GIANFRANCO STEVANIN TORTURAVA A MORTE LE DONNE

GIANFRANCO STEVANIN TORTURAVA A MORTE LE DONNE

Gianfranco Stevanin nasce il 20 ottobre 1960 a Montagnana, un paesino in provincia di Padova. I suoi genitori sono Giuseppe e Noemi, una coppia di proprietari terrieri che vive di rendita.
Persino il cibo consumato in famiglia arriva dalle tenute e, sebbene siano più che benestanti, spesso sono loro stessi a procurarselo. Quando va a caccia di selvaggina, il padre porta con sé anche il piccolo Gianfranco. Il bambino, però, non vuole imparare a uccidere gli animali e tanto meno a scuoiarli, come fa il genitore con le lepri.

Un giorno, Gianfranco scivola sul fango e cade pesantemente su un attrezzo agricolo. Gli vengono messi quattro punti di sutura e i genitori si convincono che la vita di campagna è troppo pericolosa per quel bambino delicato, così lo portano in un collegio di suore. Giuseppe e Noemi sono molto religiosi, ci tengono che il loro unico figlio riceva un’educazione cattolica.

Gianfranco cresce e, ad accelerare i tempi, ci pensa una donna sposata di 24 anni, che lo introduce al sesso quando lui ne ha ancora 13. Lasciato il collegio dopo la prima superiore, ne approfitta per dare sfogo alla sua passione: fare motocross.

A causa della sua guida spericolata, nel 1976 ha un incidente in moto che gli procura un grave trauma cranico. Dopo due settimane, quando esce dal coma, i medici lo operano al cervello con un complicato intervento durante il quale rischia di morire.

Nei mesi successivi, il ragazzo subisce una profonda trasformazione psicologica. A causa della sopravvenuta difficoltà di concentrarsi, comincia ad andare male negli studi e deve abbandonare la scuola. Diventa una persona chiusa, rinuncia agli amici e inizia ad avere crisi di epilessia e forti emicranie.

La sua nuova passione è la pornografia, che produce in proprio. Le ragazze accettano di posare per lui perché, anche se è diventato strano, Gianfranco rimane un tipo alto, belloccio, beneducato e di famiglia benestante.

All’età di 18 anni, il giovane comincia ad avere seri guai con la legge. Una volta simula il proprio rapimento telefonando ai genitori per chiedere un riscatto, un’altra volta deruba una ragazza fingendo di avere una pistola in tasca. Finché, guidando sempre pericolosamente, con l’auto investe e uccide una donna. Viene condannato per omicidio colposo, ma non andrà in prigione.

Dal 1980 al 1985, Gianfranco Stevanin vive l’unica vera storia d’amore della sua vita.
Maria Amelia è una ragazza che lo fa stare bene e gli fa sognare di formare una famiglia. Quando lei si ammala gravemente i genitori di lui impongono al figlio di lasciarla perché, sostengono, la relazione con una persona malaticcia lo avrebbe fatto soffrire.

Per la prima volta Gianfranco prova a ribellarsi ai suoi e loro gli tagliano i viveri. Alla fine il ragazzo è costretto ad abbassare la testa.
Poco dopo Maria Amelia guarisce completamente, ma ormai ha trovato un altro.

“I rapporti sentimentali che ho tentato di annodare dopo Maria Amelia si sono interrotti perché cercavo sempre una sua copia e non la trovavo mai”, dirà Gianfranco Stevanin in seguito.

Ormai si accontenta di abbordare le prostitute per strada. Con la scusa di volerle fotografare, le fa salire su una costosa macchina di famiglia per condurle in un casolare di Terrazzo, in provincia di Verona.

È un edificio in stato di abbandono di proprietà della famiglia, che Gianfranco ha restaurato per ricavare una camera da letto. Lì fotografa le donne dopo averle legate, bendate e picchiate. Con l’autoscatto ritrae anche se stesso, orgoglioso di essere dotato come il suo idolo, l’attore porno John Holms.

Nella periferia di Vicenza, il 16 novembre 1994, Gianfranco Stevanin fa salire la prostituta austriaca Gabriella Musger sulla sua auto. Nel casolare, dopo ore di “giochi” sadici, la donna, stremata, intuisce che chi la sta torturando vuole ucciderla davvero.

Durante una pausa, va in bagno per cercare di scappare dalla finestra, ma viene riacciuffata dall’aguzzino, che la minaccia con un coltello. In cambio della vita, Gabriella promette di dargli 25 milioni di lire, tutti i suoi risparmi. Gianfranco Stevanin accetta e i due salgono sulla Lancia di lui per andare a prendere i soldi in casa della donna.

Quando il maniaco si ferma al casello autostradale, Gabriella approfitta dell’occasione per lanciarsi fuori dal veicolo e fermare una volante che, per un colpo di fortuna, sta passando in quel momento. Malgrado l’agitazione, la donna riesce a raccontare agli agenti quello che è successo.

Dopo aver messo le manette a Stevanin, i poliziotti vanno a perquisire il casolare.
Tra santini e testi religiosi, testimonianze della sua educazione, gli agenti trovano settemila fotografie di donne in pose pornografiche, un sacchetto pieno di peluria femminile (con la quale il giovane voleva farsi un cuscino) e un archivio dove sono schedate tutte le donne portate lì.

Non potendo stabilire che avesse realmente l’intenzione di uccidere Gabriella, il giudice condanna Gianfranco Stevanin a due anni e sei mesi di carcere per violenza carnale e tentata estorsione.
Negli stessi giorni, suo padre Giovanni muore per un cancro ai polmoni.

Intanto dall’archivio del maniaco spuntano le immagini di Claudia Pulejo, scomparsa il 15 gennaio 1994, e di Biljana Pavlovic, di cui non si sa nulla dallo stesso anno. Anche i loro vestiti sono stati trovati ordinatamente classificati.

Alle domande degli inquirenti, Stevanin risponde di avere avuto con le due donne relazioni di tipo mercenario e che i vestiti glieli avevano lasciati per ricordo. Spiegazioni che non convincono, perché le due non possono essersene andate via nude.

Una svolta alle indagini avviene nel luglio 1995, quando, arando un campo di Terrazzo, un agricoltore scopre il cadavere di una donna in un sacco di iuta. Il corpo non verrà mai riconosciuto.

Le ruspe, mandate dalla Procura per scavare intorno a quel punto scoprono un altro cadavere, stavolta identificato con il Dna: appartiene alla scomparsa Bilijana Pavlovic. Poi viene rinvenuto il corpo della seconda prostituta, Claudia Pulejo.

Oltre che per la morte delle tre, Stevanin viene accusato dell’omicidio di Roswita Adlassing, in seguito disseppellita anche lei, e di una sconosciuta che appare senza vita nelle foto scattate dall’assassino.

Qualche mese dopo avviene il ritrovamento di un altro cadavere nel fiume Adige, che scorre proprio lì vicino. Attraverso il Dna si scopre che si tratta di Blazenca Smolijo, e anche l’omicidio di questa donna viene attribuito al maniaco.

Dopo avere a lungo negato tutto, nel 1996 Gianfranco Stevanin decide di confessare, sia pure parzialmente.
Ecco la sua storia confusa.

Il 15 gennaio 1994 aveva invitato la sua amica Claudia Pulejo, di 29 anni, per un servizio fotografico nel casolare. La giovane donna si prostituiva perché aveva bisogno di soldi per drogarsi.

Dopo il rapporto sessuale con Stevanin, Claudia si era iniettata una dose di eroina, mentre lui già dormiva. Solo al risveglio aveva scoperto che la donna era deceduta per overdose, e, per evitare guai, l’aveva seppellita nel campo.

Gli viene chiesto della morte di Biljana Pavlovic, una serba di 25 anni che lavorava come cameriera e si prostituiva. Gianfranco Stevanin afferma di averla uccisa senza volerlo. Le aveva infilato un sacchetto in testa mentre la possedeva e non si era accorto che stava soffocando.

Gli inquirenti lo lasciano parlare, anche se sanno che non racconta la verità, perché sul corpo di Biljana sono state trovate diverse mutilazioni, compresa l’asportazione dell’utero.

Da una foto che gli viene mostrata, Gianfranco Stevanin riconosce Blazenca Smolijo, una prostituta croata 24enne. Pure lei sarebbe morta accidentalmente, mentre le stringeva il braccio intorno al collo.

La quarta e ultima vittima che riconosce è Roswita Adlassing, 23enne austriaca sparita l’8 maggio 1994.
Un’amica della ragazza, Petra, aveva visto Stevanin proporle di andare con lui per fare qualche foto. Gli scatti della ragazza sono stati trovati nel casolare, ma ormai Stevanin non collabora più e ricorda tutto sempre più confusamente.

Così due donne rimangono senza nome: di una esistono solo le foto che la ritraggono senza vita e dell’altra si ha soltanto il cadavere trovato vicino al casolare.

La perizia psichiatrica a cui viene sottoposto stabilisce che Gianfranco Stevanin non solo è capace di intendere e di volere, ma è anche più intelligente della media. I suoi avvocati sostengono, al contrario, che a causa del vecchio incidente con la moto soffre di gravi disturbi di memoria e del comportamento.

Al processo, che inizia alla fine del 1997, Stevanin si presenta con la testa rasata per mostrare la vistosa cicatrice.
“Io non ho ammazzato le mie donne”, dice, “erano loro che morivano”.

Il pubblico ministero chiama a deporre la madre Noemi, che si rifiuta di rispondere. Sospettata di essere stata a conoscenza degli omicidi, viene accusata di complicità in un processo a parte, dal quale uscirà assolta.

Invece, il 28 gennaio 1998, suo figlio Gianfranco viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di cinque donne (non della sesta, della quale esistono solo le foto) e condannato all’ergastolo. “Non mi hanno capito”, commenta serafico il condannato.

L’anno dopo, in appello, Stevanin ottiene un grosso sconto di pena per vizio parziale di mente e viene condannato a 10 anni e sei mesi solo per occultamento e vilipendio di cadavere.
Nel 2000, però, la Cassazione annulla la sentenza del tribunale d’appello per “motivazione illogica”, ritenendo che il killer fosse lucido. Alla fine viene confermata la prima condanna all’ergastolo.

Il detenuto viene rinchiuso nel carcere di Sulmona, in Abruzzo, dove ha salvato un compagno che stava per impiccarsi. Dopo la morte della madre, Gianfranco Stevanin ha dichiarato di non ricordare più nulla degli omicidi e di voler diventare un frate francescano.
Attualmente si trova nel carcere di Bollate, vicino a Milano.

 

 

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