UNA PROFIA E DUE GIOVANI FAN DI BUKOWSKI

Charles Bukowski

Charles Bukowski nasce il 16 agosto del 1920 ad Andernach, in Germania. Due anni dopo la sua famiglia si trasferisce a Los Angeles. La vita negli Stati Uniti non è facile, sono gli anni della depressione economica, la situazione familiare non è delle più felici. Racconterà le vicende della sua giovinezza nel romanzo Panino al prosciutto.

Nel 1938 Charles Bukowski si diploma alla L. A. High School, subito dopo comincia a lavorare come magazziniere, ma è un mestiere che non fa per lui. Si licenzia e, dopo una violenta lite con il padre, lascia casa e va a vivere in squallide camere in affitto. Tira avanti facendo piccoli lavoretti, spendendo tutto quello che ha per bere. È protagonista di continue risse, vive come un barbone.

È il periodo più buio della sua vita. Cambia continuamente città: New Orleans, San Francisco, Saint Louis, Philadelphia. Arrestato per renitenza alla leva, è subito scarcerato. Nel frattempo scrive e manda i suoi racconti e le sue poesie alle più importanti riviste dell’epoca. Nel 1944 viene pubblicato il suo primo racconto. Le cose però non cambiano.

Ha una lunga storia con Jane Baker, sono gli anni in cui è assunto all’ufficio postale, dopo aver cambiato decine di lavori, anni raccontati nei suoi romanzi Post Office e Factotum.
Dopo una sbornia con la compagna Jane, alcolizzata come lui, è vittima di un’abbondante emorragia. Viene ricoverato in condizioni disperate, ma si salva grazie alle trasfusioni di sangue donatogli dal padre.

Non smette di bere. Va all’ippodromo, scommette sui cavalli, rimane spesso al verde, si ubriaca regolarmente, scrive tutte le notti poesie e racconti. Nel 1959 gli sono pubblicate otto poesie sulla rivista Harlequin. La direttrice della rivista, Barbara Frye, si invaghisce di lui e gli scrive proponendogli di sposarla, lui accetta. Si separano due anni dopo. Nel 1962, pubblica la prima raccolta di poesie, It Catches my Heart from my Hands. In questo periodo la sua ex compagna Jane è stroncata dall’alcol e anche suo padre muore.

Lui beve sempre di più, ma collabora anche sempre più spesso con riviste letterarie underground come Epos, Outsiderl Breakthru. Nel 1964 ha una figlia, Marina, nata dall’unione con Frances Dean, una giovane poetessa. Collabora con il settimanale underground Open City, dove tiene la rubrica Nofes of a Dirty Old Man (Taccuino di un vecchio sporcaccione).

Charles Bukowski vuole diventare scrittore a tempo pieno, così si licenzia dall’ufficio postale all’età di 49 anni. Si separa da Linda King, la donna di cui parla nel suo romanzo Donne, viaggia di continuo per tenere i suoi reading che spesso finiscono con lui ubriaco e il pubblico esaltato. Nel 1976, alla fine di una lettura, conosce Linda Lee Beighle, la donna che vivrà con lui fino alla sua morte.

Linda riesce a fargli cambiare abitudini di vita, a diminuire il suo consumo di alcool e le cose cominciano ad andare meglio. Tra una corsa all’ippodromo e l’altra scrive e pubblica Generale Tales of Ordinary Madness (Storie di ordinaria follia), altri racconti e i suoi romanzi più famosi.

Nel 1987 Bukowski scrive la sceneggiatura del film Barfly, per il regista Barbet Schroeder, raccontando le vicende del giovane Hank Chinaski, interpretato da Mickey Rourke. Vive in serenità e agiatezza con Linda e una schiera di gatti nella sua villa, a San Pedro, California.

Nel 1988 si ammala di tubercolosi, ma continua a scrivere e pubblicare libri fino a quando, il 9 marzo 1994, all’età di 74 anni, muore, stroncato dalla leucemia.

 

Il dibattito no!

In Piemonte è invalso l’uso di chiamare “profia” la professoressa d’italiano. È un termine talmente consolidato che le profie lo attribuiscono a se stesse.
La professoralità è una categoria morale, un’idea, di potenza pari alla zitellaggine che imbeve colei che la porta, come il rum imbeve il babà, al punto che profie lo si è a vita.
La profia discute, argomenta (non dialoga), e usa la sua arma preferita: la citazione. Meglio la citazione colta, rara, che spiazza l’alunno, poiché di fronte alla profia siamo tutti alunni, sempre, a vita.
Ecco una profia sicura di sé, supponente, un po’ perbenista (anche se si atteggia a progressista) che discute con i suoi figli di Bukowski.

Vincenzo – Non si può capire Bukowski se non si tiene conto della sua scarsa fortuna negli Stati Uniti. Lui è veramente la sua opera, anzi la sua opera è la chiave per arrivare a capire lui. Dunque se vuoi indagare e comprendere la sua opera devi cercare di capire perché è stato rifiutato dall’établissement statunitense e accettato come autore cult in Europa, soprattutto in Germania e in Italia.

La profia – Un’indagine di questo tipo potrà dirci parecchio sulla cultura americana contemporanea e della seconda metà del novecento, quando Bukowski pubblicò le sue opere, e potrebbe essere oggetto di una ricerca storica-sociologica ma, forse, è un approccio piuttosto vecchio per arrivare a comprendere un autore. A me interessa come ha scritto e perché ha scritto quello che ha scritto, piuttosto del motivo che gli ha impedito di avere successo negli Stati Uniti.

Vincenzo – Ma non capisci? Non vuoi capire? Tu sbagli, tu ritieni sempre che l’opera sia più importante dell’autore mentre alla fine dell’opera, anzi alla sua sorgente c’è l’uomo, c’è Bukowski.

La profia – Ho studiato in un’epoca che aveva ripudiato lo studio romantico della letteratura, per dirla in soldoni quel tipo d’indagine che riteneva che “I Canti” di Leopardi fossero direttamente sgorgati dalla sua infelicità e dalla sua gobba. Il nostro critico di riferimento era Lukacs e la critica strutturalistica che privilegia l’analisi del testo.

Vincenzo – È diverso: non è tanto ciò che Bukowski scrive che nasce dalla sua esperienza di vita quanto la sua esperienza di vita che diventa la sua opera, come se Leopardi avesse cantato la sua gobba. Anche Beniamino Placido, nel giudizio critico apparso su Repubblica, dice: “… Bukowski fa irruzione con una cosa nuova. La cosa nuova è lui stesso, Charles Bukowski…”.

La profia – Ho letto l’intervista di Fernanda Pivano “Charles Bukowski, Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle” e mi è piaciuta, mi interessano i suoi giudizi, ma, sinceramente, mi interessa molto di più quello che ha scritto. Credo, che se fossi capace, se fossi brava, potrei capire perché la sua opera sia così potente, perché un autore che, in fondo, non racconta che di sé, sia così efficace.
Azzardo un’ipotesi: mi sembra che lui ben rappresenti lo spostamento della linea di demarcazione tra sfera pubblica e sfera privata che è avvenuta nel Novecento nel mondo occidentale. Jurgen Habermas in “Storia e critica dell’opinione pubblica”, 1974, osserva che ogni epoca elabora una propria concezione di ciò che si debba ritenere privato (e di conseguenza indicibile) e di quanto si consideri pubblico.
È significativo il romanzo “Panino al prosciutto”, 2002. È l’autobiografia di Bukowski. Suo padre, che era un tedesco emigrato negli Stati Uniti quando Charles aveva due anni, nascondeva la propria condizione di disoccupato durante la Grande Depressione, fingendo di recarsi al lavoro ogni giorno, mentre il figlio racconterà la propria senza alcuna vergogna.

Francesco – È un libro vecchio.

La profia – Il libro di Habermas? Sì. È uscito in Germania nel 1962 ma è un grande libro. Non voglio dire che nessun altro prima di Bukowski non abbia trattato gli stessi temi. Sono gli stessi di Chiedi alla polvere di John Fante, la cui lettura convinse Bukowski che era possibile scrivere, e che, probabilmente, gli suggerì l’invenzione di un alter ego. Fante crea Arturo Bandini, Bukowski crea Henry Chinaski. Direi che è l’intensità a essere diversa e anche il grado di sovraesposizione, d’iperrealismo. Il dipinto di Edward Hopper, Nighhawks (Nottambuli), del 1942, ben rappresenta questo stile, la straordinaria, maniacale precisione di Bukowski, la cura nel tentare e ritentare di descrivere lo stesso ambiente, gli stessi personaggi per avvicinarsi, quanto più possibile alla sua realtà.

Edward Hopper, Nottambuli (1942)

 

Vincenzo – Su Bukowski c’è un equivoco: molti lo hanno assimilato, pensando che ne faccia parte, al gruppo beat e, nello specifico, a William Burroughs, quello de Il pasto nudo e altri. Intendo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, ma soprattutto Burroughs, mentre lui non c’entra niente con costoro. In realtà erano di un’altra classe sociale, erano colti, potevano scegliere il lavoro. Scelgono la strada, l’alcol e la droga, come rivolta contro la società borghese. Vogliono sperimentare. Kerouac va a vivere nel capanno fra i boschi di Ferlinghetti per scrivere Big Sur, per sperimentare la vita naturale come Walt Whitman. Come gli impressionisti andavano nei dintorni di Parigi per sperimentare la vita all’aria aperta restando profondamente cittadini, intellettuali e borghesi.
Bukowski invece non sceglie la vita e i mestieri del sottoproletario. Non riesce a uscirne, non può farne a meno. Sente tutto l’orrore dei lavori a tempo e soprattutto l’intollerabilità della truffa della promessa americana. È questo che i lettori americani non gli perdonano.

La profia – Non penso sia solamente un problema di autenticità. Sarebbe veramente riduttivo pensare a questo.

Vincenzo – Sicuramente.

La profia – È ancora il vecchio equivoco per cui diciamo che un testo è più potente perché rappresenta il vero, mentre è meno potente perché è inventato. Vero e verosimile. Un fatto, un evento storico può apparire inverosimile nel racconto e viceversa. Come osserva Walter Benjamin in Angelus Novus, è il sorgere e l’affermarsi dell’epoca dell’informazione che ha scalzato la narrazione, ad aver fatto diventare essenziale la veridicità di quanto narrato. Il narratore antico cercava piuttosto il meraviglioso.

Vincenzo – Ma la ragione dell’insuccesso di Bukowski negli Stati Uniti è legata alla sua autenticità. Non gli perdonano d’essere quello che è, di fregarsene del patriottismo, di aver scritto: “La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare”.
C’è ancora molto astio nei suoi confronti e odio verso noi europei che lo consideriamo un grande. Non ci perdonano di apprezzare uno scrittore che ha fatto a pezzi il patriottismo, che considera una truffa il sogno americano. Non gli perdonano d’essere americano.

La profia – Solo un americano, della nazione più potente del mondo, da quella posizione, poteva scrivere così.
È molto forte in lui la sensazione di essere stato truffato. Lui è all’interno del meccanismo. Non nasconde di sé i lati peggiori, non li addolcisce. Non dice: “Non ho un buon lavoro perché non sono stato alle regole”, oppure “Per avere un buon lavoro occorre diventare schiavi, vendere se stessi”. Allora l’America ti darà un lavoro sicuro, forse. In Post Office dice il contrario: riporta il regolamento e segue le statistiche di tutti quelli che erano stati assunti con lui alle Poste. Pochissimi sono rimasti in servizio. Per questo il servizio postale continua ad assumere tutti quelli che fanno domanda.
“Quegli undici anni mi passarono nel cervello in un lampo. Avevo visto uomini distrutti da quel lavoro. Si erano liquefatti. C’era stato Jimmy Potts della Dorsey Station. Quando ero arrivato io, Jmmy era un tipo robusto in maglietta bianca. Ora era finito. Abbassava lo sgabello più che poteva e si teneva con i piedi per non cadere. Era troppo stanco per farsi tagliare i capelli e portava lo stesso paio di pantaloni da 3 anni. Cambiava la camicia due volte alla settimana e camminava molto piano. Ancora 7 prima della pensione. ‘Non ce la farò mai’, mi aveva detto. O si liquefacevano o diventavano grassi, enormi, mettevano su certi culi, e certe pance. Era lo sgabello, e sempre gli stessi movimenti e sempre le stesse chiacchiere”.

Francesco – Avete letto il racconto dei due scrittori falliti? Ah, ah, ah! È troppo divertente.
Beh, Harold, l’ho visto, quel figlio di puttana. Mi ha concesso un incontro.”
Harold sollevò la tazza a mezza strada verso la bocca, e si fermò.
Fottowski?” chiese.
Era così che loro chiamavano quel certo scrittore.
Già.”
Harold prese un sorso di caffè e posò la tazza.
Pensavo che non vedesse più nessuno, no?”
Stai scherzando? Vede praticamente tutte le donne che gli scrivono o che gli telefonano. Cerca di farle ubriacare, fa un sacco di promesse, dice bugie. Gli salta addosso e se quelle non ci stanno le stupra.”
E lui, come lo giustifica tutto questo?”
Sostiene che ha bisogno di qualcosa su cui scrivere.”
Brutto vecchio porco cazzone.”
Per un poco, rimasero a pensare al vecchio porco cazzone
.
Ah, ah, ah!
Il racconto si intitola Scrittori. Bukowski mette alla berlina due scribacchini falliti, prendendo in giro ferocemente se stesso, usando le peggiori calunnie che circolavano sul suo conto.
Non ha un cazzo di classe.”
Neanche un pizzico.”
Di nuovo osservarono un momentaneo silenzio.
Poi Harold sospirò:
Non sa scrivere, Nelson.”
“Ed è anche un ignorante, Harold.”
Maleducato e ignorante, Nelson.”
Un cazzaro. Proprio un cazzaro. Lo odio”.
È molto spiritoso. I due scrittori falliti e supponenti che si fanno mantenere dalle madri o dalle fidanzate, piagnucolosi e indulgenti verso se stessi, sono irresistibili.

Vincenzo – I personaggi di Bukowski hanno la forza che nasce dall’assenza di sottigliezze psicologiche.
Prendete ad esempio il racconto: Il demonio. Il tema è quello affrontato nel nono capitolo dei Demoni di Dostoevskij, cioè dell’adulto che violenta una bambina. Bukowshi era un grande ammiratore di Dostoevskij, che leggeva e rileggeva. Il progetto è ambizioso: mentre nel nono capitolo dei Demoni il principe racconta il suo delitto al santo monaco, qui Bukowski lo rappresenta mentre avviene e lo fa commentare da due ragazzini che vi assistono. Mentre Stavrògin commette il suo delitto per noia, Bukowski non cerca un motivo. Il suo protagonista Martin Blanchard agisce spinto da una forza irresistibile che improvvisamente lo abbandona, lasciandolo solo e inerme ad aspettare la polizia.

Francesco – È uno dei primi racconti, di quando ancora scriveva per le riviste underground e sfornava cose strane, demenziali. Io preferisco i racconti scritti quando aveva già avuto successo. Il benessere gli aveva fatto bene: Bukowski acquista fluidità, mentre resta intatta l’autoironia. Non diventa mai sciatto. Non avrebbe approvato le vostre letture critiche: pensava che parlare di letteratura per ore fosse da pazzi e da sfigati.

La profia – Un po’ si atteggiava. Sosteneva che a parte Dreiser, Thomas Wolfe fosse proprio il peggiore scrittore mai nato in America. Studiava Dostoevskij e ascoltava Mahler. Riteneva che Faulkner fosse uno zero. Ammetteva di amare Hemingway anche se sosteneva di essere un’altra cosa.

Francesco – Per me il suo libro migliore resta Post Office. Descrive una società in cui il posto di lavoro non è mai sicuro, in cui si può lavorare per dodici anni per la stessa azienda senza mai essere assunti dalla stessa. Il romanzo è del 1971 e a rileggerlo suona profetico. Tu non lo avresti mai letto se noi non avessimo insistito. Hai tenuto Pulp sul comodino per mesi.

La profia – Quando ho aperto Post Office me ne sono innamorata. L’incipit è il memorandum 742 del 1 gennaio 1970 delle Poste degli Stati Uniti di Los Angeles, California, che riguarda le regole di comportamento dei dipendenti. Mi ha fatto ricordare le “Grida” manzoniane, cioè gli editti secenteschi emanati per eliminare i bravi e la cui promulgazione periodica ne testimonia invece la presenza.

 

 

 

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