MARCO BERGAMO, L’UOMO CHE ODIAVA LE DONNE

MARCO BERGAMO, L’UOMO CHE ODIAVA LE DONNE

Sera tardi del 6 agosto 1992, davanti alla stazione di Bolzano c’è il solito via vai di auto. Gli uomini alla guida gettano un’occhiata distratta alle ragazze ferme sul marciapiede, bionde e more a disposizione del cliente. Passa anche un’auto di colore “rosso Ferrari”, anche se si tratta di una più modesta Seat Ibiza. Al volante c’è Marco Bergamo, un ragazzone di 26 anni alto 1 metro e 85, con i baffoni spioventi. Se chi lo conosce lo vedesse lì, si stupirebbe nell’osservare quel giovane mentre sceglie attentamente la prostituta da caricare in auto.

MARCO BERGAMO, L'UOMO CHE ODIAVA LE DONNE

Marco Bergamo

 

Tutti sanno che Marco non perde mai una messa, pensa solo al suo lavoro di carpentiere e quando smonta torna subito a casa. D’altra parte, nessuno lo conosce veramente bene. Alla fine, gli occhi del carpentiere cadono sul bel viso di una bruna dai lunghi capelli ricci. Si chiama Marika Zorzi, è una diciannovenne di Laives, un paesino a qualche chilometro da Bolzano.

Marco Bergamo la carica e la porta in una zona isolata vicino a Campegno, fermando l’auto poco fuori dell’autostrada. È mezzanotte e mezza, oggi è il suo compleanno e vuole festeggiarlo come piace a lui. Appena il veicolo si ferma, la ragazza si sfila gli slip senza perdere tempo. Lui, invece, mette la mano sotto il tappetino, dove tiene nascosto il coltello. Ha sempre avuto la passione per i coltelli e li colleziona.
Quando vede la lama, Marika capisce subito il destino che l’attende e reagisce difendendosi con tutte le forze. Inizia un terribile corpo a corpo all’interno del piccolo abitacolo, e anche quando il coltello si immerge più volte nelle sue carni, lei continua a lottare. La ragazza ottiene solo che lui si ecciti ancora di più.

Dopo avere trafitta la ragazza 28 volte, Marco Bergamo apre la portiera e la butta giù. Poco dopo, il cadavere viene trovato sul ciglio della strada da un passante. Ancora qualche ora e Marco viene fermato casualmente in un posto di blocco, mentre attraversa la zona industriale subito dopo essersi lavato e cambiato. La sua espressione stralunata è piuttosto sospetta e all’interno del veicolo, dopo una sommaria ispezione, la polizia trova un paio di calzoni insanguinati e la carta d’identità di Marika.

Quando perquisiscono la casa di Marco Bergamo, gli agenti scoprono anche un cuscino e un asciugamani sporchi di sangue fresco. Lui ammette che potrebbe averla uccisa, quella ragazza, anche se non ricorda bene. Poi gli ritorna un po’ di memoria e sostiene che Marika Zorzi lo avrebbe aggredito.
Due mesi prima gli avevano asportato un testicolo per un tumore maligno: la prostituta, quando aveva visto la menomazione, non aveva voluto iniziare il rapporto. «Allora le ho chiesto di restituirmi i soldi», continua a raccontare, «e a quel punto si è messa a urlare. Io ho reagito prendendola a schiaffi e lei mi è venuta addosso come una furia, non rammento altro».

Non è finita qui. Sempre a casa di Marco Bergamo viene trovata una giacca a vento con una macchia di sangue, rimasta ben impressa malgrado i successivi lavaggi. Il sangue apparteneva a Renate Rauch, una brunetta di 24 anni che si prostituiva per comprare la droga. Era stata uccisa con venti coltellate davanti a un distributore automatico il 7 gennaio 1992.
Sulla sua tomba, un paio di giorni dopo la sepoltura, era stato trovato un biglietto: “Scusa per quello che ho fatto, ma dovevo e tu lo sapevi”. Firmato “MM”. La calligrafia è quella di Marco Bergamo, non ci sono dubbi.

Prima il giovane cerca di negare, dice che non può essere stato lui perché in quel periodo era andato a sciare, poi confessa che anche Renate lo aveva offeso e provocato. Ce l’avevano tutte con lui, insomma. Sempre in casa vengono ritrovati parecchi ritagli di giornale su un terzo delitto, avvenuto sette anni prima, il 3 gennaio 1985. All’epoca Marco aveva solo 18 anni e, sì, alla fine ammette anche questo omicidio.
Lei si chiamava Marcella Casagrande, una ragazzina di 15 anni che aveva sdegnosamente rifiutato i suoi approcci. Era stata uccisa in casa da una ventina di coltellate che le avevano tagliato la gola. Il fatto che tra le ragazze assassinate ce ne fosse una che non faceva la prostituta, ma che era una brava e timida studentessa al primo anno dell’istituto Magistrale, secondo le discutibili regole dell’informazione rende automaticamente Marco Bergamo un assassino di “serie A”. E alla sola Marcella Casagrande nel novembre del 2010 verrà dedicata una piazza a Bolzano.
Dei suoi delitti, Marco ricorda solo le macchie di sangue.

Marcella Casagrande con la mamma alcuni mesi prima dell’omicidio

 

Nel processo, che si svolge nel 1994, Marco Bergamo, riconosciuto capace di intendere e di volere, viene condannato all’ergastolo. I primi tre anni dovrebbe passarli in isolamento, ma il trattamento speciale gli verrà abbuonato. Se lui ha confessato “solo” tre omicidi, i giudici gliene hanno riconosciuti cinque.
Il 2 marzo avrebbe ucciso anche Renate Troger, una biondina di 18 anni che faceva la prostituta, prima strangolandola e poi martoriandola con 14 coltellate alla gola e al torace.

E sette anni prima ancora, alcuni mesi dopo l’omicidio della studentessa Marcella Casagrande, avrebbe ucciso una prostituta d’alto bordo: Anna Maria Cipolletti, 41 anni. La donna, che la mattina svolgeva il tranquillo lavoro di insegnate in una scuola media, era stata accoltellata nel suo lussuoso appartamento, dove riceveva i clienti per 150 mila lire a prestazione. Anna Maria era stata ritrovata nuda: chi l’ha uccisa le aveva rubato la biancheria intima. Accanto, c’era un foglio dove la donna aveva scritto “Marco andato via”. Come tutte le altre, non aveva avuto un rapporto sessuale con l’assassino.

Per la verità, non ci sono prove certe che anche queste due ultime donne fossero state uccise davvero da Bergamo. Gli sono state attribuite nel conto finale, come dire, “sulla fiducia”, ritenendosi impossibile che nella piccola Bolzano vi fossero due serial killer che, per di più, agivano nello stesso modo.

Il 17 aprile 1994, pochi giorni dopo la condanna e alla vigilia di uno speciale televisivo sul processo a Marco, il padre, Renato Bergamo, pensionato di 72 anni, va a impiccarsi nella soffitta di casa. A trovare il suo corpo sarà la moglie Maria.

Ma chi è Marco Bergamo? Il futuro serial killer nasce nel 1966 a Bolzano, da padre operaio e madre casalinga. «Sono stati genitori molto premurosi», dirà di loro, «sia nei miei confronti sia verso mio fratello Luigi. Forse papà ci stava un po’ con il fiato sul collo. Voleva guidarci in tutto ed era autoritario. Mi controllava sempre le spese e aveva da ridire anche su come passavo il tempo libero. Mia mamma, invece, era timida e temeva le reazioni di papà, che quando si arrabbiava alzava la voce».

Marco è un bambino difficile e solitario, a quattro anni non sa quasi parlare ed è obeso. Le bambine gli fanno paura sin dalle elementari, perché gli sembravano troppo spigliate, mentre lui era imbranato. Crescendo non si fa degli amici, preferisce passare tutto il tempo con i suoi hobby solitari: la fotografia e le passeggiate in montagna. Soffre di sonnambulismo e di cleptomania, ma ruba solo indumenti intimi femminili.

Gli piace il lavoro manuale, così, dopo il diploma, inizia volentieri a fare il carpentiere. Quando è abbastanza grande e ha soldi da spendere, comincia a frequentare le prostitute. «Mi spogliava senza farmi nient’altro», racconterà una di loro, «dopo essersi masturbato, voleva che gli vendessi la biancheria intima, ma non potevo certo tornare a casa nuda».

Per il resto, il giovane non frequenta donne. La sua unica storia d’amore dura solo sette mesi, tra 1990 e il 1991. Anche in questo caso, però, niente sesso. «Lei non mi ha mai toccato nelle parti intime», spiegherà goffamente agli psicologi del carcere, «e io avevo paura di un suo rifiuto. Mi aveva detto che lo avremmo fatto solo da sposati. E poi non era sincera, mi dava sempre appuntamento sotto quella che diceva essere casa sua, mentre, in realtà, abitava altrove».

Lui, comunque, preferisce masturbarsi con le riviste pornografiche. Altre volte lo fa affacciandosi alla finestra, guardando le passanti senza preoccuparsi troppo di essere scoperto. Oppure ancora, facendo telefonate oscene a donne scelte a caso. In generale, ha un’opinione molto bassa del genere femminile: «Sono esseri ignobili ed egoisti. Usano l’uomo per fumarselo come una sigaretta, e quando l’hanno consumato, lo buttano via. Prima avevo solo paura delle donne. Ho cominciato a odiarle quando ho pensato che una di loro mi avesse avvelenato il cane. Era il mio compagno di solitudine, l’amico che non ho mai avuto».

All’inizio si limitava a vendicarsi con l’immaginazione, uccidendole nei sogni notturni con bombe e pistole. «Nei sogni, quando colpivo le donne, lo facevo al cuore e alla testa. Si uccidono meglio, se si centrano gli organi vitali».

Poi inizia a farlo nella realtà, con le uniche armi che possiede: gli amati coltelli che colleziona da quando aveva 13 anni.
Il coltello gli dà un senso di protezione, è quasi un compagno per lui. «Marco Bergamo è giunto alla perversione estrema: l’omicidio per godimento», scriveranno gli psichiatri che l’hanno visitato, «dopo il primo assassinio ha scoperto che uccidere appagava il suo piacere e, allo stesso tempo, distruggeva l’oggetto temuto e odiato: la donna». Quando le penetrava con la lama era come se mimasse un rapporto sessuale.

Dal 2005, Marco Bergamo usufruisce di un primo permesso premio che gli consente di uscire dal carcere per un breve periodo. I magistrati che lo avevano fatto condannare consigliano prudenza: «Finché avrà pulsioni sessuali, Bergamo sarà sempre molto pericoloso».

Il 17 ottobre 2017, a 51 anni, Marco Bergamo muore per una infezione polmonare.

 

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