I CAMBIAMENTI DI ZAGOR VISTI DAL SUO EX SCENEGGIATORE

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Di acqua sotto i ponti da quando interruppi la collaborazione con la Bonelli, in particolare con la testata di Zagor, ne è passata tanta. Sono ormai quasi trent’anni, e da allora non ho più letto le storie dello Spirito con la Scure.
Avevo già smesso di leggerle dopo l’abbandono di Sergio Bonelli alias Guido Nolitta: le storie di Alfredo Castelli, Tiziano Sclavi e Decio Canzio che lo avevano sostituito, per quanto volonterose, mi sembravano copie senz’anima. Quando iniziai a scriverne le storie mi procurai gli arretrati (richiedendoli con il nome di mia moglie per non far vedere che non li avevo comprati) in modo da avere il panorama completo del pregresso.
Per più di dieci anni sono stato “il titolare” quasi esclusivo delle sceneggiature, fino alla decisione di passare ad altre esperienze, soprattutto sulle pagine de Il Giornalino.

Nei quasi sei lustri trascorsi lontani dal giustiziere di Darkwood, solo occasionalmente ne ho letto qualche numero, sempre spinto dal fatto che i miei successori avevano riportato in scena personaggi e scenari da me creati.
Il ritorno del Mutante negli albi Zenith 547/550, gentilmente inviatimi da Moreno Burattini, che li aveva scritti, per i disegni di Marco Verni. Il ritorno nella Terra-da-cui-non-si-torna nel Maxi Zagor n. 21, scritto da Jacopo Rauch e disegnato da Gianni Sedioli. Il ritorno a Ol Undas “La dimenticata” su Color Zagor n. 11 attualmente in edicola.

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Trovai abbastanza gradevole il ritorno di Skull, mentre non mi piacque molto il ritorno nella “Terra maledetta”: il pur bravo nonché simpatico Rauch (tra l’altro mio concittadino) aveva un po’ stravolto la figura dell’ambiguo avventuriero Staggler e, se non ricordo male, aveva un po’ banalizzato l’ecosistema che avevo studiato per quel “mondo perduto”.

Ancora più deludente la recente uscita. Scritta da Burattini e Mirko Perniola e disegnata da Fabrizio Russo: “Il rapimento di Icaro la Plume” è quasi una non storia. In pratica gli sceneggiatori si limitano a riassumere a più riprese, nei ricordi di alcuni dei personaggi, la storia del terzo Speciale di Zagor aggiungendo poco o niente.
Per il resto, un po’ di scene d’azione che sembrano spesso tigri del Martini e fastidiosi spiegoni… già spiegati nell’introduzione dell’albo. Dove, fra l’altro, lo stesso Burattini scrive, a proposito del nome della città dimenticata, “questo, secondo gli autori, il significato del nome”. “Gli autori”? Pensavo di averla scritta da solo quella storia, ma forse a una certa età la memoria comincia a fare scherzi.

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Andiamo nel dettaglio. Un tempo, quando la storia si agganciava a episodi precedenti, ci si limitava a inserire una breve didascalia a pie’ di vignetta: “Vedi Zagor n. X”. E il lettore che voleva saperne di più non doveva far altro che andare a riguardarsi il vecchio numero o procurarselo.
Lo fanno anche Moreno e Mirko, ma poi spendono ben sette pagine per “riassumere” la vecchia storia alla figlia di La Plume. In realtà inutilmente: essendo venuto meno da almeno un ventennio ogni ricambio generazionale, quello speciale (ripubblicato qualche anno fa anche nella collana Csac di Repubblica) lo hanno letto già tutti.

Entra poi in scena la figlia dell’ex socio di La Plume, il professor Dunkopf. In origine si chiamava Dunnkopf (che richiamava il termine tedesco Dummkopf, idiota) con due enne, ma gli sceneggiatori hanno deciso di risparmiarne una. Forse per fare pari con la elle che Moreno aveva aggiunto a Colin Randal, il mutante.
La fanciulla, con l’aiuto di un’intera banda di delinquenti al suo soldo, tiene in ostaggio la figlia dell’inventore per costringerlo a costruire uno dei suoi velivoli e raggiungere la città tra le nuvole. A quale scopo, gli autori si dimenticano di dircelo. Non certo per procurarsi la tecnologia avanzata degli olundesi (ribattezzati olundiani), visto che per quanto ne sanno Zagor e i suoi compagni sia il laboratorio che le formule degli antichi progenitori erano stati distrutti. Per arricchirsi, le sarebbe bastata la formula paterna del gas recuperata da La Plume.
Quando lo scienziato e la figlia hanno poi l’opportunità di tentare la fuga, La Plume decide abbastanza assurdamente di restare “per coprirle le spalle”. L’utilizzo del ricordo-spiegone che infarcisce ormai quasi tutte le serie classiche (dell’insopportabilità del suo uso nei Grande Diabolik incentrati sul passato dei protagonisti, per esempio, ho parlato altrove), qui prende la mano agli sceneggiatori, che fanno raccontare alla ragazza anche le cose… che non può aver visto.

Per il resto, su una Ol Undas abbandonata e in rovina, si assiste a una pallida imitazione del Pianeta delle Scimmie, tanto per movimentare un po’ le pagine. Aggiungendo altre incoerenze. Gli scimmioni con quattro braccia all’inizio sembrano quasi invulnerabili: ci vogliono proiettili e proiettili e proiettili, per fermarne l’assalto. Allo stesso Zagor servono tre picconate, prima sulla schiena e poi sulla testa, per aver ragione di uno di loro. Sul finire della storia, quando restano poche pagine per chiuderla, gentilmente i bestioni si fanno abbattere con un paio di colpi di pistola neanche troppo ben assestati.
Naturalmente, seguendo la traccia del film, agli scimmioni non poteva mancare il capo “intelligente” al quale, al pari del Cesare cinematografico (e suppongo per poterlo usare in futuro come “villain” di primo piano), prima di morire tutti, gli olundesi avevano deciso di affibbiare un nome, Serkis. Perché? Non è dato sapere.

Un altro paio di piccoli scivoloni: a un certo punto, per aiutare Zagor appeso a una cima pendente dal vascello volante, La Plume fa compiere all’aeronave una manovra… che neanche il Piper di Mister No. E una volta entrato nel velivolo, per difendersi da uno scimmione, Zagor può contare su una rastrelliera di attrezzi mai inquadrata prima e apparsa al momento buono.

Lasciando perdere la recensione dell’albo, vorrei (per quanto lo consente una lettura così sporadica della serie) fare qualche considerazione su cosa mi appare cambiato in Zagor in questi trent’anni. E perché.
Occorre ricordare, prima di avventurarmi nell’impresa, che il lettorato della collana è costituito in grandissima maggioranza di “vecchi” lettori che si sono innamorati del personaggio sulle pagine scritte da Nolitta e, in misura minore, da me e da Burattini e Boselli nei primi anni della loro collaborazione alla serie.
La scelta “restauratrice” di Sergio (ne ho parlato nel mio libro di memorie zagoriane) alla quale si sono fedelmente adeguati i successivi curatori ha fatto sì che al mensile siano rimasti “attaccati” i lettori più tradizionalisti. Persino nell’uso delle onomatopee noto una standardizzazione che porta a un eccessivo (e per i miei gusti abbastanza fastidioso) uso di Thud, Tump e Bang.

Per il disegno, a giudicare dalle tre storie che ho letto, mi pare continui a prevalere quello di scuola ferriana, anche se in rete ho avuto modo di vedere pure tavole di autori un po’ più “moderni”, utilizzati magari su collane collaterali “sperimentali”. Per il motivo suddetto, la scelta è comprensibile, visto il target “conservatore” a cui la collana si rivolge.

Anche la scelta del nuovo copertinista dopo la scomparsa del creatore del personaggio sembra voler tenere il piede in due staffe: segno e ripasso più freschi e moderni con un impianto però sostanzialmente tradizionale. Occorre dire che se, in sé, il disegno di Alessandro Piccinelli mi piace, non sempre le sue copertine risultano efficaci come quelle del periodo migliore di Ferri. Anche in questo Color Zagor il protagonista quasi sparisce, inghiottito visivamente dalla montagna dietro di lui a tutto vantaggio della ragazza e dello scienziato che campeggiano a mezzo busto sullo sfondo.
L’immagine di copertina de “La città sopra il mondo” non era il massimo come disegno, ma risultava di grande efficacia per attirare il lettore. Come ho scritto altrove, copertina e illustrazione hanno scopi diversi, e non tutti sembrano cogliere questa basilare verità.

Un altro cambiamento intervenuto nel tempo è sicuramente il maggiore uso del colore, una volta riservato a uscite speciali, di solito quelle del centesimo numero (e multipli). Ora, oltre che in riedizioni in volume e nei collaterali dei quotidiani, ci sono collane “a colori” di Tex, Dylan Dog e, appunto, Zagor. Cioè le testate con ancora un sufficiente numero di lettori da potersi tirare dietro anche in albi abbastanza costosi (per le abitudini bonelliane). Quello di cui parliamo costa quasi sette euro per 128 pagine. Del colore Zagor, col suo rutilante costume rosso e giallo, si giova ampiamente.

Ulteriore elemento che salta all’occhio è la debordante presenza di personaggi femminili. Quando Zagor è nato si rivolgeva a un pubblico di ragazzini rigorosamente di sesso maschile che volevano vedere il loro eroe alle prese con cattivi, pellirosse e all’occorrenza qualche mostro. Le donne non facevano parte dei loro interessi.
Bonelli è arrivato tardivamente a inserirne una, capace di coinvolgere anche sentimentalmente il protagonista (la giovane Frida in “La marcia della disperazione”). Lo ha fatto quando ormai si percepiva in modo chiaro che il target era cambiato, e che una buona fetta dei lettori (se non ancora la maggioranza) era adulta.
Ora che lettori bambini non ce ne sono proprio più o comunque si contano sulle dita delle mani, curatori e autori sembrano aver deciso che era giunto il momento di sdoganare corposamente l’elemento femminile, ben accetto dai ragazzini cresciutelli che continuano a collezionare gli albi di Za-Gor-Te-Nay.

A giudicare da quello che ho visto in rete e che trova conferma in questo albo, l’hanno fatto nel modo più superficiale che si possa immaginare, attingendo all’immaginario dei fumetti sexy degli anni settanta.
La vicenda del Color Zagor vede ben tre fanciulle all’opera nella vicenda: la figlia dello scienziato pazzo (pazzo davvero, da manicomio) Dunnkopf, la figlia di La Plume e, per non farsi mancare niente, quella del gestore di un Trading Post.
Naturalmente, come nei telefilm delle sorelle McLeod, tutte con fisico da top model, giovani e con i capelli lunghi sulle spalle. Ben diverse da quelle che si potevano trovare nel Far West reale o anche cinematografico classico. Ma vabbe’, Zagor non è mai stato un western “normale”.

I CAMBIAMENTI DI ZAGOR VISTI DAL SUO EX SCENEGGIATORE

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13 commenti

  1. Buongiorno, ho 55 anni e leggo Zagor dal 1971, non ho mai smesso. Premesso che reputo Nolitta, Ferri e Donatelli inarrivabili, apprezzo il lavoro di Burattini, vero amante del personaggio. La scelta dell’invasione dei personaggi femminili ha, a mio avviso, una spiegazione politica: oggi, nell’era delle obbligatorie quote rosa, non si può prescindere dalla presenza di donne, altrimenti si viene tacciati di tutto e di più. Vi invito a notare quanti errori nei testi – in un fumetto che è stato per decenni perfetto in questo settore – ci sono negli ultimi 50 numeri circa e vedrete che ogni volta il lettering era stato curato da una donna…

    • Credo siano sempre state delle donne a fare il lettering (quelle degli anni ottanta le conoscevo di vista).

      Il problema dei refusi è dovuto al fatto che oggi, probabilmente per risparmiare, c’è minore supervisione editoriale.

    • Caro Pierluigi, non ho assolutamente niente contro una maggiore presenza di figure femminili nelle storie di Zagor, Quello che trovo deprimente è il “tipo” di donne inserite nelle storie: sembrano tutte aspiranti al titolo di Miss Darkwood. Si può fare diversamente. Già io nel breve racconto di 40 pagine su uno degli ultimi Maxi ne ho inserite due: una bellicosa trapper d’una certa età e una giovanissima indiana muta. Come vedi, non c’è bisogno di attingere all’immaginario sexy degli anni settanta per aggiungere “quote rosa” a Zagor. E, magari, si riesce anche a dare un minimo di spessore psicologico in più alle storie.

  2. Caro Marcello. Sono uno dei vecchi lettori di Zagor, affezionati allo Spirito con la scure al punto che continuerò ad acquistarne gli albi fino alla morte, mia o sua….
    Alla fine temo che la morte, toccandomi i cosiddetti, sarà la sua, perché il calo delle vendite è inesorabile, prescindendo dalla qualità del prodotto… è proprio il fumetto seriale in quanto tale che sta per sparire, causa mancanza di ricambio generazionale.
    A tal proposito, come ben sai e più volte hai ribadito, non vi è chiarezza rispetto alle vendite dei Bonelli, ma aggiungo che DA SEMPRE, non c’è questa chiarezza, ossia io sono rimasto al fatto che ZAGOR negli anni 70 vendeva circa 200/250 mila copie mensili, ma non ho mai avuto ben chiaro in che modo la curva, negli anni successivi, abbia piegato verso il basso. Tu sei in grado di dirmi, una volta per tutte, quanto vendesse Zagor quando tu cominciasti e scriverlo e quanto al momento del tuo abbandono? Sui social si rincorrono numeri strampalati, fondati sul nulla… e io vorrei sapere la verità….
    Grazie di tutto, anche del tuo Zagor, che mi ha accompagnato durante tutta l’adolescenza e anche un po’ oltre.

    Mauro

    • Ciao, Mauro. Beh, il calo delle vendite è generalizzato per tutta la stampa, a cominciare dai quotidiani. Zagor, tutto sommato, è uno di quelli che stanno ancora meglio. A detta dello stesso Burattini, le vendite dovrebbero essere intorno alle 25-26mila copie, e con un punto di pareggio che con gli attuali prezzi di copertina penso si aggiri sulle 16-17mila copie (e che si abbasseranno ancora coi futuri aumenti), dovrebbe stare tranquillo ancora per diversi anni. Quanto allo “storico” delle vendite, non ho molti più dati di quelli che ho già scritto in passato. Nel periodo in cui ci ho lavorato io, con la redazione che piangeva per i lettori “rubati” dalla televisione (il fumetto era “in crisi” già allora), una volta Canzio mi disse (a conferma del buon lavoro che stavo facendo) che delle testate “classiche” Zagor era l’unica che non solo non perdeva lettori come le altre, ma in certi periodi (suppongo estate e feste natalizie, come tuttora succede) risaliva di qualche migliaio di copie. Mi parlò di circa 90mila copie vendute ogni mese, dato che lo stesso Sergio Bonelli confermò due o tre anni dopo, nel 1991, in una pagina della Posta dove “dava i numeri” delle vendite di tutte le serie, come ho riportato in un altro mio articolo di Giornale Pop: “Tex 350.000 copie; Dylan Dog 240.000; Zagor 90.000; Martin Mystère 60.000; Mister No 55.000; Nick Raider 42.000; TuttoTex 110.000; Dylan Dog Ristampa 90.000; TuttoZagor 40.000; TuttoMark 35.000; TuttoMystère 35.000; TuttoMisterNo 25.000.”

  3. Io sono un lettore e collezionista(nel senso che ho tutti i numeri di Zagor compresi gli albi speciali) e di tutti i personaggi western ( Tex soprattutto Ken Parker Magico Vento) da più di 50 anni. Mi spiace di dirlo ma a volte mi viene voglia di non comprare Zagor. Ma Zagor non era nato nato per essere un personaggio western !!!!. Ma oggi invece combatte contro alieni, vampiri, mostri di vario genere. Ma la Bonelli non ha una pletora di personaggi che assolvono a questo compito !!!. Inoltre le storie sono diventate di noia quasi mortali(oltre all inserimento del colore, altro obbrobrio).Ormai la dietrologia é d’obbligo, (altro lato negativo). Eugenio Veltri, geveltri@yahoo.it

  4. Uno degli fattori che maggiormente ha contribuito all’annacquamento delle avventure Zagoriane, da diversi anni a questa parte, è, a mio modo di vedere, il totale svuotamento della personalità di CICO. A ben leggere le varie storie la sua presenza è quasi sempre completamente inutile, insomma non incide sul decorso narrativo. Non parliamo poi della sua funzione “comica” anche quella ridotta ai minimi termini. Purtroppo il Grande CICO ey più un peso, che un elemento attivo e spesso determinante dell’epopea Zagoriana, come invece succedeva in passato.
    Insomma, sarebbe utile, secondo me, recuperare il vero Cico per ridare un po’di sale e poi certamente, curare molto meglio sceneggiatura e “spessore” della story. Diciamocelo francamente: da quanto tempo non leggiamo qualcosa che ti avvince e ti fa immergere nella magia del racconto?

  5. Ho 45 anni e ho cominciato a fare la collezione di Zagor con “viaggio nella paura” in piena era Toninelli. Adoravo lo Zagor di Marcello Toninelli ed ero innamorato del fantastico disegno di Donatelli. Pian piano ho comprato gli arretrati e ho completato la collezione dello spirito con la scure. La decadenza della serie (secondo i miei gusti) è cominciata con l abbandono della serie da parte di Toninelli e poi con la morte di Donatelli, proprio nel periodo Burattini/Boselli e dell arrivo di molti nuovi disegnatori, che secondo me non hanno mai raggiunto in pieno l inquadramento artistico del personaggio. Da tutti era chiamato RINASCIMENTO ZAGORIANO, io vedevo solo trame noiose che snaturavano i personaggi della serie e disegni che con zagor non avevano niente a che fare. Sono andato avanti x 5 anni poi stufo non ho piu comprato zagor. Ho letto alcuni numeri recenti, ma la solfa non è cambiata, anzi i testi e i disegni sono addirittura ancor piu scemati. Ho ancora la collezione dal numero 1 all “ombra dell alchimista”, dove per me finisce lo Zagor che ho sempre AMATO.
    -Alessio-

    • Grazie, Alessio. Ho sempre scritto Zagor con passione e divertimento cercando, pur con un pizzico della mia inevitabile impronta autoriale, di rispettarlo. Mi fa piacere che il mio lavoro e impegno siano stati apprezzati.

      • Assolutamente SI, GRAZIE a te Marcello, grazie x avermi fatto passare ore piacevoli con Zagor.

  6. Leggo Zagor da 54 anni e non mi emoziona più come un tempo.
    Anche il lecca lecca ha perso il suo buon sapore.
    Per non parlare del cavallo a dondolo che non mi dà più quella gioia.

  7. Non c’è dubbio che siano cresciuti i lettori, prima di tutto. La lettura di Zagor calibrata sui miei 12-13 anni non poteva più soddisfarmi. Ricordo di essermi sentito più grande quando passai da Topolino a “Titan” (il n. 12, mi sembra), conquistato all’improvviso in edicola da quella casualità che solo la curiosità giovanile riesce a scatenare. Poi mi procurai tutte le copie. Ci vollero anni, e dovevo accontentarmi di quel che trovavo in cantine e in giro, senza fiere, internet e cose varie. Poi venne il momento di crescere ancora, e di nuovo non era colpa di Zagor ma… della vita, e lo lasciai. In classe eravamo molti a leggerlo, due a collezionarlo (e l’altro lo compra ancora). Che dire? Nella circolarità degli eventi, può darsi che i ragazzi riscoprano un altro modo per divertirsi, e ritorni un po’ di passione, ma è poco più di una speranza. Agli autori subentrati dico bravi, per averci provato e forse per esserci in parte riusciti. C’è un aneddoto (spero di riportarlo esattamente) che cito spesso. Stravinsky, a un insoddisfatto Gershwin studente, disse: “Ma perché vuole fare del brutto Stravinsky quando può fare un eccellente Gershwin?” Forse la chiave è questa. Quel che è stato è stato: o il personaggio si evolve, o se ne cercano nuovi.

  8. Caro Marcello,
    leggo Zagor ormai da 45 anni. Concordo con te sulla insipidità delle ultime storie di zagor. Sto rileggendo le vecchie storie del grande Mauro Boselli…. che dire erano un’ altra cosa. Insieme al primo Burattini hanno rilanciato un fumetto che , per me, era diventato molto, ma molto noioso. Non me ne volere. Alessandro

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