GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO – LA POSTA

GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO – LA POSTA

Che palle gli anni settanta

Gentile direttore,
cosa rimpiange di ciò che era “pop” negli anni settanta e che oggi non lo è più?
Eugenio Marica

GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO - LA POSTA

Edwige Fenech

 

Gentile Eugenio,
la sua domanda è insieme bizzarra e intrigante. La mia risposta, invece, sarà deludente.
Negli anni settanta il fumetto americano era praticamente morto (resusciterà nel decennio successivo) e il fumetto francese era in piena crisi con il declino dei grandi settimanali. Solo il fumetto giapponese era in fase creativa, ma i manga in Italia non arrivavano.
E il fumetto italiano degli anni settanta?
In realtà il decennio aureo del fumetto, anche se più povero, è stato quello degli anni sessanta. Con Kriminal e Satanik di Max Bunker (Luciano Secchi) e Magnus; Zagor di Guido Nolitta (Sergio Bonelli) e Gallieno Ferri; e Paperino di Guido Martina, sceneggiatore che nel decennio successivo verrà sostanzialmente emarginato. E con il lancio di nuove riviste sofisticate (anche troppo) come Linus.
Quali erano i fumetti che caratterizzarono gli anni settanta, invece? I vendutissimi Intrepido, Il Monello e gli altri cloni settimanali. Gli innumerevoli tascabili porno. I fumetti per bambini tipo Braccio di Ferro. Il declinante Corriere dei Ragazzi.
Insomma, anche se non si possono dividere questi due decenni con l’accetta, credo che in Italia la creatività nel fumetto fosse soprattutto negli anni sessanta, dei quali i settanta rappresentano un’appendice qualitativamente modesta anche se quantitavamente massiccia e fortunatissima dal punto di vista delle diffusioni.
Poi, negli anni ottanta, il fumetto entra irreversibilmente in crisi a causa della televisione, anche perché ormai ha ben poco di interessante da offrire.

Lo stesso accade per il cinema italiano: i grigi anni settanta non reggono il confronto con i fantasiosi anni sessanta. Cosa c’era di tipicamente italiano, al cinema?
Le “commedie sexy” con Edwige Fenech? Non ho mai resistito più di tre minuti alla visione. Idem per i “poliziotteschi” e i vari filmetti alla Celentano. Profondo Rosso di Dario Argento rimase un’occasione perduta, dato il rapido trasformarsi del thriller all’italiana in generico splatter.

Va bene, per i fumetti negli anni settanta c’era Andrea Pazienza (Corto Maltese è dei sessanta), che in un certo senso era un prodotto dei sessanta: Magnus più Jacovitti. Di buono c’era pure Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Insomma, lo spirito dei settanta in chiave romantica di Berardi e in stile antiromantico alla Kriminal di Pazienza.
La clamorosa novità, piuttosto, è stata l’uscita nel 1970 dei fumetti Marvel, che però non contano perché realizzati in America (e nel decennio precedente).
In fin dei conti gli anni settanta sono stati solo un grande spreco, perché a un pubblico finalmente acculturato e in grado di spendere, disponibilissimo a leggere qualunque cosa, si sono offerti prodotti generalmente mediocri.

 

Ricordando Ade Capone

Egregio Direttore,
leggendo tra i commenti della Sua rubrica, ho notato la definizione “action tamarro” in riferimento a Lazarus Ledd. Un mio amico a suo tempo lo descriveva come “quello che indaga sui furti di autoradio”. A me invece non dispiaceva, anzi.
Certo, non tutte le storie erano memorabili (personalmente ho sempre digerito poco quelle medievali dell’ordine di san Giorgio), però ha avuto il pregio di essere un bonellide di una certa qualità e anche piuttosto longevo, senza troppe scopiazzature spacciate per citazioni.
Anche i disegni di alcuni episodi erano ottimi, tant’è che la serie è stata un trampolino di lancio per diversi disegnatori che in seguito hanno avuto fortuna presso case editrici blasonate in Italia e all’estero.
Di Lazarus Ledd ho apprezzato particolarmente gli innesti musicali e la continuity (reale e non farlocca, come capita talvolta).
Lei che opinione ha di questo fumetto? E, più in generale, del compianto Ade Capone? Probabilmente l’ha conosciuto di persona, essendo più o meno della stessa “generazione artistica/fumettistica”.
Templeton

GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO - LA POSTA

Gentile Templeton,
non mi piacciono i fumetti alla Blade Runner e nemmeno quelli che iniziano con tanti segreti sul personaggio, “che sveleremo nelle prossime centinaia di numeri”. A parte questo, Lazarus Ledd non era male. Sicuramente un fumetto di buon livello, anche se non rientrava esattamente nei miei gusti.
Negli stessi anni, Ade Capone chiese di collaborare al mio Intrepido, e io lo accolsi con piacere.
Ricordo che volle scrivere un fumetto sulle stragi mafiose di quegli anni e Atlas, una serie di fantascienza disegnata da un Loredano Ugolini molto rifinito (come ho già detto, diverse di queste ultime storie sono rimaste inedite per disaccordi tra la casa editrice e il disegnatore).

 

Ritornare a Miao?

La mia generazione si è nutrita di fumetti fin dalla più tenera età e, grazie a questo, ha poi potuto apprezzare il grande fumetto per lettori maturi degli anni settanta e ottanta.
Per risollevare le sorti del fumetto, potrebbe essere utile investire sulla produzione per la fascia prescolare dei lettori? Insomma, c’è posto per un nuovo Miao?
Isidoro Mops

GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO - LA POSTAGentile Isidoro,
Miao era un giornalino dal formato orizziontale, credo senza testo, rivolto, appunto, ai bambini di età prescolare. Ricordo le copertine esposte in edicola, anche se non l’ho mai sfogliato.
Non so se si debba proprio iniziare dall’età prescolare: personalmente iniziai a sei anni con Batman, quando stavo imparando a leggere, attratto da Batgirl in primo piano nella copertina. In effetti, non so neppure quanto la f*** attragga ancora i giovani d’oggi.
Come ho già detto (non faccio altro che ripetermi), sarei per prendere i bambini con la noia. Occorre privarli di ogni trastullo, dalla tv al computer, per obbligarli a vincere il conseguente tedio sfogliando un giornalino. Se poi si tratta di un bambino sano, continuerà a leggere fumetti. Altrimenti, peggio per lui.

 

Cosa ha stracciato J. Michael Straczynski…

Esimio Direttore:
1) Quale serie del suo Intrepido vorrebbe vedere raccolta in volume? Quella alla quale è più affezionato, ma che non ha avuto finora ristampe.
2) Sto leggendo solo adesso Midnight Nation di Straczynski. Che ne pensa? Non so se ne sia mai stato tratto un film o un serial tv, nel caso mi sembrerebbe proprio adatto.
Giuseppe Russo

GLI ANNI SETTANTA FACEVANO SCHIFO - LA POSTA

Gentile Giuseppe:
1) Le mie tre serie preferite del nuovo Intrepido sono quelle a cui ho dato più spazio nella rivista.
Sprayliz di Luca Enoch, che ha poi avuto varie ristampe in volume. Esp di Michelangelo La Neve, disegnata da Giancarlo Caracuzzo, Mario Alberti e altri. E Billiband di Giuseppe De Nardo, disegnata da Bruno Brindisi, Luca Vannini e altri.
Ecco, anche Esp e Billiband meriterebbero senz’altro ristampe in volume, se non ne hanno già avute.
2) Midnight Nation di J. Michael Straczynski e Gary Frank era una delle tante imitiazioni di Watchmen di Alan Moore. Nel suo genere non mi parve tanto male.
Purtroppo non dispiacque neppure alla Marvel, che mise Straczynski ai testi dell’Uomo Ragno, portando il personaggio alla rovina, nella quale versa tutt’oggi anche “grazie” agli sceneggiatori che si sono succeduti.
Del resto, Straczynski ha distrutto qualunque personaggio abbia toccato: evidentemente non li conosceva e quindi non sapeva come gestirli. La sua voglia di fare lo sborone, cambiando le carte in tavola, ha fatto il resto. E ha fatto scuola, dato che il suo stile menoso è oggi ampiamente utilizzato.
Alla fine ho maturato tanta avversione nei suoi confronti che non sono più in grado di valutare nemmeno Midnight Nation.

 

Le nuove serie di Generale Willer e Mefisto

Caro Direttore,
mi pare che le ultime pubblicazioni della Bonelli scarseggino di fantasia, dopo l’esplosione di personaggi e di formati negli anni scorsi.
A cosa è dovuta questa stagnazione?
Chiara

Gentile Chiara,
la Bonelli, invece di lanciare nuovi personaggi popolari dopo l’annunciato flop dei personaggi per intellettuali, ha deciso di spremere fino all’inverosimile i fumetti avventurosi già in suo possesso con serie parallele e numeri speciali.
Allora, su questa falsariga, io proporrei una serie da intitolare Generale Willer, dove il settantenne Tex (anche se rispettosamente non verrà mai chiamato con il nome di battesimo) combatte a cavallo durante la Prima guerra mondiale.
Non solo, propongo anche l’albo di Mefisto, ambientato alcuni anni prima delle attuali avventure di Tex… una specie di Diabolik western non ancora diventato mago vero e proprio.

 

Argentini brillanti

Gentile Direttore, salve.
Oltre a Bruno Bianco e Loco Chavez (che ho amato molto e su cui mi piacerebbe ricevere un Suo parere), quali altre serie dal taglio realistico/brillante vale la pena recuperare, secondo lei?
Enrico Farnedi

Gentile Enrico,
quando dico di rimpiangere i fumetti brillanti forse vengo equivocato.
Per “brillante” non intendo la commedia vera e propria, genere nel quale ricadono in qualche modo Loco Chavez e Bruno Bianco, due fumetti argentini ottimamente disegnati da Horacio Altuna ed Ernesto Garcia Seijas. Mentre lo sceneggiatore Carlos Trillo l’ho sempre trovato volentoroso, ma inconcludente.
A me pare che, per quanto “nere”, siano brillanti anche le storie di Kriminal, uno dei miei fumetti preferiti sul quale ho scritto un mitologico articolo da leggere QUI. Mentre Alan Ford, sempre di Bunker e Magnus, è semplicemente comico.

 

Divulgatori di alto profilo

Pregiatissimo Direttore,
chi è il divulgatore che ha fatto di più per il mondo del fumetto?
Quale giornalista, o autore di saggi, è riuscito a promovuore il fumetto presso il grande pubblico?
Davide

Umberto Eco, Elio Vittorini e Oreste Del Buono

 

Intende a parte me, gentile Davide?
Diciamo gli intellettuali della generazione di Elio Vittorini, Umberto Eco e Oreste Del Buono.
Uomini che orbitavano intorno al Partito comunista, anche se non erano necessariamente comunisti, o comunque non in senso ortodosso.
Elio Vittorini apprezzava i fumetti come conseguenza del suo filoamericanismo culturale. Umberto Eco e Oreste Del Buono ci aggungevano una gioventù legata alle grandi pagine dell’Avventuroso e del Vittorioso.
Vittorini aveva cominciato a parlarne sul periodico Il Politecnico, che aveva fondato nel 1945, facendo arrabbiare il tradizionalista Palmiro Togliatti, segretario del Pci, il quale mal sopportava le “americanate” popolari.
Ma lo “sdoganamento”, per usare una brutta espressione in voga, comincia ad avvenire solo dagli anni sessanta, soprattutto grazie al gruppo di Linus, al quale appartenevano sin dall’inizio Eco e Del Buono. E dalle prime manifestazioni del fumetto, come quella di Lucca, che al tempo erano più “colte” di oggi.
Una cosa che mi sono dimenticato di chiedere a Oreste Del Buono, quando era direttore di Linus, è: dove diavolo leggevano i fumetti americani che prima recensivano e poi pubblicavano? La risposta che mi do è che li seguissero nella ricca paginona di strip dell’unico quotidiano americano stampato in Europa, l’Herald Tribune.
Questi intellettuali hanno fatto scoprire il fumetto solo al pubblico colto, quello che nell’infanzia se l’era visto proibire dai genitori snob, perché il grande pubblico lo aveva già scoperto da tempo per proprio conto.
Il ruolo di Vittorini, Eco e Del Buono, quindi, è stato quello di rendere il fumetto non più sinonimo di semianalfabetismo.
Comunque il processo non è stato certo rapido, si è compiuto nei decenni
.

 

Come documento storico, riporto qui in appendice il dibattito di Vittorini, Eco e Del Buono sui fumetti di  Charlie Brown (e non solo) avvenuto sulle prime pagine del n. 1 di Linus, aprile 1965.
Si nota una certa spocchia nei confronti del fumetto popolare: all’epoca non si poteva pretendere di più dagli intellettuali.

 

Eco: Oggi stiamo discutendo di una cosa che riteniamo molto importante e seria, anche se apparentemente fri­vola: i fumetti di Charlie Brown. Vittorini, com’è che hai conosciuto Charlie Brown?

Vittorini: Io mi sono sempre interessato di fumetti da tempi lontanissimi, da quando ero ragazzo. Me ne occu­pavo anche ai tempi di “Politecni­co” e ricordo che una volta ho pregato il nostro amico Del Buono di intervenire su certi fumetti ame­ricani parlandone non soltanto sot­to il profilo sociologico, come succede di solito, ma anche sotto il profilo storico.

Eco: Di che cosa avete parlato a quel­l’epoca?

Del Buono: Un po’ di tutto, facemmo persino dei fumetti dai Promessi Sposi.

Vittorini: Sì, avevamo anche cercato di ser­virci dei fumetti come mezzo di di­vulgazione letteraria ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno “spirito di fumetto” c’era anche nel tipo di impaginazione che usavo per il Politecnico dove poi c’era una appendice interamente dedicata ai fumetti: Trevisani vi curò la pubbli­cazione di Li’l Abner e di Barnaby, il ragazzo afflitto dalla psicanalisi. Le storie di Barnaby erano uscite durante la guerra e noi su Poli­tecnico ne riportammo due o tre.

Eco: E Charlie Brown?

Vittorini: Charlie Brown è venuto per un ac­cidente. Io mi facevo mandare dal­l’America, da amici che ho lì, i sup­plementi domenicali dove ci sono i fumetti, però questo non l’avevo notato perché quelle persone non mi mandavano mai la pagina giu­sta. Finalmente una volta ho visto in mano a una ragazza della Mon­dadori, nel ’58-59, un album ancora di quelli formato “forze di libera­zione”. Incuriosito, me lo sono fat­to dare e ricordo che passai il resto del pomeriggio mondadoriano a guardarmeli. Da allora li ho cercati sempre.

Eco: Tu che ti sei occupato tra i primi in Italia della tradizione narrativa americana, come collochi Charlie Brown nella letteratura americana?

Vittorini: Bisognerebbe prima stabilire a che tipo di letteratura appartiene Schulz, ma comunque, senza anda­re nel difficile. io lo avvicinerei a Salinger, però con un interesse molto più ampio e secondo me molto più profondo.

Eco: Allora secondo te è più artista Schulz?

Vlttorini: Certamente. Salinger, resta, se vo­gliamo, poeta: però non riesce ad essere il poeta di una società, ri­mane un prodotto in fondo molto letterario (da questo punto di vista Ring Lardner, l’effettivo creatore del racconto “hot “, o meglio “hard boiled”, soddisfa meglio cer­te esigenze di impegno). Salinger è un “patetico” che evade nel mondo dell’infanzia la quale non è, per lui, rappresentativa del mondo degli adulti, della maturità come lo è per Schulz dove l’infanzia è il “ signifiant”, il veicolo di questo mondo completo che è l’uomo ma­turo, un po’ come Johnny Hart (quello di B.C.) che rappresenta il mondo moderno attraverso l’età della pietra.

Eco: E tu Del Buono come vedi Charlie Brown?

Del Buono:  Sono un convertito a Charlie Brown, All’inizio non mi piaceva affatto, intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avven­turoso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo pun­to è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono as­solutamente realistici. È avvenuta addirittura un’identificazione: Char­lie Brown sono io. Da questo punto ho cominciato a capirlo. Altro che comico, era tragico, una tragedia continua, Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto co­me diagnosi, prognosi ed esorci­smo.

Vittorini: E qui vorrei fare un’osservazione di carattere strutturale rispetto a quel­lo che dice Del Buono: lui denun­cia un’incomprensione rispetto ai primi contatti con le strips di Char­lie Brown. Il primo contatto in ef­fetti non soddisfa; una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quan­tità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strip si succedono costituite, un po’ co­me le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l’una, di quattro invariabili e una variabile l’altra, si ha allora un “continuo” che approfondisce non solo numericamente il signifi­cato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

Eco: Questo mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spie­gare a qualcuno, che non è abitua­to ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qual­cuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di ro­manzo, una pagina letteraria. Leg­ge un brano isolato, due o tre pa­gine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bi­sogna tener conto proprio della lo­ro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche po­polari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripe­tersi delle avventure. È quindi impossibile giudicare il fumetto con i criteri che si applicano alla lette­ratura normale. Questo non significa che il fumetto non possa esse­re un prodotto letterario: solo che esso va giudicato in un “sistema” di lettura (e quindi anche di crea­zione) diverso.

Vittorini: Va giudicato a partire da un certo punto: cioè da un punto in cui ci accorgiamo che è esplosa, per cosi dire, una globalità; un punto in cui è avvenuto una specie di “scatto di totalità”. Ma vorrei cercare di spiegarmi meglio. L’unità espressi­va, l’abbiamo detto, è la strip, la sequenza. Prima della strip non ab­biamo che la vignetta, una vecchis­sima conoscenza giornalistica, co­stituita da una figura e una battuta che si completano a vicenda e che esauriscono in un corpo solo quel­lo che hanno da dire.
Con la strip abbiamo non solo una moltiplica­zione della figura e della battuta, una serie di quattro cinque figure e di altrettante battute, ma abbiamo anche un elemento del tutto nuovo, l’elemento della successione tem­porale, il quale si manifesta in due ordini sovrapposti, uno analogico per le figure e uno logico per le parole, benché poi le parole abbia­no la prevalenza e investano della loro logicità letteraria tutto l’insieme riducendo le figure a non ave­re che dei compiti stereotipi, di de­scrizione, di caratterizzazione, ecc. ecc. come dei semplici segni pitto­grafici. È questo terzo elemento che fa della strip un’unità espressi­va, perché rende puramente para­digmatico il valore di ogni vignetta a sé, e assume in proprio (all’inter­no del proprio decorso) l’elabora­zione del significato.
Ma la strip non esprime che un frammento di mondo, un aspetto di personaggio, un momento di rapporto e anche se in se stessa può riuscire prege­vole lo riuscirà solo a livello di mas­sima, di illuminazione, di appunto, di episodio, di aneddoto. La qualità ch’essa rivela non va oltre i limiti della sua durata, è minima, è pre­caria, può essere banalissima o co­munque non più che divertente, e occorre che i personaggi, i rappor­ti, gli oggetti in essa trattati ritor­nino in altre strips un certo numero di volte, sei volte, sette volte, nove volte, anche quindici, sedici volte, accumulando momento su momen­to e aspetto su aspetto, perché noi si possa entrare nel merito qualita­tivo del fumetto.
A furia di quantità è avvenuto quello che ho chiamato “scatto di totalità”, cioè si è for­mato un significato secondo, che subito si riflette su ogni singola strip, anteriore o successiva, e la carica di importanza, la fa essere parte di un sistema, dandoci il sen­so di avere a che fare con tutto un mondo. Quando è Charlie Brown o B.C.; quando è un buon fumetto, si capisce…

Eco: E qui viene fuori allora una conclu­sione abbastanza strana: mentre abitualmente i fumetti sono delle produzioni narrative da consumare subito come si beve un caffè, gior­no per giorno e da buttare poi via, nella misura invece in cui sono riu­sciti, essi sono opera importante e sono qualcosa che va riletto. Le storie di Charlie Brown sono nate per essere consumate ogni matti­no: proprio perché sono importanti vanno invece conservate e rilette dall’inizio. Solo cosi acquistano senso.

Del Buono: Mentre, a esempio, i fumetti di tipo Gordon, che per me, da ragazzo, erano stati educativi o diseducativi, in qualche modo formativi insom­ma, visti tutt’insieme nella riedizio­ne odierna entrano in crisi, proprio per la ripetizione. La ripetizione di dati schemi: Gordon e il cattivo im­peratore Ming, Gordon e le belle regine colorate che lo vogliono sposare, Gordon e il traditore della sua generosità, Gordon e i vari dra­ghi sdentati, eccetera, è una ripe­tizione che denuncia l’assenza di altre invenzioni più valide. È uno scacco, contrabbandato nell’ansito breve delle puntate, messo in luce dalla raccolta delle strisce, una mo­notonia casuale, non una ripresa si­gnificativa.

Eco: La forza di Charlie Brown è che ri­pete sempre con ostinazione, ma con un senso del ritmo, qualche elemento fondamentale. Come cer­to jazz ripete con ostinazione una certa frase musicale. Potremo quindi concludere dicen­do: il buon fumetto è quello in cui la ripetizione ha un significato e accresce la ricchezza della storia, il cattivo fumetto è quello in cui la ripetizione annoia e dimostra povertà d’invenzione.

 

Sauro Pennacchioli

 

 

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Contatto E-mail: info@giornale.pop

11 commenti

  1. Che cosa leggeva da bimbo e da ragazzo Oreste del Buono in fatto di fumetti? Mah? Del Buono era coetaneo di Jacovitti, classe 1923! Quando aveva 7 anni , nel 1930 di fumetti in Italia c’era poco, poi iniziarono JUmbo e il “Topolino” giornale di Nerbini ,”L’Avventuroso” con gli eroi americani delle strips rimontatea volte anche a colori e le Daily come Mandrake e Phantom: ne parla diffusamente Leonardo Gori sul “Giornale Pop”. Del Buono sul numero 1 di “Linus” nel colloquio a tre con Vittorini e Eco( due pezzi grossi ma non tanto simpatici e a volte troppo eruditi) di Gordon traccia un giudizio negativo non mettendosi nei panni di un ragazzino di fronte ai tavoloni di Raymond in rapida evoluzione dal punto grafico e con testi “domenicali” in origine, rimontati e colorati da Nerbini in modo ,anche casualmente, espressivi e con molte suggestioni! Non parla Del BUono -dei tre quello che di fumetti forse ne conosce meglio la storia- dell’evoluzione di “Topolino ” giornale, con il passaggio al “ladrone” in camicia nera Mondadori e con l’evoluzione del fumetto italiano che se non nasce qui, qui si sviluppa con disegnatori quali Albertarelli, un poco MOlino, Scolari, Canale, Paparella, in parte Caesar e Caprioli poi emigrati sul “Vittorioso”: peccato che Leonardo Gori su “Giornale Pop” non termina l’analisi di “Topolino” giornale e i suoi contenuti Italiani di disegnatori e scrittori, Pedrocchi, Gentilini, Martina eccetera, poi, se volete, includiamo lo strampalato futuro regista che voi tuttti eruditi del fumetto conoscete!! Gori ha scritto che su “Topolino” giornale rimane ancora molto da dire e scrivere! Peccato che la sua quasi promessa di intraprendere questo cammino ha dal punto della pubblicazione di grandi saggi a più mani, un ritmo decennale….

  2. Condivido. Gli anni ’70 sono fastidiosamente sopravvalutati. E non solo per quel che riguarda il fumetto (comunque NON amo i supereroi della Marvel!). La tv era orrenda, e il cinema, se non ti adattavi a “strani” fenomeni pop alternativi spesso relativi al settore “revivals” (il boom dei film d’arti marziali del ’73, ma se non ti piaceva il genere, nisba; le megarassegne della fantascienza organizzate da Luigi Cozzi ed altri nel 1975-76; il filone catastrofico, i vari Airport e Inferni di Cristallo, che per fortuna a me piaceva abbastanza; il revival degli anni ’50 che curiosamente imperversò nei ’70 con fenomeni quali “Happy Days” o “Grease”; ecc, ecc.), ebbene ben poco ti rimaneva. Del resto anch’io non ero proprio un fan sfegatato dei generi coevi e ho sempre detestato la cosiddetta commedia erotica all’italiana (preferivo seguire i vari Emmanuelle francesi e relativi cloni, Histoire d’O, oppure Walerian Borowczyk, piuttosto che sorbirmi la Fenech o boiate simili, che per i miei gusti non trovavo né erotiche, né “divertenti”).

  3. Guido Martina negli anni 70 era attivissimo(ciclo di paperinik su tutti ) andrà in pensione nel 1984. Solo negli ultimi 4 anni è stato poco utilizzato. Gli anni d’oro di Pazienza(zanardi, pompeo) vanno dal 1981 al 1988 ma che scrive?

    • Io so che c’erano tante sceneggiature sue mai utlizzate (chissà che fine hanno fatto).

  4. Miao mi pare fosse solo in parte a fumetti, la parte rilevante erano le pagine da colorare e ritagliare; ma non so se mi confondo con altri giornali; i suoi fumetti li trovavo troppo semplici, noiosi come Tiramolla.e Gepppo (però è da dire che avevo cominciato a leggere, e a leggere Topolino a quattro anni), ma pasticciare con le matite faceva tirare ora di cena nei micidiali pomeriggi d’estate in campagna dalla nonna;

  5. Miao me lo compravano quand’ero bloccato a casa con i mali di stagione. Miao, forbici e Coccoina e la mattina passava felice. Se ero fortunato e si rompeva il termometro giocavo anche con il Mercurio su un vassoio. Mi sa che il Mercurio sia velenosissimo ma all’epoca non ci si badava troppo.

    P.s. Anche i fumetti argentini degli anni ’70 erano un bel vedere su i settimanali Eura.

  6. Sul cinema anni ’70 concordo ; a parte qualche cult tipo “…altrimenti ci arrabbiamo !”, “La casa dalle finestre che ridono” e una manciata di altri titoli mi è sempre sembrato povero, sciatto ( anche certi spaghetti western del decennio precedente non scherzavano, però ), triste anche quando voleva essere ridanciano.
    Dissento invece con chi trova brutta la televisione del periodo, che invece secondo me era bellissima, con eccellenti sceneggiati, varietà, telefilm, programmi per bambini…e ci metto persino le pubblicità !

  7. Non obiettò l’opinione di un autore che regolarmente seguo attraverso questo sito , per me il più interessante sui fumetti , però per me , bambino e poi ragazzino nei 70 , quel decennio è stato formidabile anche per i fumetti dell’Eura , per la la continuità qualitativa dello Zagor , del Tex e dei personaggi di Magnus ,Silver e Bonvi e trovo sottostimata l’importanza nel panorama fumettistico di Alan Ford e di alcuni erotici fra il grottesco e il comico . Albi e personaggi che , per vari motivi, in molti casi sono presenti in edicola ancora oggi. Cordiali saluti

  8. Mah, per me non c’è bisogno di proibire altri passatempi e media ai bambini per far amare a loro i fumetti, basta che il fumetto offra cose diverse da quelle degli altri media (diversi contenuti, stili, punti di vista…). E poi se un bambino guarda uno youtuber che poi fa un fumetto c’è l’effetto traino…

  9. Oltre a quanto è stato ricordato a proposito di Andrea Pazienza (evidentemente influenzato soprattutto dallo sperimentalismo grafico-narrativo del Moebius del Garage Ermetico: cioè dal meglio dell’avanguardia BD del periodo), menzionerei il fumetto underground post ’77 con particolare riferimento al gruppo del Cannibale (Scòzzari, Liberatore, Mattioli, Tamburini) che negli ’80 sarà protagonista dell’esperienza postmoderna di Frigidaire, con ben altra fortuna anche di vendite. Agli anni ’70 della prima Repubblica appartiene in pieno anche la rivista (in gran parte a fumetti) dei satirici “cani sciolti” del Male (Pino Zac, Vincino, ecc., ma con frequenti collaborazioni di Pazienza e altri del Cannibale, che ne fu supplemento), indimenticabile successo editoriale di fine decennio. Aggiungo questo solo per completare il quadro.

  10. La definizione di Pazienza come un prodotto delle influenze degli autori citati mi sembra alquanto riduttiva. Ben più decisiva è stata per Paz la suggestione dello sperimentalismo grafico-narrativo del Moebius del Garage Ermetico, cioè del meglio avanguardia concettuale del decennio ’70.

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