I MARSIGLIESI NELLA MALA ROMANA

I MARSIGLIESI NELLA MALA ROMANA

Albert Bergamelli del Clan dei marsigliesi, evaso da tutte le prigioni di Francia, autore della più clamorosa rapina di Milano degli anni sessanta, capo della malavita romana nei settanta, in questa fresca mattina del 31 agosto 1982 è solo uno dei tanti detenuti che passeggiano lentamente in uno stanzone del “supercarcere” di Ascoli Piceno.

Qui sono rinchiusi terroristi e pericolosi criminali, come Bergamelli, appunto, che del Clan dei marsigliesi era il capo indiscusso. Mentre continua a camminare tra guardie e detenuti, Paolo Dongo, un ergastolano molto meno celebre di lui, non gli stacca gli occhi di dosso. Senza farsi notare, si china su un amico con la gamba ingessata, afferra il coltello nascosto dentro il gesso e si lancia su Bergamelli.

Quando le guardie riescono bloccarlo, Dongo ha già sferrato trenta fendenti mortali al marsigliese. Finisce così, nel grigiore di questo stanzone, una delle più spettacolari carriere criminali.
Una carriera iniziata nel 1939, quando Albert Bergamelli nasce in Francia da una coppia di immigrati italiani.

A Marsiglia, la grande città affacciata sul Mediterraneo, sin da ragazzino Albert frequenta le bische delle scommesse clandestine. I soldi se li procura con piccoli furti sulle spiagge della Costa Azzurra, frequentate da ricchi turisti. La prima condanna, a un anno di riformatorio, la subisce a 17 anni. Viene arrestato una seconda volta nel 1963, ma riesce a evadere e si trasferisce nella terra dei genitori: l’Italia.

Dei banditi di Marsiglia, all’epoca, si parla in tutta Europa. Sono figure che compaiono spesso in romanzi e film, a partire da quelli del commissario Maigret. Persino i primi fumetti di Diabolik, pubblicati in quegli anni, sono ambientati a Marsiglia. Quindi, quando il giovane Albert Bergamelli si stabilisce a Milano, viene subito considerato una personalità di spicco dalla mala locale.

Però lui si mescola mal volentieri con gli italiani e quando organizza una grande rapina in via Montenapoleone, la celebre via del lusso milanese, i suoi sei complici sono quasi tutti francesi, alcuni dei quali evasi di fresco.

Il 5 aprile 1964, quattro Alfa Romeo Giulia si fermano davanti all’oreficeria Colombo. Dai veicoli scendono cinque uomini con il volto coperto, mentre due tengono accesi i motori. Un bandito, armato di mitra, si mette in mezzo alla strada per controllare la situazione, mentre gli altri quattro puntano verso il negozio. Due fanno fuoco sulle vetrine, mandando in frantumi i cristalli e arraffando i gioielli esposti.

L’altra coppia entra e, agitando le pistole, si fa consegnare i preziosi restanti. Dopo pochi minuti, salgono tutti sulle auto con il motore acceso per darsi alla fuga, lasciando le altre due di traverso in mezzo alla strada per bloccare il traffico alle loro spalle. Il bottino ammonta a 350 milioni di lire.

“Per me è stata una signora rapina e quelli lì sono dei tipi in gambissima!”, esclama eccitato un ragazzino allo scrittore-giornalista Dino Buzzati, accorso sul posto per scrivere un articolo. La “signora rapina” fa versare fiumi d’inchiostro sui giornali e regala ai banditi il soprannome di “Sette uomini d’oro”, un’espressione che sarà riutilizzata l’anno dopo come titolo di un film di successo.

Uno dei banditi, però, durante l’azione aveva perso un polsino a forma di Torre Eiffel, particolare che fa venire alla mente degli inquirenti alcuni criminali recentemente evasi nel Sud della Francia. La polizia fa mettere le loro foto sui giornali e qualcuno li riconosce. Solo otto giorni dopo tutti i banditi vengono arrestati. Della refurtiva, però, si trovano solo 10 milioni.

Gli “uomini d’oro” vengono condannati dai tre ai nove anni di prigione. Parentesi romantica: nel carcere di Alessandria , Bergamelli riceve numerose lettere da una “ammiratrice” campana, Felicia Cuozzo, che in seguito diverrà sua moglie e gli rimarrà sempre a fianco.

Nel 1967, Bergamelli esce di prigione per scontare il resto della pena in un centro in provincia di Modena. Lui preferisce darsi alla fuga e torna in Francia, dove mette in piedi un’altra banda che commette colpi anche in Belgio. Visto il raggio d’azione internazionale vengono chiamati la Banda del Mec (la sigla dell’embrione di Unione Europea di quegli anni).

Tra i complici ci sono alcuni estremisti di destra, che con le rapine finanziano le loro organizzazioni. Catturato più di una volta dalla polizia, Bergamelli riesce sempre a evadere. Secondo alcuni, proprio grazie all’aiuto dei neofascisti francesi.

Nel 1973, Albert Bergamelli decide di mettere in pedi un’organizzazione in grado di controllare l’intera malavita di una grande città. La scelta cade su Roma, perché la capitale italiana è ancora “indietro” dal punto di vista della criminalità: esiste solo la piccola delinquenza di borgata, dedita all’usura e al gioco d’azzardo. Questi borgatari alle armi da fuoco preferiscono i coltelli e non gestiscono nemmeno lo spaccio della droga.

Bergamelli espone il suo progetto a due malviventi cresciuti, come lui, nelle bande di Marsiglia: Jacques Berenguer e Maffeo Bellicini. Dato che tutti e tre hanno il cognome che inizia con la stessa lettera, all’inizio vengono chiamati la “Banda delle tre B”. Solo in seguito prendono il nome di Clan dei marsigliesi, dal titolo di un film famoso con Jean-Paul Belmondo dell’anno precedente.

In breve, arrivano a controllare buona parte della delinquenza cittadina, anche se non riusciranno mai ad averla tutta ai propri ordini. Le rapine vengono organizzate solo quando arrivano “dritte” sicure, che permettono di fare parecchi soldi. Anche se il rischio c’è sempre.

A seguito delle confidenze di un impiegato, il 22 febbraio 1975 Bergamelli e i suoi assaltano l’ufficio postale in piazza dei Caprettari. Durante il colpo uccidono un poliziotto comparso all’improvviso, Giuseppe Marchisella, ma in cassa trovano solo una manciata di lire. Due giorni dopo, la giovane fidanzata dell’agente si toglie la vita gettandosi da una finestra.

Quanto ai rapimenti, entro l’anno successivo i marsigliesi ne mettono a segno cinque. Tra i quali ci sono il sequestro dell’impenditore Amedeo Ortolani, che viene rilasciato dopo 11 giorni in cambio di un riscatto di 800 milioni di lire. In seguito sarà la volta di Gianni Bulgari, erede di una delle più famose gioiellerie del mondo. Viene liberato dopo un mese di prigionia con un riscatto di cui non si conosce l’ammontare, ma probabimente miliardario. Tra i sequestrati, solo Alfredo Danesi, soprannominato “il re del caffè”, viene liberato dalla polizia.

La “bella vita” dei delinquenti francesi fatta di escort, cocaina, auto fuoriserie e ville lussuose, sta per giungere al termine. Sul Clan dei marsigliesi indaga un osso duro come il magistrato Vittorio Occorsio, che il 29 marzo 1976 scova Albert Bergamelli in un residence sulla via Aurelia, dopo aver fatto pedinare Maria Rossi, la donna che gestisce i suoi rifugi.

“La mia banda fa parte di un’organizzazione molto, molto più estesa…”, ringhia minacciosamente lui, mentre viene arrestato insieme alla moglie Felicia. Quattro mesi dopo, il giudice Occorsio cade ucciso dai neofascisti di Ordine Nuovo.

Senza il boss, il Clan dei marsigliesi si scioglie rapidamente. Maffeo Bellicini verrà catturato, evaderà e sarà di nuovo arrestato. Jaques Berenger, fuggito a New York, verrà estradato in Francia.
Alcuni membri rimasti a piede libero confluiscono nella nuova Banda della Magliana, anche questa guidata da criminali con simpatie neofasciste: sarà la prima organizzazione a controllare davvero tutta la malavita romana.

Condannato all’ergastolo per i suoi innumerevoli delitti, Albert Bergamelli viene rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno. Trattasi dello stesso luogo dove è detenuto Paolo Dongo, un criminale comune che era stato politicizzato dai compagni di cella, appartenenti alle Brigate Rosse. Forse vedendo in Bergamelli un odiato neofascista, Dongo lo uccide nel 1982.
Anche un altro capo del Clan dei marsigliesi, Berenguer, viene ucciso nel 1990, da un detenuto del carcere di Nizza.

(In apertura: un’immagine del film Il clan dei marsigliesi, 1972, di José Giovanni con Jean-Paul Belmondo e Claudia Cardinale).


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