LA TITINA DALLE TRINCEE ALLE PENTOLE

LA TITINA DALLE TRINCEE ALLE PENTOLE

Quando, nel 1917, le truppe americane si stanziarono lungo le linee amiche, a rallegrare o cullare il cuore dei soldati impegnati nella Prima guerra mondiale c’erano, oltre ai canti e alle marce militari di ordinanza, le canzoni nostalgiche dedicate alla donna amata rimasta a casa o canzoni dal gusto comico e un po’ goliardico.
Una, in particolare, piaceva ai francesi: “Quand Madelon”. Raccontava di una servetta della locanda Au vrai poilu frequentata dai soldati. “Era giovane e gentile, leggera come una farfalla. Sogniamo di lei la notte, pensiamo a lei di giorno, è solo la Madelon ma per noi è l’amore”. Questa canzone, frizzante come il vino che serviva nella locanda la giovane e bella donna, rappresentava uno dei rari momenti di ricreazione dei soldati al fronte diventando l’inno non ufficiale dei combattenti francesi.

“Quand Madelon” piaceva pure agli americani, ma, vai a sapere per quale motivo, i soldati dello zio Sam preferivano e cantavano più spesso un’altra canzone: “Je cherche après Titine”. Fu lanciata lo stesso anno dell’arrivo degli americani in Francia da Gaby Montbreuse, pseudonimo della cantante e artista di music-hall Julia Léontine Hérissé. Alla stessa cantante si attribuisce la paternità delle parole della canzone. La musica era di Émile Spencer (Léo Daniderff, compagno della Montbreuse, non mise mano alla canzone che a partire dal 1921).

Gaby Montbreuse

 

“Je cherche après Titine” fu ripresa e portata al fronte da soldati che di francese masticavano poco e nulla. Il risultato era alquanto comico: parole ripetute a orecchio, storpiate, trasformate in altre o letteralmente inventate. Ma agli americani questo poco importava. L’essenziale era la melodia, il ritmo di una canzone che così metamorfosata attraversò l’Atlantico alla fine della guerra.
Per qualche anno “Je cherche après Titine” fece parte del repertorio delle orchestre americane, poi cadde nell’oblio.

Nel 1936, il grande Charlie Chaplin era alle prese con il suo primo film sonoro, Tempi Moderni. Non che amasse particolarmente i film parlanti, anzi li detestava. Nel suo film, i personaggi non parlavano proprio e regnava ancora la didascalia come ai tempi del cinema muto. In una scena, però, non si poteva fare a meno del suono e in questa scena Charlot doveva cantare. Egli non conosceva il testo (in francese) della canzone che doveva interpretare, così la sua compagna ne scrisse le parole in un polsino. Si racconta che, quando entrò in scena, l’attore eseguì qualche movimento ritmico ed ecco che il polsino scivola via. Che fare? “Non importano le parole”, le suggerì la compagna, “canta!”. Allora Charlot, come se egli stesso avesse attinto dalle trincee francesi, cantò la “Titine” così come la potevano cantare alcuni anni prima, in un francese improbabile, i soldati americani.

Eccone alcuni versi:

Se bella ciu satore
Je notre so cafore
Je notre si cavore
Je la tu, la ti, la tua

La spinash o la busho
Cigaretto porta bello
Ce rakish spagaletto
Si la tu, la ti, la tua

Il successo della canzone fu enorme. Fu successivamente cantata, ovviamente in perfetto francese, da Georgette Plana e da Yves Montant e ispirò “Titine” di Jacques Brel.
In Italia la canzone, diventata “Io cerco la Titina”, fu inserita in un film di Fellini, “La città delle donne”, e utilizzata come motivo della pubblicità delle pentole Lagostina.

Ma chi è questa Titine che tutti cercano e nessuno trova? Titine potrebbe essere il diminutivo di Martine o di Costantine. È quindi la storia di un uomo piantato in asso dalla propria donna? “Qualche giorno fa, stretti come delle sardine nel metrò, vicino a una donna stavo in piedi, quando sentii la mia vicina gridare ‘per chi mi ha preso? La vostra mano spinge il vaso di fiori! Che cosa sta facendo vile impostore?”. Questo e altri indizi un po’ osé fanno pensare che la Titine sia una donna. E invece no! Titine non è affatto una donna. Una variante della canzone ci rivela che si tratta di una cagnolina sfuggita alla persona a cui ne è stata affidata la custodia e che sarebbe stata diseredata nel caso avesse, appunto, perso la Titine.

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