VIA LA PAROLA “NORMALE” DAGLI SHAMPOO

VIA LA PAROLA “NORMALE” DAGLI SHAMPOO

In un futuro mondo distopico ormai al tramonto si ergono qua e là i decrepiti monumenti innalzati in onore al Grande Salvatore, il cui terribile dominio ha lasciato una profonda ferita che mai si rimarginerà.

Tutto ebbe inizio da alcune vaghe notizie provenienti dall’estero.

Durante la notte fonda della permalosità bianca, maschile ed etero, diventata ormai pari a quella nera, femminista e omo (o meglio, dei loro autonominatisi aedi), avvenne l’indicibile.

Le prime avvisaglie si erano avute già nel lontano 2018, quando la statua di Gandhi venne rimossa dall’Università di Accra, capitale del Ghana. Questo perché il campione dell’anticolonialismo, il Mahatma Gandhi, da ragazzo aveva parlato male dei neri (la notizia è qui, per chi legge l’inglese). Se Gandhi aveva liberato l’India dal colonialismo, questi signori hanno liberato la loro università dalla presenza di un razzista.

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Bye bye, dirty racist!

 

Ma è dal 2020 che negli Stat Uniti dilaga l’iconoclastia. La foga era tale che un manifestante del movimento Black Lives Matter è stato portato d’urgenza in ospedale, quando la statua di un confederato che stava demolendo gli è crollata sulla testa (la notizia, stavolta in italiano, è qui).

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Alla faccia di Bo e Luke, e di tutta la contea sudista di Hazzard

 

Siccome il giornalista Indro Montanelli raccontò di essersi sposato “temporaneamente” in Africa con una dodicenne (un’altra volta aveva detto quattordicenne), come sembra fosse prassi consueta in quel continente negli anni trenta, la sua statua, posta davanti ai giardini pubblici di Milano che prendono il suo nome, ogni tanto viene imbrattata di vernice rossa e dalla scritta “razzista stupratore” (qui).

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Abbatterlo dovrebbero!

 

Gandhi non piace neppure agli inglesi: troppo razzista era! Così, se un tempo gli inglesi attaccavano Gandhi perché voleva liberare i popoli delle colonie, oggi sempre gli inglesi lo attaccano perché non rispettava gli africani. C’è una petizione con seimila firme a Leicester per abbattere la sua statua. Ma il sindaco rifiuta. Fino a quando riuscirà a resistere? (Qui).

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Oh, ma quanto fa schifo ‘sto Gandhi?

 

Pure Winston Churchill, che voi fessi ricordate come l’uomo che si oppose da solo alla Germania nazista (quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali e l’Unione Sovietica era segretamente alleata con Hitler per spartirsi l’Europa orientale), era, invece, un becero razzista.
Questi giovani senza macchia e paura non hanno fatto guerra a Hitler, ma la fanno a lui.

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Era proprio un porco

 

E gli scacchi? “Gli scacchi sono razzisti, dato che il bianco muove sempre per primo”. Che schifo gli scacchi razzisti: sarà per questo che non ci gioco più da quando ero bambino. Se non ci credete, la notizia è qui. E perché, poi, non dovreste crederci?

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Non basta come contentino che i neri possano vincere la partita

 

“Pesce razzista. Con questa scritta in inglese (racist fish) la statua della Sirenetta, simbolo di Copenaghen, è stata vandalizzata. L’esperta dell’opera di Andersen, Ane Grum-Schwensen, ha spiegato che la storia della Sirenetta non contiene allusioni razziste anche se, secondo alcuni, nel film animato della Disney compare una scena discriminatoria. Durante la canzone ‘In fondo al mar’ appare infatti un ‘pesce nero’ che ha le sembianze dell’immagine stereotipata degli afro-americani” (qui).
Insomma, questi antirazzisti leggono solo Topolino.

Ma niente paura, la Disney sta girando un live action della Sirenetta intepretata da una nera… scelta interessante per rappresentare una fiaba danese basata su una leggenda nordica.

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Ho sempre odiato i razzisti con le scaglie da pesce

 

In Svizzera e Francia, per non essere accusata di razzismo, la catena di supermercati Migros ha deciso di togliere dagli scaffali i Moretti (qui).

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Questi cioccolatini erano un chiaro incentino a divorare gli africani

 

Intanto le statue di Cristoforo Colombo continuano a essere abbattute come se non ci fosse un domani (qui).

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Così la prossima volta impara a esportare la mafia in America! Non è per questo? Fa niente

 

Adesso si sta affermando la moda politicamente corretta di mettere un asterisco per abolire il genere sessuale delle parole (anche se la Treccani non sembra d’accordo: qui).
Porc* puttan*!

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La scrittrice femminista J.K. Rowling, famosa per i romanzi di Harry Potter, ritiene che le donne siano un poco più donne delle transessuali. Può avere questa opinione? Potrebbe averla se esistesse la libertà di pensiero e di parola. Nel mondo occidentale questa libertà non c’è più, quindi viene giustamente accusata di essere transfobica (qui).

Non si vergogna della sofferenza che provoca?

 

Gli intellettuali si svegliano all’improvviso e decidono di strigliare i cretinetti. Leggiamo quello che scrive La Repubblica.

Usa, da Rushdie a JK Rowling, oltre 150 intellettuali contro la nuova intolleranza politically correct. Ci sono autori di bestseller, ma anche il saggista Ian Buruma e il linguista e attivista Noam Chomsky tra i firmatari della lettera aperta su Harper’s Magazine. Un appello a non trasformare le proteste per la giustizia razziale in un brand dogmatico e coercitivo.

Si ribellano contro il clima di caccia alle streghe che domina nel mondo della cultura e dei media dopo l’uccisione di George Floyd, la nuova intolleranza degli estremisti dell’anti-razzismo e dei demolitori di statue, di tutti coloro che guidano “epurazioni” nelle redazioni, censurano le opinioni diverse, impongono un pensiero unico politically correct.

Nella lettera si legge anche che “le potenti proteste per la giustizia sociale e razziale” non dovrebbero trasformare “la resistenza in un brand dogmatico e coercitivo”. Il libero scambio di informazioni e idee sta diventando sempre più limitato, avvertono i firmatari che aggiungono che la censura si sta diffondendo ampiamente in tutta la cultura attraverso la pratica del “public shaming”, la “gogna pubblica”, una tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una “accecante certezza morale” e un’intolleranza di opinioni opposte (qui).

Insomma, questi qui sarebbero come i nazisti.
Ma i fanatici spernacchiano questi intellettuali, zittendoli subito.

Se l’appello è stato firmato anche da un ultraradicale come Noam Chomsky la situazione deve essere grave davvero

 

Eh? Ora è proibito anche dire “donna” per non offendere i trans? Be’, la rete televisiva americana Cnn si adegua. Ecco qui: “Contrordine, compagne femministe, semplici detentrici di cromosomi XX e antiquatissimi amanti della categoria: ora anche scrivere o dire «donne» è offensivo. La conferma è arrivata dalla Cnn, che, in un testo che parlava di prevenzione ginecologica, ha pensato bene di rivolgersi agli «individui con una cervice» e di non scrivere «donne» o «donna» in alcuna parte di un articolo di poco meno di seicento parole sulla salute delle donne e in particolare sul cancro all’apparato riproduttivo femminile”.

Sempre contro le differenze di genere qualcuno propone di non distinguere le bambine dai bambini chiamandole persone.

 

D’ora in poi per vincere l’Oscar come miglior film bisognerà rispettare alcuni requisiti di inclusione. Riguardano trama, recitazione, produzione e promozione (qui).

“Via col vento” era pieno di afroamericani, a pensarci bene

 

Di male in peggio, per una guru femminista la donna che fa sesso con un uomo è una collaborazionista del cosiddetto patriarcato.

 

Si protesta a Bologna perché la differenziazione tra i sessi discriminerebbe i transessuali.
Li vogliamo abolire o no questi generi sessuali? (Qui).

 

Volendo essere politicamente correttissimo, un pastore protestante chiude la preghiera con “Amen e Awoman”. Fondendo la parola ebraica “amen” con le parole inglesi “a men” (anche se non ha senso l’articolo singolare a/un davanti al sostantivo plurale men/uomini) e aggiungendo le women (donne): qui.

“Amen” è sessista?

 

Era ora! Finalmente esistono le carte da gioco neutre al posto di quelle sessiste, stampate dall’olandese Indy Mellink. La giovane ha raccontato di aver avuto l’idea mentre spiegava le regole ai suoi cuginetti: a quel punto si è accorta che un re più prezioso di una regina non le andava a genio (qui).

Le carte non sessiste

 

A causa di un gatto cinese negli Aristogatti, di corvi neri in Dumbo e di pellirosse in Peter Pan che paiono troppo stereotipati, la Disney britannica mette un’avvertenza sui pericolosi contenuti all’inizio dei film e li vieta ai bambini più piccoli (qui).

Ci credo che poi uno diventa razzista!

 

Pure la storia deve essere riscritta, e l’attrice nera Jodie Turner-Smith indossa i panni di Anna Bolena nella serie tv su re Enrico VIII (qui).

La somiglianza c’è tutta

 

Via il “Mister” (“signor”) dal nome dell’iconico personaggio di Toy Story Mr. Potato, il giocattolo molto popolare negli Stati Uniti ora si chiamerà solo Potato Head (qui).

 

In Cile il cartone animato Holly e Benji finisce in tribunale accusato di sessismo per lo schiaffo a una ragazza.
Dopo la messa in onda dell’anime, il gesto di Julian Ross verso la manager della propria squadra è finito al centro di una disputa giudiziaria (qui).

Si inizia così e si finisce con il femminicidio

 

 

Dal Corriere della Sera.
Una poetessa bianca può tradurre i versi di una nera? L’olandese Marieke Lucas Rijneveld ha rinunciato a tradurre «The Hill We Climb» («La collina che saliamo»), l’opera che l’afroamericana ventiduenne Amanda Gorman aveva recitato all’inaugurazione del presidente democratico Joe Biden. La casa editrice Meulenhoff aveva affidato l’incarico a una penna di talento: Marieke Lucas Rijneveld, 29 anni, che nel 2020 ha vinto l’International Booker Prize con il romanzo «Il disagio della sera», rivelandosi la più giovane autrice a ottenere un così ambito riconoscimento. Ma questo non è bastato a fermare le critiche sull’opportunità di farle tradurre i versi di una giovane nera. Da qui la marcia indietro.

E i neri non potranno più tradurre le opere dei bianchi?

 

Via la parola “normale” da shampoo e creme: la svolta inclusiva della cosmetica (qui)

 

In un’assemblea scolastica, il Brauer College di Warrnambool chiede ai ragazzi di scusarsi per il loro sesso con le coetanee (qui).

 

I professori della prestigiosa università di Oxford stanno lavorando a numerose modifiche in chiave politicamente corretta dei programmi e dei metodi di insegnamento. Tra gli aspetti più eclatanti c’è il ridimensionamento dello spazio da dedicare ai grandi musicisti classici occidentali che evocherebbero “una concezione colonialista dell’arte”: meno Mozart, meno Beethoven, meno Bach (qui).
Per fortuna, almeno questa volta, la notizia è stata smentita. Anche se non è detto…

(Da “Dagospia”)

 

Cosa aspettarci quando alcune cause giuste, come la parità dei diritti indipendentemente dal genere, dal colore della pelle e dagli orientamenti sessuali, vengono monopolizzate da un branco di esaltati che intimidiscono le persone razionali?

Alla fine la risposta della maggioranza delle persone rimasta in silenzio fino a quel momento potrebbe non essere gradevole.
Purtroppo già in passato abbiamo avuto dei tristi esempi.

 

(Via via che arrivano queste notizie balzane le colleziono nel gruppo satirico POLITICAMENTE SCORRETTO).

 

 

Contatto E-mail: info@giornale.pop

12 commenti

  1. C’è un tipo spagnolo, non ricordo il suo nome, il quale sostiene con gran sicumera che l’eterosessualità va eliminata e/o dichiarata fuori-legge (sic!) perché causa le violenze sessuali (fisiche e psicologiche) nei confronti delle donne!

  2. Anche la polemica attorno a Scarlett Johansson che avrebbe dovuto interpretare un personaggio transessuale mi paiono appartenere a questa categoria.
    Ah, nei Simpson i bianchi non potranno più doppiare personaggi di altre etnie.

  3. stanno ottenendo ovviamente il contrario, per dire c’è gente che prima di guardare una serie tv guarda se ci sono neri protagonisti o gay come personaggi minori e se ci sono le scarta a priori.

    • Mi sembra un ragionamento terribilmente razzista, cos’è, non vuoi vedere neri recitare?
      Il problema sono le forzature, quando vuoi far ragionare personaggi del passato con mentalità moderne, quando vuoi essere inclusivo anche in contesti storici che non lo erano affatto…

  4. Bravo Sauro
    Te l’avevo chiesto tempo e alla fine l’hai fatto un bell’articolo su questo tema!
    Manca solo la “Matria” in sostituzione della “Patria” come vorrebbe la Murgia.

  5. Ma poi ve lo immaginate uno scrittore bianco che pretenda che un suo libro non sia tradotto da un nero, come verrebbe giudicato … ma come un nazista e giustamente!

  6. Mi permetto: quindi finito L’ORGOGLIO gay? O LTBGQRSZ? Ho scordato KYX e W!
    Forse è il caso di ricordarci TUTTI che quando decidono di sterminarci, iniziano togliendo ciò che ci definisce: ci CARATTERIZZA, con orgoglio appunto, dopo la fatica di una vita!
    L’unico vaccino utile è quello contro l’idiozia!
    BUONA FORTUNA A TUTTI!

  7. La civiltà occidentale ( la sua cultura, le sue tradizioni. la sua storia, il suo stile di vita) sta, a mio parere, correndo verso l’estinzione.
    L’articolo dell’ottimo Sauro Pennacchioli ne è una evidente conferma.

  8. “Il nostro delirio suicida, processare il passato”
    di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera

    Che cosa è successo perché si arrivasse ad accettare o addirittura spesso a promuovere, l’abbattimento delle statue di Colombo e Churchill considerandoli dei gaglioffi impresentabili? A pensare che insegnare l’opera di Omero, di Dante e di Shakespeare, o eseguire la musica di Mozart costituisse una discriminazione offensiva verso chi ha un colore della pelle diverso dal bianco? Perché si diffondesse l’idea che la nostra storia sia null’altro che un cumulo di errori e di orrori? Da dove nasce questo delirio suicida del «politicamente corretto» che sta devastando l’immagine di sé dell’Occidente, contribuendo a paralizzarlo ideologicamente sulla scena del mondo?
    Le origini sono molte ma a mio giudizio una spicca sulle altre: la crassa ignoranza della storia — innanzi tutto della propria storia — che ormai pervade le nostre società. Un frutto a sua volta di quella rivoluzione verificatasi a cominciare dalla seconda metà del secolo scorso nella formazione scolastica e universitaria, in specie delle élite politiche ma non solo: quando cioè diritto ed economia presero a sostituire il vecchio impianto a base storico-umanistica, divenendo sempre più il cuore del percorso formativo. Mentre, tra l’altro, pure diritto ed economia si liberavano progressivamente dello sfondo storico che fino ad allora era stato anche il loro (si veda ad esempio la progressiva emarginazione delle materie storiche nelle facoltà di giurisprudenza).
    Tutto ciò ha significato che abbiamo cominciato a perdere la dimensione del passato. Non solo a ignorare i fatti accaduti, che già non è poco, ma soprattutto a dimenticare che l’universo dei valori è anch’esso un universo storico, vale a dire soggetto a modifiche profonde con il passare del tempo. Per cui ciò che oggi ci appare inconcepibile — mettiamo la condizione d’inferiorità della donna o il lavoro dei minori — due o tre secoli fa era cosa comunemente accettata come la più ovvia normalità: tanto nella nostra cultura come in ogni altra del pianeta. Lo stesso dicasi dell’uso della tortura, della violenza e della guerra. La conquista, l’assoggettamento di altre popolazioni, la loro riduzione in schiavitù, sono state per secoli e secoli, per millenni, la regola universalmente seguita non solo dagli Europei ma da tutte le civiltà e i popoli della terra. Da tutte, a cominciare da quelle che oggi levano il dito accusatore contro «i bianchi».
    La tratta dei neri verso l’America sarebbe stata impossibile, ad esempio, se preliminarmente vaste reti di trafficanti arabi e alcuni regni indigeni africani non si fossero dedicati alla cattura di alcuni milioni dei suddetti disgraziati nell’interno del continente, appunto per poi rivenderli ai negrieri inglesi, olandesi, francesi che li aspettavano sulla costa. Non si vede proprio perché, dunque, l’unanime condanna che oggi giustamente colpisce questi ultimi non debba estendersi anche ai primi. Eppure non si vede mai l’indice degli attivisti o dei media o di qualche istituzione universitaria occidentale puntato verso la civiltà islamica o verso le culture indigene africane che hanno conosciuto(e le seconde conoscono ancora!!) la schiavitù né più né meno di quella cristiana e americana in specie. La vera differenza (peraltro decisiva) è stata nel fatto che a causa delle conoscenze scientifico-tecniche che la civiltà europea è stata per quattro o cinque secoli l’unica a detenere, essa ha avuto una potenza di sopraffazione e di egemonia che nessun’altra civiltà ha avuto. Ma si può immaginare che in condizioni analoghe il regno del Dahomey o il bey di Tunisi si sarebbero comportati molto diversamente?
    Questa mancanza di conoscenza e quindi di senso storico si è rivelata assolutamente decisiva nella costruzione del paradigma della «vittima», a sua volta basilare sia per la nascita che per la legittimazione pubblica del «politicamente corretto». Questo infatti è sentito quale il giusto riconoscimento risarcitorio per i torti subiti in passato da chiunque appartenga oggi a un gruppo sessuale, sociale, etnico o nazionale (donne, omosessuali, neri, discendenti dei popoli abitanti delle ex colonie) oggetto di un simile torto. Non solo però è evidente che nella storia così come non esistono ragioni non esistono neppure torti, specie se ascrivibili a qualcosa di cosi generico come le culture o le civiltà — ché altrimenti saremmo obbligati a fare la somma algebrica degli uni e degli altri e con il risultato compilare una grottesca classifica finale — ma è davvero bizzarro che il «politicamente corretto» chissà perché appaia sempre riguardare esclusivamente i torti, le sopraffazioni e le discriminazioni che hanno costellato il passato europeo e mai quello altrui.
    Si dovrebbe tener fermo, insomma, che nella storia non possono trovare posto i nostri criteri morali attuali. Criteri morali attuali che noi tendiamo viceversa a proiettare anche nel passato: non solo perché del passato sappiamo e capiamo sempre meno ma anche perché, paradossalmente, mentre ne teniamo gran conto per riconoscere legittimità a chi chiede risarcimento per i presunti torti subiti allora, per un altro verso, invece, siamo sempre più indotti a fare come se esso non ci fosse mai stato, non avesse avuto conseguenze che non possono essere cancellate dall’oggi al domani.
    Oltre l’ ideologia del progresso tutta orientata al futuro altre spinte egualmente fortissime vanno oggi in tale direzione. Prima di ogni altra, mi sembra, la travolgente giuridicizzazione di sempre più numerosi ambiti della nostra vita quotidiana, con il proliferare di sempre nuove norme che anche psicologicamente e culturalmente non fanno che ridurre di continuo non solo lo spazio della consuetudine e della tradizione, ma in generale il peso di qualsiasi «prima», di qualunque anche recentissimo passato. Non solo, ma l’attuale pervadente giuridicizzazione, fondata ovviamente sul principio di eguaglianza e con la sua produzione a getto continuo di diritti, vale a radicare l’idea assolutamente centrale nella costruzione del «politicamente corretto» – che qualsiasi azione o comportamento, desiderio o modo di vita di ogni individuo debba necessariamente tendere a rivestire la forma di un «diritto», e naturalmente ad essere tutelato giuridicamente in quanto tale. In particolare per ciò che riguarda la sfera dei rapporti interpersonali e sessuali. Obbligo del risarcimento storico e dimensione del diritto si saldano così in un dispositivo ideologico che ha dalla sua l’invincibile forza che spira dall’aria dei tempi.
    Il nostro delirio suicida, processare il passato

    https://www.corriere.it/opinioni/21_aprile_03/nostro-delirio-suicida-processare-passato-7bf88592-94b0-11eb-baed-430cc8195593_amp.html?__twitter_impression=true&fbclid=IwAR1Yv9pNmPClURN5byYqWN1fXJ-NSQDsNZ4ExcXvS7grp8NN3oYdqo5ZmYU

  9. “Basta con le intimidazioni morali all’università!”.
    Intervista a Sandra Kostner
    Autori censurati, temi tabù, rivendicazioni identitarie. Negli ultimi anni nelle università si è creato un clima di intimidazioni morali e ideologiche che hanno pesanti conseguenze su studenti e ricercatori. Duecento studiosi tedeschi hanno fondato una Rete per promuovere la libertà di ricerca e respingere queste pressioni.

    Cinzia Sciuto 17 Marzo 2021

    Sono già più di duecento le adesioni alla Rete per la libertà di ricerca scientifica fondata poche settimane fa in Germania su iniziativa di alcuni ricercatori tedeschi. Obiettivo è denunciare il clima di intimidazione che negli ultimi anni opprime sempre più il mondo accademico e promuovere la libertà di ricerca scientifica. Di questa iniziativa parliamo con una delle fondatrici, la storica Sandra Kostner, direttrice del master in Interculturalità e integrazione presso l’Istituto superiore di studi pedagogici di Schwäbisch Gmünd.

    Professoressa Kostner, perché avete sentito il bisogno di fondare questa rete? Oggi, in un Paese europeo democratico, cosa minaccia la libertà di ricerca?

    Oggi in Europa – ad eccezione forse dell’Ungheria – le minacce alla libertà di ricerca scientifica non vengono certo dallo Stato, ma dall’interno del sistema stesso e si tratta di pressioni di tipo ideologico, morale e politico. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi cinque-dieci anni circa è l’emergere di una precisa tipologia di ricercatori che considerano la ricerca e l’insegnamento innanzitutto un mezzo per realizzare la propria visione del mondo, per modellare la società su di essa. Si tratta di ricercatori che hanno una vera e propria agenda politico-ideologica, che vogliono perseguire attraverso la ricerca e l’insegnamento. Poiché si tratta appunto di modellare la società, questa tipologia di studiosi la si incontra soprattutto in quelle discipline che per propria natura sono particolarmente vulnerabili alle ideologie, ossia le scienze sociali e umanistiche. Ma gli effetti di questo fenomeno ricadono anche su altri campi: per esempio, uno dei temi su cui la discussione si accende spesso è quello del genere e non è raro che i biologi vengano pesantemente osteggiati perché affermano che dal punto di vista biologico i generi sono due, XX e XY, con una piccolissima percentuale di intersessuali. Questa è la distinzione biologica, che però non si adatta alla visione di coloro che sostengono che il genere è un costrutto puramente sociale e che ognuno deve poter arbitrariamente scegliere a quale genere appartenere. Per costoro naturalmente la biologia rappresenta un pesante affronto. Sanno bene che la loro ideologia non è sostenibile, semplicemente perché la biologia porta prove che loro non possono portare. E poiché non possono colpire la biologia sul terreno degli argomenti, gettano discredito sui biologi, accusandoli di sessismo, di essere di destra, di essere razzisti eccetera. Così, si avvelena il clima della ricerca nelle università. In alcuni dipartimenti sia gli studenti sia i ricercatori hanno paura di parlare liberamente, perché pensano che possa essere rischioso per la loro carriera. Nel corso degli ultimi anni ho ricevuto sempre più spesso segnalazioni di studenti che mi confessavano di avere paura di argomentare liberamente, per timore di prendere un brutto voto. Oppure studenti che pensano di dover citare determinati autori e invece ignorarne altri per ottenere un buon voto. Naturalmente tutto questo non viene detto esplicitamente. Nessun docente dice che se non citi questo o quell’autore, o viceversa, ti mette un brutto voto, ma si è creato un clima di mancanza di libertà molto pericoloso, sul quale vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica con la nostra Rete per la libertà scientifica.

    Può fare degli esempi di casi concreti in cui questa libertà è stata minacciata?

    Non voglio fare nomi, perché poi il rischio è che queste persone entrino nel mirino e vengano attaccate. Mi limito a descrivere dei casi tipici. Per esempio, quello che spesso accade è che un paper molto ben strutturato e argomentato, sottoposto alla valutazione di una rivista scientifica venga respinto perché non coincide con la linea ideologica della rivista stessa. Naturalmente si tratta di cose molto difficili da dimostrare. Coloro che sono vittime di questa forma di censura infatti non possono essere certi al 100 per cento che il motivo del rifiuto del loro paper sia ideologico. Si limitano a osservare che rispetto alla media degli articoli pubblicati su quella rivista il loro era decisamente più solido sul piano empirico e che quindi il motivo del rifiuto deve risiedere altrove. Oppure talvolta capita che vengano richieste delle modifiche, per esempio l’inserimento di determinati autori considerati “imprescindibili”. Un altro effetto di questo fenomeno ha a che fare con i finanziamenti. Racconto la vicenda di Susanne Schöter, stavolta citandola apertamente perché lei stessa ha reso pubblico quanto le è accaduto. La professoressa Schröter è una etnologa esperta di islam, direttrice del Centro di studi sull’islam globale alla Goethe Universität di Francoforte. Nel maggio del 2019 ha organizzato una conferenza sul velo, invitando relatori sia contro sia a favore dell’uso del velo. Ecco, da allora fa molta fatica a trovare finanziamenti per le sue ricerche. Cosa è successo? Può essere certamente che i suoi progetti di ricerca siano improvvisamente diventati scadenti, ma la cosa è decisamente improbabile nel caso di una ricercatrice così affermata e stimata come la professoressa Schröter. Semplicemente da quel giorno viene vista con occhi diversi.

    Lei lavora nell’ambito degli studi sull’immigrazione e l’integrazione, che è uno dei settori su cui questo tipo di pressioni si esercita in maniera particolare. Ne è stata vittima anche personalmente?

    Lavoro in una università di una regione rurale della Svevia dove non ci sono molti colleghi ideologici, il che aiuta… Se lavorassi a Berlino sarebbe diverso. Ma anche io ho avuto esperienze spiacevoli. Ne racconto una che mi ha fatto davvero riflettere. Nella primavera del 2017 ho organizzato una serie di lezioni sul tema “Libertà e autodeterminazione nell’islam”, invitando relatori di diversi orientamenti. Uno di loro a un certo punto della sua relazione ha parlato del velo (ebbene sì, il velo è uno dei nodi cruciali di questo dibattito). L’ospite ha fatto un excursus storico, parlando di come l’uso del velo sia cambiato nel tempo, del suo uso prima di Maometto, durante l’epoca del profeta e dopo. E poi ha detto che naturalmente se oggi una donna adulta vuole portare il velo è libera di farlo. Ma ha anche aggiunto che questa donna deve essere consapevole di portarsi addosso i segni del patriarcato e che per questo indossare il velo non è accettabile per le insegnanti, in quanto negherebbe la neutralità dello Stato. A quel punto una studentessa che portava il velo si è alzata e ha lasciato la sala. Naturalmente era suo diritto, anche se è un comportamento immaturo che fa morire sul nascere il dibattito. In ogni caso alcune settimane dopo questa studentessa, che io non avevo mai visto prima e che era venuta di sua iniziativa a una conferenza pubblica, mi ha annunciato che avrebbe sporto denuncia contro il relatore per incitazione all’odio, un’accusa del tutto infondata, perché quello che il relatore aveva detto è esattamente quello che ha affermato la Corte costituzionale tedesca sul tema. Mi ha anche detto apertamente che il suo obiettivo era impedire che all’università venisse di nuovo invitato qualcuno che critica il velo perché, sosteneva, lei ha diritto a un percorso di studi non discriminatorio e questo per lei significa non dover ascoltare nessuna critica sul velo all’università.

    Facendo un po’ l’avvocato del diavolo, dove sta il problema se si chiede all’università una maggiore sensibilità nei confronti di gruppi che storicamente hanno subito e spesso continuano a subire discriminazione?

    Il problema è che l’università ha una chiara funzione nella nostra società, una funzione che può svolgere a pieno solo in un contesto di libertà di pensiero. Le università sono l’agorà delle idee, dell’innovazione, della creatività. E tutto questo non può emergere se vengono posti dei paletti per i quali ci sono cose che a prescindere non possono essere dette perché qualcuno potrebbe sentirsi ferito. E non è una questione di sensibilità. Io non sono certo fra coloro che vanno dritti come un treno, dando colpi a destra e a manca e cercando di fare più danni possibili, anzi. Qui non siamo però di fronte a una questione di sensibilità ma di potere. Parliamo di una forma di intimidazione morale con la quale si possono esercitare pressioni sull’intera società, peraltro in maniera totalmente arbitraria perché i miei sentimenti feriti non sono dimostrabili. Mentre l’università è, o dovrebbe essere, il luogo dove tutto può essere sottoponibile a verifica. I sentimenti sono il contrario del sapere. Lo dico in maniera volontariamente provocatoria: le università non sono centri terapeutici. Non è quella la loro funzione, esattamente come non è compito dei centri terapeutici portare innovazione e conoscenza. Sono due funzioni diverse.

    Non c’è però il rischio che alcune ricerche vengano strumentalizzate da destra? Non è un problema che i ricercatori si devono porre?

    Innanzitutto, se guardiamo all’interno del sistema accademico, almeno in Germania ma credo che la cosa valga per molti Paesi occidentali, la stragrande maggioranza del personale docente e dei ricercatori è politicamente orientato a sinistra, per cui dall’interno del sistema stesso non c’è nessun pericolo di strumentalizzazione da destra. Semmai c’è il rischio contrario. Molti di quelli che io chiamo ricercatori-ideologi sono più vicini alle frange più estremiste della sinistra, ma nessuno si pone il problema che le loro ricerche possano essere strumentalizzate da sinistra. E io non mi sognerei mai di dire loro che non hanno il diritto di fare ricerca in quella direzione o che dovrebbero porsi il problema di chi usa le loro ricerche, perché già sarebbe commistione fra politica e scienza, che invece vanno tenute il più separate possibile perché nella scienza non devono entrare in circolazione troppe “monete straniere”: la sola moneta valida nella scienza è la conoscenza.

    La ricerca scientifica, come qualunque altra attività, ha già dei limiti, che sono quelli fissati dalla Costituzione e dalle leggi. Tutto quello che non cade entro questi limiti deve poter essere sottoposto a libera indagine. La mia libertà di ricerca comincia a finire nel momento in cui mi chiedo chi potrebbe beneficiare o chi potrebbe essere danneggiato dalle mie ricerche.

    Le cosiddette scienze sociali però, a differenza delle scienze naturali, non hanno uno statuto epistemologico definito. In materie come sociologia, antropologia eccetera gli elementi ideologici e politici sono inevitabili, no?

    Non sono completamente d’accordo, penso che si possa fare seria ricerca sociale senza approcci ideologici. Naturalmente – lo aveva già detto Weber un secolo fa – siamo tutti figli del nostro tempo ed essere consapevoli di questo, metterlo al centro della riflessione, è decisivo. Per cui, se da un alto è innegabile che non si fa ricerca sociale con assoluta obiettività, dall’altro penso che faccia una grossa differenza se un ricercatore in maniera consapevole utilizza il proprio campo di studi per realizzare la propria visione politica. Questa è una forma di truffa, perché è il compito della politica non della scienza. Per cui dico a questi colleghi: fate politica! E invece no: utilizzano l’autorità della scienza per perseguire scopi politici. Minando così l’autorità della scienza stessa! Alcune discipline, come per esempio la mia, sono totalmente discreditate agli occhi dell’opinione pubblica perché – nonostante i tanti colleghi che lavorano in maniera esemplare, con studi empirici fatti a regola d’arte – a ottenere visibilità sono quasi esclusivamente i ricercatori più ideologizzati.

    In questo naturalmente i media svolgono un ruolo decisivo…

    Assolutamente sì. Ci sono diversi fenomeni che si sovrappongono. Da un lato i media tendono a preferire la voce di chi esprime una posizione ideologica netta rispetto a chi offre punti di vista più complessi. Dall’altro sta emergendo sempre più chiaramente una frattura fra i collaboratori più anziani e quelli più giovani, che all’università si sono imbevuti di questo approccio ideologico, penso per esempio a tutta la retorica post-coloniale o a quella sul genere. Si tratta di persone che hanno fatto un percorso di studi con una impostazione ideologica e che vogliono replicare quella impostazione nei media nei quali lavorano. Queste persone hanno una modalità standard di operare basata sulla sopraffazione morale, che induce molti a sottomettersi per non essere accusati di razzismo, sessismo e via dicendo, il che innesca delle dinamiche di potere. E poi c’è naturalmente la reazione della politica che guarda questi dibattiti sui media e pensa “Ah, guarda, questa è la posizione dei media principali o degli intellettuali di riferimento, per cui se noi lavoriamo in questa direzione ci approveranno”, innescando un meccanismo di politicizzazione della scienza. E la cosa non riguarda solo le scienze sociali. Si tratta quindi di un complesso intreccio di relazioni tra politica e mondo scientifico. Da un lato gli scienziati che cercano di capire come ottenere maggiori finanziamenti, dall’altro la politica che privilegia i ricercatori con le migliori relazioni nel mondo dei media e con una ben precisa visione ideologica. Lo vediamo in maniera molto chiara in questo momento con la pandemia o sul tema del cambiamento climatico. Non è un caso che negli ultimi giorni abbiamo avuto molte adesioni dal mondo delle scienze naturali e mediche.

    Tutto questo meccanismo che lei ha descritto è un fenomeno nato e cresciuto all’interno delle università che, potremmo dire, hanno allevato in seno coloro che ne mettono in discussione l’autorità e ne limitano la libertà di ricerca: come se ne esce?

    Proprio così: è un problema interno alle università e la soluzione può venire solo dall’interno del sistema accademico. È questo il motivo per cui abbiamo fondato questa Rete. Qualcuno potrebbe replicare: “Cosa ce ne importa a noi che stiamo fuori dalla vostra Torre d’Avorio accademica?”. Ma noi non siamo nella Torre d’Avorio. Noi siamo quelli che formano le persone che poi agiscono nella società, e la cambiano. Siamo quelli che formano le classi dirigenti, coloro che andranno a occupare i posti chiave, nei media, nella politica, nell’economia. Per questo quello che accade nelle università riguarda tutti. Abbiamo assistito negli ultimi anni a un inequivocabile processo di illiberalizzazione dentro le università. Oggi urge un processo di riliberalizzazione.
    https://www.micromega.net/contro-intimidazioni-morali-universita/?fbclid=IwAR2chLNDHc2R7J7LZtCARvUzTfHZfyKU4FMz0udZiVKE5DItDE-Qmc0wC7E

  10. Di seguito l’appello pubblicato sul Figaro di professori universitari francesi e italiani, ellenisti, latinisti, storici e filosofi. Tra questi, Chantal Delsol e Rémi Brague dell’Institut de France, Pierre Vermeren dell’Université Paris I-Panthéon-Sorbonne e Jean-Marie Salamito dell’Université de la Sorbonne.

    Lo studio dell’Antichità è nocivo. E’ quanto affermano oggi alcuni professori di storia antica, di latino e di greco in varie università americane. Un movimento partito da Stanford sta mettendo in discussione l’esistenza di queste discipline (gli ‘studi classici’) nei campus universitari, sostenendo che imporrebbero nell’istruzione un “suprematismo bianco di ispirazione neocoloniale” (come ha scritto Raphaël Doan sul Figaro Vox lo scorso 11 marzo). A tutto ciò, in Francia, si è aggiunto un dibattito sull’abbandono da parte dei musei nazionali dei numeri romani in alcuni cartelli espositivi, perché il pubblico non saprebbe più leggerli. Invece di imparare i numeri romani, cancelliamoli! Gli autori greci e latini, schiavisti e ostili ai barbari, erano dunque razzisti, conservatori, guerrieri, imperialisti e misogini? Non è totalmente falso, ma sono lungi dall’essere gli unici nella storia, e ciò non giustifica assolutamente la loro cancellazione senza uno sforzo di contestualizzazione e di analisi delle loro posizioni nel quadro della epoca in cui vissero, e non nel nostro. In Omero, Achille è un sanguinario, ma il poeta gli mette in bocca una riflessione toccante sul senso della vita. Anche Ettore trucida allegramente i suoi nemici, ma sembra più umano perché è una vittima. Se l’imperatore Augusto è un autocrate, Cicerone è morto per avergli rimproverato, quando ancora si chiamava soltanto Ottavio, la sua complicità con Antonio. Sant’Agostino non ha messo sotto accusa la schiavitù, ma ha contribuito alla nostra concezione di umanesimo moderno, e lo ha fatto in un’epoca in cui la ricchissima cristiana Melania la giovane affrancava in massa i suoi schiavi.

    Cancellare Atene e Roma dalla storia degli uomini, significa ostracizzare la Ragione (il logos greco) e mettere al bando la Legge (i Codici giuridici romani). Significa uccidere Platone e calpestare la nozione di equità, inventata da Roma. Per ora teniamo da parte la questione della fede (Gerusalemme), se è possibile farlo, cosa di cui dubitiamo. Ciò che ci sembra più importante è che la martellatura dell’Antichità, cancellata dalle memorie come l’effigie dei proscritti a Roma, sia un tragico embargo sulla memoria e un rifiuto della speranza, una negazione pura e semplice del futuro. L’adoperarsi con ogni mezzo per organizzare l’amnesia del passato elimina qualsiasi speranza per il domani. Virgilio racconta nell’“Eneide” il modo in cui Enea è fuggito da Troia in fiamme, portando il suo anziano padre sulle spalle. Disegnando questa immagine in alcuni versi magnifici, il poeta non parla solo di Enea, di Anchise, di Troia e di Roma, ma anche di noi, oggi. Ecco il verso più bello nel racconto dello stesso Enea, che riporta le condizioni della sua fuga: “Cessi, et sublato montes genitore petivi (Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti)”, (Eneide II, 804). C’è tutto in queste parole: il passato e la sconfitta (Troia abbandonata), il peso della tradizione (il genitore che la pietas filiale impone di salvare), il futuro che si intravede in lontananza, così difficile da descrivere (i monti all’orizzonte). André Gide, commentando questo verso straordinario, che chiude lo splendido canto II dell’“Eneide”, notava laconicamente, ma con giustezza: “Spettacolo dell’umanità”. Gli iconoclasti contemporanei dell’Antichità rifiutano di assistere allo spettacolo della nostra imperfetta umanità, sia per odio di sé, sia per volontà mortifera di autodistruzione o di convenienza politica, sia per paura. Si allontanano da loro stessi, si tradiscono e tradiscono l’umanesimo che – non ne sono nemmeno consapevoli – trascende la loro piccola persona così come l’umanità trascende il destino di Enea. Non lasciamoci andare al decadentismo ad ogni costo, mille ragioni ci trattengono dal farlo. Ma come si può non pensare a Cioran quando scriveva che una “civiltà marcescente scende a patti con il suo male?”. Una società malata, aggiungeva, “ama il virus che la consuma, non si rispetta più”. Essa non osa più affrontare la sua immagine autentica nello specchio della letteratura, bensì indietreggia dinanzi all’oscurità della sua anima come la storia la rivela. Dovrebbe invece farne il suo studio preferito, per capire meglio sé stessa ed esorcizzare i suoi peggiori demoni (…) Per lo storico, cancellare il passato equivale a un’epurazione; non serve a nulla cancellarlo, e conoscerlo meglio è un’ardente pratica di consapevolezza.

    https://artofuss.blog/2021/03/21/effacer-lantiquite-de-notre-culture-cest-renier-lhumanisme/?fbclid=IwAR1y0-ZxnWxBINOy2nbEhx_HEHvH1o44lUGhOd86SjAyQuhPiCqafPbchbw

  11. Michele Serra:
    “Bisogna alzare la testa e reggere l’urto ricattatorio dell’inquisizione on line che promulga sentenze e commina pene, trasformando pagliuzze in travi e tenendo per le palle (non mi scuso per il riferimento sessista) persone, aziende, artisti che hanno il terrore di vedersi additare alla pubblica esecrazione”.

    Che malinconia vedere una donna intelligente come Michelle Hunziker che decide di chiedere scusa “umilmente” per una microscopica battuta sugli occhi a mandorla dei cinesi, priva di qualunque intenzione offensiva. Un account moralista dei più cliccati, del quale non faccio il nome perché ha già quasi tre milioni di seguaci, aveva lanciato l’accusa di razzismo: che è come accusare l’ispettore Clouseau di attività antifrancesi perché parla con la erre arrotata (oddio, non vorrei avere dato l’idea per una nuova crociata online).
    Si è scatenato il solito inferno di insulti e minacce – a quanto pare non di cinesi – e i due conduttori di Striscia, Hunziker e Scotti, si sono sentiti in dovere di scusarsi. Esprimendo loro la solidarietà che merita ogni vittima di linciaggio, mi permetto di dire che hanno fatto male. Bisogna alzare la testa e reggere l’urto ricattatorio dell’inquisizione online che promulga sentenze e commina pene, trasformando pagliuzze in travi e tenendo per le palle (non mi scuso per il riferimento sessista) persone, aziende, artisti che hanno il terrore di vedersi additare alla pubblica esecrazione, dunque di perdere popolarità e reddito.
    Le aziende stanno dimostrando in media, nei confronti del fenomeno, una pavidità veramente imbarazzante. Nella loro attività comunicativa ormai accettano di vivere sotto ricatto: basta un avviso di garanzia di account come quello che ha messo in croce Hunziker, e si dichiarano colpevoli in partenza pur di evitare nuove vergate. Tocca dunque alle persone cominciare a rispondere, prima che sia troppo tardi. Chi ha la coscienza pulita risponda: non sei tu il mio giudice. Non mi fai paura. Anche se è un giudice con milioni di follower.

    https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/l-amaca/2021/04/15/news/l_amaca_di_michele_serra_del_16_aprile_2021-296619390/?fbclid=IwAR1WV63_T0cu016y71m4-4i28FLmEvNnva8R4qkKopSQdzpB6wTqcoCJkd8

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