigantesca conchiglia e canta la sensuale Venere 2000 (“Sono Venere 2000, sono disponibile a tutto…”), prima fischiata da un pubblico pagato e subito dopo acclamata.
La pochade prende il sopravvento con una bagarre finale a base di cazzotti, seggiole rotte e colpi proibiti. Ha la peggio Silver Boy, che finisce in ospedale dopo essere stato colpito dalla spagnola in un eccesso di ira gelosa.
Il finale registra il trionfo dell’amore tra Silver Boy ed Erika Rikk, ma anche un nuovo shock per Farfarello che recupera la virilità perduta. I due innamorati si ritrovano in ospedale, cantano la loro canzone, progettano un ritorno sulle scene, mentre una marcia nuziale tra suore e malati li accompagna verso la dissolvenza finale.
Scorrono sui titoli di coda i finti commenti della stampa estera che registra con soddisfazione un film capolavoro. Salce ironizza su se stesso e non si prende sul serio.

Basta guardarla è una struggente rievocazione del teatro di rivista, eseguita con tratto da maestro e con leggerezza, seguendo il racconto romantico di una protagonista ingenua e innamorata.
Salce cita con dovizia di particolari vecchi numeri dell’avanspettacolo e li riproduce sul set con bravura e rigore enciclopedico. Il film non è volgare anche se recupera le battute di quel teatro, perché vengono inserite sotto forma di citazioni e ricordi di un mondo scomparso.

 

Gordiano Lupi, autore dell’articolo, ha scritto “Gloria Guida, Il sogno biondo di una generazione”, La cineteca di Caino

 

 

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