IL MISTERO DEL GENIO DI PALERMO

IL MISTERO DEL GENIO DI PALERMO

A svelare il mistero del Genio di Palermo ha provato il semiologo Gianfranco Marrone, nell’articolo “Palermo: la Conca d’Oro, il Genio del Popolo apparso” uscito su Miti di città alcuni anni orsono.

Partendo dall’analisi di due immagini che caratterizzano storicamente la città di Palermo, lo studioso tenta di dare a entrambe il carattere di “miti fondanti”.
Ma delle due, se la Conca d’Oro è arcinota, positiva, direi turistica e non induce dubbi di sorta, qualla del Genio di Palermo, meno conosciuta, sembra nascondere e allo stesso tempo svelare il carattere più recondito di questa città.

Ignazio Marabitti, Genio di Palermo, Villa Giulia, Palermo

 

Della fondazione di Palermo non si ha notizia certa. La città non ha nemmeno un mito di fondazione vero e proprio, una leggenda o un chiaro simbolo che sostituisca quello che la ricerca storica non è riuscita a darle.

I più sostengono che la città sia stata fondata nell’ottavo secolo avanti Cristo dai fenici. Tracce di insediamenti umani risalgono al Paleolitico, e sembra anche che i sicani fossero in zona ben prima dell’arrivo dei fenici.
In molti danno grande importanza ai romani, che conquistarono la città nel corso della prima guerra contro Cartagine e le donarono il genius loci.

Altri ancora pensano che la città vera e propria, centro commerciale e culturale mediterraneo in epoca medievale, nasce solo con gli arabi, e si consolida con i normanni e gli svevi.
Prima di allora sarebbe stato solo un insediamento commerciale o poco più.

Scavando in questo intrico si riesce a individuare almeno due figure che connotano Palermo, rappresentazioni che hanno un carattere prettamente visivo e che potrebbero assurgere a miti, se non “fondanti” almeno “caratteristici”.

Purtroppo appena ti avvicini i miti sfuggono, non sono mai definitivi, proprio perché in continua trasformazione e condizionati dalle diverse possibili interpretazioni che ognuno può pensare o percepire attribuendo un senso diverso a storie, leggende, dicerie e teorie.
Come quelle sulla fondazione della città di Palermo e sul suo Genio che hanno circolato e continuano tuttora a circolare.

Santa Rosalia il mistero del genio di palermo

Stampa seicentesca raffigurante Santa Rosalia affiancata da quattro vergini che proteggono Palermo

 

La Conca d’Oro

Il primo di questi miti è quello della Conca d’Oro, il territorio che fa da base materiale e da sfondo simbolico alla città di Palermo.
Un sito felice, geograficamente predisposto ai commerci e allo sfruttamento agricolo della terra, dunque alla ricchezza. Da qui l’epiteto di Palermo felicissima, e l’arrivo di numerosi popoli che tale ricchezza vogliono sfruttare, lasciando ben poco alle genti locali.

Se fenici, greci, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, piemontesi, borbone, italo-padani si sono succeduti nel dominio della città, è anche e soprattutto per questa configurazione fisica e per le sue potenzialità economiche, culturali e storiche che sono anche causa di entusiasmi e delusioni, dominatori e liberatori, periodi di cupi istanze, indipendenza e rivolta.

mappa di Palermo il mistero del genio di palermo

Joan Blaeu, mappa di Palermo, da Atlas Maior, Amsterdam 1663

 

Il Genio di Palermo o Re Palermo

Se l’immagine mitica della Conca d’Oro fa riferimento alla geografia, l’altra si intreccia con la sua storia. La prima è donna, feconda, euforica, positiva, raggiante. Il secondo è barbuto, ha origini oscure, è pure incazzato. L’una è astratta, l’altro al contrario è molto, forse troppo, concreto: marmi, sculture, bassorilievi e dipinti rappresentano un pesante agglomerato di elementi simbolici.

Stiamo parlando del Genio di Palermo, detto anche, più semplicemente, Palermo.
In città ne esistono diverse versioni, ma, a parte le quattro o cinque più conosciute visibili a piazza Rivoluzione, a Palazzo di Città, al mercato della Vucciria, all’ingresso del porto, a villa Giulia, sono per lo più ignorate, dunque dimenticate.

In alcuni cartigli delle mappe urbane il Genio viene riprodotto accanto all’aquila senatoriale che della città è il simbolo. Prima chiara indicazione del fatto che questo strano signore barbuto e coronato con in mano un serpente che sembra mordergli il petto è un importante elemento simbolico di Palermo, della sua storia, della sua cultura, delle sue tradizioni e forse perfino del carattere ambivalente dei suoi abitanti.

Non a caso, molto spesso la statua del Genio è accompagnata da una ambigua scritta latina che recita: Palermo devorat suos, alienos nutrit (“Palermo i divora i suoi e nutre gli stranieri”).
Il Genio Palermo, si dice, è la personificazione della città, intendendo con questo il personaggio barbuto e assiso dotato di un certo numero di attributi: corona, scudo, serpente, cane eccetera.

Fontana del Genio il mistero del genio di palermo

Fontana del Genio, particolare, piazza Rivoluzione, Palermo

 

Il Genio è stato a lungo considerato la rappresentazione antropomorfa del capoluogo siciliano. Per alcuni rappresenterebbe un condottiero fenicio, di nome Palermo, fondatore della città.

Forse il Re Palermo assiso sopra un verdeggiante sasso, dentro un’amplissima conca d’oro piena di frutti, con un serpe che sembra nutrirlo con il latte, rappresenta la ricchezza e la felicità del sito.
La serpe che tiene in petto sarebbe la lealtà mostrata, incurante delle conseguenze, nell’appoggiare l’esercito romano guidato da Scipione l’Africano.

Il serpe è l’insegna della famiglia degli Scipioni: letali come una serpe, i romani hanno sconfitto il cartaginese Annibale. La forza, e al tempo stesso la debolezza di tale interpretazione, è l’accumularsi di simboli e la leggenda forzata che ne viene fuori. Inoltre essa cade miseramente se solo si incontra un’altra e differente rappresentazione del Genio Palermo.

Nella maggior parte dei casi il personaggio sta seduto, con una corona in capo, e tiene in mano (abbraccia?) un serpente che gli morde il petto o gli succhia la mammella. A volte ha uno scudo, uno scettro, una cornucopia. Altre volte c’è anche un cane, l’aquila senatoriale, o delle ninfe, o donne allattanti, perfino alcuni regnanti.

In alcuni casi la scultura è posta in cima a una specie di altura verdeggiante, altre volte tiene i piedi dentro una conca di marmo. Pertanto, di volta in volta il cane è la fedeltà, il serpente la prudenza o la fertilità o la tentazione, la corona e lo scettro la regalità, la cornucopia la fortuna.
A complicare il tutto c’è la citata frase fatidica, Palermo devorat suos, alienos nutri, ovvero che “questa benedetta città fa gran festa, dà lentamente da vivere agli stranieri, e poi trascura i propri figli”.

Ma finisce anch’essa per rilanciare dubbi e nuove supposizioni: se Palermo divora i suoi, allora Palermo forse simboleggia il dio romano Saturno (Crono per i greci), che, come è noto, divora i propri figli.

Siamo propri sicuri che Palermo divora? Nella scultura è lui semmai a essere divorato dal terribile serpentone, oppure offre la mammella al serpente, dunque nutre il serpente. E il serpente? Divora o succhia? Sta dalla parte di “Palermo” o da quella degli alienos?

Genio di Palermo, Palazzo dei Normanni il mistero del genio di palermo

Mosaico raffigurante il Genio di Palermo, Palazzo dei Normanni, Palermo.

Baal, Tanit e Crono

Confusi, lasciamo da parte le interpretazioni e proviamo un’altra pista, quella altrettanto incerta degli usi popolari e delle pratiche rituali.
Molte testimonianze, manco a dirlo sparse e confuse, insistono sul fatto che nei secoli scorsi, sicuramente dal Quattrocento all’Ottocento, l’immagine del Genio fosse molto diffusa in città.
Pare che fosse oggetto di una vera e propria devozione popolare, e che i palermitani usassero la sua statua per affiggervi cartelli con le proprie lamentele nei confronti del governanti.

Quando nel 1775 il vicerè Caracciolo provò a ridurre il numero dei giorni delle celebrazioni del Festino di santa Rosalia, al collo del Genio apparve un cartello che minacciava “o festa o testa”, intendendo quella del vicerè.

Forse non è un caso se i moti del 1848 ebbero luogo proprio alla Fieravecchia, dove troneggiava la statua del Genio, che per questo fu chiamata da allora piazza della Rivoluzione. Il Genio, assurto a simbolo liberale, fu dunque rimosso dai Borbone che governavano da Napoli.

Garibaldi in persona lo recuperò nel maggio del 1860, per ricollocarlo al centro della piazzetta dove tuttora (a parte alcuni strani furti periodici) sta seduto.
Sembra poi che la statua del Genio andasse in processione per le vie della città accanto a quella della santa Rosalia (patrona ufficiale della città solo a partire dal Seicento) e che il grido, che ancora ogni anno il sindaco leva quando il carro sosta ai Quattro Canti, “Viva Palermu e santa Rosalia!”, non si riferisse alla città e alla sua protettrice ma al vecchio Genio e alla nuova protettrice della città…

L’abbinamento delle due figure apre il campo a nuove ipotesi.

Baal-Hammon il mistero del genio di palermo

Baal-Hammon, terracotta

 

Rosalia, le cui ossa furono rinvenute in una grotta del vicino monte Pellegrino, non sarebbe altro che l’antichissima dea fenicia Tanit, celebrata insieme a Baal Hammon, dio fenicio anch’esso.

Allora il Genio di Palermo è proprio il “Saturno africano” (così viene soprannominato Baal Hammon), dio che forse ha ispirato Crono.
Divinità terribile, crudele e insieme paterna, poiché re del tofet (i cimiteri sacri dove venivano sepolti solo i bambini), e custode degli inferi.

Il serpente, simbolo di prudenza e portatore di conoscenza, si nutre al petto del dio, è dispensatore di saggezza, morte, rinnovamento e trasformazione creativa.
Si spiegherebbe finalmente l’origine del culto popolare del Genio, avverso a Borboni e Chiesa cattolica, ma comunque tollerato.

E si comprenderebbe la presenza costante del serpente che lo divora e/o viene da esso nutrito. Probabilmente monte Pellegrino, dove da millenni riemergono ossa d’ogni tipo, anche infantili, era sede di un tofet, dove le divinità supreme Tanit e Baal-Hammon venivano adorate, come avveniva in molte zone dell’Africa governata dai cartaginesi, che dei fenici erano discendenti.

Il folklore ha origini antiche, mitiche e rituali, e apparenti contraddizioni, come quella di lasciar convivere entro il medesimo culto una santa vergine e martire e uno spietato assassino di bambini (a dar retta chi ritiene che fenici e cartaginesi sacrificassero i piccoli sepolti nei tofet).
Il che chiarirebbe, in un sol colpo, il mistero del Genio di Palermo, la sua popolarità, la superficialità della cultura ufficiale e i vari tentativi di romanizzarlo, classicizzarlo e renderlo più presentabile.

Quanto al nostro Palermu, potremmo a questo punto affermare che si tratta, più che di un genius loci, di un genio del popolo, di una rappresentazione della sua indole tetra, accigliata, apparentemente aperta verso l’altro, il forestiero, il nemico.
Pronto anche a farsi dominare, se del caso, salvo poi accogliere ipocritamente un altro conquistatore come un liberatore, e così via all’infinito. È accaduto con Scipione, Garibaldi e il generale americano Patton. Salutati come eroi dalle stesse persone che avevano prima inneggiato ai loro nemici.

Oppure, seduto su una colonna di porfido rosso, il Genio di Palermo, sempre lui, è la personificazione della città e il simbolo dei suoi abitanti, di ogni origine o appartenenza.

Li protegge e li nutre come una madre, in una terra dove stranieri sono tutti e nessuno, e che accoglie insegnando ad accogliere.

Lo spirito della città di Palermo e del suo popolo è un processo, rappresentato dalle varie sculture del Genio: il tempo, e la sua ambigua circolarità.
Palermo è l’ossimoro di nutrire chi si sta divorando, ma anche di divorare chi dà nutrimento. L’identità visiva della città vive ostinatamente sul confine tra il proprio e l’altrui, il prima e il dopo, il noi e il voi.

 

 

1 commento

  1. Grazie JK. Articolo intrigante e ricco di spunti riflessivi.
    Vera novità per me.

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