QUANDO SI GIOCAVA A CAVALLI FORTI

QUANDO SI GIOCAVA A CAVALLI FORTI

Un gioco praticamente sparito quello di “cavalli forti”, conosciuto pure, a seconda dei luoghi, come “salto della cavallina”, “ciciru”, “prontus cuaddus prontus”, “a uno”, “la cassa del pompier” e “tre tre giù-giù”. Eppure, fino agli anni sessanta, i ragazzi vi giocavano sempre e ovunque. Era un gioco all’aria aperta riservato ai maschi, i quali potevano misurarsi con i coetanei in una gara che richiedeva resistenza fisica, forza e spirito di squadra.

Si formavano due squadre di quattro, cinque o più giocatori: quella dei cavalli e quella dei saltatori. I cavalli dovevano formare una catena di schiene piegate in avanti, i saltatori lanciarsi a turno sul dorso dei concorrenti. I saltatori vincevano se riuscivano a mantenersi in equilibrio sulle groppe dei cavalli senza toccare terra.

Non era cosa rara imbattersi in questi gruppi di ragazzacci passeggiando per le strade cittadine o dei villaggi. Si giocava perfino nei cortili delle scuole prima della riforma scolastica del 1963, che introdusse la classe mista, e quindi il cortile di ricreazione unico per maschi e femmine.

Da dove venisse questo gioco non è facile dirlo, perché lo si rintraccia un po’ dappertutto nel mondo. In Corea del sud, dove viene praticato sia da maschi che da femmine, il gioco prende il nome di Malttukbakgi. In Turchia è noto come Uzun Essek (asino lungo).

Scultura del gioco in Corea del Sud

 

Altra scultura dedicata al gioco in Corea del Sud

In Catalogna si chiamava “Cavall Fort”, ma nel restante territorio spagnolo era conosciuto con i nomi di “El Churro Va”, “Juego del Burro” e “Chorro Morro”. In quel Paese sembra ci fosse una variante: quando la squadra dei saltatori riusciva a mantenersi in equilibrio sulle schiene dei cavalli, il primo dei saltatori con la mano destra stringeva il braccio sinistro in una delle tre posizioni possibili: churro, mediamanga o mangotero (churro, mezzamanica o manica intera) e chiedeva ai cavalli, che per come erano disposti non potevano vedere il braccio, in quale delle tre posizioni fosse messo. Se i cavalli indovinavano, i ruoli s’invertivano.

Anche in Inghilterra il gioco aveva più nomi che variavano con i luoghi in cui veniva praticato: “Buck Buck”, “Johnny-on-a-pony”, “High Cockalorum”, “Polly on the Mopstick”, “Strong Horses weak Donkeys”, “Hunch, Cuddy, Hunch” e, probabilmente, molti altri.
In Francia era conosciuto con quello di “cheval fondu”, che significava all’incirca cavallo affossato, ovviamente sotto il peso dei cavalieri.

In Corsica il gioco veniva chiamato “ciccia”, ed è interessante scoprire che questo stesso gioco in Marocco e in Algeria prendeva il nome di “chicha la fava”, con la parola “chicha” pronunciata “ciccia”. Dovendo rischiare un’interpretazione da profano, tradurrei l’espressione con l’italianissimo “germoglia la fava”. Da notare che la versione siciliana del gioco, “ciciru”, ha il nome di un altro legume, il cece. Che questo gioco prettamente maschile fosse, al pari dei numerosi riti che ci provengono dal passato, un rito propiziatorio di rinascita? Non è la fava il primo dono della terra dopo il rigido inverno?

Il gioco è stato documentato in “Rouslan e Ludmila”, un film sovietico del 1972, dove in una scena si vedono, in secondo piano, dei ragazzi che vi giocano.

La rete ci offre la registrazione di un momento dell’allenamento della nazionale della Germania durante i giochi olimpici del 1936: Nazionale della Germania a cavalluccio.

In campo letterario, abbiamo due citazioni del gioco nelle opere di Anatole France: “Pierino” (1918) e “La vita in fiore” (1922) e una terza nel libro I, capitolo XXII del capolavoro di Rabelais, “Gargantua” (1542), dove sono elencati i giochi da bambino del suo protagonista.

Tra il 1720 e il 1730 Jean-Baptiste Oudry rappresentò alcuni giochi in una serie di tappezzerie dal titolo “Divertimenti Campestri”. Una di queste era “Le cheval fondu”.

Les amusements champêtres, le Cheval fondu di Jean-Baptiste Oudry

Altrettanto fece Jacques Gabriel Huquier col suo Le Cheval fondu del 1765.

Jacques Gabriel Huquier. Le Cheval fondu (1765)

Il gioco fu, inoltre, rappresentato nella tela del Pittore Michel Corneille il vecchio (1601-1664) “Enfants jouant au cheval fondu”, da Pietr Brueghel il vecchio nei “Giochi da Bambini” del 1560 e da Jean-Honoré Fragornard in “Le Cheval fondu” (1780).

Michel Corneille l’ancien: Enfants jouant au cheval fondu

Pietr Brueghel il vecchio, Giochi da Bambini. Osservare i giochi dei bambini in basso e a destra

Jean-Honoré Fragornard: Le cheval fondu (1780)

 

1 commento

  1. Occavoli, sono passati più di 35 anni da quando ci giocai l’ultima volta, e confermo che il gioco è sparito dalle strade della mia città.

    A Foggia si chiamava “Zumpacavall”, ovvero “salta a cavallo” o “salta cavallo”, non credo che i miei compagni di gioco conoscessero la differenza, io sicuramente no.

    Aggiungo che i saltatori durante la rincorsa urlavano (o dovevano urlare?) “Zumpacavall! Lung lung e curt curt!” tradotto in “Salta cavallo, lungo lungo e corto corto”. Mi sfuggono i significati, che potrebbero essere legati al bisogno, per i primi saltatori, di saltare molto in lungo, così da lasciare spazio per i saltatori successivi sulle schiene di chi era piegato. Non ricordo se l’urlo fosse obbligatorio, nel gioco. Potrebbe esserlo stato, come una piccola difficoltà da affrontare durante il salto (mantenere la concentrazione) o per avvisare, giustamente direi, i giocatori piegati che stava arrivando un peso di 60KG a tutta velocità sulle loro schiene!

    Nella variante Foggiana, quando tutti i saltatori erano in groppa, c’era la possibilità, per chi era piegato, di scrollarsi di dosso i saltatori, purtroppo le regole particolari di questa fase mi sfuggono, ma sono sicuro che durassero pochissimi secondi, e che la fila dei “cavalli” (non ricordo che nome avessero) doveva rimanere unita.
    Non ricordo se il cambio di ruolo era derivato dal vincere o perdere, mi pare che si facesse a turno, semplicemente.

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