GIA CARANGI, AUTODISTRUZIONE DI UNA TOP MODEL

GIA CARANGI, AUTODISTRUZIONE DI UNA TOP MODEL

Di Gia Carangi si conosce una sola intervista televisiva del 1982. Si tratta di un servizio della rete americana Abc dedicato al lato oscuro del dorato mondo della moda. È la top model più famosa e più pagata del momento, niente le è precluso, ha letteralmente il mondo ai suoi piedi.
“Sei felice del tuo successo?”, le chiede il giornalista della Abc. Lei indugia, gli occhi scuri fuggono in alto. Poi, seria, risponde: «Sì, sono felice».
È una bugia. Gia Carangi è la modella perfetta, la più iconica, la più desiderata dai grandi fotografi per la autenticità quasi selvaggia che esprime durante i photoshoot, ma non può essere felice mentre sta ancora fuggendo dai suoi fantasmi.

Ce lo dicono le sue foto. Quegli occhi spaventati da animale braccato, che la rendono unica sulle copertine delle riviste più esclusive, sono lo specchio di un’anima tormentata e fragile. Nessuna come lei. Nel bene e nel male.

GIA CARANGI, AUTODISTRUZIONE DI UNA TOP MODEL

Era nata nel 1960 a Philadelphia, la città dove Bruce Springsteen dice di aver camminato per le strade fino a che le gambe gli sembravano diventate di pietra. Nella sua adolescenza fu una fan sfegatata di David Bowie, che nel 1974 riuscì anche a incontrare.

Ecco cosa scrisse a un’amica: “Ciao Ellen … ho potuto stringere la mano a David Bowie venerdì sera perché io e mia madre abbiamo seguito la sua limousine. Le sue braccia sono davvero belle. È tutto bello… Mia madre si è fatta fare un taglio come il suo. Ah! Ah! Penso che sia un po’ pazza’. Bowie è la persona più bella che ci sia! Non fare come me che continuo a piangere, amore, Gia”.

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Più che l’aspetto musicale era la forte ambiguità sessuale che l’artista di Brixton esprimeva nelle sue performance ad affascinare Gia Carangi. Perché Gia era lesbica.
“Gia era la lesbica più pura che abbia mai incontrato ”, ricorda l’amico di infanzia Ronnie Johnson. “Era la cosa più chiara di lei. Mandava fiori alle ragazze fin da quando aveva tredici anni”.

Sua madre un giorno trovò una lettera che Gia aveva scritto a un’altra ragazza, che l’aveva rifiutata. Ma non credette mai al suo lesbismo.
“Gia conduceva uno stile di vita gay”, ammette, “ma nel suo cuore non penso che lo fosse. Diceva di esserlo e chiaramente tutti i suoi amici lo erano, ma io non ci credevo. Probabilmente si è nascosta dietro il fatto di essere gay. Essere gay voleva dire poter evitare di avere a che fare con una vera relazione uomo-donna. Essere gay ti dava il diritto di evitare di vivere una vita normale come tutti gli altri”.

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A 15 anni Gia Carangi era un’assidua frequentatrice di un club gay di Philadelphia chiamato Dca, un tetro edificio posto in una piccola strada pedonale. Il piano nobile era dedicato a una luccicante discoteca multimediale, ma il Dca era abbastanza grande da avere un piano dedicato interamente alle donne.

Gia era quella che si definisce un maschiaccio: indossava vestiti sporchi e non si lavava i capelli per settimane, portava sempre la stessa maglietta bianca sui jeans Levis, ma quando camminava per la strada gli uomini si giravano a guardarla e le fischiavano. Era già una tossicodipendente, aveva iniziato con il Quaalude, un barbiturico dal potente effetto euforizzante, ma di li a qualche anno passerà all’eroina.

“C’era un lato molto triste di lei”, racconta Sharon Beverly, la truccatrice che fu il suo grande amore. “Non era una tristezza che fosse davvero palese, era sempre di buon umore, rideva e scherzava ovunque, ma c’era. Non riusciva mai a individuare da dove provenisse l’infelicità, ma c’era qualcosa dentro di lei che non avrebbe mai potuto soddisfare”.

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Una notte al Dca il fotografo Maurice Tannenbaum notò Gia Carangi sulla pista da ballo principale. La prese da parte e le chiese se voleva posare per lui. Successe un giovedì sera, i risultati furono così entusiasmanti per entrambi, che quello divenne un appuntamento settimanale.
“Questa ragazza aveva già fatto tutto quando aveva sedici anni. Aveva provato quasi tutte le droghe, aveva fatto tutti i tipi di sesso e viveva al massimo. Le piaceva essere al centro dell’attenzione”.

Fu una truccatrice che lavorava con Tannenbaum a mostrare le foto di Gia a Wilhelmina Behmenburg Cooper, una ex modella che dirigeva una delle più famose agenzie di moda del periodo: la Wilhelmina Models Inc.
Le foto di Tannenbaum restituivano Gia in tutta la sua ruvida e animalesca sensualità, Wilhelmina capii immediatamente di trovarsi di fronte al futuro, una nuova immagine di donna cominciava a farsi strada nella sua mente.

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Nel marzo del 1978, Gia Carangi e Sharon Beverly si trasferirono nel loro nuovo appartamento di New York. Tra i primi fotografi che la ritrassero a New York ci fu Lance Stadler, che le fece togliere la maglietta e indossare solo un bomber di pelle. In ogni scatto, gettava i capelli indietro con un’angolazione diversa e lasciava che la giacca si aprisse un po’ di più. Quando Stadler le stampò si accorse subito che una di quelle foto era sbalorditiva.

La stampa oversize che aveva realizzato attirava lo spettatore tra le pieghe della giacca, la lucentezza dei capelli e un paio di occhi tristemente seducenti. Era il tipo di scatto che non passava inosservato. Era senza dubbio la foto più forte che qualcuno avesse mai scattato a Gia.

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Nell’ottobre 1978 arriva la svolta nella carriera di Gia Carangi, che posa senza veli per un fotografo di moda decadente e maledetto: il conte tedesco Chris von Wangenheim.
Al termine di un servizio con Gia Wangenheim, chiese all’assistente truccatrice Sandy Linter: “Ti va di posare per una foto personale?”. Lei accettò e lui aggiunse: “Con Gia?”, Sandy disse di sì di nuovo. “E se fosse un nudo?”, Sandy disse solo che avrebbe voluto tenere gli stivali perché si vedeva molto bassa e questo l’avrebbe fatta sentire meglio. Ne esce una foto iconica dove Gia esprime forza, carisma e potere: è nata una star.

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Da qui in poi l’ascesa è irresistibile, tutti la vogliono, tutti se la contendono. Nel 1979 la fotografa il grande Helmut Newton, maestro di uno stile erotico-urbano riconoscibilissimo e plurimitato. La foto più famosa che le ha scatatto Newton è “Who is the boss”, dove il fumo gioca una parte da protagonista.
Qui la 19enne Gia Carangi fuma assieme a Robin Osler, che si china su di lei come un’elegante lucertola in smoking. La miscela di dominio e sottomissione, glamour saffico e abiti luccicanti è esplosiva. L’aspetto fortemente androgino di Gia dà una marcia in più a questo scatto epocale.

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A questo punto Gia Carangi è una modella che guadagna oltre 100mila dollari l’anno. Il primo marzo 1980 però le cade il mondo addosso. Wilhelmina Behmenburg Cooper, la sua guida, la sua prima sostenitrice, la sua seconda madre, muore di cancro ai polmoni a soli 40 anni. Inizia qui una lenta discesa agli inferi che per Gia si materializza in una triste ballata di dipendenza dall’eroina.

Pare che sia stata Patti Hansen, la modella che sposò Keith Richards nel 1983, a introdurre Gia alla eroina. In quegli anni la droga era dappertutto. Era un incontro forse inevitabile. Fatto sta che quando, nell’agosto del 1980, arriva sulla copertina di Vogue Usa, fotografata dal mito Richard Avedon, negli occhi di Gia, occhi unici, marroni, profondi e indimenticabili dove si allarga il riflesso del flash circolare utilizzato dal fotografo, si legge lo stigma della dipendenza.

Ma Gia Carangi è ormai un idolo e sulle prime la sua dipendenza addirittura fa moda, nasce lo stile heroin chic fatto di espressioni assenti, colorito bianco, cerchi neri intorno agli occhi, guance incavate, magrezza eccessiva, capelli unti, che presto spopola sulle riviste di tutto il mondo.

Chi meglio documenterà questa nuova tendenza sarà Arthur Elgort, un fotografo di Brooklyn dotato della naturale capacità non solo di catturare il “momento decisivo”, ma di connettersi simultaneamente con le sue modelle anche a livello profondamente emotivo. Quando immortalava la bellezza del momento, riusciva a vedere sotto la superficie: a volte quello che trovava era più scuro, a volte più triste, ma rivelava sempre qualcosa di loro.
C’è una sua foto scatata a Gia nel 1981 che dice tutto. L’immagine è sfuocata, lei è spettinata, con un’espressione di paura stampata sul volto. Cosa sta succedendo?


La dipendenza da eroina aveva iniziato a influenzare il lavoro di Gia Carangi. Aveva violenti scoppi d’ira sul set, abbandonava i servizi fotografici per andarsi a comprare droga e spesso si addormentava davanti alla telecamera. Nell’ambiente avevano cominciato a chiamarla “Sister morphine”.

L’industria della moda come l’aveva eletta sua regina pochi anni prima, così la restitui alla polvere in pochi mesi. I contratti vennero tutti disdetti e annullati. Sarà Francesco Scavullo, il fotografo che più di tutti l’aveva supportata e sostenuta, a immortalarla nella sua ultima copertina, per il numero di aprile del 1982 di Cosmopolitan.

Sean Byrnes, assistente e compagno del fotografo, disse di lei: “Quello che stava facendo a se stessa, alla fine, divenne evidente nelle sue foto. Ho potuto constatare il cambiamento nella sua bellezza. C’era un vuoto nei suoi occhi”.

A quel tempo ormai nessuno la voleva più. Quello di Scavullo fu una specie di atto d’amore. Gia Carangi è ancora bellissima in quella foto. Il vestito scende nel tentativo di nascondere gli avambracci martoriati dalle iniezioni.

Gia muore di Aids nel 1986.

 

 

 

3 commenti

  1. Ho visto il film tratto dalla sua vita interpretato da Angelina Jolie (direi scelta azzecata) .

  2. Difficile commentare questo bell’articolo.
    Mi limito a una domanda ( che mi si presenta alla mente spesso quando leggo storie simili a questa) perché troppe persone nonostante siano famose,ricche, belle ( o forse proprio per questo) hanno dentro di se un demone che li spinge ad autodistruggersi?

  3. Rispondo principalmente a pangio: Gia Carangi soffrì moltissimo per l’abbandono della madre avvenuto quando era una bambina di appena dieci anni Rimase a vivere con il padre e i fratelli e la frattura con la madre non si risanò mai sebbene avessero mantenuto un rapporto; Gia non sognava di diventare modella ma fu incoraggiata, quando se ne presentò l’occasione, proprio dalla madre, che riversava su di lei le sue ambizioni frustrate. Ce n’è abbastanza per creare un danno psicologico che poi la droga ingrandì e fagocitò .

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