YURI MOROZOV, ROCK PROGRESSIVO SOVIETICO

YURI MOROZOV, ROCK PROGRESSIVO SOVIETICO

Quella di Yuri Morozov (1948 – 2006) è la storia di uno dei più prolifici pionieri musicali dell’Unione Sovietica. Ingegnere del suono, cantautore polistrumentista, esploratore dei più svariati generi, è ancora oggi un punto di riferimento in Russia per numerosi musicisti.

La sua attività inizia nella città di Ordzhonikidze, in Crimea, nel 1969, come chitarrista dei Bosyaki, una band locale di ispirazione beatlesiana con la quale si esibisce in numerose performance dal vivo. Il passo verso la discografia avviene da “solista clandestino” pochi anni più tardi.

YURI MOROZOV, ROCK PROGRESSIVO SOVIETICO

In Unione Sovietica l’attività discografica è gestita da un’unica etichetta: la Melodjia, fondata nel 1964 dal Ministero della cultura. I musicisti intenzionati a incidere le proprie opere in Urss hanno due alternative: sottostare ai canoni che il governo ha stabilito per l’ascolto da parte del pubblico, e quindi incidere con la Melodjia, oppure arrangiarsi con registrazioni amatoriali su nastro magnetico, con risultati tecnici a dir poco scadenti. Tali prodotti sono noti in gergo tra i musicisti come magnetalbum, di grande diffusione tra gli autori indipendenti, ma di bassa qualità sotto il profilo tecnico.

 

«YURI MOROZOV SEMBRAVA UN ALBERO DI NATALE»

Yuri Morozov rappresenta un’eccezione a questa regola, poiché in qualità di tecnico del suono nel 1972 viene assunto dalla Melodja presso uno studio di Leningrado (l’attuale San Pietroburgo) e ha quindi modo di accedere segretamente a strutture professionali.
In questo periodo Morozov costruisce nel suo appartamento anche un vero e proprio studio di registrazione sotterraneo, un’area nella quale il musicista si ritrova a operare ogni notte, per diverse ore dopo la giornata lavorativa.

«Yuri sembrava un albero di Natale», ricorderà un suo amico a proposito delle registrazioni, «era pieno di cavi elettrici attorcigliati addosso, le cuffie in testa e una chitarra tra le braccia. Aveva un cavo tra i denti per accendere il pulsante di registrazione al momento giusto. Un tamburello era stato installato su un supporto speciale sul quale agiva con il piede destro mentre il sinistro regolava il livello del volume. Con un sussulto di testa, Morozov accese la registrazione, sputò immediatamente un cavo dalla sua bocca, iniziò a urlare, a suonare la chitarra, a calciare un tamburello con un piede e a regolare qualcosa con l’altro».

YURI MOROZOV, ROCK PROGRESSIVO SOVIETICO

Il risultato, nel 1973, è il primo magnetalbum di Morozov dal titolo Cherry Garden of Jimi Hendrix: ovvero undici brani rock in stile britannico caratterizzati da singolari vocalizzi e da una serie di effetti sonori psichedelici.
Pur essendo una registrazione clandestina si tratta di un prodotto di ottima fattura tecnica e all’ascolto appare come il lavoro di un’intera band musicale. In realtà, avvalendosi della sovraincisione, Morozov fa tutto da solo: canta, suona e registra uno strumento per volta per poi assemblare tutto in un unico prodotto finale.
Negli ambienti underground l’album ha subito un grande successo. Le cassette vengono duplicate con registratori amatoriali e fanno segretamente il giro del Paese.

Nel corso della sua carriera Morozov realizzerà oltre cinquanta album miscelando con stile personale elementi di prog, rock psichedelico, jazz, fusion, folk e musica classica, fino a esplorare le profondità più viscerali della sperimentazione sonora: dalle ricerche strumentali alle forme più ermetiche di krautrock e avant garde elettronico.
La sua musica attira anche l’attenzione del Kgb, che sottopone a diverse perquisizioni l’appartamento di Leningrado.

«Per fortuna non tenevo libri vietati a casa», racconterà Morovoz in un’intervista degli anni 2000, «quelli li leggevo al lavoro. Nello studio avevamo una botola sul pavimento per i cavi e li ho nascosti lì. C’era un libro sul Kgb pubblicato in occidente. Quando me lo regalarono mi dissero: “con questo ti becchi tre anni nei campi di prigionia soltanto per averlo toccato”. Allora lo lessi, tanto ormai lo avevo toccato».

 

 

 

(Da Spazio70).

 

 

 

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