EC COMICS, IL TEMPIO DEI GRANDI DISEGNATORI

EC COMICS, IL TEMPIO DEI GRANDI DISEGNATORI

Da qualunque prospettiva li si affronti, i fumetti della Entertaining Comics (Ec Comics) appartengono alla leggenda. Fanno parte del lato oscuro della cultura popolare americana degli anni cinquanta, come le fotografie fetish di Bettie Page e i primi dischi rock ‘n roll del Dj Pete “Mad Daddy” Meyers.

La sigla della casa editrice di fumetti, Ec, è diventata uno dei principali simboli della battaglia tra autore e censore, con l’innovativo editore William M. (Bill) Gaines nella parte dell’eroe che lotta contro il fondamentalismo incarnato dallo psichiatra Frederic Wertham, autore di “La seduzione dell’innocente”,un saggio che accusa il fumetto di traviare i giovani.

A far scattare la scintilla fu l’incontro tra il giovane sceneggiatore e disegnatore Al Feldstein, che al momento stava realizzando albi per ragazzi per l’editore Victor Fox, e il neo editore Bill Gaines che aveva da poco ereditato la Ec Comics alla morte del padre.

Entrambi condividevano la passione per il cinema espressionista tedesco e per i gialli hard boiled degli anni trenta, e con questa roba avevano intenzione di farci dei fumetti.

EC COMICS, IL TEMPIO DEI GRANDI DISEGNATORI

Nel 1950 la Ec Comics fece uscire ben tre nuovi albi bimestrali: Tales from the Crypt, Haunt of Fear e The Vault of Horror. I quali lanciarono un genere fumettistico nuovo, l’horror, il cui successo immediato fece capire che il pubblico non aspettava altro.

Ogni bimestrale conteneva quattro storie a fumetti tra le sei e le otto pagine, due storie delle quali introdotte dal personaggio simbolo della testata, una strega e due tizi patibolari.
Pare che in linea di massima Bill Gaines escogitava le trame, mentre Feldstein disegnava lo storyboard e scriveva i dialoghi (sul reale contributo dell’editore ai soggetti ci sono però dei dubbi – NdR).
Altri di tanto in tanto si scrivevano da soli le storie, in particolare i disegnatori Johnny Craig, Graham Ingels e Jack Davis.

In soli cinque anni attorno ai tre albi si concentrarono alcuni dei migliori disegnatori americani del momento dando vita, pur nei limiti imposti dal numero limitato delle pagine, ad alcune delle storie a fumetti migliori di ogni tempo.

Vista l’alta qualità del materiale è stato particolarmente difficile operare una selezione dei dieci migliori episodi…

 

“Horror benath the streets”, Haunt of Fear n. 3 – Settembre 1950 (Al Feldstein)

Al Feldstein è legato a doppio filo alla rivista Mad, un successo editoriale capace di superare (nel 1973 e nel 1974) i due milioni di copie al mese. Ma prima ancora di ereditare la rivista dopo l’uscita dalla Ec Comics del suo fondatore Harcey Kurtzman, Feldstein è stato il deus ex machina dietro all’esplosione dell’horror nella prima metà degli anni cinquanta.

Oltre a scrivere quasi tutte le storie fu lui a scegliere i collaboratori. Del suo ruolo nella storia del fumetto era ben conscio, come dimostra questo episodio dove l’autoironia la fa da padrona.

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“Horror benath the streets” inizia con Feldstein e Gaines che hanno terminato un albo di Modern Love, una serie di fumetti sentimentali pubblicata dalla Ec Comics, e stanno uscendo dalla redazione a tarda sera.

Mentre camminano per la strada buia, discutendo sulla opportunità o meno di lanciare i fumetti dell’orrore, vengono inseguiti da una figura incappucciata (la Vecchia Strega) che li costringe a cercare rifugio nelle fogne.

Una volta nelle fogne sono costretti da due loschi figuri denominati il Guardiano della cripta e il Custode del sotterraneo dell’orrore a firmare i contratti per fare uscire due albi chiamati rispettivamente Tales from the Crypt e The Vault of Horror, senza dimenticare Haunt of Fear… in pratica i tre personaggi sono i testimonial degli albi, un ruolo che in seguito sarà imitato da Zio Tibia.

Il disegno stilizzato di Feldstein è già maturo e graficamente modernissimo.

 

“House of horror”, Tales from the Crypt n. 21 – Dicembre 1950 (Harvey Kurtzman)

“Un giorno un tizio entrò in ufficio. Aveva le guance scavate, era quasi calvo e sembrava un coniglio. Faceva per la Timely delle pagine pazzescamente divertenti che si chiamavano Hey Look. Ce le fece vedere, e io e Bill finimmo a terra per le risate. Aveva anche uno stile di disegno personalissimo. Allora dissi: ‘Bill, questo tizio deve lavorare per noi!’…”. Così Al Feldstein ricorda l’arrivo di Harvey Kurtzman alla Ec Comics.

Come fu che passò dal genere umoristico all’horror nessuno se lo ricorda, ma lo fece.
“Faceva delle ricerche straordinarie. Se c’era da realizzare una storia con un sottomarino, lui andava a cercare qualcuno che gli desse il permesso di salire su un sommergibile per contare anche le viti”, dice ancora Feldstein.

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In “House of horror” tre giovani matricole del college decidono di passare una notte in una casa stregata con conseguenze imprevedibili.
Harvey Kurtzman, che non era particolarmente a proprio agio con il genere horror, utilizza qui uno stile ibrido, a metà tra il realistico e lo stilizzato, di notevole fascino.

La linea è utilizzata con semplicità e audacia non comuni, le sue figure pur nella loro apparente regolarità assumono posture strane che esprimono una atmosfera di dramma.

Kurtzman riduce la rappresentazione agli elementi essenziali, ottenendo una specie di “realtà aumentata” che gli permette di mettere in scena qualcosa di più “vero” di quanto ottenibile con uno stile realistico.

 

“Scared to death”, Tales from the Crypt n. 24 – Giugno 1951 (Wally Wood)

Prima della Ec Comics, Wally Wood aveva lavorato come assistente di Will Eisner su Spirit, dove si era messo in luce per le sue tavole classiche e moderne allo stesso tempo.

Se è vero che il meglio di sè Wood lo diede sugli albi di fantascienza della Ec Comics, Weird Science e Weird Fantasy, dove poteva dare libero sfogo alla sua fantasia disegnando pianeti, astronavi, razzi, tute e scafandri da astronauta e complessi macchinari, sarebbe un errore sottovalutare il suo apporto al genere horror.

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La forza di Wally Wood in questo campo è l’uso magistrale delle ombre, con cui riesce a costruire con facilità le atmosfere oscure e malsane tipiche del genere.
In questa storia un uomo sposa una donna per assicurarsi la fortuna di suo zio quando questi morirà, ma siccome lo zio non si decide a morire convince la moglie che devono ammazzarlo loro.

Una volta consumato il delitto, la moglie cade in uno stato di depressione per i rimorsi e i sensi di colpa. Allora il marito decide che anche lei deve morire. Cerca di convincerla che lo zio tornerà dall’oltretomba per punirli, sperando che la paura dia il colpo di grazia al suo debole cuore.

Alla fine lui le dice: “Hai sentito? Tuo zio è fuori sul pianerottolo!”; “Sì, l’ho sentito!”, dice lei mentre il suo cuore cede e muore.

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Sfortunatamente per lui, il cadavere dello zio è effettivamente fuori sul pianerottolo, tornato dal mondo dei morti per ottenere vendetta. Memorabile la pagina finale col morto redivivo che trascina l’uomo nella vicina palude tra grida agghiaccianti e contorcimenti vari.

 

“Daddy lost his head!”, The Vault of Horror n. 19 – Giugno 1951 (Jack Kamen)

Jack Kamen è un caso a parte. Nel vasto panorama dell’horror di quei giorni sembra un pesce fuor d’acqua. Il suo disegno aggraziato ed edulcorato a prima vista ha davvero poco a che fare con il tono truculento delle storie.

Quella che metteva in scena assomigliava a una rappresentazione lucidamente realistica e naturalistica della classe media americana, soffocata dal consumismo e dal conformismo.

I suoi uomini erano belli come il dottore della porta accanto o il manager di una società che aveva giocato a calcio durante gli anni del liceo. Le sue donne sembravano delle casalinghe che da adolescenti erano state reginette di bellezza.

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Ma proprio qui stava la forza di Jack Kamen: in una rappresentazione formalmente ineccepibile dei silenziosi terrori che albergano nelle case da sogno dell’american dream. In questo, nel visualizzare alla perfezione l’essenza del messaggio profondo che Gaines e Feldstein stavano comunicando al mondo, nessuno gli fu pari.

Nella storia la piccola Kathy non riesce a capire perché il suo patrigno la odi così tanto, anche se scopriamo che è perché assomiglia in modo impressionante al primo marito di sua moglie di cui è ancora geloso.
Sarà una vicina dalle fattezze di strega, Miss Thaumaturge, a dare alla piccola Kathy l’occasione di vendicarsi del patrigno grazie a una bamboletta vudu.

 

“Split personality!”, The vault of Horror n. 30 – Aprile 1953 (Johnny Craig)

Anche in mezzo a un gruppo di talenti che include diverse leggende del settore, il lavoro di Johnny Craig per la Ec Comics continua a spiccare. Era un artista completo, che spesso si scriveva da solo le storie, dando vita ad alcuni dei lavori migliori della Ec.

Era inoltre il principale copertinista degli albi horror, per i quali creò iconici capolavori che si stamparono nella memoria di un’intera generazione. Sfortunatamente si stamparono anche nella memoria di Friedrich Wertham, che le citò come esempio di corruzione delle giovani menti nel suo famigerato libro.

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In questa storia un truffatore riesce a entrare nelle grazie di due ricchissime sorelle. Inizia a corteggiare entrambe ed entrambe si innamorano di lui. A questo punto, volendo il patrimonio tutto per sé, finge di avere un fratello gemello e con questo stratagemma sposa entrambe.
Le due, scoperto il trucco, si vendicano prendendo un’ascia e dividendolo a metà: così ognuna avrebbe avuto il suo “mezzo marito”!

Se il suo lavoro sui personaggi non può eguagliare l’incredibile varietà di sfumature di Jack Davis, e se Graham Ingels lo supera di gran lunga nella costruzione di atmosfere inquietanti, Johnny Craig eccelleva nelle storie horror più di qualunque altro, diventandone ben presto il capofila.

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Il lavoro di Johnny Craig si distingue da quello dei suoi colleghi per la pulizia e la moderazione. Craig sa che quello che spaventa di più il lettore è ciò che non viene mostrato.

Con le sue linee spesse e controllate e la sua drammatica illuminazione in chiaroscuro, si concentra sui momenti immediatamente precedenti o immediatamente successivi agli atti efferati messi in atto nelle storie, ottenendo il massimo impatto emotivo.

 

“Sucker bait!”, Haunt of Fear n. 19 – Maggio 1953 (Graham Ingels)

Quando Graham Ingels arrivò alla Ec Comics la prima cosa che gli diedero da disegnare furono i fumetti sentimentali, per i quali non sembrava portato.

Le cose cambiarono quando iniziò a disegnare fumetti horror. Il suo segno barocco, con le figure tortuose, le forme scultoree sempre inclinate secondo angoli inaspettati e il chiaroscuro drammatico erano perfetti. In breve si guadagnò il soprannome di “Mr. Horror”.

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In “Sucker bait” vediamo un giovane che torna al paese natale dopo essersi laureato in chimica, per andare a trovare il padre e il fratello. I due gli raccontano che in paese c’è un vampiro di cui non si conosce l’identità che ha già fatto dodici vittime.

Il giorno dopo il giovane scopre il cadavere del padre con due segni di morso al collo. Sconvolto, escogita un sistema per catturare il vampiro. Ingerisce un isotopo radioattivo che circola nel suo sangue per passerlo in quello del vampiro quando lo assalirà, a quel punto a suo fratello basterà un semplice contatore geiger per scoprirne l’identità.
Solo che il vampiro è proprio suo fratello…

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Ancora oggi i lineamenti alterati del viso del fratello è tra le immagini più spaventose che fumetti horror abbiano partorito.

 

“Stop! You’re killing me!”, Tales from the Crypt n. 37 – Agosto 1953 (Bill Elder)

Si è spesso portati a pensare che la forma d’arte più simile al fumetto sia l’illustrazione. Entrambe, dopotutto, consistono di immagini disegnate. In realtà il fumetto è molto più vicino al cinema e alla televisione, con i quali condivide la pratica di utilizzare immagini in sequenza per raccontare una storia.

In questo contesto, i bravi fumettisti assomigliano ai registi dello schermo che costruiscono le loro opere scena dopo scena dando vita alle sequenze che nascono nella loro mente. Se i fumettisti sono registi, allora Bill Elder è Alfred Hitchcock.

EC COMICS, IL TEMPIO DEI GRANDI DISEGNATORIIl vecchio Dan Harper, pigro vigile del fuoco di Lyndale, non è affatto contento del suo nuovo capo, il giovane e iperattivo Frank Miller. I due non riescono proprio ad andare d’accordo: oltre l’età li divide una diversa concezione del mondo.

I dissidi aumentano finché la sera che scoppia un incendio in casa del vecchio Dan il giovane Frank ritarda volutamente i soccorsi al collega, così che quando arriva sul posto il vecchio è già morto.

Il giovane Frank è tutto contento di essersi sbarazzato di quel vecchio insopportabile, ma non può gioire a lungo. La sera stessa Dan aveva messo delle lame nel palo dei pompieri e Frank viene fatto a pezzi mentre lo discende.

 

“Only skin deep!”, Tales from the Crypt n. 38 – Ottobre 1953 (Reed Crandall)

Reed Crandall era entrato alla Ec Comics all’inizio del 1953 cono una storia intitolata “Carrion death”, ambientata in un deserto dove le lunghe ombre degli avvoltoi disegnano nere silhouette sul corpo di un uomo straziato dalla sete. Quel che si dice un esordio con il botto.

I lettori si chiesero subito chi fosse quel nuovo prodigioso disegnatore. In realtà non era affatto nuovo. Aveva esordito negli anni quaranta diventando in breve una delle star della Quality Comics con Blachawk, sulle cui pagine si fece notare per la raffinatezza del tratto e l’abilità nel disegnare la figura umana.

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Il suo stile elegante e dettagliato si rifaceva ai grandi dell’illustrazione americana, come Herbert Morton Stoops, Henry C. Pitz e Howard Pyle. Il suo approccio a metà tra illustrazione e fumetto era uno dei più riusciti dai tempi di Hal Foster e Alex Raymond.

In “Only skin deep!” un uomo incontra a una festa mascherata una donna dal corpo bellissimo con una maschera da megera.

L’uomo prova un’attrazione intensissima per quel corpo di donna e insiste per sposarla. I due allora cercano un giudice di pace e riescono a sposarsi la sera stessa.

La prima notte di nozze fanno l’amore al buio. Il mattino l’uomo si accorge che la moglie indossa ancora la maschera da megera, prova a togliergliela ma…non è una maschera.

 

“The catacombs”, The Vault of Horror n. 38 – Agosto 1954 (Bernie Krigstein)

“The catacombs” appartiene al periodo d’oro di Bernie Krigstein, quando l’idea di creare capolavori del disegno in un fumetto venduto a dieci centesimi non sembrò così pazza a questo artista di formazione classica. Il quale vedeva nei fumetti la continuazione di una tradizione che parte dai primi disegni rupestri e attraverso gli antichi rotoli cinesi e gli arazzi medievali arriva sino ai giorni nostri.


La storia ambientata a Roma mette in scena la tensione tra due ladri. La sceneggiatura di Carl Wessler, con dialoghi convincenti e l’ambientazione evocativa delle catacombe, ispirarono Krigstein come mai prima di allora.

Krigstein lo definì “il mio primo entusiasmante esperimento nel dividere davvero le vignette”.

Che si fa sul serio lo si capisce fin dalla prima pagina. Il layout che gli aveva preparato Johnny Craig prevedeva la consueta splash page iniziale di grandi dimensioni, ma Krigstein chiede e ottiene il permesso di suddividere l’apertura in una serie di vignette, mettendo in scena i due ladri che prendono la refurtiva e scappano.

“Era semplicemente avidità da parte mia. Stavo semplicemente rubando spazio per raccontare la storia”.

Nella pagina successiva, quando i due ladri pensano a un posto dove nascondere la refurtiva, Krigstein elimina i balloon mettendo il dialogo tra virgolette e posizionandolo sopra la vignetta.

“Volevo integrare storia e immagini e allo stesso tempo mantenere l’identità delle immagini senza che i balloon distruggessero il design formale”.

Quando a pagina 3 i due complici decidono di nascondere la refurtiva nelle catacombe Krigstein fa dare loro l’addio alla luce del sole con una vignetta tutta bianca, poi li accompagna nella discesa tra retini e spazi neri.

A pagina 4 raggiungono le catacombe in una vignetta principalmente nera suddivisa come un quadro di Mark Rohtko. Il ritmo delle vignette aumenta poi fino all’accoltellamento finale.

Nella pagina successiva l’omicida cerca disperatamente un’uscita dalle catacombe, mentre il ritmo delle vignette si mantiene alto.

A pagina 6, mentre il ritmo delle vignette rallenta, assistiamo a una lenta discesa nel buio…

 

“Telescope”, Tales from the Crypt n. 45 – Dicembre 1954 (Jack Davis)

Un uomo e un topo dopo un naufragio si ritrovano soli su una piccola isola deserta e si guardano con circospezione. Ognuno dei due è conscio del fatto che l’altro rappresenta l’unica fonte di cibo disponibile nel giro di parecchie miglia nautiche.
L’uomo ha gli abiti stracciati, barba lunga e sguardo allucinato. Anche il topo ha lo sguardo allucinato.

L’isola è uno scenario di desolazione, nessuna pianta a mitigare la calura del sole. Solo sabbia tutt’intorno, sabbia e acqua. Di giorno le ombre dei due protagonisti si stagliano sull’arido suolo, di notte il buio circonda i due macabri duellanti.

La tensione cresce assieme alla fame, rendendo la competizione sempre più spietata. Una lotta all’ultimo sangue tra un uomo e un topo. A pensarci bene, è una eventualità più ridicola che macabra, ma nelle mani di Jack Davis, conosciuto come uno dei migliori caricaturisti e umoristi della rivista Mad, diventa tutt’altro.

Con il suo disegno ruvido e dettagliato, le inquadrature efficaci e spietate. le sue ombre misteriose e cangianti, riesce a indurre nel lettore uno stato di sospensione dell’incredulità che rende plausibile qualsiasi stranezza. È a questo punto che i brividi cominciano a correre lungo la schiena…

 

 

 

1 commento

  1. CLAP, CLAP, CLAP!

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