ANTOINE D’AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

ANTOINE D’AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

«Aprile è il mese più crudele, genera / lillà dalla terra morta, confondendo / memoria e desiderio, risvegliando / le radici sopite con la pioggia della primavera».

Aprile è stato in molti paesi europei il mese più duro nella prima ondata del Covid-19. In Francia il lockdown è durato dal 17 marzo al 11 maggio. Un lungo periodo di incertezza nelle vite di milioni di persone confinate in un limbo dove si vive “tra coloro che son sospesi”.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

Il fotografo Antoine D’Agata

 

Dal primo giorno di confinamento seguito allo scoppio dell’epidemia di Covid-19, Antoine D’Agata, fotografo francese di origine siciliana da sempre affascinato dall’aspetto “derelitto” del mondo, ha vagato per le strade di Parigi con una termocamera per registrare in modo unico l’epidemia virale che ha trasformato la città in uno strano teatro di anime erranti, teste chine e corpi in fuga.

Inizialmente attratto dal modo in cui il dispositivo termodinamico registra i raggi infrarossi emessi dai corpi, che variano a seconda della loro temperatura, l’artista viene presto affascinato da un processo che riduce i soggetti umani a figure essenziali, prive di caratteristiche superflue o di specificità.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

Vivendo e lavorando per due mesi nella sede parigina dell’agenzia fotografica Magnum, Antoine D’Agata ha documentato con la tecnica termica la desolazione della capitale francese deserta sotto confinamento. Una città immersa nel silenzio, attraversata da corpi dagli atteggiamenti stereotipati, abitata soprattutto dai senzatetto che appaiono, in queste immagini, come gli ultimi esseri veramente vivi e resistenti.

L’artista ha prodotto in questo modo composizioni austere e brillanti, che offrono una visione alternativa e in un certo senso distopica delle strade che si svuotano.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

Dice Antoine D’Agata: “Per questo lavoro fotografico ho utilizzato la tecnologia termica perché offre la capacità di catturare informazioni che la fotografia come la conosciamo non può. Non è una questione di estetica, ma di una tecnica in fase di sviluppo che mi permette di generare un linguaggio visivo in grado di cogliere la realtà da una prospettiva esistenziale”.

In questo sforzo documentario il fotografo sembra un cavaliere medievale alla ricerca del Santo Graal che attraversa una terra popolata da presenze dolenti e silenziose dove in mancanza di alternative possibili la poesia non può fare altro che registrare la frantumazione e la desertificazione dell’umanità.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN
Mentre il coronavirus dilaniava il continente e le persone si isolavano sempre più, D’Agata trovava conforto nelle parole di Henry James: “Una seconda possibilità: questa è l’illusione. Non ce ne è che una. Lavoriamo nell’oscurità, facciamo quello che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte”.

Fotografando strade svuotate e silenziose, popolate soltanto dalle impalpabili presenze dei clochard, che avvicinava pervaso da un senso di solidarietà associato alla paura del contagio, D’Agata dava un senso al proprio agire.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN

Mentre faceva migliaia di scatti a medici, infermieri e pazienti che all’interno degli ospedali sovraffollati sembravano impegnati in un assurdo rituale di morte, Antoine D’Agata iniziava a poco a poco a entrare in contatto con la insostenibile assurdità del reale.

L’immagine termica congela forme, posture, figure, pose, zone impercettibili a occhio nudo per renderci partecipi di una visione infernale mai prima d’ora realizzata da nessun fotografo.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN
“Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiuso com’ero in quella specie di buco nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre fittissime”.

L’inferno sembra essersi incarnato in queste foto senza speranza di un mondo svilito dalla soverchiante presenza di un virus impietoso che regola e domina le nostre vite.

ANTOINE D'AGATA, FOTOGRAFO TERMICO DEL LOCKDOWN
Ma in questi spazi nomadi e tetri che evocano atmosfere da incubo, dove Antoine D’Agata ha vagato come gli esploratori in Antartide, immaginando di vedere accanto alle persone una presenza misteriosa (forse la morte), è nata infine la speranza.

Per questo al fotografo è stato fondamentale l’incontro con Mathilde Girard, filosofa e scrittrice, che dall’inizio del lockdown scrive nel web dei frammenti di ciò che percepisce nell’enfasi dei discorsi e delle regole igieniche, come di ciò che vede per strada, delle storie che sente.


La scrittura è stata per lei non un mezzo per giudicare, ma per osservare gli effetti del confinamento sulla separazione tra i corpi. Per descrivere tutto ciò che sembrava stupefacente, come si comportavano gli abitanti, come volavano gli uccelli.

Dopo due settimane, ha contattato Antoine D’Agata per chiedergli informazioni. Hanno iniziato una corrispondenza: il fotografo inviava i suoi scatti, Mathilde i suoi frammenti di testo.


Da questo scambio e dal rapporto tra immagine e testo emergeva una verità: un senso di responsabilità, di obbligo collettivo. Di vedere e cogliere nel dettaglio, giorno dopo giorno, il misto di violenza e mitezza, austerità politica e solidarietà che guidava l’approccio di entrambi.

Il gesto fotografico e l’opera letteraria si incontravano, figli della stessa preoccupazione, in questa situazione tragica e fredda dalla quale non si poteva distogliere lo sguardo.

“Uso metodi sempre diversi per cercare di dare un senso alla realtà”. Racconta il fotografo stupefatto di come questa fotocamera riesca a ridurre i soggetti umani a una fonte di calore, a un distillato di umanità, spogliata di qualsiasi specificità culturale, comportandosi in qualche modo come il virus stesso.


Come tutti noi, Antoine D’Agata si è sentito sopraffatto dai numeri della pandemia globale. Come tanti di noi è stato toccato dalla dedizione del personale medico.
Dice: “Le persone stanno facendo molto di più di quanto sono pagate. In ospedale ho visto persone morire mentre infermiere le davano un poco di calore tenendole per mano”.

Tutto sommato in queste composizioni crude color fiamma delle strade che si svuotano e degli ospedali che si riempiono offrono un barlume di speranza, fragile e assurda ma viva, che forse ci aiuterà a ricominciare.

 

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*