BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

Mike Steve Donovan, detto Blueberry, non assomiglia fisicamente a Jerry Spring, il personaggio di Jije che lo precede nella storia del fumetto western francese. Già dal primo episodio ci viene presentato come un affascinante mascalzone dal naso rotto, ispirato fisicamente all’attore francese Jean-Paul Belmondo, che lo caratterizza imprimendogli le stigmate del ribelle.
Coraggioso e spiritoso, incline a usare la testa come i pugni, Blueberry ha vizi e difetti che lo definiscono tanto quanto le sue virtù. “Bevitore, giocatore, guascone, indisciplinato, canaglia, contestatore, insolente…”, si legge nei rapporti dei suoi superiori.

Realizzato da una delle coppie di autori più acclamate, il belga Jean-Michel Charlier ai testi e il francese Jean Giraud (che si firma Gir su Blueberry e Moebius sulle storie di fantascienza) ai disegni, il personaggio ha avuto una profonda evoluzione attraverso i diversi cicli in cui si dividono le 23 storie che sono state realizzate dalla coppia tra il 1963 al 1990.
Abbiamo pensato di darvi conto di questa evoluzione analizzando uno per uno i nove cicli di cui si compone la saga di Blueberry.



Ciclo delle prime guerre indiane – Voto: 6,5

Comprende i primi cinque albi, racconta la guerra dei nativi navajo contro l’esercito statunitense e il tentativo di Blueberry di riportare la pace tra il capo Cochise e i generali bianchi.
Blueberry nasce già come un grande classico. Il suo riferimento principale è il western hollywoodiano. Jean-Michel Charlier si ispira ai capolavori cinematografici di John Ford e Howard Hawks, mentre Giraud copia pari pari lo stile americaneggiante del suo maestro, il grande Jije, creatore di Jerry Spring.
La struttura dispersiva delle prime storie di Blueberry dipende anche dal fatto che venivano pubblicate a puntate sul settimanale Pilote: ogni puntata aveva bisogno di un colpo di scena finale per creare aspettativa nei lettori. Succedono talmente tante cose in questo primo ciclo che le storie sono molto difficili da riassumere.

BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

Il testo prolisso rende inevitabilmente poco fluida la lettura. La sensazione è quella di uno storytelling troppo denso rispetto ai canoni attuali. La grande novità, rispetto al “cowboy” classico tipo John Wayne, è la personalità ribelle di Blueberry.
L’approccio anticonvenzionale di Blueberry anticipa, seppur di poco, l’avvento degli spaghetti western. Mentre l’atteggiamento rispettoso verso i nativi americani anticipa il nuovo western americano di autocritica storica: Un uomo chiamato cavallo, Soldato blu, Piccolo grande uomo
Per ultimo due parole sullo stile del giovane Giraud: il suo disegno è talmente ricalcato su quello di Jijé da risultare poco personale, anche se già si intravvedono interessanti potenzialità. 

L’uomo dalla stella d’argento – Voto: 7

Questo albo, slegato dal ciclo precedente e da quello successivo, rappresenta una svolta: da qui in avanti i testi si irrobustiscono e i disegni diventano più personali. Charlier ha bisogno di una storia dalla trama lineare e ben comprensibile che possa diventare un piccolo classico. Decide allora di prendere ispirazione da uno dei film western più classici: Rio Bravo di Howard Hawks.
Silver Creek, una piccola cittadina dell’Arizona, è in mano ai fratelli Bass, ricchi proprietari terrieri che cercano di impossessarsi con metodi leciti e illeciti delle terre a loro confinanti. Lo sceriffo è stato ucciso e i cittadini, a eccezione di pochi, non hanno il coraggio di ribellarsi. L’esercito manda il tenente Blueberry per risolvere il problema.

BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

Come in Rio Bravo troviamo uno sceriffo solitario (John T. Chance/Blueberry), una banda guidata da due fratelli (i Burdette/i Bass), due simpatici alcolizzati (Dude e MacClure) e una donna dal carattere forte innamorata dell’eroe (Feathers/Miss March).
I colpi di scena si susseguono quasi a ogni pagina, ma sono meglio integrati nella storia. Il disegno di Giraud si arricchisce di dettagli, il tratto si fa più elegante e ricco. Il simpatico MacClure cresce in personalità e carattere, cessando di essere un semplice “vecchietto del West”.



Ciclo del cavallo di ferro
– Voto: 7,5

In questo ciclo Charlier si ispira alla epica disfida tra la Union Pacific e la Central Pacific, le due compagnie ferroviarie statunitensi nate sulla spinta del Pacific Railroad Act del 1862, per dar vita alla prima ferrovia transcontinentale.
Con questa lunga storia, che si protrae per ben quattro albi, la serie compie un ulteriore passo in avanti. Un passo avanti che non è dovuto alla bellezza della trama, complessa ma allo stesso tempo lineare, né al magistero dei disegni, sempre più eleganti e ricercati, ma alla forza e alla complessità dei personaggi, motori trainanti dell’intero ciclo.
Su “Il cavallo di ferro” (settimo episodio) fa la sua prima apparizione “Red Neck”, messaggero ed esploratore dell’esercito americano, che chiede aiuto a Blueberry per conto della Union Pacific. Red diventerà presto un grande amico di Blueberry e MacClure e una presenza fissa negli albi a venire.
Sempre su questo numero compare anche il tetro Jethro Steelfingers, un terribile bandito che vuole sabotare l’opera degli esploratori. Si tratta di uno dei più riusciti cattivi dell’intera serie e incute timore solo a guardarlo, anche per la della sua inquietante mano meccanica.

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Per realizzare questo memorabile personaggio, Jean Giraud si ispira alla figura dell’attore Jack Palance come appariva nel film I professionisti di Richard Brooks. Nell’episodio successivo, “L’uomo dal pugno di ferro”, facciamo la conoscenza di Guffie Palmer, una donna dalla fisicità straripante che dirige una tournée teatrale itinerante.
Guffie Palmer viene salvata dagli indiani dal tenente Blueberry, diventa sua grande amica e ritornerà anche nel ciclo successivo. Costituisce un tipo di donna decisamente fuori dagli schemi dei personaggi femminili del tempo. Per lei Giraud si ispira alla figura dell’attrice Shelley Winters.
Infine, in “La pista degli sioux” compare il generale Allister, detto “Testa Gialla”, forse uno dei pochi personaggi completamente negativi della serie. Ispirato alla figura storica di George Armstrong Custer, è il Comandante del 7° cavalleria, non ha rispetto per i propri uomini e disprezza profondamente gli indiani.
Nel successivo “Il generale testa gialla”, Allister cade con tutta l’armata in una trappola tesa dai cheyenne sulle montagne innevate, che ricorda il massacro di Little Big Horn, dalla quale si salva solo lanciando al sacrificio un manipolo di uomini. È la scena clou di un ciclo fatto di battaglie e inseguimenti che si conclude con un finale straziante. 

Ciclo dell’oro della Sierra – Voto 8

Con il dittico ”La miniera del tedesco” e “Il fantasma dai proiettili d’oro” abbiamo i primi due capolavori della serie. La caratteristica distintiva del fumetto è collegare una parte letteraria a una grafica in un unicum inestricabile. Quando a una buona storia si aggiunge un disegno di qualità probabilmente stiamo leggendo un capolavoro.
È il caso del Ciclo dell’oro della Sierra, un’opera che ha una sceneggiatura che assomiglia a un meccanismo a orologeria unisce i disegni di un Giraud che, finalmente affrancatosi dalle influenze di Jije, sta liberando il suo disegno dalle ombre “caniffiane” per virare verso una sua personale versione della “ligne claire”.
Nelle pagine iniziali viene introdotto il tema della storia. Il tema di una storia a fumetti non è l’idea, ma piuttosto l’elemento unificante che tiene unita la storia creando coesione. Nel Ciclo dell’oro della Sierra il tema centrale è una miniera d’oro nascosta tra i monti.
Il miraggio di una enorme ricchezza scatena l’avidità di un pugno di uomini che combatteranno contro mille avversità pur di aggiudicarsi quell’oro. Subito dopo il tema, vengono introdotti i personaggi. A cominciare dall’ambiguo barone Werner Amadeus Von Luckner detto “Prosit”, il “peggior bugiardo dell’Arizona”. Per continuare con i due spietati bounty Killer Wally Blunt e Cole “crazy” Timble, perennemente sulle tracce del barone.

BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

La storia procede colpo di scena dopo colpo di scena, fino ad arrivare a un punto morto che richiede l’intervento del classico “deus ex machina”. Si tratta di un espediente che introduce un nuovo personaggio, il quale risolve, in modo un poco innaturale, una situazione apparentemente senza via di uscita. Qui Charlier è costretto a ricorrervi per uscire da una situazione priva di sbocchi.
Blueberry è stato abbandonato nel deserto da due bounty killer. È solo, senz’acqua e senza un cavallo. Costretto a camminare sotto il sole cocente a un certo momento non ce la fa più e sviene. Tutto sembra perduto. Poi all’improvviso compare dal nulla Guffie Palmer, la sua vecchia conoscenza, che gli salva la vita.
Blueberry può quindi riprendere il suo viaggio alla ricerca di Luckner, che lo porterà sino alla mesa maledetta dove abita il “fantasma dai proiettili d’oro”. Adesso può prendere il via il gran finale che come spesso succede è preceduto dalla “discesa agli inferi”.
Verso la fine de “Il fantasma dai proiettili d’oro”, Blueberry e McClure sono costretti a infilarsi in una angusta galleria sotterranea nei pressi di un pueblo indiano abbandonato. In questa caverna i due incontrano il vero Barone Von Luckner, che racconta di come avessero cercato di ucciderlo per impadronirsi della miniera d’oro.

Ciclo del tesoro dei confederati – Voto: 8

È quasi un matrimonio innaturale quello all’origine di Blueberry, serie immaginata da un grande sceneggiatore realistico “classico”, Jean-Michel Charlier, e realizzata graficamente da un giovane disegnatore ribelle che diventerà uno dei pilastri del fumetto “moderno”. Ma questa è anche la fortuna della saga, che vive e prospera di questo contrasto mai così evidente come in questo ciclo.
“Chihuahua Pearl” si apre con le immagini mozzafiato dell’Antelope canyon in Arizona, che Giraud ritrae in tutta la sua selvaggia bellezza con un segno che già preannuncia l’arrivo di Moebius. Perché in fondo c’è un filo conduttore che unisce il Far West al fantastico, esattamente come c’è un filo conduttore che unisce John Ford e George Lucas, Sentieri SelvaggiStar Wars, ed è quello del mito che scaturisce dalla contemplazione di paesaggi che sono naturali, ma sembrano extraterrestri.
La splendida ragazza che da il titolo all’album arriverà solo a pagina 39, ma quando arriva…
L’intero ciclo vive della personalità di questa splendida ammaliatrice, al cui grande fascino nemmeno Blueberry riesce a essere insensibile. Si tratta di un personaggio femminile moderno, lontano mille miglia dagli stereotipi fumettistici del periodo.

BLUEBERRY DI CHARLIER E GIRAUD

Ballerina intrigante e disincantata avventuriera, Pearl è soprattutto una donna di grande intelligenza. Per le fattezze di Lily Calloway (vero nome di Chihuahua Pearl) Jean Giraud si è ispirato al look della sua prima moglie, Claudine Giraud.
Il ciclo, che in sostanza non è altro che una lunga e movimentata caccia al tesoro sulla falsariga de Il buono, il brutto e il cattivo, gira letteralmente attorno a lei. Pearl è la moglie dell’ex colonnello sudista Trevor, militare tutto d’un pezzo che ha nascosto l’oro dei confederati su ordine del generale Lee in vista di una rivincita del Sud.
La donna è corteggiata dall’egoista e brutale Lopez, il governatore della città di Chihuahua che pensa di sposare per soldi. Infine Pearl si allea occasionalmente con Blueberry per rintracciare l’oro e riportarlo a nord del Rio Grande, dando inizio a un rapporto assai complicato che stuzzicherà la fantasia dei lettori.
In questo ciclo, che rappresenta probabilmente l’apice della serie, i colpi di scena si alternano alla perfezione ai momenti di riflessione, dove Blueberry tenta di elaborare piani arditi per cercare di condurre in porto la missione.
Per la prima volta Charlier non si congeda dai suoi lettori con un lieto fine, lo scrittore belga sta conducendo la serie su territori più maturi dove l’ambiguità regna sovrana e le storie hanno un mood più cupo, questa volta chiude il ciclo con l’arresto ingiusto del suo protagonista tradito.

Ciclo del complotto contro Grant – Voto: 7,5

Blueberry è imprigionato in un carcere federale con l’accusa di aver rubato l’oro confederato, che in realtà non ha mai recuperato. Il direttore del carcere Kelly, convinto che Blueberry abbia trattenuto il bottino, favorisce la sua evasione con l’intento di seguirlo fino all’oro. Blueberry riesce a fuggire, ma si trova coinvolto in un complotto per assassinare il presidente Grant.
Jean-Michel Charlier prende spunto dall’attentato a John Kennedy, a Dallas nel 1963, per scrivere l’attentato a Ulysses Grant, a Durango. Nell’operazione sono coinvolti un losco individuo di nome Blake e Duke, detto Angel Face, un ragazzo dai buoni modi che non si separa mai da suo “Stradivarius”. La prima parte del dittico, “Fuorilegge”, può sembrare un episodio di raccordo senza troppi colpi di scena, apparentemente sottotono, inferiore a quelli del precedente ciclo.

In realtà l’albo più che sulla azione punta sulla creazione di un’atmosfera di densa inquietudine, dove a mistero si aggiunge mistero. Per ottenere ciò Jean Giraud cura personalmente la colorazione, presentando personaggi con volti verdi o giallini, sfondi e primi piani virati sull’azzurro e bizzarre ombre viola.
Diverso è il successivo “Angel face“, dove Jean-Michel Charlier torna ai ritmi incalzanti del passato e alle continue trovate per attrarre l’attenzione del lettore e mantenerla legata dalla prima all’ultima pagina.
Il segno di Giraud intanto subisce un cambiamento decisivo. Le tavole si fanno più ariose, con un minor numero di vignette, le chiazze nere del passato cedono il posto a una elegante linea chiara. Moebius ha preso definitivamente il sopravvento.
Alcuni cambiamenti di stile tra le due parti possono anche dipendere dal lasso di tempo intercorso (due anni) tra la pubblicazione della prima e della seconda parte del “Complotto contro Grant”. “Fuorilegge” è prepubblicato a puntate come tutti i precedenti episodi sul periodico Pilote, che però chiude nel giugno del 1974. Angel Face apparirà solo nel settembre del 1975, sul primo numero di Nouveau Tintin. 



Ciclo di Blueberry fuggitivo – Voto: 7

Se tra i due episodi del ciclo del complotto contro Grant erano trascorsi due anni, tra “Angel face” e “Nez casse” ne passano quattro. Dopo la fine ambigua di Angel face, nella quale non si capisce se Blueberry è morto durante lo scoppio della locomotiva o no, i lettori iniziarono a premere sull’editore per vedere il seguito della storia.
Ma quando Georges Dargaud chiese a Charlier una nuova avventura di Blueberry, lo sceneggiatore si limitò a rispondere che “gli mancava l’ispirazione” e iniziò a dedicare più energie alla sua attività di documentarista per la televisione francese.
Da parte sua Giraud prese la palla al balzo e partì per la California dove il regista Jodorowsky, che era rimasto impressionato dal suo lavoro firmato Moebius, lo voleva al suo fianco come concept artist e storyboarder per un progetto di trasposizione cinematografica del romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert.
Quando Charlier e Giraud ripresero a lavorare insieme, nel 1979, la magia non c’era più.

Il ciclo di Blueberry fuggitivo descrive il lento declino della nazione indiana, un tempo fiera e temuta, mostrando un pugno di navajo rinchiusi in una riserva del governo federale, che decidono di fuggire verso il Messico. Insieme agli indiani declina anche l’intera saga.
Un declino che sembra non riguardare le storie, che sono sempre interessanti e piene di sorprese, e nemmeno i disegni, che Giraud sembra migliorare numero dopo numero. È l’anima dei racconti che non è più la stessa.
Prendiamo per esempio una storia simile: “Sangue navajo” di Gian Luigi Bonelli e Galep (Aurelio Galeppini), realizzata quasi vent’anni prima. Anche qui un bianco mette in atto tattiche di guerriglia per tenere in scacco i militari senza versare una sola goccia di sangue. Solo che “Sangue navajo” è molto più coinvolgente, molto più sentita e leggendola si avverte la passione con la quale gli autori la hanno raccontata.
Il ciclo di Blueberry fuggitivo non riesce a coinvolgere allo stesso modo. C’è l’altissimo artigianato di due creatori all’apice delle proprie possibilità, ma di cuore davvero poco.

 

Ciclo della riabilitazione di Blueberry – Voto: 6,5

Il ciclo della “Riabilitazione di Blueberry”, un dittico composto dai due albi “La derniere carte” (1983) e “La fine della pista” (1986), rappresenta il capitolo finale degli eventi iniziati con la vicenda dell’oro confederato in “Chihuahua Pearl” (1973).
Questa lunga avventura di Blueberry, due volte incolpato e due volte fuggiasco, raggiunge così la durata record di dieci albi. Accompagnato da Red Neck e Jimmy Mc Clure, Mike ritorna nella cittadina di Chihuahua alla ricerca del malvagio Vigo per riscattare il proprio onore. 
Blueberry accusa Vigo di avere rubato l’oro dei confederati e di averlo ceduto al presidente messicano Juarez per conquistarne i favori. Vigo allora decide di fucilare i tre amici, che però verranno salvati all’ultimo momento dalla destituzione di Juarez da parte del generale Porfirio Diaz. A questo punto la situazione si inverte ed è Vigo che chiede a Blueberry di salvarlo in cambio della restituzione delle carte che lo scagionano dalle accuse.

L’episodio, come di solito, presenta lunghi inseguimenti, sparatorie e continui capovolgimenti di fronte, ma sembra un po’ stiracchiata e presenta numerose situazioni poco credibili. Charlier, nel tentativo di renderla un po’ più piccante, introduce una seducente presenza femminile, la prostituta Lulubelle, che però riesce solo a far rimpiangere l’affascinante chanteuse-avventuriera Chihuahua Pearl.
Il disegno di Giraud per Blueberry è ormai completamente contaminato da quello di Moebius, impegnato nella contemporanea saga dell’Incal, e le vignette delle due produzioni finiscono per assomigliarsi non poco. Anche l’impostazione delle pagine cambia, con le vignette che diventano più grandi e smettono di essere “ingabbiate” nella classica griglia del fumetto franco-belga.

Arizona love – Voto: 6

Nel 1989 scompare Jean-Michel Charlier e Giraud si ritrova con la sceneggiatura di “Arizona love” rimasta incompiuta a pagina 22, che suo malgrado deve terminare. La scena iniziale di “Arizona love” (ideata da Charlier), con Blueberry che irrompe in chiesa a cavallo per interrompere la cerimonia di nozze tra Chihuahua Pearl e il ricco Duke Stanton, sembra presa pari pari dal film Il laureato.  
In questo episodio, che più di un western assomiglia a un fotoromanzo, dopo aver rapito Pearl, Blueberry la porta in una caverna romantica dotata di tutti i comfort. Quando Mike ha mostrato a Pearl il tesoro in suo possesso, i due si baciano e trascorrono un indimenticabile notte d’amore. Con pagina 23 inizia la parte scritta da Giraud, dove Pearl si impadronisce dei soldi di Mike Blueberry e lo abbandona nel deserto senza neanche un cavallo.

Tra inseguimenti, scaramucce, incontri e dissidi, Blueberry recupera i suoi soldi, ma non la sua amata e le lascia, come dote nuziale, 75mila dollari. Questa storia raggiunge la sufficienza soprattutto per la divertente girandola di inseguimenti che la caratterizza. 
Stanton insegue Mike che ha rapito Pearl, Mike insegue Pearl che gli ha rubato i soldi del tesoro di Vigo e il guardiaspalle Traber insegue Pearl per rubarle, a sua volta, il bottino.
Dopo aver raggiunto il massimo della sintesi nel ciclo precedente Jean Giraud torna qui ad arricchire il suo disegno di una serie di inutili dettagli che lo appesantiscono: un ripensamento tardivo e ormai anacronistico.



1 commento

  1. Ma come finisce quì? Volevo un commento sull’ultimo ciclo solo di Giraud che io ho letto perchè i disegni di Moebius sono sempre belli (anche se sono diventati sin troppo umoristici per un western) però la storia e stiracchiata. Certe scene sono anche belle però racconta in 5 volumi quello che anni prima si poteva raccontare in 1 massimo 2.

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