DOROTHEA PENSA ALLA TUA VECCHIAIA

DOROTHEA PENSA ALLA TUA VECCHIAIA

Un’elegante signora di 52 anni attraversa la città di Sacramento in taxi con tremila dollari nella borsetta. Ha dovuto lasciare in banca tutti gli altri soldi che aveva spillato ai suoi inquilini: con i poliziotti che controllavano ogni suo movimento, non sarebbe stato saggio ritirarli. Così, invece, è riuscita a tagliare la corda davanti ai loro occhi.

Ora però deve fermarsi in un bar per prendere qualche cocktail: le piacciono gli alcolici, unitile negarlo. Dopo aver bevuto vede tutto più chiaro. Deve lasciare subito la città: Sacramento sarà pure la capitale della California, ma è un centro piuttosto piccolo.
Meglio prendere l’autobus e spingersi a sud, nella sconfinata Los Angeles, dove nessuno la troverà mai.

Pochi giorni dopo, in un pub della metropoli, la donna nota un uomo che sembra fare al caso suo: Charles Willgues, 59 anni. Mentre sorseggia la sua birra, Charles vede avvicinarsi la signora vestita con un soprabito rosso. Dice di chiamarsi Donna Johanson, vedova da un mese. Viene da Sacramento, ma il taxista è scappato con tutti i suoi bagagli. Le rimane solo quel vestito e quegli stivaletti viola, ai quali purtroppo si è appena rotto un tacco.

Charles l’accompagna da un ciabattino e le paga la riparazione. A proposito, chiede la signora come se niente fosse, lui le ha detto di essere un single pensionato, ma quanto guadagna al mese, di preciso? 675 dollari, risponde Charles senza pensarci su. Lei commenta che forse farebbero bene a mettesi insieme, dato che sono entrambi soli a mondo. Poi si fa accompagnare in albergo, proponendogli di venire a trovarla il giorno seguente.

Frastornato dai progetti della signora, l’uomo torna a casa e accende la televisione. Al telegiornale c’è la foto di una certa Dorothea Puente, ricercata per aver ucciso alcuni anziani. Il nome non gli dice niente, ma la faccia è proprio della donna che dovrebbe rivedere l’indomani. Charles prende il telefono e compone il numero della polizia…

Dorothea nasce nel 1929 a Redlands, un villaggio vicino a Los Angeles. La sua è un’infanzia difficile, ultima di sei figli, i genitori sono due alcolizzati che tirano avanti raccogliendo cotone nelle piantagioni. Il padre, Jesse Gray, muore di tuberculosi quando lei ha 8 anni e la madre, Trudy Yates, perisce in un incidente in moto l’anno successivo.

La bambina viene mandata in orfanotrofio e poi adottata da alcuni lontani parenti. Di malavoglia, perché la piccola è vanitosa e bugiarda. Non sentendosi amata, a 16 anni Dorothea scappa nello stato di Washington, dove fa diversi mestieri, compreso quello della prostituta.

La ragazzina finisce per sposare Fred McFaul, un soldato di 22 anni appena congedato dal fronte giapponese (siamo nel 1945). La sedicenne spende quasi tutto lo stipendio del marito in vestiti e racconta bugie sempre più grosse, per esempio di essere amica intima dell’attrice Rita Hayworth. In tre anni la coppia mette al mondo due figlie, ma quando nasce la seconda bimba lui se ne va perché scopre di essere stato tradito.

Per Dorothea il fallimento matrimonalie è una grande umiliazione: in giro racconta che il marito è morto per infarto. Dopo aver spedito la primogenita da alcuni parenti e dato l’altra bambina in adozione, per sbarcare il lunario torna a prostituirsi e inizia a rubare. Condannata per furti, sconta sei mesi in prigione.

Nel 1952 sposa uno svedese, Axel Johansen, con il quale litigherà per 14 anni. Il matrimonio non impedisce a Dorothea di allestire un bordello clandestino fino al 1960, quando viene scoperta e condannata a tre mesi di carcere.

Dopo il rilascio, Dorothea viene arrestata di nuovo per vagabondaggio. Apparentemente decisa a mettere la testa a posto, la donna inizia a lavorare come infermiera privata, prendendosi cura di anziani non autosufficienti.

Quindi apre una pensione nella città di Sacramento, divorzia dal marito e, nel 1968, sposa Roberto Puente, un messicano più giovane di lei di 19 anni. Il matrimonio dura due anni anni e lei, per saldare i debiti, è costretta a chiudere la pensione.

Poco dopo ne apre un’altra in una graziosa casa di legno in stile vittoriano. Da lì non se ne andrà più.
Nel 1976 sposa il suo inquilino più agiato, un altro messicano, Pedro Montalvo, 52 anni. Si tratta di un alcolizzato violento, con il quale resiste pochi mesi prima di divorziare per la quarta volta e riprendere il nome di Puente, quello del terzo marito.

Nel 1981 muore improvvisamente un’inquilina della sua pensione, trasformata nel frattempo in ospizio. Si chiamava Ruth Monroe, 61 anni. Secondo i medici, la donna è deceduta per un’overdose di antidolorifici e sedativi.

Dorothea spiega alla polizia che l’inquilina era depressa perché il marito, ricoverato in ospedale, è un malato terminale. Gli agenti non controllano i precedenti penali di quella gentile signora dai capelli grigi e archiviano la morte della Monroe come suicidio. I seimila dollari che la pensionata aveva con sé, intanto, spariscono.

In seguito alla denuncia dei parenti di un’altra ospite, si scopre che la padrona di casa ha falsificato 34 documenti dei suoi inquilini per riscuotere le loro pensioni. Nel 1982, Dorothea viene condannata a 5 anni di prigione: per gli psichiatri che la esaminano, la donna soffre di schizofrenia e la sua mente è alterata a livello comportamentale e affettivo.

Nel 1985, Dorothea ottiene la libertà vigilata con l’ingiunzione di non occuparsi più di anziani. La signora inizia subito a frequentare, giustappunto, un anziano, con il quale aveva intrapreso una fitta corrispondenza dal carcere: Everson Gillmout, 77 anni. I due avviano una relazione, ma appena lei trova il modo di intascare ogni mese la pensione di Gillmput, lo uccide. Mette il suo corpo in una cassa e lo getta in un fiume. Il cadavere verrà ripescato molto tempo dopo, quasi irriconoscibile.

Intanto, nonostante il divieto, Dorothea decide di riaprire l’ospizio. Pubblica alcuni annunci nei quali promette ospitalità a persone anziane “difficili” per la modica spesa mensile di 350 dollari, pasti compresi. A lei si rivolgono gli assistenti sociali che devono sistemare gli anziani con problemi di alcol o seminfermi di mente, senza casa né famiglia. Vengono alloggiati al piano terra, mentre al primo piano c’è l’elegante appartamento della padrona di casa.

Ha già molti inquilini, Dorothea, ma ne vuole altri e ogni sera va nei bar per cercare di stringere amicizia con qualche vecchio ubriacone. Quando scopre che il prescelto gode della “social security”, l’assistenza sociale dello Stato, lo invita a trasferirsi nel suo economico ospizio.

All’inizio la signora si mostra gentile, regalando vestiti e sigarette, poi però inizia a comandare a bacchetta. Gli ospiti possono consumare i due pasti giornalieri solo alle 6.30 e alle 25.30 e nessuno può telefonare o scrivere lettere. Quelli che si lamentano vengono uccisi con un mix letale di farmaci, poi avvolti in un lenzuolo e infine sotterrati nel giardino dietro casa, dove c’è un orto rigoglioso.

“Ogni volta che ci passo davanti mi viene la tentazione di cogliere un pomodoro”, ammette una vicina. Purtroppo il giardino emana un odore disgustoso. “Sono i fertilizzanti”, spiega la padrona di casa. Il problema è che sotterra i corpi delle sue vittime troppo in superficie: ormai è una signora di una certa età, non ha la forza di scavare in profondità.

Finalmente un parente denuncia la scomparsa di un uomo ricoverato nell’ospizio, Alvaro Montoya, un ritardato mentale che parlava in spagnolo ad amici immaginari. L’11 novembre 1988, una squadra di poliziotti guidata dal tenente John Cabrera si presenta all’ospizio chiedendo spiegazioni. L’elegante signora Puente risponde che l’inquilino se n’è andato da qualche giorno, non si sa dove.

Gli agenti fanno un giro introno alla casa e notano che nell’orto ci sono tracce di scavi. Allora prendono le pale e le affondano nel terreno. Pochi centimetri sotto, emergono delle ossa umane. Il giorno seguente, la polizia decide di scavare in tutto il giardino.

Mentre i lavori stanno per iniziare, il tenente Cabrera vede avvicinarsi la signora Puente elegantemente vestita con un soprabito rosso, gli stivaletti viola e l’ombrellino rosa. La donna gli chiede se deve considerarsi in arresto. Quando il tenente le risponde di no, Dorothea si congeda per andare a prendere un caffè dietro l’angolo. Appena la signora se ne va, vengono scoperti, uno dopo l’altro, sei cadaveri.

In tutto, i corpi rinvenuti nel giardino sono sette: quello di Alvaro Montoya, alienato mentale di 51 anni di cui i parenti non avevano saputo più nulla, sepolto sotto un albicocco; Dorothy Miller, 64 anni, una pellerossa alcolista amante della poesia, avvolta nel nastro adesivo; Benjamin Fink, 55, anche lui alcolista; Betty Palmer, 78, sepolta sotto una statua di san Francesco d’Assisi; Leona Carpenter, 78, semiparalizzata, la prima a essere scoperta dai poliziotti; James Gallop, 62, e infine Vera Martin, 64 anni, rinvenuta con l’orologio ancora funzionante al polso.

Persino i degenti dell’ospizio, pur affermando di essere stati maltrattati, ammettono di non aver mai nutrito alcun sospetto sul conto della signora Puente. Avevano però notato che le sparizioni accadevono sempre quando Dorothea diceva: “Questa persona non sta molto bene, adesso la porto su da me e la rimetto in sesto”.

Il giorno in cui la polizia arresta la donna in un albergo di Los Angeles, lei dice con voce soave: “Ma no, sono una brava persona, io non ho mai ucciso nessuno”.

Quando, nel 1993, Dorothea Puente viene processata, l’avvocato difensore sostiene che le persone sotterrate nel giardino siano morte per cause naturali. La Puente non aveva comunicato i loro decessi dato che, trovandosi in libertà condizionata, non avrebbe dovuto ospitarli.

L’accusa non ha testimoni e si trova in difficoltà, anche perché nei cadaveri sono state rilevate solo tracce di farmaci, sia pure in quantità eccessiva. L’unico reato sicuro è quello di appropriazione indebita, visto che la donna incassava ancora le pensioni delle sue vittime.

La giuria finisce per dichiarare l’imputata colpevole solo dell’uccisione di Leona Carpenter, Benjamin Fink e Dorothy Miller. Il giudice trova singolare che siano stati riconosciuti solo alcuni omicidi, ma comunque condanna la donna all’ergastolo.

Dorothea nuore nel carcere californiano di Chowchilla il 27 marzo 2011, all’età di 82 anni. Durante la dentenzione ha scoperto la passione per la cucina e ha persino pubblicato un libro di successo: “Cucinare con le ricette di una serial killer”.


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