LE CINQUE GEMME DEL KRAUTROCK

LE CINQUE GEMME DEL KRAUTROCK

Il luogo è la Germania. Il tempo gli anni settanta. Anni che sono testimoni della nascita di un nuovo tipo di musica, figlia di una generazione di rinascita e libera di dimenticare. Musica assembrata in periferie tutte uguali percorse dai tumulti della contestazione giovanile, dall’euforia del passaggio all’azione.
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Generazione cresciuta a miti americani digeriti troppo in fretta e dalla disperata esigenza di dimenticare la guerra dei loro padri. Sotto cieli di piombo e tra labirinti di cemento armato un gruppo di giovani sperimentatori partorì la nuova musica tedesca. A memoria d’uomo nulla di simile si era mai ascoltato prima.
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Sì, c’era stato il grande padre Karl Hainz Stockhousen con la sua musica fatta di effetti elettronici e di rumori. C’erano stati anche alcuni ingenui pionieri del progressive con le loro cavalcate di chitarre elettriche. Ma quello che registrarono Neu, Can, Faust e compagni fu qualcosa di unico. Una musica iconoclasta che lasciava presagire l’inizio di una nuova era.

Fautori di un’arte anarchica e ribelle, proiettata nel futuro e slegata da ogni logica commerciale, concentrata solamente sulle esigenze espressive più profonde, questi musicisti scrissero pagine irripetibili della musica moderna. Lo chiamarono krautrock.

Amon Düül – Yeti (1970)

Ai tempi della contestazione giovanile, tra i tentativi di mettere in pratica la protesta libertaria uno dei più radicali furono le comuni. Strutture alternative alla dimensione familiare classica, sorta di laboratori di ingegneria sociale per la costruzione di nuove forme di aggregazione umana. Vi si celebravano, sull’onda delle teorie dello psicoanalista Wilhelm Reich, il valore della “promiscuità”, e, secondo le teorie di Timothy Leary, l’uso delle droghe come metodo per “espandere la coscienza”.
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La comune politica e musicale degli Amon Düül di Monaco di Baviera era una delle più importanti: viene citata persino da Bernward Vesper nel suo libro “Il viaggio”. Vesper era il compagno di Gudrun Ennslin, che diventerà tristemente famosa come una delle terroriste più feroci della banda Baader-Meinhof.
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Gli Amon Düül poi, come è noto, si scissero in 2 tronconi di cui gli Amon Düül II hanno rappresentato sicuramente la parte migliore dal punto di vista musicale. Il secondo album “Yeti” è un folle diamante grezzo che risplende ancora oggi di una carica devastante e demoniaca. La copertina ci introduce in un’atmosfera gotica e oscura, dove si uniscono psichedelia e avanguardia.

Il brano “She came trough the chimney”, che abbiamo scelto per l’ascolto, si presenta come uno standard epocale basato su di un tappeto sonoro percussivo e tribale sul quale si innestano arpeggi melodici di derivazione orientale.

Can – Tago Mago (1971)

Il gruppo dei Can fu fondato a Colonia nel 1968 per iniziativa di Holger Czukay (bassista trentenne e ingegnere del suono, appassionato di minimalismo e musica etnica), Irmin Schmidt (pianista trentunenne), entrambi allievi del compositore Karlheinz Stockhausen, insieme a Michael Karoli e Jaki Liebezeit. Ad essi si aggiunse poco dopo il cantante americano Malcom Mooney. Dopo appena un anno di attività, e con un disco alle spalle, i Can si trovano al primo problema: seguendo i consigli del proprio psicanalista, Malcom Mooney lascia la band per tornare nei natii Stati Uniti.
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Per i quattro di Colonia è una grossa perdita, poiché seppur instabile (memorabile un suo crollo nervoso, seguito da un collasso, nella seconda uscita live) e talvolta assenteista, era stato proprio Mooney a introdurre nella musica del gruppo le influenze funk che ne caratterizzeranno il sound, senza contarne il peculiare cantato.
Un pomeriggio del 1969, chiacchierando al tavolo di un bar, Liebezeit e Czukay notano un vagabondo dai tratti orientali che canta strane nenie rivolte al cielo. Di lì a qualche ora i Can avrebbero dovuto suonare la prima di quattro date al Blow Up di Monaco, e Czukay non trovò di meglio che andare da quello strano tipo e proporgli un posto da cantante.
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Lo strano tipo accettò e una volta on stage, tra movenze spastiche e urla beduine, istigando i presenti confezionò uno spettacolo live che ancora oggi si ricorda. Poche volte si era visto un tipo così sul palco, minaccioso e delicato al contempo, isterico e istintivo come la musica dei Can. Non c’erano dubbi: avevano trovato il loro cantante. Con la nuova formazione registrarono Tago Mago, il loro capolavoro.

Un tentativo, come ebbe a dire Czukay “di raggiungere un misterioso mondo musicale, dalla luce all’oscurità e ritorno”. Il brano “ Halleluhwah”, scelto per l’ascolto, si muove su una base funky monotona e ripetitiva sulla quale vanno a incastonarsi disparate tracce sonore.

Neu! – Neu! (1972)

I Neu! si formano da una costola dei Kraftwerk. I Kraftwerk cominciarono come uno dei gruppi del famoso produttore Connie Plank, registrando nel suo studio che si trovava nel mezzo di una vecchia raffineria a Dusseldorf, tra i fischi, il fumo e il fuoco. Fu lì che concepirono la loro musica come soundtrack ambientale della civiltà industriale e colonna sonora della società dei consumi. Ralph Hutter (tastiere) e Florian Schneider (flauto, violino, tastiere) formarono i Kraftwerk insieme a Klaus Dinger (percussioni) a cui si deve l’intuizione del battito robotizzato.
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Michael Rother (chitarra) fu assunto più tardi per i concerti. Poi Dinger e Rother se ne andarono per formare i Neu! I due estremizzarono i concetti di ripetitività presenti in tutta la nuova musica tedesca, pervenendo a un sound caratterizzato da un battito di batteria costante e da trame di chitarra percussiva.

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Lo scopo era creare una musica ossessiva, capace di indurre una specie di trance ipnotico, specchio della nevrosi e della “degradazione” della società post-industriale. Neu! si propone da subito come album fondamentale. Caratterizzato da una percussività pura, ripetitiva ed elementare, che si allarga per contenere chiazze di puro rumore, di frastuono sonoro angosciato e angosciante.

Il brano “ Hallogallo”, scelto per l’ascolto, consiste in un groove motoristico caratterizzato da un loop di batteria e percussioni che si accompagnano a un riff di chitarra e rumori assortiti.

Faust – Faust IV (1973)

L’origine del gruppo viene spesso raccontata “mitologicamente”. Si narra che i Faust si costituirono all’inizio degli anni settanta per il volere di un giornalista musicale tedesco, Uwe Nettelbeck, alla ricerca di un supergruppo autoctono che fosse in grado di stare alla pari con le band musicali provenienti dall’Inghilterra e dagli Usa. Peccato che il mito non sia del tutto corretto. I Faust nascono prima, grazie all’incontro di due gruppi ad Amburgo nel 1969. Uno di questi è il complesso dei Nukleus, impegnato nella composizione di brani e canzoni, mentre l’altro è quello dei Campylognatus Citelli, un ensemble di una decina di musicisti interessato soprattutto alla sperimentazione del suono.
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Le due band si unirono per formarne una sola, i Faust. La band si dà un nome facile da ricordare preso al noto personaggio göthiano: “ci sentiamo come se stessimo vendendo le nostre anime all’industria musicale…”, dissero in un intervista. È solo a questo punto che entra in scena Nettelbeck: il giornalista in contatto con la Polydor, infatti, riceve dalla label stessa il compito di cercare dei talenti per competere con le band d’oltreoceano.
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I Faust accolgono la proposta di Nettelbeck registrando una demo da proporre alla label come biglietto da visita, demo che impressiona parte dello staff della Polydor e permette al gruppo di ottenere un contratto di tutto rispetto. La band, infatti, ottiene la possibilità di comporre musica senza alcun tipo di pressione o costrizione esterna, nella più totale indipendenza artistica in uno studio a Wümme.

Faust IV è una pietra angolare del rock. Album che potremmo definire dadaista, costruito com’è su logiche dissonanti, improbabili collage sonori e poderosi interventi timbrici. Il brano “Krautrock”, scelto per l’ascolto, è una lunga cavalcata elettronica caratterizzata dal ripetersi ostinato di un riff di sintetizzatore al quale si sovrappone una miriade di suoni della più varia natura.

Popol Vuh – Hosianna Mantra (1973)

I Popol Vuh sono stati fondati da Florian Fricke nel 1969, con Holger Trulzsch (percussioni) e Frank Fiedler (strumenti elettronici). La band prese questo nome in omaggio al Popol Vuh, il “libro della comunità”, antico testo della tradizione dei quiché, popolo di etnia maya stanziato in Guatemala.
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Dopo i primi due dischi di musica elettronica dominata da suoni sintetici, Fricke alla fine cedette il suo sintetizzatore Moog a Klaus Schulze, concentrandosi sull’amato pianoforte e creando una musica ispirata dalla religione che aspirava alle stesse sfere sonore dei vecchi maestri tedeschi. Ne nasce il loro capolavoro Hosianna Mantra. La musica, in accordo con le trascendentali preoccupazioni spirituali di Frick, si rivela un percorso verso l’alto, una ascensione che porta a un luogo più elevato, immacolato, nella luce.
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Il ritorno agli strumenti acustici si configura in una specie di inno mistico intriso di purezza cosmica. La mirabile unione di spiritualità cristiana e orientale prefigura le atmosfere new age e agisce in profondità nella mente dell’ascoltatore.

La title-track “Hosianna Mantra”, da noi scelta per l’ascolto, è una nenia intrisa di misticismo che inizia in modo quieto con la Tamboura di K. Wiese per proseguire con la voce in estasi di Djong Jun e la chitarra elettrica che traccia ricami psichedelici. Su questo sfondo pulsante, il suono dell’oboe e la voce salmodiante inni sacri spingono il brano in un territorio di concentrazione e preghiera dove diventa dolcissimo perdersi…

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