MARIA LUISA D’AMELIO UCCISA DA DUE “MATTI”

MARIA LUISA D’AMELIO UCCISA DA DUE “MATTI”

Diciassette anni appena compiuti, Maria Luisa D’Amelio, detta Mary, è una ragazzina magrolina e di bassa statura. Frequenta il quarto anno del liceo scientifico e fa parte del gruppo politico-religioso di Comunione e Liberazione.

Non ci tiene proprio ad apparire seducente: l’ultima volta che viene vista, l’8 novembre 1987 in discoteca, indossa un abito scuro di lana con gonna al ginocchio e un giaccone chiaro a grandi quadri. Però a scuola si dà da fare, parla in assemblea, si occupa di volontariato. È estroversa e sicura di sé, a differenza di molti altri adolescenti.

Ha pagato diecimila lire per andare allo Sphinx’s, il locale affittato per una festa con i compagni di scuola, nella speranza di trovarci Marco, il coetaneo per il quale aveva preso una cotta, ma lui non è venuto. Forse si è risentito perché lei, due giorni prima, non era andata alla sua festa di compleanno, ma come poteva dirgli che i suoi la lasciano uscire solo una volta la settimana?

Alle 18 lascia il locale insieme alle sue due migliori amiche, con le quali fa qualche fermata d’autobus, poi Maria Luisa D’Amelio affronta da sola il chilometro che la separa dalla stazione di Bovisa delle Ferrovie Nord, in una zona allora periferica e abbandonata di Milano.

Cammina con passo svelto, perché si sta facendo tardi e i genitori la vogliono a casa entro le 19.45. Finora lei non ha mai sgarrato. Sì, una zona che mette paura, quella parte della Bovisa, formata da enormi fabbriche diroccate della Montedison chiuse da decenni.
Un labirinto dove non si vede mai nessuno, che solo alcuni anni dopo verrà raso al suolo per riqualificare la zona con il nuovo Politecnico e altre megastrutture.

A Bollate, una città alle porte di Milano, Michele D’Amelio, operaio di 40 anni, guarda nervoso l’orologio. È seduto a tavola, dove la moglie Antonietta ha appena servito la cena, insieme alla figlia più piccola, Francesca, di 10 anni.

Alle 20.15 Maria Luisa non è ancora arrivata. Mezz’ora di ritardo, in quella casa, è considerata un’eternità. Michele chiama un amico e insieme prendono la macchina per andare a perlustrare la stazione di Bovisa. Forse la figlia ha avuto un incidente: nella sua ansia di padre scrupoloso, non si aspetta nulla di meno grave.

Alle 21.30, Michele e l’amico si aggirano tra le costruzioni semidistrutte delle fabbriche che, anche per le tenebre che ora le avvolgono, sembrano più che mai il set di un film post-apocalittico. Alla fine, in un vialetto, trovano Maria Luisa.

Spogliata dalla cintura in giù, con il collant attorcigliato sulla caviglia sinistra e gli slip sul polpaccio destro. Il suo aggressore le ha ripetutamente sbattuto una pietra in testa, fino a sfondarle il cranio. Le gambe, invece, apparentemente non presentano ferite, come se la ragazza non si fosse opposta quando veniva spogliata. Non sembra essere stata violentata, parrebbe un tentativo andato male. Michele vuole credere che sia solo svenuta, ferita, e corre al primo bar per chiamare un’ambulanza.

La polizia pensa subito alla rapina, perché dal portafoglio aperto accanto al cadavere della ragazza sono sparite settantamila lire. Già che c’era, il delinquente avrà provato anche a violentarla, si pensa. Forse è stato qualche tossicodipendente che dorme in quelle rovine.

Anche i furfanti del quartiere, ultimi rimasugli della piccola “mala” milanese cantata da Ornella Vanoni più di vent’anni prima, si danno da fare per cercare il colpevole. Si sentono disonorati da quell’atto orribile nei confronti di una ragazzina e non vogliono credere che sia stato uno di loro. Soprattutto, sono seccati dalla presenza in forze della polizia, che intralcia i loro traffici mettendo in stato d’assedio tutto il quartiere.

Arriva il referto dell’autopsia. Diversamente dalle prime impressioni, risulta che Maria Luisa D’Amelio è stata veramente violentata. Vengono individuati i piccoli lividi che indicano una forte pressione esercitata per tenerla ferma, e anche le gengive sono state schiacciate per non farla gridare. Chi ha fatto tutto ciò doveva avere una forza eccezionale.

Più di duemila giovani portano bigliettini e fiori davanti all’ospedale, dove si trova ora il corpo senza vita della ragazza. Pochi giorni dopo, tra le rovine della Bovisa, la polizia si imbatte in Walter Sivieri, un uomo sofferente di una grave forma di cerebropatia.

Davanti agli agenti, Walter parla confusamente della violenza e dell’omicidio di Maria Luisa come se vi avesse partecipato. Viene ascoltato con pazienza, più per non lasciare nulla di intentato che per altro.

Agli agenti Sivieri appare solo un mitomane con tanto tempo da perdere. Arrivato sul posto del delitto, indica il sasso che sarebbe stato usato per uccidere la ragazza: i poliziotti lo prendono e lo repertano, per poi perderlo subito dopo, tanto poco credono a quello strano individuo.

A quel punto si fa avanti anche un amico di Sivieri, Roberto Pirovano, un 36enne alto e grosso, esattamente l’opposto della piccola Maria Luisa D’Amelio. Un oligofrenico, un ritardato mentale, che cammina ciondolando. «Sono stato io a uccidere la ragazza», dice l’uomo con disarmante semplicità.

Lui e l’amico conoscevano bene Maria Luisa D’Amelio, che incontravano spesso in quella strada mentre tornava da scuola. Inoltre, Pirovano un tempo lavorava nella stessa ditta del padre, prima di dedicarsi al recupero dei pezzi di ferro nei palazzoni semi crollati della Montedison.

Achille Serra, il capo della squadra mobile destinato a una brillante carriera di prefetto e uomo politico, non crede a quei due “matti” e li lascia andare. Con gli anni, dopo complesse indagini e numerosi riscontri, Pirovano e Sivieri cominciano invece a essere considerati credibili e vengono ufficialmente accusati di omicidio.

Qualcuno nota che, se non si fossero autodenunciati con tanta convinzione, non sarebbero stati mai messi sotto accusa: nei confronti dei malati di mente si è passati dai vecchi pregiudizi negativi, che li vedevano colpevoli di tutto, a quelli positivi, per cui non sarebbero capaci di far male a una mosca.

Cinque anni dopo il delitto, nel 1992, inizia il processo. Roberto Pirovano, da due mesi agli arresti domiciliari in una clinica per disabili, è l’unico a sedere sul banco degli imputati.
Il suo amico Walter Sivieri è stato considerato psichicamente troppo disturbato per poter essere processato. Inoltre si ritiene che abbia svolto un ruolo secondario nel delitto, forse addirittura di semplice spettatore.

Durante le udienze, Pirovano non risponde alle domande. Per lui interviene il suo avvocato, che gli fa ritrattare la confessione e ne sostiene la completa innocenza. Da parte sua, Pirovano dice soltanto «voglio restare dove sono», cioè in clinica.

Alla fine, il giudice decide che l’uomo non può essere incarcerato perché totalmente incapace di intendere e di volere. Per almeno dieci anni dovrà essere rinchiuso in un manicomio giudiziario per tutelare la collettività da un soggetto così pericoloso e per cercare, nei limiti del possibile, di guarirlo e di reinserirlo nella società.

La mamma di Maria Luisa, Antonietta, pensa soprattutto ai familiari del condannato, quando viene interpellata dai giornalisti: «C’è molto dolore da entrambe le parti, quindi non voglio aggiungere altro, non è il caso».
Il padre Michele, invece, è più critico, ma nei confronti di chi aveva lasciato liberi due pericolosi malati di mente: «Dico solo che la legge 180 è da rivedere. Se abbiamo perso una figlia, è grazie ai signori che l’hanno approvata». La “180”, o legge Basaglia, ha sancito lo smantellamento dei manicomi e il reinserimento sociale delle persone che soffrono di disturbi psichici.

Dopo soli tre mesi di reclusione, Roberto Pirovano inizia a sentirsi male. Sua sorella Donatella dice: «Prima dell’arresto mio fratello lavorava come scaricatore. Era molto forte fisicamente e aveva notevoli capacità manuali. Parlava normalmente, andava in giro da solo, in casa se la cavava bene. Basti pensare che, secondo alcuni, è stato addirittura capace di violentare una ragazza e di ucciderla. Adesso è tornato al livello di un neonato. Non parla più, non è capace di mangiare da solo, è incontinente, non è in grado di lavarsi. Tutto questo perché è finito in un inferno, altro che rieducazione. L’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, dove si trova Roberto, è stato costruito per essere un supercarcere, non ha nulla dell’ospedale. Le celle, concepite per una persona, ne ospitano due, e d’estate, esposte al sole come sono, diventano forni a microonde. Per i 170 detenuti ci sono, a ogni turno, due infermiere e un solo medico. Non esistono spazi per promuovere attività ricreative. Il giorno dopo il suo arrivo mio fratello è stato picchiato dagli altri detenuti, che gli hanno rotto un orecchio. Da quel momento non fa altro che piangere e urlare, e allora hanno iniziato a imbottirlo di tranquillanti, fino a portarlo in uno stato di catalessi. Solo a quel punto è stato visitato da uno psichiatra. Ma ormai non c’è più niente da fare, le guardie carcerarie mi hanno chiesto di andare a trovarlo fuori dall’orario di visita per evitare che i parenti degli altri detenuti vedano uno spettacolo del genere».

 

(Per leggere gli altri articoli sui delitti famosi pubblicati da Giornale POP clicca QUI).

 

 

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1 commento

  1. Articolo che non riesco a commentare.
    Il vero colpevole a me pare lo Stato.
    Oggi di delitti atroci come questo ne accadono così tanti che forse ci siamo anestetizzati la coscienza.

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