EROI IN MASCHERA, QUASI SUPEREROI

EROI IN MASCHERA, QUASI SUPEREROI

Se tolgo quella maschera qualcosa svanirà per sempre,
perché chiunque tu sia non sarà mai grande come l’idea di ciò che sei.
V For Vendetta di Alan Moore e David Lloyd, Libro 3, cap. 9, pag. 6 (1989)

Le maschere, ragazzo mio, sono magiche…
i giusti che le indossano si sentono più forti e protetti dall’umana mediocrità…
ma i malvagi le usano per imporre col terrore i loro funesti disegni…
Le sette vite dello sparviero di Patrick Cothias e André Juillard, vol. 7, pag. 4-5 (1991)

Non dipendeva da un trauma farti indossare una maschera.
Non dipendeva dai tuoi genitori uccisi…
o dai raggi cosmici o da un anello del potere…
solo dalla perfetta combinazione di solitudine e disperazione.
Kick-Ass di Mark Millar e John Romita Jr., n. 1, pag. 13 (2008)

 

Prime maschere disegnate

Nei fumetti il primo eroe di una serie a celare il volto dietro una maschera fu The Phantom (Il Fantasma), noto in Italia semplicemente come l’Uomo Mascherato.
Creato negli Stati Uniti sotto forma di strisce nel 1936, dall’impresario e scrittore teatrale Lee Falk e dal disegnatore Ray Moore, già nello stesso anno The Phantom fu seguito da The Clock (L’Orologio), un giustiziere mascherato dagli abiti più eleganti ma decisamente di minor successo, tanto che ben pochi lo ricordano.

Il capostipite Phantom è soprattutto il nemico atavico di ogni forma di pirateria e sembra vivere ventiquattro ore su ventiquattro avvolto nella sua calzamaglia violetta, che in Italia fu erroneamente colorata di rosso perché fu pubblicato a colori prima da noi che in America.

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Phantom regna da generazioni su una “giungla” sui generis, collocata in un immaginifico Golfo del Bengala, che, accanto a tigri e rajah tipici dell’omonima regione dell’India, vede con il tempo una sempre maggiore prevalenza di etnie e faune decisamente africane, tanto che è legittimo il sospetto che si tratti piuttosto del Golfo di Benguella, in Angola, località il cui nome in inglese si pronuncia in modo molto simile.

Negli anni sessanta l’ambientazione sarà esplicitamente e definitivamente spostata in Africa, in un immaginario stato indipendente di nome Bangalla, altra parola che gli americani pronunciano più o meno allo stesso modo.

Ma che si tratti dell’Asia o dell’Africa, il personaggio di Falk e Moore, in quanto avventuriero bianco che regna sui popoli indigeni, ha inizialmente un tono paternalista che riflette quello del colonialismo ancora vivo in quegli anni.

Phantom ebbe subito successo nell’Italia fascista sulle pagine de L’Avventuroso di Nerbini e quando dal 1938, a causa delle leggi autarchiche, fu vietata l’importazione delle strisce straniere, gli autori di casa nostra dovettero affrettarsi a crearne delle imitazioni.

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Una delle prime fu il Giustiziere Mascherato, creato nel 1939 da Emilio Fancelli e Roberto Lemmi proprio per sostituire su L’Avventuroso The Phantom, le cui storie originali furono ricalcate e fatte passare per avventure di questo giustiziere in calzamaglia verde d’origine italiana, in modo da aggirare le restrittive leggi vigenti.

Di impostazione ideologica un po’ diversa, benché non troppo differente nei metodi, fu il protagonista mascherato della storia Zorro della Metropoli, uscita a puntate nel 1937 sulle pagine del giornale Paperino.

L’effimero personaggio, nato dalla fantasia dell’autore cinematografico Cesare Zavattini, del letterato e sceneggiatore di fumetti Guido Martina e dell’allora giovanissimo illustratore Walter Molino, è un eroe che agisce nell’ombra per difendere i diritti degli operai di una fabbrica di New York, in un fumetto che fonde due distinte influenze, quella dei film di Zorro tratti dai racconti di Johnston McCulley e quella del film Metropolis di Fritz Lang, con cui il regista tedesco intendeva mettere in guardia dal rischio di ridurre gli uomini a degli automi.

Il personaggio del vigilante misterioso non rimanda solo a giustizieri rivoluzionari, come il Tulipano Nero dell’omonimo romanzo di Alexandre Dumas, ma anche a quelli che difendono i diritti di nobili in difficoltà o di piccoli proprietari terrieri, come la Primula Rossa o lo Zorro dei racconti originali.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, alla fine del 1941, il Giustiziere Mascherato che aveva sostituito The Phantom su L’Avventuroso fu a sua volta sostituito da un personaggio più rassicurante e “reazionario”, ma soprattutto senza la maschera, chiamato il Conte Misterioso, sempre disegnato da Roberto Lemmi.

L’ultimo eroe mascherato dei fumetti ad apparire in Italia quello stesso anno, sempre edito da Nerbini, era stato il Solitario della foresta, prima versione nostrana dello statunitense Lone Ranger (il Ranger Solitario), una sorta di Zorro del West che nel 1938 era stato adattato a strisce dal suo creatore Francis Striker e dal disegnatore Ed Kressy, dopo essere nato nel 1933 come protagonista di un fortunato programma radiofonico.

Inutile dire che gli eroi mascherati nati negli Stati Uniti dal 1938, in Italia furono pubblicati solo dopo la guerra, quando lo furono. Proprio nel 1938, sul n. 20 dell’albo antologico Detective Comics, apparve il primo giustiziere mascherato pubblicato direttamente nei comic book, The Crimson Avenger (il Vendicatore Cremisi) creato da Jim Chambers, che combatteva i criminali armato di pistole a gas.

Usava lo stesso tipo di armi anche The Sandman (L’Uomo della Sabbia), creato l’anno dopo da Gardner Fox e Bert Christman sul n. 40 di Adventure Comics, un eroe che, dovendo saggiamente evitare di narcotizzarsi da solo, aveva l’accortezza di celare il proprio volto dietro una maschera antigas.

Sempre nel 1939, sul n. 27 di Detective Comics, esordì The Batman (L’Uomo Pipistrello), creato dallo sceneggiatore Bill Finger e dal disegnatore Bob Kane, che dato l’immediato successo, approdò a una propria testata personale già l’anno seguente.

Batman apparve in Italia sporadicamente nel 1946 con il nome di Ala d’Acciaio e poi in maniera stabile negli anni cinquanta con il nome di Pipistrello sugli Albi del Falco di Nembo Kid.
Dopodiché la serie degli eroi mascherati, per lo più ora dotati anche di veri e propri superpoteri, si fece veramente lunghissima.

Tra i giustizieri statunitensi senza doti troppo sovrumane, ma ugualmente premiati da un certo successo, si può citare Blue Beetle (lo Scarabeo Blu), un’imitazione di Phantom in versione supereroe creata da Charles Nicholas nel 1939 e più volte rielaborata fino a oggi. Da ricordare l’ironico detective mascherato The Spirit, creato da Will Eisner nel 1940, protagonista di splendide storie noir. Da non dimenticare Capitan America, creato da Joe Simon e Jack Kirby nel 1941 per spingere gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.
Mentre nel 1945 negli inserti domenicali dei quotidiani apparve l’effimero Drago, un gaucho mascherato creato dal disegnatore Burne Hogarth.

Nell’immediato dopoguerra, con la fine delle leggi autarchiche del fascismo, ne apparvero molti altri anche realizzati appositamente in Italia e in Europa, spesso ispirati al capostipite Phantom, ma anche a Batman o a Zorro.

L’Asso di Picche, un eroe in stile americano dalla calzamaglia gialla, fu creato nel 1945 dagli italiani Mario Faustinelli e Hugo Pratt, ma ebbe successo solo in Argentina. Per cui poco dopo i suoi autori si trasferirono oltreoceano, invitati appositamente da Cesare Civita, ex direttore generale della Mondadori diventato editore argentino, mentre da noi sospese le pubblicazioni.

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In Francia nello stesso anno uscì Fantax, un eroe realistico e violento creato dall’editore Pierre Mouchott, che tre anni dopo si vide anche in Italia ma solo per un anno, poiché sospese le pubblicazioni per cause legali.

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In Spagna nel 1946 nacque El Coyote, una sorta di Zorro messicano creato dallo scrittore José Mallorquì e pubblicato anche in Italia soltanto sotto forma di romanzi, mentre in Spagna, dato il grande successo che ottenne, uscì anche a fumetti e fu protagonista di film, programmi radio e spettacoli teatrali.

Nello stesso anno in Italia uscì Amok, un giustiziere esotico in stile Phantom creato da Phil Anderson (ovvero Cesare Solini) e Tony Chan (alias Antonio Canale), la cui maschera una volta tanto non celava il volto di un europeo, ma di un eroe originario di Giava. Nonostante l’iniziale successo, le sue avventure si conclusero dopo soli due anni, per poi essere ripubblicate in Francia, Spagna e Argentina.

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Lo sceneggiatore Gianluigi Bonelli creò nel 1948 Occhio Cupo, un giustiziere settecentesco disegnato da Aurelio Galleppini, mentre nel 1949 diede vita a Plutos, un’imitazione di Batman disegnata da Leone Cimpellin e ambientata a San Francisco: entrambe le serie non ebbero successo e chiusero poco dopo.

Sempre nel 1949 apparve Maskar, creato dall’editore Giovanni De Leo e dal disegnatore Gallieno Ferri al posto di Fantax e come questo pubblicato contemporaneamente in Francia e Italia per ottimizzare i costi.

Nel 1950 lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo e i disegnatori dello studio EsseGesse crearono il cupo eroe western Kinowa, che indossa una mostruosa maschera cornuta per vendicarsi degli indiani che gli hanno massacrato la famiglia.

Come si è visto, anche nel dopoguerra i fumetti degli eroi mascherati continuavano a vendere più in America che in Italia, dove per un po’ riprese ad avere davvero successo solo Phantom, che da noi continuava a essere l’Uomo Mascherato per antonomasia, oltre a qualche eroe western mascherato come Kinowa o Maschera Nera (una specie di ennesimo Zorro del West in stile Lone Ranger creato nel 1962 da Luciano Secchi e Paolo Piffarerio).

Diversamente dall’Italia, negli Stati Uniti i personaggi mascherati avevano legami con i giustizieri mascherati metropolitani che apparivano nei romanzi pulp statunitensi dall’inizio degli anni trenta e da cui i loro epigoni fumettistici all’inizio  riprendevano con precisione vari dettagli.

L’anello con cui The Phantom marchiava i criminali era simile a quello dell’eroe pulp The Spider (il Ragno). L’ampio cappello, il mantello e le pistole di The Crimson Avenger assomigliavano a quelli del tenebroso personaggio pulp The Shadow (l’Ombra). L’identità segreta da miliardario, il costume scuro e il mantello plissettato di Batman erano simili a quelli del quasi omonimo giustiziere pulp The Black Bat (il Pipistrello Nero). Il semplice abito di The Spirit non era infine molto diverso da quello dell’eroe pulp The Phantom Detective (l’Investigatore Fantasma) così come appariva nelle illustrazioni dei suoi romanzi.

Rispetto ai giustizieri pulp, quelli dei fumetti come Phantom o Spirit a volte tendevano a una maggiore ironia, con cui sdrammatizzavano anche le situazioni più drammatiche.

Nelle storie di Batman l’ironia subentrò con l’aggiunta, nel 1940, del personaggio di Robin come spalla giovanile dell’eroe.
Solo tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta Batman tornò alle cupe atmosfere pulp delle origini, attraverso autori come Denny O’Neil, Neal Adams e Frank Robbins, che introdussero temi più adulti, disegni più realistici e personaggi ambigui, come l’ecoterrorista Ras Al Ghul o l’uomo mutato in pipistrello Man-Bat.

A partire dagli anni sessanta Phantom veniva invece rielaborato da Lee Falk e Sy Barry, sotto forma di una sorta di agente segreto che opera su incarico dell’Onu, per tenderlo al passo con i tempi post-coloniali e rispettoso dell’autodeterminazione dei popoli del Terzo Mondo.

Il Bangalla divenne ora uno stato democratico più progressista della maggior parte degli stati africani dell’epoca, con un presidente nero regolarmente eletto che Phantom aiuta qualora la sua autorità venga minacciata da colpi di stato autoritari.

Batman, intanto, nei decenni successivi passò per le mani di innumerevoli autori e altrettante interpretazioni, sia dal punto di vista grafico sia narrativo. L’alter ego del miliardario Bruce Wayne si è fatto così sempre più complesso nella psicologia e versatile nell’adattarsi alle più disparate versioni e riletture, da quella noir di Steve Englehart e Marshall Rogers degli anni settanta a quella più anarchica ed eversiva di Frank Miller degli anni ottanta, fino a quella altrettanto matura della recente trilogia cinematografica diretta da Christopher Nolan.

Nelle versioni di questi ultimi autori, la maschera di Batman viene quasi ridotta a una mania personale dovuta alla mancata elaborazione di un lutto, ma allo stesso tempo fa da specchio all’anima disperata di una città corrotta.

Il Batman di Miller o di Nolan, ma anche di molti fumettisti succedutisi dagli anni ottanta, non è più l’ingenuo eroe incappucciato dei primi anni sessanta, ma un disilluso “cavaliere oscuro” che non può più collaborare con parte delle forze dell’ordine o delle autorità, perché sono anch’esse corrotte come i criminali a cui si oppone.

In un ciclo scritto da Grant Morrison si è visto Batman mettere in piedi un’organizzazione internazionale, una specie di multinazionale anticrimine, di cui fanno parte vigilanti mascherati di vari paesi. In tal modo l’uomo pipistrello arriva a condurre una vera e propria lotta al delitto e alla corruzione su scala mondiale, scavalcando se necessario le spesso impotenti polizie locali e imponendo una propria autorità, come una sorta di moderno Fantômas benevolo e illuminato.

 

Chi c’è dietro la maschera?

Una delle caratteristiche principali dell’eroe mascherato è ovviamente quella di nascondere la propria identità agli altri personaggi… e a volte anche ai lettori. Un’altra caratteristica è che la maschera assume un significato più importante di colui che la indossa, un significato simbolico, incarnando in qualche modo un vero e proprio archetipo. Per lo più gli altri personaggi non interagiscono con la persona sotto la maschera, ma con quella raffigurata nella maschera stessa (in latino “persona” significa, appunto, “maschera”).

Una semplice conseguenza è che non si può neanche essere sicuri che sotto la maschera ci sia sempre lo stesso individuo, anche se sembra che tutti lo diano per scontato. Così come le maschere degli dei e degli spiriti nei riti tribali o religiosi possono essere indossate in ogni cerimonia da persone diverse, così come le maschere della Commedia dell’Arte erano indossate nel tempo da diversi attori, in alcuni casi anche le maschere degli eroi dei fumetti possono essere indossate da personaggi diversi, che a un certo punto si alternano nell’impersonare quel determinato giustiziere.

Il passaggio di consegne di maschera e costume di padre in figlio si è visto in certi film di Zorro e in alcuni periodi anche nelle storie di Batman, con l’eroe sostituito provvisoriamente dal figlio adottivo ed ex-Robin ormai diventato adulto, o in quelle di un supereroe come Flash, per molti anni sostituito dal nipote dotato degli stessi poteri.

È una prassi che trova la sua applicazione più codificata e abituale già nella storia del capostipite Phantom, eroe considerato immortale proprio perché sotto la sua maschera si alternano attraverso i secoli le diverse generazioni di una stessa famiglia, discese in linea diretta dal superstite di una nave attaccata dai pirati che giurò di combattere per sempre ogni forma di pirateria.

Anche il figlio maschio del Phantom del Novecento, alla cui nascita assistiamo alla fine degli anni settanta, è destinato a prendere il posto del padre, ma l’autore del fumetto Lee Falk, nonostante nel 1987 avesse fatto indossare al piccolo erede un costume uguale a quello del genitore, muore nel 1999 senza aver scritto una storia in cui avvenisse il fatidico passaggio di consegne.

Questo è in qualche modo successo, prendendosi alcune libertà sul fumetto originale, in un recente film di produzione canadese, in cui il nuovo Phantom indossa un costume scuro molto diverso da quello del padre e per certi versi più moderno, una specie di armatura in Kevlar che ne potenzia le prestazioni fisiche.

Sia in questa che in una precedente versione cinematografica del 1996, Phantom è rappresentato con un po’ più di debolezze e limiti umani, a scapito dell’aspetto mitico e misterioso che costituisce gran parte del suo fascino.

Invece nei fumetti, a differenza di quanto accade nei film, l’identificazione del personaggio con la sua missione e la sua maschera è così totale che il suo vero volto non viene mai mostrato ai lettori.

Lo stesso succede con un altro personaggio, indicato solo con la lettera V, nel romanzo a fumetti capolavoro V for Vendetta scritto da Alan Moore e disegnato da David Lloyd, che lo hanno pubblicato inizialmente a puntate sulla rivista inglese Warrior, a partire dal 1982, per poi restare provvisoriamente incompiuto, prima di essere completato in un’edizione in dieci albi pubblicata dell’americana Dc Comics tra il 1988 e il 1989.

Pur mantenendo e rielaborando, come Phantom o Batman, delle caratteristiche tipiche dei feuilleton e dei romanzi pulp, V è un eroe molto più complesso, la cui maschera sorridente, più teatrale delle varie mascherine e cappucci dei giustizieri tradizionali dei fumetti, rimanda con precisione a un noto personaggio storico inglese, Guy Fawkes, un cospiratore cattolico che nel 1605 tentò di minare e far esplodere il parlamento inglese senza riuscirci. V invece riesce nell’intento, proprio all’inizio della storia, dando il via al suo piano.

Il personaggio di Moore e Lloyd si ispira a precisi principi anarchici che condannano ogni forma di autorità imposta, porta avanti un piano rivoluzionario con geniale lucidità ed è ovviamente considerato un terrorista dal governo dittatoriale a cui si oppone, nell’ipotetica Inghilterra di quindici anni dopo in cui si svolge la storia.

Lo scopo di V è di aprire gli occhi alla popolazione sulle imposizioni e le manipolazioni del potere costituito, cercando di responsabilizzare coloro che fino a quel momento hanno accettato la situazione e lasciando che, una volta eliminati i capi del regime, siano i cittadini ad apportare il cambiamento politico che desiderano.

Rendendosi conto però che, nella società migliore che spera si realizzi in futuro, non ci sarà più posto per i suoi metodi violenti, alla fine della storia V lascia la sua maschera in eredità a una discepola da lui opportunamente preparata a tale scopo, Evey Hammond, a cui raccomanda solo di non scoprire mai quale fosse il suo volto sotto la maschera, che resta così un simbolo anonimo con cui può identificarsi chiunque.

Nel film tratto dal fumetto, prodotto dai registi di Matrix, si va ancora oltre, facendo indossare nel finale la maschera di V all’intera popolazione della città che marcia verso il parlamento, trasformando così definitivamente il volto dell’attentatore Guy Fawkes in un simbolo di opposizione a tutte le forme di potere e manipolazione globale, tanto che oggi quella maschera viene spesso indossata da manifestanti di vario tipo.

A conferma dell’importanza che la maschera può assumere rispetto a chi la porta, si noti che nel film V for Vendetta non è sempre l’attore titolare Hugo Weaving a indossare la maschera di V. Nelle prime scene girate il ruolo era interpretato da un altro attore, James Purefoy, che abbandonò il set dopo poche settimane proprio perché non sopportava di dover girare per tutto il tempo coperto da una maschera. La maschera in questo caso si rivelò anche un vantaggio per produttori e regista, che poterono sostituire l’attore facilmente.

Con V, così come con le “maschere” protagoniste di un altro capolavoro scritto da Alan Moore poco tempo dopo come Watchmen, si può parlare di giustizieri postmoderni, in quanto, come nell’arte postmoderna, vi sono rielaborati a un livello più alto e significativo degli elementi comunemente considerati scontati o “bassi”, rendendo evidente la bellezza stilistica e letteraria con cui anche tali forme possono essere trattate.

Nello stesso senso è altrettanto postmoderno l’ambizioso e complesso affresco storico, formato da varie serie di album a fumetti che si intrecciano l’una con l’altra, scritto dal 1980 da Patrick Cothias con la serie d’avventure Masquerouge (Maschera Rossa), disegnata da André Juillard prima e da Marco Venanzi poi, apparsa inizialmente sulla rivista Pif Gadget e raccolta in dieci album usciti tra il 1984 e il 2004.

La protagonista è la giovane baronessa decaduta Ariane de Troïl, che indossando la maschera e gli abiti del misterioso spadaccino Masquerouge, lotta in difesa dei più deboli e dei più poveri nella Parigi seicentesca di re Luigi XIII, ben prima che si intravedessero le avvisaglie della rivoluzione. Lo stesso re di Francia all’inizio non si sente minacciato da Masquerouge, anzi ne ammira le gesta, ma cambia opinione mano a mano che il suo prestigio ne risente.

Luigi XIII è anche stato per breve tempo l’amante della bella Ariane, ma come tutti ignora che sia lei a celarsi sotto la maschera del misterioso eroe. Il periodo in cui i due furono amanti è raccontato nei volumi dal 7 al 10 della serie, che narrano eventi precedenti al volume 1 e chiariscono anche come Ariane abbia deciso di assumere l’identità di Masquerouge celando il volto proprio dietro a quella maschera, una maschera che qualche volta era stata indossata dal re, in determinate occasioni mondane o furtive.

Invece l’attuale domestico e maestro di scherma di Ariane, Germain Grandpin, ex-capitano delle guardie del re, che a sua volta è innamorato di lei, è a lungo tenuto a distanza, per fargli scontare una terribile colpa da lui commessa quando si conobbero.

Questo e molti altri episodi del passato più remoto dell’eroina, ambientati prima ancora che si stabilisse a Parigi, sono svelati un po’ per volta nel corso di un’altra bellissima serie, Les 7 Vies de l’Épervier (Le sette vite dello Sparviero), pubblicata dall’editrice Glénat inizialmente a puntate sulla rivista Vécu dal 1981 e poi raccolta in sette volumi usciti dal 1983 al 1991, che formano una saga che si rivelerà fondamentale sotto molti aspetti nell’evoluzione del fumetto storico francese.

In questo ciclo magistralmente disegnato da Juillard, che si svolge nell’arco di ventiquattro anni, dal 1601 al 1625, i creatori di Masquerouge narrano un’intricata vicenda degna dei migliori feuilleton ottocenteschi in cui il destino del re di Francia Enrico IV e di suo figlio Luigi XIII si snoda parallelamente e si interseca con quello di una piccola famiglia nobile dell’Alvernia, di cui fanno parte, oltre ad Ariane e a suo fratello Guiellemot, anche suo padre e suo zio, i fratelli Yvon e Gabriel de Troïl, divisi dall’amore per la stessa donna.

Luigi XIII nasce proprio all’inizio del primo album della serie, esattamente nello stesso giorno in cui nasce anche Ariane, la cui madre, che era la donna amata dai fratelli rivali, muore subito dopo averla partorita.

La crudezza delle situazioni che caratterizza la serie, la differenzia nettamente da quella di Masquerouge, dimostrando, con immagini e dialoghi più espliciti e sarcastici di qualsiasi feuilleton letterario dell’ottocento, di essere rivolta a un pubblico decisamente adulto e molto più smaliziato di quello dei secoli passati.

Per esempio sono evidenziati, con leggerezza, raffinatezza e ironia, gli insaziabili e disinibiti appetiti sessuali che pare fossero tipici di Enrico IV, a differenza del più sensibile Luigi XIII. Inoltre i fumetti storici precedenti usavano dei contesti reali solo per narrare avventure immaginarie, del tutto ininfluenti sul destino delle nazioni o dei loro regnanti, qui invece si azzardano analisi e ipotesi sui più intimi pensieri e motivazioni di personaggi davvero vissuti, rispettando dei fatti storici essenziali e inventandone altri per esigenze narrative.

Sempre nel primo episodio de Le sette vite dello Sparviero, vediamo la piccola Ariane che a otto anni assiste per la prima volta alle eroiche prove di coraggio di uno spadaccino misterioso detto appunto lo Sparviero. Questi porta una maschera rossa simile a quella che lei indosserà in futuro, denuncia i subdoli imbrogli della religione e la sua collusione col potere e si batte contro i nobili e i loro servi in difesa dei diritti dei contadini.

Ma la sua vita, così come quella di Ariane e di altri personaggi immaginari o storici, durante la serie è continuamente influenzata da un essere che assume vari aspetti e che gioca col destino degli uomini, in pratica una figura che si può identificare abbastanza facilmente col Diavolo della tradizione ebraico-cristiana.
Anche qui si delinea la leggenda di un vendicatore immortale, poiché dopo che lo Sparviero originale ha perso un braccio e un occhio ed è stato gettato in carcere, Ariane convince il proprio fratello Guiellemot a prenderne il posto e, poiché questi ha dimostrato di non esserne all’altezza, tempo dopo ne raccoglierà lei stessa l’eredità proseguendone la lotta sotto le vesti di Masquerouge. L’intera serie d’avventure da lei vissute con questo nome si colloca esattamente tra il sesto e il settimo episodio della serie Le 7 Vite dello Sparviero.

In quel settimo e decisivo episodio del 1991, che sviluppa e amplia un breve racconto di Masquerouge di nove anni prima, svelandone i retroscena, colui che un tempo era lo Sparviero, pur avendo conservato anche con un braccio solo l’antica destrezza e abilità, è ormai amareggiato e deluso dall’ottusa indifferenza dei suoi simili e dal modo tragicamente beffardo con cui il destino lo ha ripagato del suo eroismo ed è diventato un cinico mercenario e un sicario.

Poiché c’è chi vuole la morte del nuovo giustiziere Masquerouge, che si oppone a potenti interessi, la storia si conclude quindi con un duello tra le due diverse incarnazioni dell’eroe mascherato, che mette fine in modo tragico e traumatico alle carriere di entrambi.

Ma le storie di vari personaggi de Le sette Vite dello Sparviero continuano in altre serie scritte da Cothias e anche quella di Ariane de Troïl non termina qui. Sono sempre Cothias e Juillard a proseguirla in un ciclo di quattro volumi, se possibile ancora più coinvolgente, pubblicato dal 1995 al 2002 e dal titolo Plume aux Vents (Piuma al vento). È questo il nome che gli indiani mohawk danno ad Ariane, dopo che l’eroina è giunta fortunosamente in Nord-America alla ricerca di colui che ha scoperto essere il suo vero padre.

Avendo ormai rinunciato a tutte le maschere, gli inganni e i sotterfugi, in Piuma al vento Ariane lotta contro molte avversità in un paese più libero, più selvaggio ma anche meno ipocrita della vecchia Europa.

Qui si fa nuovi amici, ne perde alcuni e ne ritrova di vecchi, si sposa con un indiano e infine si conquista un suo posto nel mondo, guidando insieme a un nuovo compagno un gruppo di utopistici pirati, che assaltano le navi negriere per liberare gli schiavi africani loro vittime. Riprende così a combattere l’ingiustizia, ma questa volta senza più nascondersi dietro a nessuna maschera. Eppure la storia di Ariane non è ancora finita.

Nel primo volume di un nuovo ciclo, intitolato Quinze Ans Après (Quindici anni dopo), Ariane de Troïl ritorna a Parigi alla ricerca di sua figlia Ninon, nata in un periodo in cui era prigioniera del fratello del re di Francia.

La Maschera è il nome stesso del protagonista anche in una serie a fumetti provocatoria, satirica, violenta e un po’ demenziale come The Mask (La Maschera), creata dallo sceneggiatore John Arcudi e dal disegnatore Doug Mahnke, pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista antologica Mayhem, nel 1989.

Nella prima storia, il frustrato Stanley Ipkiss, da sempre sottomesso e maltrattato da tutti, entra casualmente in possesso di una maschera magica che conferisce enormi poteri, trasformando chiunque la indossi in un grottesco e invulnerabile personaggio da cartone animato, capace letteralmente di fare di tutto.

Stanley usa tali capacità per togliersi tutte le soddisfazioni possibili e soprattutto per vendicarsi di tutti coloro che lo hanno umiliato in passato, per lo più massacrandoli senza pietà. Non fa neanche in tempo a rendersi conto che la violenta e perversa volontà della maschera sta ormai prendendo il sopravvento sulla sua, che nel finale del primo episodio viene ucciso a sua volta da un altro personaggio che ha indossato la maschera.

Dopodichè, a partire dalla prima serie del 1991 intitolata al personaggio, la maschera passa di mano in mano e altri personaggi, uomini o donne, poliziotti o criminali, ne sfruttano i poteri per i loro scopi, rischiando a loro volta di esserne fagocitati.

I dialoghi schizofrenici che si svolgono tra lo spirito della maschera e coloro che la indossano, dimostrano come questa sia dotata di una volontà propria, che si impone come un demone perverso sul corpo ospite. Alla prima, seguono altre sei miniserie principali con lo stesso protagonista, pubblicate dalla Dark Horse fino al 1998, senza contare altri numeri speciali, partecipazioni e serie parallele.

Alla fine di ogni miniserie la maschera viene nascosta o va perduta, per essere recuperata o trovata da qualcun altro all’inizio della miniserie seguente. In questo caso, ancora di più che in tutti i fumetti precedenti, il vero protagonista è insomma proprio la maschera in sé, piuttosto che i vari personaggi che la indossano.

Anche nell’omonimo film tratto dal fumetto nel 1994, interpretato da Jim Carrey (forse l’unico attore che poteva immedesimarsi in modo convincente in un antieroe così bizzarro), la maschera non è indossata da un solo individuo.

Carrey la usa in modo scherzoso e dispettoso ma con intenti tutto sommato positivi, mentre il cattivo della situazione se ne impossessa per usarla in modo ben più violento e spietato. Così le ambigue e feroci gag, distribuite nelle varie serie originali di The Mask, qui sono scisse in modo semplicistico secondo la solita dicotomia buono-cattivo dell’industria hollywoodiana.

L’esigenza cinematografica di ridurre la storia al formato di film per tutti, mette ordine a modo suo nelle situazioni ben più caotiche ed estreme immaginate dagli autori. A differenza di quanto accade nel fumetto, non può quindi mancare un lieto fine consolatorio, con l’eroe che finisce per rinunciare alla maschera ma in cambio conquista la bella di turno.

Un ciclo a fumetti in cui una maschera svolge un ruolo quasi più importante di quello del protagonista destinato a indossarla, è quello che si è snodata attraverso due miniserie mensili di Segio Bonelli Editore, Volto Nascosto e Shanghai Devil, entrambe scritte da Gianfranco Manfredi e disegnate da vari autori.

Volto Nascosto esce in quattordici numeri, tra il 2007 e il 2008. La storia inizia nel 1889 e il protagonista è il giovane romano Ugo Pastore, che accompagna il padre, rappresentante di una società commerciale, in un viaggio d’affari in Eritrea, allora colonia italiana.

Qui Ugo incontra casualmente Volto Nascosto, il carismatico capo di una banda di ribelli locali, dal volto coperto da una maschera d’argento, che conduce una lotta senza quartiere per cacciare gli invasori stranieri. Tra i due, fin dal primo incontro, nasce una reciproca stima, anche perché Ugo, il cui volto è vagamente ispirato a quello del cantautore Fabrizio De André, è una persona di grande sensibilità e umanità, che ha a cuore la difesa dei più deboli e che non ama combattere né uccidere, anche se volte vi è costretto, sempre dimostrando malgrado tutto di essere un ottimo tiratore.

Anni dopo, durante la guerra contro il negus d’Etiopia Menelik II, è un amico di Ugo, l’ambizioso tenente di cavalleria Vittorio De Cesari, dal carattere ben diverso, a incontrare Volto Nascosto sul campo di battaglia e a essere fatto prigioniero da lui. Ugo torna in Africa per trattare la sua liberazione, mentre Volto Nascosto, agli ordini di Menelik e della regina Taitù, ha un ruolo importante nella guerra d’Etiopia in quanto simbolo di libertà e ribellione, ma all’insaputa di tutti sotto la sua maschera non c’è sempre la stessa persona…

La complessa vicenda accompagna alle avventure belliche a cui prendono parte i personaggi, anche delle interessanti analisi sui retroscena politici degli eventi reali, rievocati con meticolosità storica dall’autore.

Al momento di ritirarsi dalla lotta, il vero Volto Nascosto lascia la sua maschera a Vittorio de Cesari, che in punto di morte la dà poi a Ugo Pastore. Questi, la indosserà nel corso di un’altra miniserie a fumetti che si svolge in Cina nel 1897, dove si è recato di nuovo al seguito del padre in missione commerciale.

Qui, indossando la maschera che era stata di Volto Nascosto, Ugo assume l’identità del misterioso Shanghai Devil (il Diavolo di Shanghai) per opporsi a un trafficante inglese di oppio, diventando a sua volta un simbolo locale di libertà e giustizia, anche perché nessuno sa che dietro quella maschera d’argento non c’è un cinese.

Shanghai Devil esce in diciotto numeri, tra il 2011 e il 2013, e Ugo Pastore non è l’unico a portare una maschera all’interno di questa miniserie. Le usano durante i loro spettacoli anche gli attori dell’opera cinese, tra cui il nuovo amico di Ugo, Ha Ojie. Inoltre il misterioso Tai Mien, capo della setta guerriera delle Lanterne Blu di cui Shangai Devil diventa alleato, indossa a sua volta una maschera per ovvi motivi di anonimato.

La vicenda di Shanghai Devil è ancora più elaborata di quella di Volto Nascosto. Il periodo è quello della rivolta dei boxer, per cui qui non appaiono solo soldati italiani ma di varie nazioni europee che occupavano alcuni centri costieri della Cina.

Gli scontri però non si svolgono solo tra cinesi ed europei. Riguardano anche la lotta per il potere condotta tra diverse fazioni cinesi, più o meno fedeli al legittimo imperatore, una lotta in cui anche Shanghai Devil si troverà coinvolto suo malgrado.

Al di là dei tumultuosi conflitti in corso nella Cina di quell’epoca e della sempre maggiore grinta che il protagonista dimostra affrontandoli, Ugo Pastore rimane nonostante tutto un personaggio profondamente umano. Una delle cose che più gli premono è condurre al sicuro una ragazza cinese di cui si è innamorato fin dal primo numero e che ha liberato dalla prostituzione, Meifong.

Lo stesso ex-Shanghai Devil finirà per raggiungerla, nell’ultimo numero, in un luogo dove sembra esistere davvero quella pace e serenità che i tormentati eroi mascherati raramente riescono a trovare.

Uno degli ultimi personaggi del genere, ideato su misura per alimentare l’identificazione con i lettori, è Kick-Ass, creato da Mark Millar e John Romita Jr. in una miniserie di otto numeri, pubblicata tra il 2008 e il 2010 dall’etichetta Icon della Marvel, dedicata a storie più mature e originali di quelle dei supereroi.

Si tratta di un quattordicenne frustrato appassionato di fumetti, Dave Lizewski, che per imitare i supereroi di cui legge le gesta, dopo molte esitazioni, si decide infine a indossare una tuta verde che gli nasconde il volto e, armatosi di rozzi manganelli, s’improvvisa giustiziere dilettante.

Ma Dave scopre molto in fretta che la vita reale non è per niente come i fumetti e ben presto si ritrova in ospedale in fin di vita e con molte ossa rotte. Qui gli vengono innestate delle placche ossee di metallo che lo renderanno un po’ più resistente ai colpi, dandogli un piccolo vantaggio nell’incerta lotta contro i criminali, a cui insiste caparbiamente a dedicarsi.

Incontra poi altri personaggi mascherati più tosti di lui, come una bambina chiamata Hit-Girl, addestrata ai combattimenti all’ultimo sangue dal padre. Questi, detto Big-Daddy, è un altro fanatico di supereroi che, essendo un adulto, fa le cose molto più sul serio di Kick-Ass, senza avere scrupoli nell’uccidere i criminali.

Il realismo delle situazioni, plausibili e paradossali al tempo stesso, in cui il giustiziere in erba si ritrova invischiato, insieme all’iperbolica violenza sanguinaria che caratterizza la serie, hanno assicurato un buon successo a Kick-Ass, che ha avuto un seguito in altre miniserie. Ogni miniserie è stata poi rapidamente raccolta in volume e ne sono stati tratti finora due film abbastanza gradevoli, con una violenza un po’ attenuata rispetto al fumetto.

L’uso delle maschere tra gli eroi dei fumetti non termina ovviamente con le serie citate, che ne sono solo un piccolo esempio. Sulle pagine degli albi e dei volumi disegnati infiniti personaggi continuano a indossare uno dopo l’altro analoghi travestimenti, per sentirsi più che semplici esseri umani e far sentire ai lettori, che si identificano con loro, l’illusione di poter esprimere da dietro una maschera un qualche potenziale nascosto.

 

(Da Segreti di Pulcinella).

 

 

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