GLI IRRIDUCIBILI DELLA RAF

GLI IRRIDUCIBILI DELLA RAF

Se il gruppo terroristico italiano più famoso era quello delle Brigate Rosse, negi anni settanta in Germania c’era l’altrettanto pericolosa Rote Armee Fraktion (Raf), la Frazione dell’Armata rossa.

Nel 1977 alcuni membri della Raf rapirono il presidente della confindustria tedesca e altri dirottarono un aereo di linea per chiedere la liberazione dei fondatori imprigionati. Quando i dirottatori vennero uccisi dalla polizia, quattro dei prigionieri più famosi della Raf si suicidarono nelle loro celle.

Prima della loro fine, qualcuno aveva cercato di comunicare con loro. Il 4 dicembre 1974, lo scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre andò nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, presso la città di Stoccarda, per incontrare Andreas Baader, l’uomo considerato il nemico pubblico n.1 della Germania.

Durante il colloquio il famoso intellettuale dell’estrema sinistra francese criticò gli attentati della Raf: «La Rote Armee Fraktion ha intrapreso azioni con cui il popolo non è d’accordo».
Il leader della Raf rispose con arroganza:
«È stato constatato che il venti per cento della popolazione simpatizza per noi».

 

Andreas Baader

Andreas Baader, nato nel 1943, era il capo carismatico della Raf. La sua compagna, Gudrun Ensslin, lo paragonava al capitano Achab “che distrugge se stesso dando la caccia a Moby Dick, la balena bianca”.

Sempre la compagna lo definisce una guida del popolo, “il rivale, il nemico assoluto dello Stato: la coscienza collettiva, la morale degli umiliati e degli offesi, del proletario metropolitano: Andreas è tutto questo. Ecco perché l’odio della classe dominante, della stampa, della sinistra borghese è tutto concentrato su di lui”.

Cresciuto in un ambiente familiare di sole donne, Andreas Baader è il classico uomo viziato e incostante che diventa risoluto solo nel caso in cui si senta stimolato da qualcosa che lo interessa vivamente.

Nell’estate del 1967 incontra Gudrun Ensslin, con la quale inizia una lunga relazione fatta di amore e di politica. Sono loro stessi a paragonarsi alla coppia del film Il bandito delle 11 di Jean Luc Godard.

Come Jean-Paul Belmondo e Anna Karina nel film, a un certo punto i due fanno la scelta disperata di abbandonare tutto per inseguire i sogni rivoluzionari. Il punto di non ritorno è il 2 aprile 1968, quando decidono di appiccare il fuoco a due grandi magazzini a Francoforte in segno di protesta contro la guerra in Vietnam.

GLI IRRIDUCIBILI DELLA RAF

A difendere Andreas Baader durante il processo per gli incendi di Francoforte c’è Horst Mahler, avvocato e futuro cofondatore della Raf, che lo paragona al lupo della steppa di Herman Hesse: “L’eroe, di provenienza sociale indefinita, docente universitario o scrittore, si sente un pesce fuor d’acqua nella società borghese, si allontana sempre di più dagli uomini e dalle cose. Considera l’ambiente borghese come la realtà della morte e vaga per il mondo, solitario, gelido, disperato come il lupo nella steppa”.

Nel 1969 viene condannato a tre anni di reclusione per i fatti di Francoforte, ma invece di andare a scontare la pena entra in clandestinità. Viene arrestato nell’aprile del 1970, mentre circolava con una patente falsa.

Già il mese dopo viene fatto fuggire dai suoi compagni e da Ulrike Meinhof, appena entrata nel gruppo. Verrà arrestato di nuovo nel giugno del 1972 dopo uno scontro a fuoco con la polizia. Passerà i successivi cinque anni nel supercarcere di Stammheim, dove troverà la morte il 18 ottobre del 1977 in circostanze mai del tutto chiarite.

 

Ulrike Meinhof

Ulrike Marie Meinhof nasce nel 1934 in una famiglia di tradizione evangelica. Alle scuole elementari frequenta un istituto di suore che in una nota scritta la definiscono “una bambina dai molteplici interessi, di raffinata sensibilità e dalla tendenza a perdersi nei sogni”.

I compagni delle superiori la ricordano come un personaggio anticonformista, una ragazza con la pipa in bocca e che balla il boogie woogie. Il giudizio degli insegnanti è estramamente positivo: “La sua maturità spirituale e umana supera ampiamente quella delle sue compagne di classe”.

Nel 1959 inizia a collaborare con la rivista comunista Konkret, dove pubblica una serie di editoriali che, come si legge in un articolo de L’Unità del 17 giugno 1972, “acquistarono un prestigio sempre più grande fra gli intellettuali di sinistra e restano ancora oggi fra i più acuti lavori giornalistici degli anni ’60”.

GLI IRRIDUCIBILI DELLA RAF

In un articolo del 1968, anno caldo della contestazione giovanile, Ulrike Meinhof esprime il suo credo politico: “Protesta significa dire che non condivido qualcosa, resistenza significa fare in modo che quello che non condivido non accada più. Protesta è rifiutarsi di collaborare. Resistenza significa darsi da fare perché anche tutti gli altri non collaborino più”.

La figura della Meinhof è quella della teorica del gruppo, che scrive i documenti e si occupa dell’impostazione ideologica. Baader la considera un’incapace, una borghese inadatta alle azioni concrete. Eppure lei ospita lui e la Ensslin, latitanti, nella sua casa di Berlino.

Il 14 maggio 1970 fa la sua parte nella fuga dal carcere di Andreas Baader: salta dalla finestra di un istituto di ricerca berlinese, mette la parola fine alla sua carriera giornalistica ed entra in clandestinità.
Finisce per diventare la numero due del gruppo, tanto che la Raf viene anche chiamata dai media “Banda Baader-Meinhof”.

Sarà arrestata il 15 giugno del 1972 in casa di un fiancheggiatore della Raf, il quale, inizialmente disponibile a ospitarla, cambierà idea e avvertirà la polizia. Per lei la carcerazione della Meinhof a Stammheim è una lenta discesa nella depressione fino al 9 maggio 1976, quando viene ritrovata impiccata nella sua cella.

Non lascia lettere di commiato, tuttavia qualche mese prima aveva scritto in margine a un foglio: “Il suicidio è l’ultimo atto di ribellione”.

 

Gudrun Ensslin

Figlia di un pastore protestante, Gudrun Ensslin viene cresciuta secondo l’osservanza assoluta dei precetti della fede. Nel 1967 conosce Andreas Baader ed è un colpo di fulmine. Per lui lascia il marito Bernward Vesper e il figlio Felix Ensslin.

Scrive poesie. In una si chiede: “Quando brucerà la porta di Brandeburgo?”. Il monumento della Germania imperiale non brucerà, bruceranno invece i grandi magazzini Schneider a Francoforte il 2 aprile 1968, in seguito allo scoppio di due bottiglie incendiarie a orologeria sistemate da lei e da Andreas Baader.

GLI IRRIDUCIBILI DELLA RAF

Quando Gudrun viene condannata a tre anni di carcere, i genitori sono quasi orgogliosi di lei.
Il padre dice: “Sono rimasto sbalordito nello scoprire che Gudrun, che è sempre stata una ragazza molto riflessiva e intelligente, si sia abbandonata a quella che è un’euforia di autorealizzazione, una sacra autorealizzazione come nelle vite dei santi”.

La madre, piena di ammirazione, aggiunge: “Penso che con le sue azioni abbia introdotto un elemento di libertà perfino nella nostra famiglia, io stessa mi sono sentita liberata dalle costrizioni e dalle paure che dominavano la mia vita”.

Viene presa il 7 giugno del 1972, dopo soli quattro giorni dall’arresto di Baader. Si trovava in un’elegante boutique di Amburgo. La proprietaria, spostandole la giacca mentre lei si trova in un camerino, scorge una pistola e chiama la polizia.

Anche la Ensslin passerà i successivi cinque anni della sua vita nel carcere di Stammheim, dove trova la morte il 18 ottobre del 1977 impiccandosi con un cavo telefonico.

 

Horst Mahler

Quando il 14 ottobre 1968 iniziava il processo alla coppia di incendiari, Baader e Ensslin, il difensore era un avvocato noto per difendere studenti di sinistra, il trentaduenne Horst Mahler.

Mahler disse alla corte che i due avevano compiuto quel gesto per ribellarsi a una generazione che durante il periodo nazista aveva chiuso gli occhi di fronte a crimini atroci. Questo non bastò a convincere il giudice, che emise una condanna a tre anni di reclusione per entrambi.

Durante la latitanza di Baader e della Ensslin, scappati in Italia, è lui che tiene i contatti col resto della banda recandosi più volte da Berlino a Roma.
In questa fase Mahler si avvicina sempre più ad Andreas Baader, del quale diventa fraterno amico e con il quale condivide alcune “imprese rivoluzionarie” come furti di denaro e acquisti di armi.

Dopo l’evasione di Baader, Mahler va, insieme ad altri componenti della Raf, in un centro di addestramento dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) in Cisgiordania per imparare le tecniche della lotta armata.

L’8 ottobre del 1970 viene arrestato in un appartamento di Berlino: porta una parrucca, ma questo non impedisce agli agenti di identificarlo. Condannato a 14 anni di carcere, viene rilasciato già nel 1980.

 

Holger Meins

Holger Meins divenne suo malgrado un simbolo dopo la morte avvenuta in prigione a causa di un lunghissimo sciopero della fame, il 9 novembre 1974.
La foto del suo corpo emaciato, consumato fino alle ossa, fece il giro del mondo.

“Userò il mio corpo come un’arma”, aveva detto. Detto e fatto. Il suo corpo ossuto in quella foto non poteva non rimandare agli scheletrici ebrei di Auschwitz.

Studente di cinematografia, aveva realizzato un cortometraggio sulla fabbricazione e l’utilizzo di bombe molotov per gli studenti della contestazione.

Aveva abbandonato tutto nel 1970, quando, affascinato dalla figura di Andreas Baader, era entrato nella Raf.
Al primo incontro, Baader gli chiese: “Vuoi che ti parli di politica o vuoi che ti insegni a rubare una macchina?”. “Insegnami come si fa a rubare una macchina”, aveva risposto Meins.

Era in compagnia del suo mentore anche quando il primo giugno del 1972 vennero accerchiati da un centinaio di poliziotti in un garage di Francoforte. Furono entrambi arrestati.

 

Jan Carl Raspe

Gudrun Ensslin l’aveva soprannominato Zimmerman, il carpentiere. Jan Carl Raspe era il tuttofare del gruppo, assomigliava a quei coltellini svizzeri con una serie infinita di utensili con i quali si può fare di tutto.

Fu lui a mettere in piedi il sistema di comunicazioni all’interno del carcere di Stammheim, che permetteva ai membri della Banda Baader-Meinhof di rimanere sempre in contatto tra di loro.

Sapeva costruire bombe, modificare pistole, forgiare proiettili. Nato a Berlino Est, capitale della Germania orientale governata dai comunisti, dopo la scuola dell’obbligo non fu ammesso in un istituto superiore perché “non dimostrava spirito sociale”. Si iscrisse allora al liceo Berta von Suttner di Berlino Ovest, nella Germania democratica, dove rimase dopo la costruzione del muro che divise la città nel 1961.

Nell’agosto del 1967 fu tra i fondatori della Kommune II. La comune era formata da quattro uomini, tre donne e due bambini che vivevano in uno scalcinato appartamento del centro decisi a “cambiare la società”.

La sua fidanzata Marianne era amica di Ulrike Meinhof, che lo convinse a entrare nella Raf. Il giorno in cui arrestarono Meins e Baader, lui faceva il palo nei pressi del garage. Due agenti di pattuglia gli si avvicinarono intimandogli di non muoversi.
Raspe estrasse la pistola e iniziò a sparare, quando arrivarono altri agenti si diede alla fuga. Finisce dritto dritto tra le braccia di un commissario appostato lì vicino.

Venne rinchiuso nel carcere di Stammheim, dove la notte tra il 17 e 18 ottobre 1977 prese una pistola Heckler & Koch, che aveva nascosto dietro il battiscopa della cella, e si sparò a una tempia.

 

Peter Jurgen Boock

Peter Jurgen Boock era uno spirito ribelle che, a causa di alcune intemperanze scolastiche, era stato rinchiuso in un istituto per adolescenti disadattati. Non era lì da più di due settimane quando arrivò un gruppo del seminario pedagogico dell’Università di Francoforte.

Era composto interamente da giovani, due si distinguevano dagli altri, portavano giubbotti di pelle e jeans: erano Andreas Baader e Gudrun Ensslin.
“Chi siete?”, domandò loro Boock. “Siamo gli incendiari”, rispose Baader.

Il ragazzo era affascinato dal giubbotto di Baader, che a un certo punto se lo tolse e glielo regalò. “Da quel giorno seppi che erano loro la mia famiglia”, ricorderà Book.

Quando la televisione diede la notizia dell’arresto di Andreas Baader, Holger Meins e Jan Carl Raspe, Boock si trovava in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Spense la tv, si alzò e se ne andò.

Pensò che era finita l’epoca del suo sostegno esterno alla Raf, era il momento di alzare l’asticella. “Loro mi hanno tirato fuori, ora sono io a dover tirare fuori loro”, pensò.
Era il primo esponente della nuova generazione della Raf, quella che lottò fino all’ultimo per fare uscire dal carcere i capi storici. Senza riuscirci.

Il 5 settembre 1977, Boock faceva parte del commando che rapì Hanns-Martin Schleyer, presidente della confindustria, trucidando i quattro uomini della sua scorta. Fu arrestato nel 1981 ad Amburgo, quando si era ormai dissociato da tempo dalla lotta armata.

 

Willy Peter Stoll

Descritto dalla sorella come un ragazzo “molto sensibile”, Willy Peter Stoll era stato espulso dalla scuola in terza media per scarsa disciplina. A 18 anni viene arrestato per avere ignorato la chiamata al servizio militare.

All’inizio degli anni settanta trova un impiego presso lo studio dell’avvocato Klaus Croissant, attivo nella difesa dei terroristi rossi. Nell’ambito di questa attività fa la conoscenza dei reclusi politici di Stammheim e comincia a condividere i loro ideali.

Dopo la morte di Holger Meins, decide che non può più restare a guardare, che deve darsi da fare sul serio.
Nel 1976 passa in clandestinità.

Nel 1977 è uno degli uomini del commando che rapisce Hanns-Martin Schleyer, il presidente della confindustria che verrà poi ucciso. Durante l’azione ha un comportamento sconcertante, balza sul cofano dell’auto della scorta, incurante del fuoco dei suoi stessi compagni e svuota un intero caricatore di un fucile d’assalto Heckler & Koch HK43 di 30 colpi sui quattro uomini all’interno, trucidandoli.

Quando tutto fu finito ebbe una specie di crollo emotivo, dal quale non si riprese mai più. Gli amici diranno che Stoll aveva perso la ragione durante l’agguato. La vita la perse l’anno successivo a Düsseldorf, durante un tentativo d’arresto.

 

 

 

1 commento

  1. la tomba di Ulrike Meinhof a Berlino è particolarmente dolorosa, nel suo contrasto con la spaventosa violenza di quei delinquenti:
    https://media04.berliner-woche.de/article/2021/11/14/9/381689_XXL.jpg?1636966695
    la Meinhof fu sepolta senza il cervello, asportato in occasione della autopsia e conservato in formalina; la faccenda non è del tutto chiara, ma ci fu il tentativo di sminuire la colpa della donna attribuendola a un tumore; nel 2002 fu imposto di piantarla lì e il cervello raggiunse il corpo nella tomba;

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