FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

Filippo Scozzari è un talento lasciato a se stesso. Non educato, non coltivato, sperperato a piene mani. A volte, quando si ricevono dei doni da madre natura, si pensa di non avere bisogno di nient’altro, si pensa di essere autosufficienti e si diventa autolesionisti.

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

 

Ma tant’è. Chisseneimporta. La generazione degli indiani metropolitani aveva ambizioni tutte sue. Cambiare il mondo, come minimo. Risvegliare le menti. E chissà che altro ancora. Scozzari nasce già adulto a metà degli anni settanta sulle pagine di Re Nudo, la rivista di “controcultura giovanile” edita da Andrea Valcarenghi.
FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI
La storia si intitola “Fa Male”. Fa impressione la donna stuprata che guarda dal basso i propri persecutori: i due che la stanno violentando, poi i poliziotti, il medico legale, i giornalisti, il fidanzato, il prete.
I suoi personaggi gridano: “Essere diversi fa male” e l’autore a questa diversità ci tiene molto.

Persino il Movimento degli anni settanta gli sta stretto. Trova gli attivisti tristi, incupiti, moscissimi. È già un bastian contrario. Lo è da sempre. Le matite sono già buone. Dove ha imparato a disegnare così? Da nessuna parte. Ci è nato.

Ovviamente ha preso da Will Eisner, dal quale mutua il tratto tondeggiante, e da Magnus, del quale legge e rilegge “Omicidio al riformatorio”. Dopo di loro si toglierà il cappello solo di fronte al fenomeno Andrea Pazienza.

Analizziamo la sua parabola attraverso 10 sue opere significative.

 

Fango (1976)

“Fango” viene pubblicato su Linus n. 140 del novembre 1976. Per tanti sarebbe un punto di arrivo. Per Filippo Scozzari non è nemmeno un punto di partenza. A livello narrativo è già un drago.

“Fango” si presenta come una favola ecologica. Una metafora esistenziale pervasa da un’euforica malinconia. È arrivato un bombarolo a far saltare le fabbriche che con i loro fanghi di depurazione avvelenano il pianeta.
La gente non si lamentava, non reagiva, non protestava. Vendeva il proprio silenzio in cambio di denaro, ma il bombarolo farà saltare gli equilibri.

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

Come non vedere un autoritratto dell’autore, in questa figura di irriducibile ribelle? Il tutto è espresso con una voce già personale. Il tratto sembra cantare. I giochi di pennello ricordano Will Eisner, ma l’insieme è inedito.

L’intera storia del fumetto sembra risuonare nelle vignette di questo dotato esordiente. Carl Barks, Robert Crumb, Vaughn Bode, tutti digeriti e reinterpretati.

 

Il fantasma delle fonderie (1977)

Con “Il fantasma delle fonderie”, uscito su Linus n. 145 nel 1977, Filippo Scozzari mira ancora più in alto. In sole sette tavole l’artista bolognese crea un personaggio di sicura presa, surreale e stravagante, come i tempi richiedevano. Ma anche duro e disilluso, come nella miglior tradizione hard boiled.

Sì, perché il Dr. Jack non è un dottore, è un investigatore. “Mi serviva un investigatore e per non pensarci troppo su gli diedi la faccia di Chandler”. La storia è visionaria e angosciante, misteriosa e senza speranza. Cosa chiedere di più?

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

“Una sera trovai su un tavolo un foglio del Movimento romano, Zut. Mi colpì un racconto su un operaio scomparso della Magneti Marelli, che tutti cercano e che alla fine si scopre che s’è gettato in un altoforno perché non ne può più. Capperi, mi dissi, questo è per me”.

Il segno è perfetto, curatissimo, gli ci volle un mese per terminare quelle sette tavole. Gli indizi per risolvere l’enigma sono forniti al dottor Jack dallo psicanalista che aveva in cura l’operaio scomparso e da un’ambigua scritta sul muro. Gli indizi per capire che un nuovo maestro del fumetto era apparso sulla scena erano belli chiari.

 

Amami primo (1978)

A Filippo Scozzari Linus sta stretto. Così con tre scombinati compagni di merende come Stefano Tamburini, Massimo Mattioli e Andrea Pazienza crea Cannibale, la rivista underground degli “squilibri più avanzati”.

Sul n. 4 del Novembre 1978 c’è “Amami Primo”, divertentissimo racconto che vede come protagonista un nuovo demenziale personaggio: il campione di squisitezza Primo Carnera. Scozzari, che non è noto per essere politicamente corretto, si abbandona alla sua vena “omofoba” mettendo in scena le bizzarre avventure di un dichiarato busone.

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

Uno stilista omosessuale, prestante ma effeminato, al tempo stesso geniale, creativo e soprattutto “squisito”. Se per il Dr. Jack aveva preso a prestito lo stereotipo dell’ investigatore, qui si inventa tutto di sana pianta mescolando decadentismo, dadaismo e poetica avanguardista.

In questa mitica storia “di maschi e di damaschi”, come recita il sottotitolo, troviamo incontaminato tutto lo spirito “cazzaro” del ’77: lo sberleffo eterno, la perenne presa per il culo, costi quel che costi.

 

La plastica svedese è un pericolo o no? (1979)

Nel 1979, Filippo Scozzari inizia a collaborare con il settimanale Il Male, in quel periodo l’ombelico del mondo della satira. Vi pubblica vari fumetti, tra i quali “La plastica svedese è un pericolo o no”?

A questo punto l’artista bolognese compie un errore di valutazione, ampiamente ammesso dallo stesso in svariate interviste. Pensa che la sua arte sia troppo superiore al pubblico dei fumetti. Smette di impegnarsi. Tira via. Manda in stampa illustrazioni e racconti di una qualità ampiamente al di sotto delle sue possibilità.
In questo è assai diverso dall’amico fraterno Andrea Pazienza, che nello stesso periodo disegna ogni vignetta “come fosse l’ultima”.

FILIPPO SCOZZARI TRA ALTI E BASSI

Sulle pagine de Il Male nasce il personaggio di Suor Dentona, una consorella dell’immaginario ordine delle Dentone, la cui missione è quella di andare sui campi di battaglia per prelevare l’anima ai soldati moribondi con il sacro rito della fellatio in articulo mortis.

L’idea è geniale, peccato che i disegni non le stiano assolutamente dietro. Disegnacci brutti buttati lì in mezzo a un mare di parole.
Non è così che si fa. Come diceva Thomas Edison: “La creatività è composta per 1% di ispirazione e per il 99% di traspirazione”, cioè sudore.

 

La Dalia Azzurra (1980)

Nel 1980 Filippo Scozzari è uno dei fondatori di Frigidaire, una rivista in parte giornalistica e in parte a fumetti, tra le più interessanti e rivoluzionarie del decennio. Il primo numero è una specie di compilation del meglio del fumetto italiano di quegli anni.

Ci sono le quatto tesissime pagine di “Se vuoi sangue lo avrai” di Andrea Pazienza, sette epiche pagine di Ranxerox della premiata ditta Tamburini-Liberatore e naturalmente lui, l’ostico Scozzari con le prime sei pagine della “Dalia Azzurra”.

L’occasione è tra le più ghiotte, Oreste Del Buono è in possesso della sceneggiatura originale di Raymond Chandler per il film con Veronica Lake del 1946. Del Buono la mette a disposizione del gruppo di Frigidaire per una trasposizione a fumetti.

Scozzari si assume onori e oneri. A occhio e croce c’è n’è per un centinaio di pagine. Qualcosa però va storto. Scozzari, il dissacratore, prende Chandler fin troppo sul serio. Non modifica una riga di dialogo. Utilizza per le facce dei personaggi quelle degli attori del lungometraggio. Ricopia persino le inquadrature del film.

Non è così che si diventa una rockstar del fumetto. Parte con il piede sbagliato e quando se ne accorge è troppo tardi. Nella decima puntata scrive: “Chandler è tutto scemo, ma io che gli do retta lo sono di più”.
La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, ma ormai bisogna arrivare alla fine. La classica occasione persa.

 

Peli (1981)

“Peli” è una storia di due pagine apparsa sul n. 13 di Frigidaire, nel dicembre 1981. In tutto sono quattro vignette. Se fai una storia di quattro vignette dovrebbero essere quattro disegni bellissimi. Non lo sono.

Accanto a ogni disegno c’è una quantità enorme di testo. “Peli” dovrebbe raccontare la storia di un’ossessione. L’idea di partenza è morbosa e assurda, totalmente scozzariana. Lo svolgimento lascia molto a desiderare.

La prima illuminazione giovanile sulla somma importanza del pelo femminile nella vita di un uomo avrebbe dovuto essere una specie di immortale epifania, il cui ricordo riverbera ancora oggi nella mente dell’autore. Invece si risolve in poche asettiche considerazioni durante un viaggio in autobus.

Anche nelle vignette successive la storia manca di quella vibrante emozione che accompagna tutte le vere ossessioni. Sembra quasi che il talento bolognese qui non si sia lasciato andare del tutto. Che per pudore abbia trattenuto le sue più intime emozioni dentro di sé, negandocele.

 

Ferencvaros bella squadra (1982)

Su Frigidaire n. 20 del luglio 1982 viene pubblicato il fumetto di 13 pagine intitolato “Ferencvaros bella squadra”. Si tratta di un capolavoro. Uno di quei momenti perfetti nei quali un fumettista azzecca il testo, né troppo corto né troppo lungo, e azzecca i disegni, né troppo leccati né tirati via.

Tutto sembra scorrere in modo naturale, quasi come se la storia si fosse scritta e disegnata da sola. C’è la follia di Filippo Scozzari, tutta la sua unicità. C’è un caldo sentimento di euforica malinconia che tutto sostiene e tutto avvolge.
“È la storia di una vendetta arzigogolatissima, studiata nell’arco di un intero campionato”, rimarca l’autore.

“In Italia nessuno ha mai usato il calcio, e lo spogliatoio, come sfondo di una storia. Mentre scrivevo la sceneggiatura, i primi scarabocchi di questa storia, provavo una sensazione di onnipotenza, mi pareva di essere un Nembo Kid del fumetto. Ho ancora i brividi, perché purtroppo sono flash che non ho più: sapevo che stavo mettendo al mondo un capolavoro, qualsiasi fosse l’opinione che ne avrebbero ricavato gli altri. E mi venne di getto, in trenta secondi, chiavi in mano; come se il mio cervello dicesse: ‘La vuoi pubblicare questa? Guarda cosa ti regalo’. M’è capitato pochissime altre volte”.

 

Il mar delle blatte (1983)

“Il mare a perdita di vista, senza una terra all’orizzonte, sotto la cappa affocata del cielo, appariva nero come l’inchiostro e di una lucentezza funebre. Una quantità sterminata di blatte, tanto fitte da non lasciar occhieggiare l’acqua di sotto, lo copriva per tutta la sua distesa”.
Tommaso Landolfi era uno scrittore visionario, quella di un mare completamente nero poiché ricoperto da scarafaggi rimane una delle immagini più potenti della letteratura italiana.

Appena lesse il breve racconto Scozzari rimase folgorato e si mise subito a lavorare alla trasposizione a fumetti, che fu pubblicata in quattro puntate tra il marzo e l’agosto del 1983 sulle pagine di rivista Frigidaire (numeri 28, 30, 31 e 32/33).
Molti la considerano il suo capolavoro. Come aveva fatto con Chandler, Scozzari rispetta quasi alla lettera il testo di Landolfi, già abbastanza surreale di suo.

A livello grafico, lo stile di Scòzzari in “Il mar delle blatte” si mantiene incredibilmente uniforme per tutte le 38 pagine, forse solo gli sfondi sono un po’ meno curati nella parte finale. L’artista bolognese mette grande cura del tratto, precisissimo ed elegante, nel definire le figure, così come puntiglioso e dettagliato nelle ambientazioni.

Si tratta della tipica “linea chiara” scozzariana che ha perso un po’ di personalità nel passaggio dal pennello al pennarello, ma che in questo caso riesce a esaltare ancor di più le folli atmosfere landolfiane.
Pienamente in armonia con lo spirito surreale della storia sono anche le tipiche espressioni stralunate e caricaturali dei principali personaggi.

La forza di questo fumetto sta però nell’uso del colore, i cui toni squillanti e acidi esaltano perfettamente la voluta assurdità della vicenda. Colori quasi psichedelici nella loro esuberanza, che contrastano perfettamente tra loro senza che emerga un tono cromatico predominante. Un tripudio di Pantone mai visto prima.

 

Towloose Lowtrack l’istruttore delle dive (1984)

Filippo Scozzari è da sempre passato con la massima disinvoltura da quasi-capolavori come “Il mar delle blatte” a prodotti oltremodo sconcertanti come questo Towloose Lowtrack, pubblicato sul n. 43 di Frigidaire nel giugno del 1984.

La qualità altalenante dei suoi lavori, dovuta ai tempi ridotti, alla mancanza di ispirazione o forse alla inesauribile voglia di prendere tutti in giro a cominciare dai suoi fan, ha da sempre zavorrato pesantemente i tentativi dell’artista di raggiungere il giusto riconoscimento delle sue non comuni qualità.
Questa è una storia di pura misoginia.

L’atteggiamento è da sempre nelle corde dell’autore e parte della sua particolare visione del mondo. Qui però, forse per una eccessiva mancanza di distacco dai temi trattati, l’artista bolognese non riesce a organizzare a dovere il materiale a sua disposizione.

Towloose Lowtrack, l’uomo che da “repellenti disgraziate ricava mostri osannati dal mondo intero” è, come spesso Scozzari ci racconta, la vittima di una vendetta tutta al femminile. Il racconto dovrebbe fare ridere, ma non ci riesce, soffocato come è dal livore che l’autore mette in campo contro il genere femminile.
Si salvano i disegni, ricchi di pose inedite ed esaltati da una colorazione enfatica e lussuriosa.

 

Che cosa voglio disegnare (1985)

Perché Filippo Scozzari nel 1985, sul numero 59 di Frigidaire, dopo dieci anni di attività pubblica “Che cosa voglio disegnare”? Un fumetto di otto pagine che è una dichiarazione di intenti, un manifesto artistico e poetico. La vicenda è complicata.

Le righe iniziali sono prese pari pari dal finale della Dalia Azzurra. Là non erano altro che la lucida ammissione di una sconfitta. Qui? Oggi? Scozzari voleva disegnare “atmosfere fumose e cazzotti disperati”, c’è riuscito? Solo in parte.

Scozzari ha a lungo flirtato con le tematiche hard boiled, a partire dal Dr. Jack passando per la Dalia Azzurra, senza mai riuscire a farle diventare veramente sue. Scozzari non possiede l’anima tormentata di Chandler, in lui finisce per prevalere sempre lo sberleffo.

Possiede una certa malinconia di fondo, che quando riesce a uscire allo scoperto dona alle sue opere una luce particolare, ma succede raramente, sembra quasi che l’autore se ne vergogni. Se può, preferisce tenerla a freno.

Voleva disegnare “navi che salpano a mezzanotte cariche di banane e delitto, con capitàni che fuggon da se stessi”. L’ha mai fatto? Nei suoi fumetti l’avventura fa spesso capolino, ma non riesce mai a farsi prendere sul serio, strozzata ancora in fasce da un cinismo radicale che più che una filosofia di vita sembra un meccanismo di autodifesa.

“Che cosa voglio disegnare” sa di dolorosa presa di coscienza. Di quello che poteva essere e non è stato. Di un autore dotato di un talento straordinario che non sempre ha saputo o voluto realizzare delle opere all’altezza di se stesso.

 

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*