RANXEROX IL CANNIBALE

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Una volta gli editori presentavano personaggi edificanti o almeno non “diseducativi”, immaginando che il fumetto fosse un genere adatto solo ai bambini.

Naturalmente il fumetto non è circoscritto all’infanzia, è un mezzo espressivo che può essere usato per rappresentare anche punti di vista maturi e non convenzionali.
RANXEROX IL CANNIBALEQuesta possibilità esisteva in Giappone e in Francia già nell’immediato secondo dopoguerra, con l’accortezza di usare il fumetto in chiave satirica o in maniera esplicitamente adulta, mentre in altre nazioni, come gli Stati Uniti, l’occasione è arrivata a seguito della Contestazione studentesca degli anni sessanta.

Infatti negli Usa il fumetto underground, così chiamato perché venduto attraverso canali non ufficiali, quindi “sotterranei”, nasce nel 1964 grazie a Robert Crumb e ad altri autori formatisi nelle pagine di Help!, il mensile satirico della Warren diretto da Harvey Kurtzman (già fondatore di Mad).

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Denis Kitchen ha voluto esplicitare la differenza tra fumetto underground e quello mainstream: a ben vedere, tutto sta nella cavità anatomica dove infilare la cornetta del telefono alla signora molesta.
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Max Capa e il fumetto underground milanese

A Milano vengono realizzati i primi fumetti underground italiani subito dopo il 1968, e sull’asse Roma-Bologna durante il Movimento del 1977. Durante i periodi “rivoluzionari” vedono spesso la luce opere trasgressive a causa l’indebolimento, se non altro psicologico, degli organi del potere costituito preposti alla censura.

Il maggiore rappresentante del fumetto underground milanese è Max Capa, pseudonimo di Nino Armando Ceretti (nato nel 1944).
Da bambino, ho visto le prime cose di Max Capa pubblicate da Horror, la rivista dell’editore Sansoni curata da Alfredo Castelli. Mi colpivano, tra l’altro, i suoi cacciatori di pesci volanti. Nel complesso sembrava uno Jacovitti un po’ più realistico. Nel 1971, Max Capa pubblica la rivista-fanzine “Puzz”, la più importante e longeva tra quelle underground milanesi.

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Le storie di Max Capa, piuttosto ermetiche, si ispirano al situazionismo di Guy Debord (del quale ricordo che mi faceva una testa così quando collaborai con lui).

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Un altro autore di “Puzz” è Pietro Carnelutti, il suo stile ricorda vagamente i disegni delle vetrate delle cattedrali gotiche.

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Il mio autore preferito è l’immaginifico Gaetano Aragona, un disegnatore che per certi versi ricorda il filippino Alex Niño. Aragona scompare prematuramente nei primi anni ottanta, da quanto ho appreso chiamando casa sua dopo un po’ che non lo sentivo. A livello professionale ha pubblicato solo alcuni disegnini su Linus.

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Max Capa l’ho conosciuto nel 1977, quando aveva fondato una casa editrice che pubblicava le riviste mainstream Apocalisse e Flash-Back. Grazie a lui, a 17 anni, ho scritto le mie prime sceneggiature pagate, con i disegni di mio fratello Gabriele che di anni ne aveva 16. Max Capa, riconoscendo i propri limiti di disegnatore, chiedeva consigli a mio fratello malgrado la giovanissima età.

In un angolo della redazione, Lorenzo Lepori sfogliava incessantemente montagne di Intrepido e di Il Monello cercando vignette da copiare. Pochi anni dopo, Lepori, migliorando incredibilmente il proprio stile, diventerà il disegnatore principale di Storie Blu, la serie più interessante dei tascabili della Ediperiodici.

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La redazione di Apocalisse si trovava in corso di Porta Ticinese, che negli anni settanta era la strada più “rivoluzionaria” di Milano, anche per la famosa libreria del Movimento gestita da Primo Moroni. Nella trasversa di via Vetere sorgeva la sede di Democrazia Proletaria, dove ho lavorato alla progettazione dell’agenda Smemoranda. A pochi metri Toni Negri, il controverso filosofo a capo di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia, aveva la sua abitazione segreta. Vicino c’era la tipografia dei “compagni” nella quale ho stampato la mia fanzine e andando giù per corso San Gottardo si arrivava alla redazione del Quotidiano dei Lavoratori, dove qualche volta portavo i miei articoli e le mie vignette satiriche.

Dopo alcuni mesi di attività come editore, Max Capa scappa all’estero perché non ha i soldi per pagare tipografia e distributore. All’epoca si potevano pubblicare le riviste senza anticipare una lira, perché i creditori aspettavano l’arrivo dei soldi dalle edicole. Nel caso di Apocalisse di soldi ne arrivarono sicuramente pochi, perché la rivista era troppo bizzarra per il pubblico generalista al quale pretendeva di rivolgersi.

Negli anni successivi, sfogliando la stampa estera, ricordo una collaborazione di Max Capa con il quotidiano sessantottino francese Liberation e poi, ma qui mi sbagliavo, con il mensile di fumetti spagnolo El Vibora: in realtà il Max di Peter Pank si chiama Francesc Capdevila, per quanto improbabile sia il suo nome. Un autore che imitava pedissequamente Max Capa perfino nei flashback (disegnati in bianco su sfondo nero), anche se tecnicamente era molto più bravo di lui. Lo spagnolo Max/Capdevila è davvero un genio, purtroppo poco conosciuto in Italia. Quanto all’italiano Max Capa, da decenni vive a Parigi facendo il pittore o qualcosa del genere.

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Con Apocalisse, Max Capa cercava di fare fumetti mainstream per potere finanziare in seguito quelli underground, anche se, ammetterà poi, avrebbe dovuto approfittare della disponibilità di tipografia e distributore per portare subito in edicola i lavori che preferiva in una rivista elegante.

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Max Capa ritratto e fantasiosamente presentato da Ivan Hurricane.

“Birba”, il mio trascurabilissimo contributo al fumetto underground milanese degli anni settanta (quello ritratto nel disegno kirbyano è Enrico Berlinguer)

 

Il Cannibale nasce tra Bologna e Roma

Se Max Capa si rifaceva a Guy Debord, un autore influenzato dal surrealismo, Stefano Tamburini va alle radici del dadaismo con Francis Picabia. Picabia era un Andy Warhol ante litteram riscoperto nella metà degli anni settanta, quando a Torino gli viene dedicata una grande mostra (ci sono andato a 15 anni). Attualmente Picabia è di nuovo caduto nel dimenticatoio, quindi non vergognatevi se non l’avete mai sentito nominare.

Stefano Tamburini (1955-1986) fonda quindi “Cannibale”, una rivista di fumetti underground interprete del Movimento del 1977: un movimento demifisticatorio di tutti i miti, compresi quelli sessantottini, esploso a Roma e soprattutto a Bologna. In quest’ultima città nascono anche gli indiani metropolitani, una via di mezzo tra gli hippy e i punk. Mentre a Milano, dove il ’68 non è ancora finito, il Movimento del ’77 si avverte soprattutto per la violenza di Autonomia Operaia: con un loro aderente avevo dipinto un grande manifesto davanti al liceo Cattaneo e due giorni dopo l’ho rivisto sulle prime pagine dei giornali mentre uccideva a sangue freddo un poliziotto.

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L’intento di “Cannibale” è essere l’equivalente italiano di Zap, la rivista di Robert Crumb realizzata al tempo della contestazione americana. D’altra parte, il nome “Cannibale” è lo stesso di una pubblicazione di Picabia del 1920.

Gli autori sono Massimo Mattioli (quello di Pinky del settimanale cattolico Il Giornalino, 1943-2019), Filippo Scozzari, Andrea Pazienza (1956-1988) e Tanino Liberatore.

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Tanto per essere dadaisti fino in fondo, Cannibale inizia dal numero 3, un po’ come il film che girerà Massimo Troisi.

La copertina è di Massimo Mattioli.

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Diversamente da Puzz di Max Capa che presentava testi incomprensibili, Cannibale è leggibilissimo. Invece similmente la rivista milanese ha un canale distributivo alternativo, essendo venduta nelle librerie del Movimento e durante le manifestazioni politiche.

Alla seconda uscita, con l’assetto definitivo degli autori, riporta sempre arbitrariamente il miltinumero 4-5-6-7 e quattro copertine. Di questo “multinumero” vediamo qui sotto la copertina del professionista Mattioli…

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… e una storia del giovane Andrea Pazienza.
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Il terzo “Cannibale” esce nel 1978 senza numero (al suo posto è disegnata una ceralacca rovinata), con una copertina di Tanino Liberatore.

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All’interno c’è la prima storia di Rank Xerox, scritto e disegnato da Stefano Tamburini, che diventerà il personaggio di gran lunga più famoso di “Cannibale” e di tutto il fumetto underground italiano.

Presento alcune tavole significative dell’esordio di questo coatto cibernetico in una Roma avveniristica sulla falsariga di Arancia meccanica. Il clima è quello del 1977, con la violenza relativa.
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Lubna, una ragazzina che non dimostra più di 12 anni, è la fidanzata di Rank Xerox.

Per non commettere qualche reato, oggi che le leggi limitano la libertà di espressione nel nome del politicamente corretto, ometto la striscia inferiore della tavola qui sopra con la scena iconica di Rank che sta per infilzare l’ultraminorenne con il proprio punteruolo.
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Dall’underground al mainstream alternativo

Cannibale, da giornaletto venduto dove capita, si trasforma in una rivista di grande formato diffusa nelle edicole.

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Tra i nuovi personaggi bisogna segnalare l’aquilotto Joe Galaxy di Mattioli, nato come Joe Galassia nel fortunato settimanale satirico Il Male (con il quale collaboravano anche gli altri autori del Cannibale).

olo3Cannibale finisce per trovarsi in difficoltà economiche, anche per la qualità altalenante dei numeri, ed è costretta a sospendere le pubblicazioni nel 1979.
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Rank Xerox si trasferisce provvisoriamente nelle pagine del settimanale Il Male, dove alla fine viene notato dall’omonima azienda di fotocopiatrici.
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Per questo motivo, quando il personaggio torna in scena nel 1980 nella nuova elegantissima rivista Frigidaire, gli autori ne modificano il nome in Ranxerox.

Frigidaire viene fondata da Vincenzo Sparagna, che ne è il direttore, insieme a Stefano Tamburini e Filippo Scozzari. Gli altri autori sono i soliti Andrea Pazienza, Massimo Mattioli e Tanino Liberatore. Non commettono l’errore di Max Capa, di fare una rivista dall’aspetto mainstream con maldestri contenuti mainstream: fanno una rivista dall’aspetto mainstream con contenuti che potremmo ormai definire impropriamente underground.

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C’è un cambiamento ancora più importante per Ranxerox: ora Stefano Tamburini si limita a sceneggiarlo, mentre i disegni passano a Tanino Liberatore.

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Cercando di riprodurre il tratto “malato” di Tamburini, il meno trasgressivo ma tecnicamente più dotato Tanino Liberatore (nato nel 1953) fa miracoli e Ranxerox diventa subito un classico del fumetto.

Mi piacerebbe sapere che colori usa: a me sembrano i pastelli dei madonnari, quelli che disegnano sui marciapiedi.

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Presentiamo il primo capitolo della nuova serie.

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Dal Colosseo passiamo a una panoramica delle architetture decadenti del futuro ranxeroxiano.

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Stefano Tamburini, il creatore di Ranxerox, muore nel 1986 per overdose, a 30 anni (due anni dopo Andrea Pazienza subirà lo stesso destino).

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Il personaggio ha successo in tutto il mondo, persino nel difficilissimo mercato americano quando viene pubblicato dal mensile antologico Heavy Metal.

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Ormai da decenni Tanino Liberatore vive a Parigi (come Max Capa), dove fa l’illustratore e il pittore di successo.

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8 commenti

  1. Sauro nei tuoi articoli ritrovo molti ricordi anche se io vivo a Roma.
    In questo mi rammenti e chiarisci molte cose su Max Capa il primo underground italiano, chi ricorda il suo ” l’Elefante a rotelle ” ?
    Prima più o meno nel 69 ci fu una fanzine fatta a Milano con vari comics undergroud Crumb, Shelton e forse Kitchen che aveva una strana forma di bastone trucchi di cartotecnica, ne sai qualcosa?
    Per quanto riguarda Tanino Liberatore usava come colori i prodotti per il MAKE UP , fard rossetti etc. Io all’epoca curavo le riproduzioni( scansioni e pellicole ) dei suoi lavori.
    Di Stefano Tamburini, ricordo i suoi primi disegni per pubblicazioni politiche in favore dell’OLP
    Mi hai ricordato Primo Moroni personaggio fantastico al quale non pensavo da circa trent’anni..

    • ciao, aldo.
      sono molto interessato a informazioni sulle pubblicazioni politiche pro OLP di Tamburini a cui fai cenno nel tuo commento. puoi dirmi qualcosa in più?

  2. Grazie Aldo. Sarebbe interessante se qualcuno scrivesse di Max Capa e lo andasse a intervistare. Per quello che ne so, ogni tanto torna a Milano. Non ho presente la fanzine che dici, magari qualcuno che ci legge la conosce. Crumb e altri americani li pubblicai anche nella mia fanzine, ma fuori tempo massimo (nel 1979). Sì, so più o meno quali pennarelli e quali colori per il make up usa Liberatore, anche se me li dimentico sempre. L’effetto, però, a me ricorda i lavori dei madonnari e credo che la loro influenza ci sia. Se hai qualcosa da dire sugli autori di quei tempi, potresti scrivere un articolo per noi…

  3. una grande magica fiaba! un fresco drink di ricordi giovanili nella frescura penombra a tapparelle semiabbassate, mentre fuori il grande odio nucleare avvampa e corrode

  4. […] sia Max Capa lo spiega meglio Sauro Pennacchioli nell’articolo “Ranxerox il cannibale”, sebbene mi pare ne dia un quadro non privo di […]

  5. Durante una Lucca di quegli anni Liberatore mi disse che usava pennerelli Pantone scarichi per i modellati, matite grasse per le superfici ruvide e ritocchi a tempera, su Shoeller.

  6. Tecnica per Ranxerox di Tanino Liberatore: base a pennarello Pantone, e sopra semplici i matite colorate, Caran d’Asche o simili. Un GENIO

  7. Penso che gli anni 60 non hanno contribuito molto. Hanno solo lasciato libero sfogo ai piu (o meno) sfrenati impulsi degli autori. Già dagli anni 20, quindi un secolo fa, esistevano i tijuana bible, fumetti porno a grande diffusione. Questo genere di fumetti non sono “maturi”, sono fumetti un po scemotti casomai. Come fumetto adulto o maturo, ne esistono verament pochi. Ci metterei la serie “Cartoon History of…” di Larry Gonick (ne ho letti qualcuno) dove almeno qualcosina si impara.

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