IN AFRICA SI PARLAVA NEOLATINO

IN AFRICA SI PARLAVA NEOLATINO

Il latino, come lingua parlata, già in epoca romana si stava trasformando, diventando nei secoli quello che oggi è l’italiano, lo spagnolo, il portoghese, il francese e il romeno.
Ma l’Impero romano comprendeva territori molto vasti, che spaziavano dall’Europa all’Asia e all’Africa. Salvo che in Asia, dove durante l’Impero si parlava greco, ovunque si sono formate delle lingue neolatine con proprie caratteristiche, soffocate dopo qualche secolo dalla espansione linguistica del germanico, dell’arabo e dello slavo.
Andiamo alla riscoperta di una di queste.

IN AFRICA SI PARLAVA NEOLATINO

Lingue neolatine parlate dopo la caduta dell’Impero romano

 

Parliamo di un argomento a suo modo malinconico, un pezzo del mondo romano svanito sostanzialmente nel nulla dopo una lenta silenziosa agonia durata secoli. Un mondo ignorato dai più.

Un po’ di tempo fa, vagando hyperlink dopo hyperlink, ho trovato la storia di un viaggiatore del XII° secolo, Muhammad al-Idrisi, uno di quegli spettacolari personaggi che il mondo arabo ci ha regalato nei secoli del suo massimo splendore: cartografo, geografo, archeologo ante litteram. Attraversò il mondo dalle Isole Britanniche fino all’Egitto.
Attraversando il Maghreb, l’area che va dall’attuale Marocco fino alla Libia, Al Idrisi si sofferma sulle lingue parlate in quelle terre: l’arabo portato dagli ultimi conquistatori, ovviamente, le più antiche lingue berbere e quella che lui chiama al-lisān al-lātīnī al-ʾifrīqī. La lingua latina d’Africa.

Sembra ovvio a pensarci, nell’antica provincia romana d’Africa si parlava latino, affiancato dal berbero e dal punico (il cartaginese, una lingua fenicia), e successivamente dal vandalo dei germani che invasero quei territori un paio di secoli prima degli arabi.
Agostino da Ippona, vissuto alla fine dell’Impero romano, nei suoi scritti cita più volte il curioso accento del latino locale. Isidoro di Siviglia nel VII secolo (subito prima della conquista araba) parla anche lui dello strano modo di parlare latino degli africani: “birtus, boluntas, bita uel his simili quae Afri scribendo uitiantnon per B sed per V scribenda”.

Con la fine dell’unità imperiale, e l’isolamento tra le varie regioni una volta unite, le lingue parlate nelle varie regioni si stavano trasformando nelle lingue romanze o neolatine.

In Africa questo processo venne di fatto interrotto dall’invasione araba. La cesura, ovviamente non fu netta. Nel Maghreb non si iniziò a parlare arabo il giorno successivo alla conquista.

Quando all’inizio del VIII secolo Ṭāriq ibn Ziyād sbarcò nel sud della Spagna con l’intento di conquistarla, la maggior parte delle sue truppe non parlava né arabo né berbero. Parlava un dialetto afroromanzo. Esotico, ma comprensibile alle orecchie della popolazione spagnola conquistata.

Non sappiamo molto di come fosse questo afroromanzo. Dalle varie tracce che abbiamo, secondo i linguisti doveva somigliare molto al sardo (anzi, secondo alcune ipotesi il sardo sarebbe una sopravvivenza dell’afroromanzo), e ha lasciato il segno anche nel castigliano, ma non sappiamo quasi niente di più.

Deve essere stata una morte lenta quella dall’afroromanzo, probabilmente legata alla parallela scomparsa delle comunità cristiane di quelle terre, a causa della lenta conversione all’Islam. C’è infatti da supporre che le due cose fossero associate.

Nel XII secolo, il normanno Ruggero di Sicilia compì un tentativo di allargare il proprio regno al Nordafrica. Ciò è sembrato segnare la definitiva fine delle minoranze cristiane sopravvissute che lo avevano appoggiato che, dopo la ritirata dei normanni, andarono in incontro alla reazione ostile dei musulmani.

Dopo questi fatti abbiamo la testimonianza di Al idrisi da cui siamo partiti e alcune iscrizioni tombali in Tripolitania del secolo successivo, quindi cala il silenzio.

Della romanitas in Africa Settentrionale dopo 15 secoli di storia erano rimaste solo le pietre, imponenti, ma ormai senza più voce.

 

Le lingue neolatine non sopravissutte, con il secolo approssimativo della loro scomparsa

 

 

 

4 commenti

  1. Argomento affascinante questo delle lingue neolatine scomparse. Mi resta sempre il dubbio di quanto queste lingue fossero vicine al Volgare e come si siano evolute negli attuali “dialetti”.
    E poi mi piacerebbe capire se il Volgare era a tutti gli effetti un Latino evolutosi, se esisteva un unico Volgare in tutto il mondo post-romano, se dal punto di vista grammaticale era più vicino al Latino o alle lingue neolatine.
    Tutte curiosità che non ho mai avuto la possibilità di chiarire. Oggi un tassello dopo questo magnifico puzzle è andato al suo posto: grazie Brocchieri!

    • Grazie a te a di aver letto. Purtroppo alla tua domanda è difficile rispondere sia perché io sono più uno storico che un linguista, sia perché le fonti e le testimonianze sono molto scarse.
      Da quello che ho letto finora, mi sto informando perché vorrei vedere se riesco a scrivere un articolo più lungo e meglio documentato, i primo luogo non possiamo dare una risposta univoca. parliamo di un lasso temporale che va, almeno, dalla riconquista di Belisario fino alla completa estinzione del Afroromanzo nel 15° secolo (quasi mille anni!) e di una estensione che va dal Marocco alla Tripolitania.
      Sicuramente la lingua si evoluta passando dall’accento di cui parlano SAgostino e Isidoro di Siviglia, a un dialetto e infine a una lingua diversa.
      Una testimonianza eccezionale , che ho trovato dopo aver scritto queste righe, è di umanista ‘quattrocentesco Paolo Pompilio, che riferisce delle sue discussioni con un mercante che gli aveva raccontato di alcuni villaggi tunisini delli’nternoche parlava una lingua simile al sardo e ne riporta alcune parole ben due frasi ad esempio:
      issos bobes traunt issu aratru, i buoi tirano l’aratro;
      issos òmines bibunt issu binu, gli uomini bevono il vino.

      Che ne dici?
      di più o trovi in Jean-Louis Charlet UN TÉMOIGNAGE HUMANISTE SUR LA LATINITÉ AFRICAINE ET LE GREC PARLÉ PAR LES « CHORIATES » PAOLO POMPILIO*

  2. Dal nord Africa viene anche la Vetus Latina, la struttura portante della Messa Vetus Ordo – sviluppatasi proprio in quelle terre dove c’erano fiorenti colonie romane. Mentre nel cristianesimo dei primi secoli, la lingua comune era il greco…

    • Verissimo il pensiero e la teologia cristiana dei primi secoli sono tutte in greco, a parte alcune eccezioni come per esempio S Agostino

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