AUTOGRAFI E SCRITTORI FAMOSI

AUTOGRAFI E SCRITTORI FAMOSI

Una volta gli scrittori scrivevano… con la penna, la matita, le stilografiche.
Immagino la dura fatica dei redattori, quando, a lavori consegnati, dovevano tradurre in un testo a stampa i manoscritti, vergati con scritture fini, larghe, pulite, svolazzanti, a ghirigori, eleganti e spesso incomprensibili.
Eppure, anche e perfino nelle pubblicazioni cosiddette economiche, non si trovava un refuso, come oggi invece è invalso l’uso.

In proposito vedremo un articolo di inizio secolo che parla di autografi e carte autografe.

Scrittori che poi presero a consumare le dita sulle macchine da scrivere manuali, non di rado pestando con violenza, soprattutto quando il modello invecchiava e qualche lettera sbiadiva. Per quello arrivava il tecnico: cambiava il nastro e le lettere tornavano a risaltare sul bianco della pagina. (Sebbene ci siano stati alcuni brevetti sin dalla fine dell’Ottocento, le macchine elettriche saranno utilizzate popolarmente solo negli anni Sessanta e Settanta.)

Una battitura sbagliata e, mannaggia, tutto da rifare. A meno che l’errore fosse di minima importanza, e allora si andava di bianchetto, ma solo dagli anni Cinquanta perché prima non era ancora stato inventato. Si aspettava che il coprente asciugasse e si tornava a battere giusto, con la speranza che non si vedesse troppo.

Per le doppie copie si usavano le carte copiative, blu o nere, da maneggiare con molta attenzione perché bastava un attimo per ritrovarsi con le dita inchiostrate e il rischio di sporcare ovunque si toccasse.

Manifesto pubblicitario per la macchina da scrivere MP1, la prima portatile Olivetti entrata in produzione nel 1932. Disegno dal pittore Xanti Schawinsky, 1935

 

Ma torniamo agli autografi e andiamo a curiosare nelle scritture di alcuni famosi scrittori che nei primi decenni del Ventesimo secolo erano all’apice del loro successo.

Noi e il Mondo era una rivista distribuita come supplemento mensile a La Tribuna Illustrata, un periodico settimanale.
Diretta da Domenico Ventriglia, pubblicava articoli di cultura, arte, letteratura, politica e cronaca contemporanea. Nacque nel 1911 e uscì fino al 1931.

Nel Numero 9 del 1° Settembre 1923 (Anno XII) compare un articolo a firma di Mario Sandri, autore di romanzi e saggi, ormai dimenticati dai più. Ma i bolognesi scommetto che non l’hanno scordato, perché scrisse Colore di Bologna vecchia e nuova, un testo di carattere locale pubblicato dall’editore bolognese M. Testa nel 1938. E non fu l’unico del genere.
La copertina e le illustrazioni interne sono di Alessandro Cervellati.

Mario Sandri: “Colore di Bologna vecchia e nuova” (M. Testa, 1938)

 

Il testo è affiancato da un proemio dell’esimio bolognese Giuseppe Lipparini, critico letterario, poeta e scrittore. Che non è quel nonno bacucco e noioso che potrebbe sembrare all’occhio di oggi. Nel suo romanzo Il signore del tempo, pubblicato in prima battuta a puntate sullo storico quotidiano Il Resto del Carlino nel 1902 (e poi in volume nel 1904, per Remo Sandron editore, ma alcune bibliografie riportano 1905) si prende di diritto una delle palme della protofantascienza italiana.

La storia narra dell’invenzione di un cronoscopio, uno strumento che attraverso una simulazione fotografica dà la possibilità di scrutare nel passato. L’invenzione comporterà conseguenze non piacevoli.

L’ironico e leggero articolo di Mario Sandri, che leggeremo tra poco, non si sa bene su chi punti gli strali, di sicuro qualcuno del suo tempo che voleva essere scrittore e anche disegnatore, probabilmente con poca fortuna nel secondo ruolo. La mancanza di tempo non mi ha permesso di approfondire.
A noi interessa di vedere alcuni esempi di scrittura di scrittori.
Ci sono biglietti autografi della poetessa Ada Negri; di Arnaldo Fraccaroli, giornalista, scrittore e commediografo; di Matilde Serao, scrittrice e giornalista, la prima donna ad aver fondato e diretto un giornale quotidiano (Il Corriere di Roma); di Giovanni Papini, il tormentato scrittore di cui Jorge Luis Borges disse che fu “immeritatamente dimenticato”, nella prefazione a Giovanni Papini, Lo specchio che fugge (FMR, 1975).
E di altri ancora.

E c’è anche qualche parola che ormai non si usa più, come proto, ormai più che altro usata come suffisso. L’ho fatto anch’io quando ho scritto protofantascienza.

In realtà il proto è il capo tecnico di una fabbrica o di una maestranza, o, nel nostro caso, di una tipografia, con la responsabilità della composizione e dell’impaginazione.
Delle proprie mancanze oggi si dà la colpa al correttore automatico, una volta si diceva con un mezzo sorriso: “È colpa del proto”.

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Noi e il mondo, N. 9, 1 Settembre 1923 (Anno XII)

 

L’articolo, inedito in Rete, è riportato integralmente e completo delle illustrazioni originali, nel maggior rispetto possibile della collocazione originaria.

 

curiosità vagabonde

Come scrivono gli scrittori

 

Un giovanotto di spirito, una sera, in un teatro barocco – dopo una commemorazione che aveva richiamato le figure più rappresentative dell’arte contemporanea – ebbe un’idea singolare. Quella cioè di cimentare l’abilità di ogni personaggio presente in un campo assolutamente opposto alla sua consueta attività; nel disegno, in una parola, scienza esatta, pratica, ansiosa, in cui non tutti – purtroppo – sono sufficiente versati. La recita era finita e sul palcoscenico – tra parapettate e bilance – s’indugiava una folla spettacolosa di celebrità che avrebbe formata l’invidia del più accanito intervistatore: si pensava anche ad una fotografia, ma voi sapete come sia difficile disporre in gruppo e far star fermo uno stuolo di persone illustri e al fotografo volonteroso oramai venivano meno la sopportazione, la rassegnata costanza e la pazienza.
Il giovanotto di spirito – che si era finora aggirato con un rotolo di fogli sotto il braccio – prese in disparte il primo personaggio in marsina che gli capitò, sciorinò la sua pagina sulla cuffia buia del suggeritore, gli offerse garbatamente una scaglia di carboncino.
— Mi faccia un disegno, per piacere…
— Disegno? Ma io non…
— Lo so, lo so. Appunto per questo…
Faccia quel che sa fare, nessuno ha la pretesa che lei sia un Tiziano o un Guido Reni… Provi, saprà ben tenere in mano la matita, suppongo!…
Il personaggio era Testoni, buon commediografo e pittore assassino, il quale, in un batter d’occhio, fatto il ritratto – con gardenia all’occhiello e cravatta impeccabile – di un tale che avrebbe dovuto essere lui, non ebbe nessun scrupolo ad autenticare il capolavoro con la sua firma.
E successe, naturalmente, quello che il giovanotto di spirito si attendeva.

Autografo di Ada Negri

 

Emma Gramatica, pregata, si destreggiò con disinvoltura nell’immagine del suo cane Michele che saltò fuori con un fiocco sbalorditivo al collo e due zampette trasparenti da lucertola; Dario Niccodemi preferì il paesaggio e fabbricò una marina corrucciata e tempestosa irta di velieri a sghimbescio; Marco Praga, Pirandello, Ruggi, Varaldo, Vera Vergani, Carini e gli altri non si fecero pregare e dopo mezz’ora sulla ribalta s’accatastava un fascio d’opere d’arte d’incalcolabile valore – firmate naturalmente – che i singoli autori proclamavano degno della maggior considerazione.

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Arnaldo Fraccaroli

 

L’esperimento, sotto certi rapporti, era riuscito anche se le prove dei commediografi, degli attori e dei critici non erano degne della reputazione e della giusta fama che essi godono nel ruolo che sostengono nella vita artistica italiana, ma che cosa sarebbe successo se si fosse chiesto qualche cosa di simile agli scrittori di professione, ai letterati, ai poeti che – salvo due o tre casi – si mostrano inesorabilmente refrattari alle seduzioni del pennello, della tavolozza e della matita?

Figuratevi che un romanziere che oggi va per la maggiore, molti anni fa, scrisse un’avventurosa e sanguinosa storia che offerse ad un editore e, per commentare con competenza gli avvenimenti, s’industriò ad illustrare la sua prosa con certe tavole a penna che avrebbero fatto impallidire un pellirosse. L’editore, che aveva già rifiutato il romanzo, quando vide l’ira di Dio dei disegni s’infuriò, credette ad una presa in giro, mise in dubbio l’equilibrio, la saggezza del suo sollecitatore, lo congedò in un’atmosfera di tempesta. E quelle povere tavole innocue rimasero per tutta la vita tra i due, come una siepicella insidiosa e perfida che la volenterosa amicizia non riuscì mai a varcare…

Lorenzo Ruggi

 

I letterati bisogna osservarli e difenderli nel campo della propria attività, combatterli, pungerli magari, ma non richiedere ad essi prove e fatiche e tentativi che troppo li pongano a disagio o li mettano in allarme.
Non, con questo, che il migliore scrittore di oggi non possa essere il più raffinato pittore di domani, ma insomma…
Per non avere scrupoli, rimorsi e pentimenti io ho chiesto ai letterati italiani di scrivere. Ed essi – buona gente – come vedrete, hanno risposto all’invito.
Ecco qua.

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Matilde Serao

 

Ada Negri e Fraccaroli – bisogna riconoscerlo subito – scrivono bene, cioè hanno una calligrafia nitida, sciolta, elastica, regolare, che i tipografi – esseri privilegiati e critici d’indiscussa reputazione – si contendono accanitamente: i loro manoscritti, su larghi fogli invitanti, presentano scarse correzioni e scarsissimi pentimenti. Ada Negri, sia quando celebra l’ardore della vita in strofe sonanti o quando parla di umili creature in nitida prosa, usa l’inchiostro violetto, mentre Arnaldo Fraccaroli predilige l’ininterrotta lusinga azzurrina della penna stilografica. Chi ne guadagna – prima di tutti – sono sempre quei tipografi di cui sopra, incorreggibili amanti della diligenza e del buon ordine artistico…

Adolfo Albertazzi

 

Chi scrive male, e lo sa, è Lorenzo Ruggi, che pesca nel fondo del calamaio una calligrafia microscopica e atroce, tutta interruzioni, richiami, postille, contorsioni, abbreviature e che non riesce mai – per quanto faccia – a farsi leggere con la speditezza che vorrebbe. Buon per lui che, per evitare complicazioni, sa dettare di getto alle dattilografe, cosicché basta una rapida revisione per accontentare sé e gli altri. Che cosa rappresenti una sua lettera autografa lo sa quel tale, che la ricevette e che – dopo averla letta, studiata e capita – prese il treno e andò da lui per farsela spiegare…

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Ferdinando Russo

 

Matilde Serao, Adolfo Albertazzi e Ferdinando Russo scrivono regolarmente: la gloriosa scrittrice napoletana in mezzi fogli finemente quadrettati, rispettando con scrupolo la rigatura; l’autore dell’Ave in paginette modestissime, slabbrate, d’uso corrente, senza pretesa alcuna; il poeta e il romanziere di Vela Latina su carta leggermente rigida, con calligrafia tenuissima, rotondeggiante, panciuta: inchiostro naturalmente nero, correzioni frequenti, successo così così presso i tipografi di cui sopra.

Giovanni Papini

 

Papini e Borgese prediligono il verde, l’uno per la carta da lettere, l’altro per l’inchiostro, e se qualche lettore di buona volontà si indugia un istante dinanzi ai loro autografi, troverà che la calligrafia smisurata, frettolosa e ansimante del primo contrasta singolarmente con quella aguzza, esclamativa e pungente del secondo. Differenze fondamentali di opinioni, di pensieri e di vedute, cui il modo di fermare l’idea sui fogli non può andare del tutto disgiunta.

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Giuseppe Antonio Borgese

 

Chi impugna con risolutezza la penna e apparentemente non si tortura è Guido da Verona, impeccabile come sempre, che sbriga la sua corrispondenza da solo, risponde a tutti – seccatori, amici, critici e ammiratori – e regala pagine di carta Fabriano ove la sua calligrafia larga, bassa, personalissima, balena tra svolazzi, linee, punteggiati e vorticose maiuscole. Ma che diversità con i suoi manoscritti e che ecatombe di correzioni – in essi – e che tormento di cancellature, di richiami, d’improvvisi mutamenti!

Guido da Verona

 

Marino Moretti, lindo, ordinato, scrupoloso, scrive con una nitidissima calligrafia e corregge molto. Le sue pagine – sempre vivide e semplici, anche quando scrutano e svelano calamitose passioni – appaiono all’indiscreto diligenti, rettilinee, regolarissime, ma la pena – ignota al lettore – della creazione e dell’elaborazione traspare dai frequenti, risoluti e tempestosi colpi di penna che annullano.
Gli altri…
Voce di un lettore: Non ha ancora finito, scusi? Ma lei piuttosto, che ha tanto detto degli altri, come scrive?
Anziché rispondere alla domanda insidiosa è meglio raccomandarsi al proto che non si abbandoni a qualche tiro birbone, di quelli che pregiudicano irreparabilmente un individuo.

* * *

Rimarrebbe da dire qualche cosa sugli scrittori-pittori e, in segreto, avevo pregato questi dieci illustri di commentare l’articolo con sobrie e intonate illustrazioni.
Si sono rifiutati “per ragioni di opportunità”.
Non esageravo, quando citavo l’aneddoto di quel tale, e garantivo una catastrofe sicura allorché un poeta o un romanziere si fossero accostati alle educate seduzioni della matita e del pennello…

Mario Sandri

 

Concludo con una curiosità: una cartolina postale dattiloscritta del 1927, con firma autografa di Mario Sandri, indirizzata a Giuseppe Carfagna, direttore di Firme Nuove, una rara rivista sottotitolata “mensile di novelle critica e poesia dei migliori giovani scrittori. Fondata nel 1926, era pubblicata a Milano e sembra sia stata quindicinale.

 

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