I 10 MIGLIORI DISEGNATORI MARVEL ANNI ‘90

I 10 MIGLIORI DISEGNATORI MARVEL ANNI ‘90

Gli anni novanta del fumetto americano sono anni controversi. Nel giro di pochi mesi si passa da una serie di record di vendite a una crisi globale dalla quale il fumetto seriale non si è mai ripreso del tutto. Sono gli anni dei disegnatori superstar che innovano vari aspetti del fumetto dal punto di vista visivo, trascurando però la componente narrativa con l’inevitabile impoverimento delle storie.

I disegnatori presenti in questa classifica appartengono tutti a una generazione nata tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta. Sono cresciuti leggendo gli albi della Marvel degli anni settanta, il periodo forse qualitativamente più basso, ma anche il più “psichedelico”. Sono inoltre la prima generazione che risente dell’influenza dei manga…

Decima posizione: DALE KEOWN

Ci sono disegnatori che rimangono legati a un singolo personaggio, con il quale riescono a entrare in una sintonia speciale e a un singolo sceneggiatore, con il quale finiscono per costituire una coppia affiatata. Per Dale Keown il personaggio è Hulk e lo sceneggiatore è Peter David.

Insieme scavano nella psicologia di Bruce Banner e nella sofferta convivenza con il suo alter ego mostruoso, sdoppiato in due entità: Hulk verde e Joe Fixit, l’Hulk grigio. David ha più volte indicato Keown come uno dei pochi disegnatori che è riuscito a realizzare delle immagini identiche a quelle da lui concepite mentre scriveva le storie. Questa è una qualità rara.

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“Ho sempre voluto disegnare per la Marvel”, dice Keown in una intervista. “Ho sempre disegnato nello stile Marvel, assomigliavo a John Byrne”. In realtà lo stile di Dale Keown è una riuscita sintesi di varie influenze.

Ha qualcosa di classico che rimanda a Neal Adams, soprattutto nell’utilizzo massiccio delle ombre per aumentare la tridimensionalità delle figure. Però il suo segno è anche “moderno” a causa delle deformazioni anatomiche, che puntano all’esagerazione per sorprendere e stupire. Il suo Hulk con il corpo sovradimensionato rispetto alla testa, che in proporzione risulta molto più piccola, è forse quello definitivo per la capacità di comunicare tutta la potenza e la possanza del personaggio.

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Le vignette di Keown tendono alla spettacolarità, le più riuscite sono quelle che mostrano il corpo di Hulk assumere pose mai viste prima, mettendo in risalto tutta la sua rabbia incontrollabile. Il suo modo di narrare è abbastanza classico e procede in modo naturale senza molte sorprese, mentre l’impostazione delle pagine rispetta i canoni del Marvel-Style con cinque-sei vignette dalle forme piuttosto regolari.

Nona posizione: RON LIM

Ron Lim è molto legato a Jim Starlin, uno dei suoi idoli, assieme al quale ha realizzato Silver Surfer, Thanos Quest e Infinity Gauntlet. Il respiro cosmico presente nelle storie di Starlin, l’unico paragonabile in questo al grande Jack Kirby, è reso in modo efficace anche da Lim. Con il n. 34 Jim Starlin inizia la sua run nei testi di Silver Surfer, dove riporta in vita la sua creatura più famosa: il titano pazzo chiamato Thanos.

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Il disegno di Ron Lim è semplice e piatto, manca volutamente di volume per ottenere il massimo di sintesi grafica. Le linee sono sottili e poco variate nello spessore, in modo da conferire la massima uniformità all’insieme. Tra le cose migliori c’è senz’altro la raffigurazione degli spazi siderali attraversati dal nostro eroe sulla sua tavola da surf: come Kirby, Ron Lim riesce a farci sentire la incommensurabile piccolezza dell’uomo di fronte all’infinito.

Il disegno di Lim fa poi uno scatto in avanti con Thanos Quest, la miniserie in due numeri che contiene la storia delle Gemme dell’infinito. Qui le ambientazioni diventano una sarabanda infinita di forme e colori che sfuggono e si rincorrono dappertutto come su una giostra. Anche il modo di narrare si fa più sofisticato. Le pagine hanno un numero di vignette quanto mai vario, da una a ben quattordici.

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Le vignette sono disposte in maniera sempre diversa per fare andare avanti la narrazione in modo fluido e mai ripetitivo. Il primo numero della miniserie contiene un’iconica pagina costituita da un’unica sequenza di 12 vignette, dove l’azione procede in modo statico e allo stesso tempo dinamico. Il secondo numero contiene una serie di illustrazioni allucinate del volto di Thanos, raffigurato in modo sempre diverso. 



Ottava posizione: ART ADAMS

Art Adams è diventato famoso per il livello maniacale di dettagli presenti nelle sue tavole. “Io disegno di istinto”, dice in un’intervista. “Disegno finché non viene bene, cioè quasi mai, quindi continuo a disegnare. La maggior parte del tempo però lo passo a cancellare. Raramente sono soddisfatto del mio lavoro”.

Questo tipo di disegno che cerca costantemente la perfezione gli ha sempre preso molto tempo, impedendogli di dedicarsi a una serie mensile e portandolo a lavorare soprattutto come copertinista. Il suo stile unico gli ha dato anche molte soddisfazioni, facendogli vincere un Russ Manning Award e un Eisner Award, oltre a farlo diventare un idolo dei fan.

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Dopo aver esordito alla Marvel con la miniserie di Longshot, scritta da Ann Nocenti, arriva a illustrare gli eroi di punta, come gli X-Men e i Fantastici Quattro. Riguardo a questi ultimi, con i testi di Walt Simonson ci presenta un’alternativa al principale team di supereroi della Marvel unendo Wolverine, l’Uomo Ragno, Ghost Rider e Hulk nei “nuovi” Fantastici Quattro. Anche se fu un’esperienza breve, questo improbabile gruppo di eroi ebbe un certo impatto sui lettori.

Assecondando le richieste di Simonson, Art Adams confeziona uno splendido esempio di intrattenimento ad alti livelli.  Forse questa serie non entrerà mai nella classifica dei migliori fumetti di sempre, ma vale comunque la pena di leggerla perché ci ricorda quanto fossero ancora gloriosi i fumetti Marvel negli anni novanta.

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Le matite di Art Adams sono splendide: le donne sono belle senza essere volgari, gli uomini muscolosi senza sembrare dopati, gli alieni skrull ingenui ma ancora minacciosi e i mostri sembrano usciti da un film di fantascienza degli anni cinquanta.

In definitiva, Art Adams si tenne accuratamente a distanza dal disegno ipertrofico ed esagerato tipico degli anni novanta, mantenendo uno stile classico che se non fa di lui un innovatore fa però sì che, a distanza di anni, il suo lavoro risulti meno invecchiato di quello di tanti suoi colleghi. 

Settima posizione: ADAM KUBERT

Adam Kubert è figlio d’arte: figlio di Joe e fratello di Andy. Frequenta una scuola di disegno accademico a impostazione medica per diventare illustratore scientifico, ma il richiamo del fumetto ha la meglio. Arriva alla Marvel durante gli anni novanta e il suo disegno è inevitabilmente influenzato dalle mode del momento.

Arriva dopo la fuoriuscita del gruppo Image, quando la Marvel vuole poter sfruttare i nomi dei suoi talenti come incentivo per le vendite ma allo stesso tempo teme di creare “rockstar” capaci di assoggettare l’editore al proprio volere. Adam Kubert fu accolto tiepidamente perché era bravo, ma non più di tanto; aveva uno stile riconoscibile, ma al tempo stesso era abbastanza “omologato”.

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La sua run su Wolverine cambiò tutto. Ne disegnò 18 numeri, tra il 1993 e il 1996, e fu il miglior Wolverine visto fino a quel momento. All’inizio il suo è un disegno funambolico, ipertrofico e muscolare in perfetta linea con i canoni dell’epoca, anche se sono già presenti alcuni elementi distintivi.

La raffigurazione di Wolverine deve molto a Barry Windsor-Smith, del resto era stata talmente ampia l’eco suscitata dal recente Weapon X che ci sarebbe stato semmai da stupirsi del contrario. L’uso di fitti tratteggi per definire i volumi ricorda un po’ il lavoro di Todd McFarlane, ma chi non lo utilizzava ai tempi?

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Dove si distingue Adam Kubert è nelle deformazioni anatomiche che riesce a utilizzare magistralmente a fini espressivi. Le sue deformazioni, a differenza di quelle messe in mostra da altri suoi colleghi del periodo, non sono dettate dalla scarsa conoscenza dell’anatomia, ma sono al servizio della resa emotiva del racconto. Pian piano il suo disegno cresce, soprattutto nel modo di disporre le vignette all’interno delle singole pagine, che acquistano sempre più personalità e spessore.

Sesta posizione: MARK BAGLEY

Tra i fan dell’Uomo Ragno, Mark Bagley è uno dei disegnatori più amati. All’inizio però non fu così facile, visto che succedeva a Erik Larsen, l’uomo che era riuscito nell’impresa impossibile di non fare sentire troppo l’abbandono di Todd McFarlane. Bagley, da parte sua, riuscì presto a far dimenticare la partenza di Erik Larsen. Entrò nel team di Amazing Spider-Man nel 1991 e dopo un anno con lo sceneggiatore David Michelinie co-creò Carnage, uno dei cattivi più popolari del decennio.

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I simbionti hanno caratterizzato tutta la prima parte della carriera di Mark Bagley su Spidey, poiché non fu solo uno degli disegnatori che lavorarono a Maximum Carnage, ma disegnò anche i primi tre numeri della miniserie Venom: Lethal Protector. Inoltre legò il proprio nome alla famigerata “saga del clone”.

Bagley riportò in voga alcuni elementi grafici di Todd McFarlane, vale a dire i grandi occhi alla Ditko e le ragnatele “spaghetti”, evitando però l’approccio ultradettagliato dell’artista canadese a favore di uno stile più naturale ed estremamente fluido. Gli sguardi statuari prediletti da McFarlane lasciarono il posto a un’illusione di movimento quasi costante.

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Mark Bagley, inoltre, abbandona lo stile “scenografico” ed “eccessivo” dell’impaginazione di McFarlane e torna a muoversi su binari più classici. Le movenze dell’Uomo Ragno con Bagley diventano tanto agili quanto lo erano quelle disegnate da Gil Kane nei primi anni settanta, l’artista al quale Bagley si è maggiormente ispirato.

A dire il vero era stato McFarlane a ripristinare le contorsioni di Spider-Man, ma fu Bagley a rendere il personaggio più leggero di almeno venti chili. Anche tutti i disegnatori che vennero dopo Bagley continuarono a raffigurare un Uomo Ragno smilzo in uno stile quasi cartoonesco.

Quinta posizione: ERIK LARSEN

Al suo arrivo alla Marvel, i primi incarichi di Erik Larsen furono degli episodi riempitivi per Thor, Hulk e Amazing Spider-Man, che non entusiasmarono gli editor dell’epoca, i quali ritenevano il suo stile stravagante e lontano da quello classico della Marvel. L’inchiostratore Vince Colletta e l’art director John Romita correggevano pesantemente le sue tavole, cercando inutilmente di fargli capire come avrebbero dovuto apparire i vari personaggi.

All’epoca Erik Larsen aveva uno stile simile a quello di Todd McFarlane, molto fumettistico e pieno di dettagli. Così nessuno si stupì quando fu proprio Larsen nel 1990 a sostituire McFarlane sulle pagine di Amazing Spider-Man, a partire dal n. 329.

Il suo Spidey era un contorsionista provetto quanto quello di Todd McFarlane, manteneva gli occhi della maschera enormi del primo Steve Ditko e la ragnatela a “spaghetto” che aveva reso famoso l’artista canadese. Dove Larsen ci mise del suo fu nella caratterizzazione grafica del personaggio di Venom, il cattivo per eccellenza degli anni novanta.

Nell’arco narrativo intitolato “Venom Returns”, Erik Larsen introdusse elementi visivi che definirono meglio il personaggio, come la lunga lingua sbavante. Con il passare dei numeri il suo disegno diventò sempre più cartoonesco, ma anche più personale acquistando una dinamicità notevole e caratterizzandosi per un abbondante utilizzo delle distorsioni prospettiche “alla Kirby”.

Le sue figure sono riconoscibili per le facce con nasi larghi e bocche gigantesche, mentre i corpi hanno toraci enormi e vite da vespa. Ma è sulle pagine della nuova serie semplicemente intolata Spider-Man (senza aggettivi davanti), fortemente voluta da Todd McFarlane, che Larsen diventa uno degli artisti di punta del decennio sciogliendo le briglie alla sua immaginazione e creando pagine supercomplicate piene di un energia selvaggia.

Quarta posizione: MARC SILVESTRI

Marc Silvestri è uno di quei disegnatori che hanno lasciato un’impronta indelebile sul fumetto degli anni novanta. Affermatosi per il suo stile artistico distintivo e la sua narrazione creativa, Silvestri ha avuto una carriera lunga piena di creazioni e di collaborazioni iconiche.

L’avventura di questo visionario nei fumetti Marvel inizia nei primi anni ottanta, dove il suo stile distintivo attira rapidamente l’attenzione sia dei fan sia degli editor, portando al suo coinvolgimento in titoli di prima fascia come Uncanny X-Men.


In questa fase il suo disegno non ha ancora la forte personalità che acquisterà negli anni a venire, si fa però notare per le linee morbide e variate, e per l’accuratezza dei dettagli. Quando passa su Wolverine il suo disegno si semplifica e si riempie di ombre, contribuendo a creare l’atmosfera cupa che caratterizza il personaggio.

In questa fase non sembra ancora aver deciso quale aspetto del suo modo di disegnare vuole sviluppare in particolare, e mette sempre troppa carne al fuoco con il risultato di ottenere un disegno poco focalizzato e a volte confusionario.


Quando disegna Silver Surfer Weapon Zero, nel 1997, il suo stile è ormai quello maturo che ha fatto diventare Witchblade e The Darkness due punti di forza della Image.

Silvestri traccia numerose linee che nel loro insieme vanno a costruire i volumi delle immagini. I volti maschili non risultano particolarmente virili, anche se hanno menti ricoperti di sottile peluria. Le donne sono bellissime, hanno fisici allungati e fianchi stretti. Nonostante le chine di Silvestri siano uno spettacolo e si facciano ammirare per la varietà di segni e modulazioni, sono le sue matite semplici e complesse allo stesso tempo a racchiudere il segreto della sua arte.

Terza posizione: ROB LIEFELD

Già sento le sirene dei detrattori. Assegnare la medaglia di bronzo a uno dei disegnatori più controversi di sempre non è certo una scelta comoda. Nella parabola di questo disegnatore sembra esserci posto soltanto per le esagerazioni. Era esagerata la sua sopravvalutazione nei primi anni novanta, quando diventò una star di prima grandezza che doveva girare con le guardie del corpo, certo è esagerata la sua sottovalutazione attuale, oggi che appare quasi rimosso dai ricordi degli appassionati.

Rob Liefeld irrompe sulla scena alla fine degli anni ottanta e diviene, ancora giovanissimo, una star con il suo lavoro sui New Mutants, dove crea graficamente personaggi come Cable e Deadpool; e su X-Force, dove disegna i primi 9 numeri.


Lo stile di Rob Liefeld è immediatamente riconoscibile, tanto da divenire subito autoparodistico. Piedi e teste piccoli, muscoli ipertrofici che hanno poche analogie con il corpo umano reale. Armi gigantesche e complicate; più borse, sacchetti, cinghie, tasche, taschine e taschette. Eppure i suoi disegni contengono una carica energetica che non si vedeva da anni. In qualche modo possiedono una parte dell’energia che animava le pagine di Jack Kirby. Liefeld aveva bisogno della grandezza, della imponenza e della epicità dei personaggi kirbyani. E la ottenne, distorcendo completamente l’anatomia a fini espressivi.


All’inizio su New Mutants non era così rivoluzionario nelle anatomie e si accontentava di innovare l’impostazione delle pagine e lo storytelling. Poi con X-Force, uno dei titoli più venduti degli anni novanta, inizia a dare libero sfogo alle sue capacità visionarie distorcendo le anatomie e rimescolando la disposizione delle vignette nelle pagine. L’effetto per il lettore è quello di salire su una giostra che una volta partita non si ferma mai.

Seconda posizione: JIM LEE

Jim Lee è nato a Seul, capitale della Corea del Sud, nel 1964, ma è cresciuto a St. Louis, nel Missouri, dove i suoi genitori si erano trasferiti. Lee crebbe con la sensazione di essere un outsider.

“I miei personaggi preferiti erano gli X-Men, dopotutto sono ragazzi dotati di poteri ed evitati dalla società”, disse in un’intervista. Quando inizia a disegnare è influenzato da John Bryne, Frank Miller e Neal Adams. “Ho raggiunto un punto in cui non ero soddisfatto del mio stile, potevo vedere queste influenze messe insieme come un mostro di Frankenstein. Quindi, ho deciso di fare di testa mia”. A quel punto emerse il suo stile personale.

“Per creare un fumetto di successo devi portare le cose all’estremo”, osserva Jim Lee. “Se un ragazzo è grande deve essere enorme. Se un’auto sta sbandando, le ruote devono sollevarsi, deve uscire del fumo e dei fogli svolazzano in aria”.

A vent’anni si trovò a dover scegliere tra gli studi di medicina e una carriera nel fumetto. Chiese ai suoi genitori un anno di tempo per entrare nel mondo del fumetto, se non ci fosse riuscito si sarebbe iscritto a medicina. Dopo quattro mesi lavorava alla Marvel. Iniziò con Alpha Flight, poi passò a The Punisher e infine sostituì Marc Silvestri su Uncanny X-Men.

Quando insieme a Chris Claremont dà vita alla nuova collana X-Men, di cui disegna i primi 11 numeri, le vendite registrano il record ancora oggi imbattuto di 8.186.500 copie. Merito anche del ritorno di Magneto, il principale nemico del gruppo mutante, dell’attrazione esercitata dai disegni di Jim Lee e soprattutto della convinzione diffusa (quanto infondata) che quell’albo un giorno avrebbe avuto enorme valore nel mercato del collezionismo.

Lo stile di Jim Lee è immediatamente riconoscibile: personaggi dalla struttura muscolare molto sviluppata anche se non troppo eccessiva, costumi dettagliati e un tratto particolare che crea un senso di caos e di energia.

Prima posizione: TODD MCFARLANE

Capostipite di una generazione di disegnatori che alla fine degli anni ottanta guarda più ai manga che agli autori classici americani, Todd McFarlane è inventore di uno stile ibrido, mai presentato nei comics (forse con l’eccezione di Michael Golden). Uno stile innovativo immediatamente capito e apprezzato dai giovani lettori, che ne decretarono il successo.

Nei suoi fumetti c’erano anatomie impossibili, vignette zeppe di linee e tratteggi incrociati, pose innaturali mai viste prima. McFarlane era determinato a rendere con la massima precisione ogni ciocca di capelli, ogni smagliatura dei vestiti, ogni dente dei suoi personaggi. Se c’era una scena in cui un muro di mattoni veniva distrutto, avrebbe disegnato ogni singolo mattone.


Dopo aver rilanciato Hulk assieme a Peter David, rilancia anche l’Uomo Ragno disegnandone 28 numeri tra il 1988 e il 1990. In questo periodo modifica l’immagine del Tessiragnatele, recuperando ed estremizzando alcune caratteristiche dalla primissima versione ditkiana del personaggio.

Nell’agosto 1990 lancia la nuova testata Spider-Man, uno dei fumetti più venduti di sempre, del quale disegnerà 15 numeri. Quella di McFarlane è la classica storia del superamento dei propri limiti, della forza di volontà, dell’epica saga del non mollare mai. Questo disegnatore è riuscito a rendere le sue naturali manchevolezze nel disegno, per esempio nell’anatomia, dei punti di forza nella costruzione di uno stile originale ed efficace.


Todd McFarlane non ha frequentato scuole d’arte, corsi o apprendistati vari. Si è messo a disegnare ed è diventato bravo a forza di tentativi, esercitandosi fino alla nausea. È l’emblema di una generazione di autodidatti, come del resto lo era quella che si era affiacciata ai comic book alla fine degli anni trenta e negli anni quaranta.

I disegni di McFarlane non sono “giusti” nel senso accademico del termine, sono giusti perché colgono l’essenza di una profonda necessità espressiva. Ebbe il coraggio di guardare oltre John Romita Sr. dopo vent’anni e fu ripagato da un immenso successo.


LE CLASSIFICHE PRECEDENTI:
Anni sessanta
Anni settanta
Anni ottanta





10 commenti

  1. Mcfarlane ha sempre ammesso di non saper ben disegnare. E aveva ragione.

  2. Penso che il primo posto di McFarlane sia dovuto al fatto che ha disegnato Spiderman. Se Jim Lee avesse disegnato il ragno avrebbe il primo posto assicurato in quanto fra i due non c’è paragone. Jim Lee è l’emblema dei disegnatori anni 90!

  3. Non posso dire nulla sul podio assegnato a Liefeld perchè non sarebbe comunque pubblicabile,,,,
    dico che anche stavolta non concordo affatto ed avrei quasi invertito la classifica ma premurandomi prima di togliere Ron Lim

  4. Perfettamente d’accordo con i commenti. Jim Lee enorme, McFarlane tanto marketing. Meglio anche larsen, poco apprezzato Liefeld

  5. Gli anni 90 , la classica era del tanto fumo e poco arrosto e vedo che anche voi avete premiato il fumo … Liefeld terzo è uno scherzo vero ?

  6. Una classifica da fan e non da critico
    C’è gente messa in classifica a cui non si dovrebbe neppure permettere di poter diseganre sulle pareti dei bagni pubblici (e pensare cdhe alcuni si sono pure messi a fare gli sceneggiatori…)

  7. Rob Liefeld non lo vedo nemmeno al 20° posto, proprio non mi piace. Me lo ricordo nei disegni di “La rinascita degli eroi”, ed era quello che meno apprezzavo. McFarlane lo leggo con fatica, proprio mi stanca leggerlo. Ognuno ha i suoi gusti.

  8. Liefeld è l’emulo del peggior Kirby degli anni 70. Per me non è neppure tra i primi 100.
    Ma ce ne sono pochi che apprezzo tra questi 10 …. Gli artisti piu’ raffinati e narrativi come Lee Weeks, Gary Frank o Tim Sale li avete dimenticati
    E’ il problema di tutte queste classifiche che hanno risentito troppo dei gusti personalissimi dell’autore

    • Cosa ha fatto Tim Sale alla Marvel negli anni ’90 da dover entrare nella top ten?

  9. Vado controcorrente e dico che Rob Liefeld al terzo posto va benissimo. È stato uno degli artisti più influenti degli anni ’90. Per me Liefeld, col suo tratto nervoso e le sue linee cinetiche, sta al fumetto come i Nirvana alla musica. Può piacere o meno, ma i giovani lo seguivano perché trasmetteva qualcosa. Purtroppo non ha mai avuto la continuità o la testa sulle spalle di tanti suoi colleghi.

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